Kundalini Yoga Lonely Hearts Club Friends

Scritto da , il 2021-03-05, genere orge

Namastè, amici miei.
Prego, accomodatevi, c’è posto per tutti.
Tutti ammassati sul tetto di questa stanza di vetro a spiare cosa vi accade dentro.
Questa storia, ce la guardiamo da qui.

Un respiro profondo, e poi fuori l’aria, sgonfiando lentamente la pancia.
Non fate quella faccia, avanti, il respiro è importante, anche le storie, forse, è da lì che fluiscono.
Gli occhi aperti ovviamente ma, credetemi, quelli servono molto di più a me, voi me li date e, io, li riempio di cose:

La stanza, partiamo da qui.
Arredamento elegante, in stile etnico/moderno – se si dice così – vale a dire toni sabbiosi e naturali, ricca presenza di legno vivo a intelaiare il mobilio.
Sulla parete in alto – vi ricordo che siamo sul tetto – c’è una grossa pergamena appesa, con trascrizioni verticali, tipicamente orientali. Sulle altre pareti litografie di alcuni meravigliosi paesaggi.
Incenso, candele e lampade di sale sparse un po’ ovunque, di tanto in tanto qualche grossa foglia verde dondola nel nulla.
Grandi cuscini a formare un cerchio entro cui si stendono, come in formazione, numero sette individui che andiamo ora a presentare.
In alto, proprio con le spalle alla pergamena, c’è la Maestra, guida fisica e spirituale per tutti i suoi allievi lì di fronte, impegnati nel replicare i suoi morbidi stretching in un rigoroso schema due per tre, equamente divisi fra uomini e donne. Non ci interessa sapere da dove vengono o cosa fanno nella vita, anche la loro situazione sentimentale è decisamente ininfluente allo svolgimento di questa storia.
Non conoscendo i loro nomi ci limiteremo a identificarli con i colori delle loro magliette che, per pura e fortuita coincidenza, sono tutte diverse fra loro.
In basso, ultimo a destra della formazione, c’è Rosso, come tutti gli altri ha i gomiti e un ginocchio poggiati a terra, l’altra gamba spinge con forza, molleggiando verso il soffitto.
Pur se affaticato, il nostro Rosso, non perde mai occasione per sollevare la testa, di tanto in tanto, ed osservare il resto dei suoi compagni e delle sue compagne, che gli danno le spalle.
Accanto a lui c’è Bianco, con lo sguardo corrucciato dallo sforzo, proprio dietro alla bella Celeste, di cui possiamo, senza ombra di dubbio, annotare i lunghi capelli biondi, raccolti da un elastico.
Vicino alla parete opposta c’è la sua amica Giada, abile nell’azzeccare il contrasto con la capigliatura folta e ramata.
I primi due del gruppo sono Nero, che ha evidentemente puntato su un “ton sur ton” e Fucsia (notoriamente il colore con il nome più brutto del mondo).
La Maestra, non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo, è vestita di Viola, luce viva che illumina ogni cosa nella stanza, fonte inesauribile di saggezza, quando la Maestra parla le sue parole sembrano aquiloni e i suoi allievi le guardano ad occhi spalancati, se avete una domanda fate pure, Viola ha sempre la risposta giusta, lei, è la sacra custode della verità.
amen

Questa scena sembra in effetti essere la rappresentazione di una qualche funzione, il rituale di una danza silenziosa, coi piedi nudi che si sollevano ritmicamente, i muscoli tesi delle gambe, dipinte da quei pantaloni così aderenti. Un gruppo di amici che ha dato vita a questa sorta di club del benessere e si ritrova, una volta a settimana, in una delle case a rotazione.
Possiamo guardarli, da quassù, nel loro ritrovo ovattato, appena rigato dagli scintillii di una nenia new age che fuoriesce da un piccolo stereo hitech.
Possiamo osservarli, godere dei loro movimenti eleganti ma facciamo fatica, ahimè, a cogliere le sfumature espressive dei loro volti e l’elenco disordinato dei loro sospiri.
Bisognerebbe essere laggiù con loro, per percepire l’odore di sudore coperto dagli incensi.
Bisognerebbe, certo e noi lo faremo, anzi, lo farò io, mi infilerò in questa storia a mo’ di inviata speciale per puro dovere di narrazione.
Mi ritrovo quindi costretta a eliminare uno dei personaggi appena introdotti per prendere il suo posto e, se mi è concessa la libertà di scegliere, opterei per la nostra cara amica Fucsia.
Grazie, cara, puoi andare.

