Prede

Scritto da , il 2021-01-19, genere etero

30 marzo 2019

Il calice sporco di rosso dimenticato sul ripiano della cucina è l’ultima immagine nitida che i miei occhi hanno rubato quella sera, prima di sparire nell’ombra di un ricordo che mi avrebbe dato il tormento, per sempre.
Prima di rifugiarmi qui, come una bestia che non aspetta altro che esser avvicinata.
Mi compri con poco, ho un’anima calda e cinica.
Egoista e insensibile.
Non bado alle morali, se ti punto, ti avrò.
Temimi.
La musica, quella sera, saturava l’aria mischiandosi all’aroma di succulente pietanze.
Era bella, mentre scalza pareva danzare, zompettando tra il fornello e il forno.
A celare il suo corpo un ammasso informe di tessuto bianco candido.
Pensai a quanto mi disturbasse quel colore, bianco: simbolo di purezza per antonomasia. In netto contrasto con il mio essere, nero, come gli abiti che indosso. Nero come la mia anima, la mia vita, la sua mancanza.
Lei, una donna a tratti complicata, fatta di fragilità e fortezze, innamorata della Luna piena e ancor più, di lui...
L’essere più spregevole e affascinante che potesse incontrare.
Lo so, gliel’ho letto negli occhi prima di sprofondare in lei, con cieca gelosia.
Silente e immobile il mio sguardo le accarezzava la pelle.
La prospettiva di possederla al centro di quella stanza invasa dal nero più assoluto mi scivoló come un brivido lungo la schiena.
Con il corpo abbandonato contro lo stipite della porta mi persi a contemplarla.
Finché destó i miei turpi pensieri la sua voce, “Si, sono qui” le risposi senza emettere suono.
M’avvicinai trattenendo l’animale che stava prendendo forma dentro di me.
Non credo di aver mai meritato così tante attenzioni, eppure, lei pareva una dama d’altri tempi.
Servizievole e amorevole.
Si è sempre presa cura di me, dedicandomi a volte pochi minuti fugaci a volte ritagliandosi lunghi momenti. Mi ha sempre preso in considerazione, donandomi il meglio e il peggio di sé stessa.
Dio, se era bella, il suo corpo lo era, i suoi occhi sfumati di ghiaccio, lucidi di desiderio per me.
Il sorriso malizioso che mi donò un istante prima di darmi le spalle, lo era.
Tutto era incantevole di lei.
Irresistibile e ammaliante.
Un istante più tardi le strisciai accanto, con affamata ingordigia, fino a sfiorarle la schiena.
La bloccai contro il ripiano della cucina aspettando che fosse il suo corpo a cercare il mio. Adoravo il suo desiderio. E di più la sua spregiudicatezza.
Sapeva essere dolce e seduttiva, ma anche una puttana pronta a immolarsi da quando era comparso lui nella sua vita.
La strinsi, con tutta la passione che il solo averla addosso sapeva sprigionarmi. Il profumo del suo sesso
umido mi fece vibrare come un fruscello sospinto dal vento. La veneravo ancora, tanto quanto lei aveva venerato me.
Le accarezzai i seni, il ventre e tra le cosce saziandomi del suo caldo respiro.
Misi a tacere quel “Ti voglio” sussurrato come una nenia obbligandola a baciarmi le dita. Lei non si oppose, a occhi chiusi mi compiaque.
Arresa e sedotta dal mio potere, dall’intercalare della mia voce, se posso azzardarmi a dire che io una voce l’abbia davvero.
La indussi a toccarsi, per me, lì in piedi, rapita dal mio odore.
La sostenni tra le mie braccia, invitandola a continuare, incitandola a non fermarsi.
Morii e ripresi vita sulle sue dita, che ora frenetiche, ora leggere bruciavano di passione.
La invasi, la toccai, la morsi, la graffiai con immutata devozione.
Finché non sussurró il nome di quel Bastardo.
Inorridii. Non avrebbe dovuto farlo, non avrebbe dovuto permettersi di nominarlo. Mi ingelosii, una gelosia folle, cieca.
Lei era, e doveva essere, solo mia, come era stato, da sempre, prima di allora.
Le feci male, con rabbia, forse più di quanto avrei voluto. Più di quanto meritasse.
Senza pentimento, sorde le sue grida alle mie orecchie, mentre la stupravo.
Mentre abusavo del suo corpo, della sua mente. La sua voce ancora, nonostante tutto, sussurrava spezzata dagli ansimi tutta la sua adorazione.
Parole di appartenenza rivolte a quell’altro, una tortura non sapere che quella mente, una volta solo mia, ora batteva per quell’infido uomo.
Mi sentii mancare, con violenza presi il calice e lo lanciai contro il muro.
Ferii la sua pelle madida e arrossata, la carne liquida e segnata dalla fedeltà per quel figlio di puttana.
Il suo respiro ansante picchiava imperterrito nella testa. Non taceva.
Il suo corpo inerme, sporco di rosso, sporco di passione, sporco di devoto amore.
Sporco di lui... come i frammenti di quel calice lasciati sul pavimento della cucina a testimonianza della mia morte apparente.
Ma.
Io non muoio.
Non le darò pace, sarò qui per lei.
L’unico rimpianto che ho è quello di essermi fatta comprare da lui, da
quel Bastardo.
L’ho detto, mi compri con poco, ti tradisco, quando meno te lo aspetti ti salto alla gola, senza darti scampo.
Sono subdola e egoista.
Mi userà contro di te.
E tu, soccomberai, lo farai davanti ai suoi occhi.
Ora siamo sue, entrambe.
Userà me per corrodere la tua mente. Per legarti al suo potere.
Me, la tua stessa voglia.
E ora, dimmi.
Ti sei mai sentita più troia di così?

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