Ora, senza che nulla sia accaduto per tutti loro, c’è una nuova/vecchia amica nel gruppo, decidiamo di chiamarmi Rosa (ad esempio) e mi assegnamo il posto rimasto vuoto, proprio lì, accanto a Nero.
Da qui, la prospettiva si fa di certo più vivida, guardandomi attorno posso dirvi ad esempio che questo gruppo eterogeneo è formato da creature sicuramente attraenti.
Intendiamoci, non parlo certo di fotomodelli, nessuno di noi pensa di essere bellissimo fatta eccezione per Celeste, lei invece – glielo si legge in volto – sa di essere davvero incantevole.

Dunque, eccoci qui, a sbuffare fatica purificando il corpo e lo spirito, tutti in rigoroso silenzio ad eccezione della Maestra ovviamente, che con voce vellutata guida i nostri movimenti, correggendo posture, accompagnandoci metaforicamente per mano oltre i nostri limiti.
Non è solo un’attività fisica, è piuttosto un percorso di crescita, la lunga strada che ci porterà a riequilibrare la nostra essenza più vera. Da questo punto di vista – sarete d’accordo con me – lo sforzo è davvero un piccolo prezzo da pagare.
I nostri incontri settimanali veleggiano al ritmo di una confortevole ritualità, dopo la lunga serie di esercizi ci mettiamo tutti seduti, con le gambe incrociate e gli occhi chiusi, immersi nei profondi abissi della meditazione.
Di colpo è come essere soli, il respiro diventa lo strumento attraverso cui discendere in uno stato di coscienza intima ed estremamente benefica, oltre ogni concetto di tempo e di spazio.
Se posso dire la mia, ad esempio, questa è la parte che preferisco. Mi capita talvolta di assopirmi, di percepire me stessa come fonte di luce, attraverso cui vibrano i riverberi sfocati della mia vita.
Purificarsi, centrare il proprio essere e riequilibrare il karma, fare le giuste scelte grazie all’autodeterminazione.
Ci sono delle volte in cui vorrei che questa parte non finisse più, questo grembo che mi avvolge e mi fa sentire protetta ma – con estrema puntualità – la voce della Maestra arriva a sfilarci via dal nostro sogno mistico intonando il nostro mantra abituale:
«Ommmmmmmmmmm».
Le sentite anche voi queste vibrazioni così intense?
«Ommmmmmmmmmm».
La pancia che si scalda, la pelle che si increspa.
«Ommmmmmmmmmm».
Che bellissima sensazione, ancora uno, uno e poi basta:
«Ommmmmmmmmmm».

Ora apriamo gli occhi, ci guardiamo e quasi stentiamo a riconoscerci, tradiamo un barlume di innocente imbarazzo perché, per pochi istanti indefiniti, è stato come essere nudi, liberi dai fardelli della grigia quotidianità.
È proprio come un risveglio, forse è per questo che abbiamo deciso di festeggiarlo, ogni volta, con un piccolo ristoro, il proprietario della casa di turno offre a tutti qualcosa da bere e da mangiare, niente più che una bevanda calda accompagnata da uno spuntino biologico.
La casa in cui siamo oggi – forse, rapita com’ero dai miei esercizi spirituali, ho dimenticato di dirlo – è proprio la mia e spetta quindi a me, ora, recarmi in cucina e preparare qualcosa per i miei amici.
Giusto il tempo di mettere su una tisana, fatta con certe erbe che mi ha portato un’amica da un viaggio fatto in India. Beata lei, mi viene da dire, chissà che esperienza, chissà quanto misticismo, rinchiuso in ogni dettaglio, in ogni sguardo incontrato, in ogni colore e in ogni profumo che si diffonde per le strade.
È proprio il profumo caldo della tisana ormai pronta che mi ridesta dal mio incanto invidioso, sette tazze sul vassoio, accompagnate da una ciambella di frutta secca, già preparata stamattina, a cui ho aggiunto bacche sudamericane di una pianta di cui non ricordo il nome ma che, ho letto, hanno un potere estremamente rilassante.
Compiere questa piccola grande rivoluzione vuol dire anche rivedere le proprie abitudini alimentari, avventurarsi in un mondo totalmente nuovo, fatto di continue scoperte, erbe esotiche, semi misteriosi di cui parliamo in continuazione fra di noi, è un po’ una sorta di gara – totalmente innocente – a chi trova prodotti sconosciuti ed estremamente benefici.

Siete ancora sul tetto anime belle?
Riuscite a cogliere anche voi questa nube di serenità che ci avvolge ora, mentre tutti e sette degustiamo le specialità preparate dalle mie manine premurose?
Il corpo è un tempio e come tale va curato, non dimenticatelo mai.
Ora, mi rivolgo a voi per darvi qualche piccola indicazione su quanto segue; scrivere dialoghi per sette personaggi è impresa ardua ma c’è un’altra cosa che ho appreso dal mio cammino nella luce: grandi problemi hanno talvolta delle soluzioni tremendamente semplici!
Le voci vi arriveranno quindi in modo disordinato, così che potrete cogliere il senso dei nostri discorsi senza l’affannoso sforzo di dover capire “chi sta dicendo cosa”. Eccovi un esempio delle nostre chiacchiere, fatte proprio durante il ristoro.

«Mmmm..».
«Ehi..».
«È buonissimo Rosa..».
«Ma..».
«Che ci hai messo dentro?».
«Il sapore, dico..».
«Dolce..».
«Sì, è dolce ma..».
«C’è qualcosa che..».
«Mi ricorda qualcosa..».
«Non saprei neanche definirlo, è..».
«Mi ricorda qualcosa ma non so che cosa!».
«Davvero delizioso..».
«Bravissima!».

Vi chiedo di soffermarvi, a questo punto, sulla mia espressione orgogliosa e compiaciuta, far felici le persone a cui vuoi bene, sorprendendole magari con qualcosa di nuovo, qualcosa che non hanno mai provato in vita loro, mi dà una bellissima sensazione.
Non ho idea di cosa sia quella roba dal sapore così insolito, non in questo momento almeno, so però che alla fine, in un tempo futuro posto al di fuori di questo racconto, mi troverò costretta a verificare cosa diamine abbia somministrato ai miei cari amici, scoprendo cose davvero interessanti.
Le erbe della tisana e le bacche della ciambella sono prodotti naturali, assolutamente innocui, possono dare degli effetti che definirei bizzarri solo se combinate fra loro. Una piccola, minuscola reazione chimica che ne esalta le potenzialità, il cui mix può essere classificato come (riporto testualmente) “allucinogeno di prima classe”. Assurdo vero?
Chi avrebbe mai potuto immaginarlo? Dico, una pianta che cresce in India e un’altra che arriva dalle calde terre del Sudamerica che si incontrano casualmente su un volo di “prima classe”, a chi mai sarebbe venuto in mente che a farle viaggiare insieme sarebbe successo quel che è successo?
Ma queste sono cose di cui – al tempo presente – davvero non mi curo, me ne sto lì, elegantemente adagiata su uno dei miei cuscini a godermi i complimenti di tutti.

Sta di fatto che a un certo punto siamo tutti in silenzio a guardare nel vuoto, in uno stato – se mi è consentito dirlo – di rincoglionimento assoluto.
La testa sembra di colpo leggera, le guance calde, gli occhi umidi, la bocca asciutta che invita a bere ancora; il sapore così dolce della ciambella che in pochi minuti è stata letteralmente spazzata via riecheggia sul palato con insolita commozione.
Sono contenta che tutti abbiano gradito ovviamente ma non solo, improvvisamente sono proprio contenta e basta. Ingenuamente penso sia tutto merito della nostra seduta spirituale, mi sento al centro di me stessa e sono felice. Fisso la grande pergamena appesa dietro alla Maestra e mi viene in mente una domanda che nessuno di noi ha mai fatto:
«Ma che c’è scritto?».

Ecco, il fatto è che mentre mi veniva in mente l’ho anche pronunciata, come se non ci fosse più filtro fra i pensieri e le labbra.
«Ma che c’è scritto?».
«Dove?».
«Lì..»
«Lì dove?».
«Lì!» specifico squittendo appena, provocando risatine sbuffate e lievemente isteriche.
«Ah..».
«Lì».
«Eh..».
«E che c’è scritto?».
«Boh!» che a me è sempre sembrata la risposta più bella del mondo, spesso l’unica davvero sincera, che proprio ti viene dal cuore e ti chiude le labbra, come un bacio spontaneo, di quelli che dai senza sapere perché, forse perché sei semplicemente felice.
Provate, dai, tutti insieme, pronunciate un bel “boh”.

Non è il bacio più divertente che abbiate mai dato?

Ora, facendo leva su un’ultima scia di lucidità devo fare un altro avviso letterario, un ulteriore problema a cui ho dovuto porre rimedio, quello delle risate. Perché da qui in poi la nebbia dell’ilarità diventerà sempre più fitta e per evitare continue e sgradevoli ripetizioni tipo “e giù a ridere” o “e via a sganasciarci” ho trovato una soluzione che a me sembra davvero efficace.
Prestate attenzione ora. Concentratevi. Immaginate una scala di valori che va dall’1, al 10.
Il “livello uno” corrisponde a una condizione in cui qualche sporadica risatina fa da contraltare alle nostre frasi sconclusionate. Riuscite a seguirmi? Al “livello dieci”, invece, ci ritroveremo a sbellicarci senza più riuscire ad articolare frasi di senso compiuto.
È chiaro per tutti?
«Boh!».
Livello 1.

Così funziona, le avete sentite, le risate?
Bravi, anzi bravissimi, sono davvero orgogliosa di avere dei lettori come voi.

Noi sette nel frattempo siamo tutti colti da uno strano tic, ci accarezziamo le labbra con la lingua e abbiamo una gran voglia di parlare. Di cosa? E chi lo sa, sono così tanti gli argomenti per una buona discussione. Non trovate?

«Che caldo che fa!».
«Già..».
«Cosa hai detto che c’era nel tè?».
«Non era tè..».
«Era una roba calda comunque».
«Ma il tè è inglese o indiano?».
«Bollente!».
«Intendi.. l’origine?».
«Credo sia indiano..».
«Booollllente».
«Eppure, se ci pensi.. è una cosa tipicamente inglese!».
«Booo..».
«Ma che c’era dentro?».
«Boh!».
Livello 2 (le risate!)

«Le stelle..».
«Quali?».
«Le stelle nel tè?».
«Che?».
«Quali stelle?».
«Che c’entrano le stelle adesso?».
«No, niente.. per un attimo ho immaginato che il soffitto fosse di vetro..».
«E hai visto le stelle?».
«Le stelle le stelle le stelle le stelle..».
«Ma che dici?».
«Sono tante, no?».
«Le stelle le stelle le stelle..».
Livello 3

Ecco qui è successo il fatto.
Livello 4

No no, non c’è da ridere, non intendevo “il Fatto” nel senso del drogato, volevo solo dire che qui, la serata, ha preso una piega inaspettata.
Nel momento esatto in cui la bella Celeste si è alzata in piedi, per fare non so che cosa, e il caro Bianco guardandole il fondoschiena ha esclamato:
«Ommmmaronn’ ro carmine!».
Livello 5

No, so che ve lo state chiedendo ma Bianco non è affatto napoletano. Non ho idea di come gli sia venuta fuori quella esclamazione, magari uno sbuffo d’India ha fatto il giro del Vesuvio prima di arrivare quassù.
Nel frattempo si ride – tanto per cambiare – Celeste ha fatto un’espressione scandalizzata che è durata qualche decimo di secondo, giusto il tempo di realizzare che quello era pur sempre un complimento e, alla bella biondina, piacciono da-mo-ri-re, i complimenti!

«No, dai..».
«Cioè, non ditemi che voi non avete mai..».
«Che?».
«No, dico..».
«Che cosa?».
«Che caldo che fa..».
«Ma smettila..».
«Mi state dicendo che..».
«Non stiamo dicendo niente».
«Tu hai detto qualcosa?».
«Boh».
«Nessuno di voi si è mai messo a guardare il culo degli altri?».

In effetti! Chissà perché poi queste attività si fanno con quei leggings così aderenti, così (posso dirlo?) arrapanti, no, dico, non sarebbero più comodi dei bei pantaloni larghi, che non stringono affatto?
Ci guardiamo fra di noi con gli occhi zuccherini, abbiamo tutti una risposta a questa domanda ma nessuno riesce a farsela uscire dalla bocca.

«Avanti.. alzi la mano chi di voi si è mai perso a guardare un bel paio di chiappe durante la lezione!».

Silenzio.
Nessuno di noi usa di solito questo linguaggio quando facciamo i nostri incontri, non che il nostro sia un Club dei santi eh, probabilmente lo abbiamo sempre ritenuto poco opportuno.
Comunque, subito dopo, coordinate da chissà quale istinto, le mani si alzano, una alla volta, prima Rosso, poi Nero, un lungo attimo d’attesa prima che anche Rosa la alzi, dando un’occhiata fugace al suo vicino di posto in formazione; Giada e Celeste, da brave amiche, la alzano insieme, a dimostrare che il fondoschiena – forse dovrei dire il sedere ma ho sempre pensato fosse il modo più brutto possibile per riferirsi al culo – è davvero l’unica cosa in grado di mettere d’accordo tutti.
Solo la Maestra resta ferma, in realtà sembra persa, ha preso un pezzo così grosso di ciambella che secondo me non è riuscita neanche a capire la domanda, deve avere un gran casino di tamburi brasiliani nelle orecchie.

«In realtà io guardo molto di più i piedi..».
Cinque facce si voltano all’unisono.
Tutti tranne la Maestra ovviamente.

«Che ci posso fare? Li trovo irresistibili..».
Rosso, lo sapevo, non avevo alcun dubbio, me ne ero accorta già qualche lezione fa, io me ne intendo di queste cose, ecco perché si mette sempre in ultima fila, il furbo!

«Beh, io..».
«Ma ti pare che questo ci guarda i piedi?».
«Non li guarderai anche a noi per caso?».
Livello 6

«Se devo essere sincera io..».
«Mi piacciono i piedi, che ci posso fare?».
«Io preferisco il culo!».
«Sì, questo ce lo hai detto!».
«Il culo il culo il culo..».
Livello 7

«Volevo dire che.. io..».
«Quindi sei un esperto di.. “piedi”?».
«Mi piacciono..».
«E allora sai dirci chi di noi ha i piedi più belli?».
«Beh..».
«..volevo dirvi che io vi guardo sempre il pacco!».

Silenzio.
I capelli di Giada sembrano una fiamma, ma sono i suoi occhi verdi, ora, a bruciare, perché diavolo non mi ero mai accorta di quanto fosse bella e sensuale?
Nessuno osa chiederle se è esperta, nessuno ha il coraggio di domandarle quale fra i tre sia il più bello.

«Io.. ho caldo..» ripete Nero sbuffando, poi si afferra la maglietta e la sfila via con un certo sollievo, non solo da parte sua. Sono costretta ad ammettere – ma non ditelo a nessuno – che per un istante, uno solo, ho pensato che avrei tanto voluto leccargli i capezzoli. Non lo so da dove mi è venuto questo pensiero, non me lo chiedete, non mi guardate neanche, io non esisto.
So solo che, cavalcando una certa euforia, afferro la mia canottiera e faccio la stessa identica cosa. Fa caldo, tutto qua.
Ho il reggiseno, certo, ma la scena ha l’effetto di sbalordire Bianco, chissà se vuole leccarmi anche lui, so solo che mi guarda e dice: «Le stelle!».
Livello 8.

E io gongolo, compiaciuta, quando fai felici i tuoi amici come fai a non essere contenta?
Viola si ridesta di colpo, quasi spaventandoci, inizia a parlare incastrandosi in un monologo particolarmente astruso, che anche a riportarlo si fa una certa fatica: parte dai social network, fa tutto un giro sulla filosofia della comunicazione, sul corpo inteso come tempio, sull’armonia dell’universo e finisce col parlare del “Naked Yoga”, un modo elegante e sensuale di eseguire i propri esercizi in perfetta armonia con la natura.
Poi si toglie anche lei la maglia.
E non lo ha il reggiseno, lei.
Sale di livello da sola, iniziando a ridere più del dovuto mentre noi, con facce che sembrano cotte al sole, le guardiamo due piccole tette davvero ben fatte, con certi capezzoli scuri che sembrano poterti graffiare.
Rosso si è steso a terra, proprio accanto ai piedi di Giada, lei sorride e inizia a dargli dei piccoli calcetti sul naso, no, no no, assolutamente no, non gli sta facendo del male, credetemi.

«C’è un po’ di vino?» chiede qualcuno e non ho alcuna idea di chi sia, so solo che mi alzo in piedi e torno in cucina, rischiando di inciampare almeno tre volte, passando accanto a Rosso sollevo un piede e glielo metto in faccia, ma sì, tanto per scherzare un po’, fe-ti-ci-sto-ne della zia!
Prendo dal frigo una bottiglia di bianco (il vino!) di quelli del super mercato, poi afferro un sacchetto di patatine e torno di là, anzi di qua, proprio sotto al tetto di vetro.
In quei pochi minuti deve aver fatto molto caldo perché Nero e Bianco sono in mutande, Celeste e Giada sono in reggiseno e Viola, da brava guida, è completamente nuda, in piedi al centro della stanza, sembra sgranchirsi le gambe e non fa altro che ripetere «Il corpo è un tempio, il corpo è un tempio!».
L’unico ad essere ancora completamente vestito è Rosso, che ha ormai tirato fuori la lingua, la tiene ferma mentre Giada ci passa il piede sopra, pare si siano proprio trovati, quei due.

Sarà che io sono la padrona di casa, ma dopo essermi liberata di vino e patatine mi unisco alla strana danza di Viola e mi libero anche del reggiseno, il corpo è un tempio!
La Maestra sembra avere un mancamento, mi infila la faccia fra le tette e non dice più niente, potrebbe essere anche svenuta, se non morta. Mi sento braccata, c’è qualcuno dietro di me, è Bianco, che fa la sagoma adesiva col mio culo e non capisco perché mi spinge la bottiglia fra le natiche.
Ah, no.

Nero si scola un po’ di vino, poi si ritrova la lingua di Celeste in bocca (sta grandissima puttana! (pardon)).
Inizia una giostra insensata, le idee evaporano come piccole bollicine dorate, libere di lasciarsi esplodere, le mani si muovono come fossero appese al filo di un burattinaio (siete voi lassù per caso?).
La penultima cosa che ricordo è una lingua che entra nella mia bocca, è quella di Viola, mentre qualcuno mi abbassa i pantaloni e gli slip.
L’ultima cosa che ricordo invece è una lingua che mi scivola sulla schiena e va intrufolarsi fra le mie natiche, è quella di Bianco.
L’aveva detto di essere fissato col culo.

Non è che non ricordi altro, intendiamoci, è che le immagini sono confuse, sovrapposte fra loro in un caleidoscopio di sensazioni, i gesti si susseguono l’un l’altro come tessere di un grande domino; con buona grazia dei concetti di libero arbitrio e autodeterminazione.
Ogni evento ne causa semplicemente un altro, il flusso che ne segue è quindi assolutamente privo di inizio e di fine, è solo pura vita, colta in un’infinita serie di “adesso”.
Adesso, ad esempio, chi diavolo è che ha preso lo stereo della Maestra per zittire la nenia new age e sostituirla con il Sitar psichedelico di Within you without you?
Quando è successo? E, soprattutto, è successo davvero? Io la sento, forte nelle mie orecchie, la percepisco così vivida quindi, che differenza fa?
Così come continuo a sentire la lingua di Bianco che mi accarezza da dietro, andando a solleticare l’impossibile, si infila in ogni buco, sbava di assoluto desiderio, così forte che mi ritrovo di colpo a terra, ritta sulle quattro zampe a dimenarmi come un’anguilla.
Attorno a me è un’estasi di corpi che si denudano, c’è chi beve vino, chi mangia patatine e chi le lecca, davanti ai miei occhi si spalancano le cosce affusolate di Viola, non so quando ho deciso di farlo, non so se davvero ho deciso di farlo, ma mi ritrovo ad assaggiarle le labbra con la lingua, che buon sapore! Così dolce, ma cos’è?
Adesso che anche Giada si alza in piedi, coi suoi capelli di fuoco, va ad accomodarsi sulla faccia della Maestra, dandosi in pasto alla sua bocca famelica, adesso che Rosso, l’abbraccia da dietro, mordendole il collo, stringendole i seni candidi con mani grosse, mani da maschio.
Nero pare immerso nei profondi abissi del godimento, mentre Celeste – prima della classe – gli disegna la sagoma del cazzo sui pantaloni aderenti, poi lo scopre, lo afferra con una mano che pare improvvisamente troppo piccola e troppo bianca mentre inizia ad accarezzarlo.
Io la guardo e le mie emozioni si sdoppiano, la invidio, eppure fremo di gioia per lei, adesso che si abbassa e inizia a stampare baci deliziosi, lasciando poi schiudere le labbra, che si riempiono di carne lucida e scura, adesso sì, è davvero bellissima.
Adesso che anche Bianco, sazio dei miei sapori, mi afferra i fianchi e mi penetra, lentamente, esce fuori e poi rientra, più a fondo, poi ancora in dietro e infine mi mozza il fiato con un colpo deciso, una scarica elettrica che mi percorre e si schianta sulla mia lingua, che accelera, aumentando il piacere di Viola, arrivando dritto fra le cosce di Giada, esplodendo nella sua bocca in un urlo che viene immediatamente soffocato dalla carne dura di Rosso che si è alzato in piedi.
È un domino, ogni tessera si lascia cadere nel vuoto dei sensi e, la sua eco, scompone l’ordine delle cose. Perdo dei pezzi, perdo me stessa, finalmente, senza più chiedermi “chi fa cosa”.
Le immagini sfumano, si sciolgono davanti ai miei occhi, così che è impossibile cogliere il momento esatto in cui strisciando andiamo a raggiungere nuove isole del piacere.
Adesso che Celeste sale a cavallo del suo uomo scuro, ci si impala sopra in un lungo sospiro, prima che la sua bocca venga chiusa dal sesso turgido di Rosso, ancora impregnato dalla saliva di Giada. È un po’ come pensare che le due su siamo mandate un bacio! Adesso che Bianco mi sbatte più forte, stringendomi i fianchi, adesso che la Maestra mi sbatte la fica in faccia, sembra stiano in realtà scopando fra di loro, il mio corpo ne diviene un semplice strumento, la mia carne è la loro carne, ogni cosa si fonde, smarrendo qualsiasi concetto di identità.

Adesso che la stanza di vetro diventa una sfera, biglia di cristallo a far da pupilla in ogni occhio che legge, che spia, questi pesci iridati che nuotano e cambiano di posto, scoprendo nuove impensabili sfumature, adesso che mi ritrovo schiena a terra e qualcuno, sì, qualcuno mi sta leccando le orecchie, mentre un altro mi morde i piedi, mentre non so chi mi sta penetrando, respirandomi sul collo, baciando di tanto l’altra bocca che mi lecca, mentre le mani come tentacoli si prendono tutto ciò che trovano, che sia un’altra mano da stringere o un grosso paio di testicoli, il cui cazzo qualcuno sta succhiando. Fotogrammi in carta velina di un sogno al giroscopio o giroscopo, perdonate, ma la mia testa è una mongolfiera, la voce di Celeste che urla, il ringhio di Bianco che ansima, mandano in orbita la mia eccitazione, ne voglio ancora, mi muovo, mordo la mano che mi ritrovo in bocca e mi lascio cadere in un nuovo incendio.

Adesso che la Maestra appare di colpo come un’amazzone selvaggia, adesso che è il suo esile tempio a essere invaso dai tre uomini del gruppo, contemporaneamente, in ognuno dei modi possibili, Bianco nella bocca, Rosso fra le cosce e Nero – proprio lui – ad aprirle il culo con veemenza, no, davvero no, non le sta facendo male. Come gode Viola, ora che non ha più le sue verità da declamare, fa più luce adesso di quanta ne abbia mai immaginata in vita sua.
Adesso che, intrecciando i nostri corpi come rami in un canestro, noi tre ninfe ci accarezziamo a vicenda, spargendo saliva su pelle che non ha più proprietaria.
A vederci da lassù, oltre la volta di vetro, sembriamo un’unica bellissima mitologica creatura, donna a tre teste, tre lingue e tre fiche che colano umori e non riescono più a smettere, che buon sapore, che dolce, ma cos’è?

Smarrire la propria identità, svestire l’illusione di poter essere una roccia, salda nelle proprie convinzioni, piuttosto divenire essere fluido, sempre curioso, abbracciare nuove prospettive, dimenticare ciò che eri fino a ieri, sorprenderti della luce tremolante e inafferrabile dell’Adesso.
Adesso che le quattro donne, sedute una di fianco all’altra, allungano le gambe, posano i piedi sul corpo steso di Rosso, accarezzandolo, stimolandolo, infilandogli le dita in bocca, accogliendo la sua erezione fra le piante, sembra buffo, sembra insolito, sembra qualcosa che mai avrei fatto eppure, io non credo di aver mai visto un uomo più felice di lui, in questo momento.
Cosa eri prima di questo istante? Dove ti aveva portato il tuo percorso? Ti sentivi al sicuro? Bene, ora dimenticalo, alza lo sguardo verso gli altri due uomini lì di fronte, statue di carne nuda che mettono fame solo a guardarli, godi l’assoluta meraviglia di vederli allungare mani curiose, l’uno fra le gambe dell’altro, toccandosi il cazzo, Bianco e Nero che di colpo sembrano un Tao, con un’espressione sul viso che è quella che tutti dovrebbero avere, ogni giorno nella vita: spaventati, emozionati, alla continua e infinita ricerca di sé stessi, senza mai pensarsi arrivati, perché anche il bianco e il nero sono concetti astratti, così come il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, la vita è una meravigliosa scala di grigi.

Sono così belli che Giada non resiste, gattona sul pavimento fino a raggiungerli, per guardarli da vicino mentre si masturbano a vicenda, sembra ipnotizzata, ogni tanto apre la bocca e ne succhia uno, poi torna all’altro e poi ancora li lascia continuare.
Se prima erano in due ora sono in tre a godere del piacere della scoperta e – di nuovo – sono così belli che anche noi altri li raggiungiamo, meravigliosamente affamati di novità!

Sette toni diversi di pelle a sudarsi addosso, sette note musicali ad ansimare, appannando quasi la stanza di vetro, sette cuori a battere come tamburi sudamericani, inspiegabilmente distesi su un ritmo orientale. Come Sufi che danzando simulando il moto dei pianeti fluttuiamo gli uni attorno agli altri, ogni tanto ci fermiamo e improvvisiamo nuovi passi. In formazione due per tre, scoprendo nuove combinazioni di colore: Celeste e Rosso, a leccarsi fra le gambe, ingoiando cazzo e bevendo umori; Giada e Bianco, l’uomo del culo, che pompa dietro di lei, tirandole i capelli di fuoco; Rosa e Nero, finalmente, i primi della fila, lasciandomi scopare le tette, stringendole sulla sua carne scura mentre la Maestra ci guarda, con gli occhi pieni di orgoglio e le mani a schiaffeggiarsi fra le cosce; un gruppo di amici che superano i propri limiti, scoprendo quanto sia infinitamente bello sporcarsi, in culo a qualsiasi concetto di “purificazione”.
Che il club dei Santi non è di certo questo, che qui ci sono uomini e donne splendidi e imperfetti, animali senzienti ma pur sempre animali, che non sanno che farsene della retta via.
Meglio cacciare, in lungo e in largo, cambiare strada e cambiare percorso, in continua infinita evoluzione in cui siamo solo come tessere in un domino, tra i primati della preistoria e quelli che arriveranno, un giorno, e sorrideranno delle nostre solide convinzioni. Tu ne sei un frammento, lo sei adesso, questo solo conta, cambiare percorso, perdersi, sbagliare ancora e ancora, strisciare sul tappeto della stanza col tetto di vetro, fino a trovare un altro corpo, dare e prendere il più possibile, prendere e dare che quasi diventano la stessa cosa, aprire la bocca e lasciarsela riempire, allungare le mani a cercare altra carne, altri glutei, altri seni, lasciarsi toccare, accarezzare, lasciarsi infilare le dita ovunque, lasciarsi fottere, lasciarsi scopare, godere di tutto e non voler più finire.

Perdo dei pezzi, perdo me stessa, finalmente, non so più chi fa cosa, forse anche voi avete deciso di abbandonare il tetto per scendere qui con noi, prego, accomodatevi, c’è posto per tutti, spogliatevi ma guai a perdere il vostro colore la vostra identità, qui non badiamo a formalismi, quando incontriamo un nuovo corpo gli mettiamo le mani fra le cosce per accoglierlo.
Se davvero lo avete fatto, se non avete resistito alla tentazione allora chissà, magari è vostra la bocca che sto baciando in questo momento.

Adesso che siamo tutti uniti, primitivi del futuro, in un unico grande groviglio umano, un mare mosso dal piacere in cui i corpi danzano come onde, adesso che siamo un’unica grande creatura, con una smisurata voglia di godere, goderci addosso, goderci dentro e goderci in bocca, sporcarci, in culo a qualsiasi concetto di purificazione, una scala di orgasmi che sbocciano in successione, gioire per ognuno di loro e volerlo subito dentro di sé, sperma, umori, poi ancora sperma e altri umori, chi lo avrebbe mai detto che a mescolarli fra di loro sarebbero diventati così buoni?







Esausti, coi corpi velati di sudore, macchiati da tracce ambosessi di un piacere che non ha più proprietà. Ci ritroviamo distesi, l’uno sull’altro, a contemplare il soffitto in silenzio; è stato come un parto, siamo nati oggi e il mondo, filtrato attraverso i nostri occhi arrossati, ci appare di colpo come un luogo sconosciuto, ricolmo di incredibili misteri. Ci sentiamo così in pace che abbiamo fatto tornare anche la cara Fucsia, tutti insieme fumiamo, in un’ultima danza rilassata e immobile, che dilata i pensieri all’infinito.

«Le stelle..».
«Le vedi ancora?».
«Già..».
«Bellissime..».
«Sembrano..».
«Sembrano dei diamanti..».
«Mi sa che le vedo anch’io..».
«Vi chiedete mai se.. se c’è qualcuno, lassù?».
«Parli di dio?».
«Un dio.. un’entità..».
«Qualcuno che ci guarda..».
«Qualcuno che giudica le nostre azioni..».
«Esiste davvero?».
«Esiste.. dio?».

La Maestra sbuffa nuvole, forse ricorda di essere soprattutto la nostra guida, la sua voce vellutata sembra di colpo roca mentre risuona per la stanza:
«Questo universo non può esistere fuori di Dio ma Dio è più della totalità delle esistenze individuali Dio è qui tanto quanto là Dio non è solo questo ma anche quello per quanto si manifesta nella natura e nella mente esse lo glorificano e possiamo....» qualcuno, però, la interrompe:

E dai Viola, non ricominciare.. magari la verità è che ci sono domande che, molto semplicemente, non hanno risposta. Che il tuo modo di intendere il mondo vale esattamente come quello di tutti gli altri e quindi, fondamentalmente, nessuno di loro ha davvero valore.
Magari, chissà, c’è solo da stare qui, guardare le stelle provando a stare in silenzio, almeno una volta, lasciando che ognuno ci veda quello che vuole.
È tutto qui? Boh! Davvero non lo so.. tu, però, passa ’sta canna per favore!
Livello 10_








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