Laura o Maura

Scritto da , il 2021-01-02, genere etero

Ripubblico questo racconto, già postato il 30 dicembre con un altro titolo e che la redazione di ER ha pubblicato solo il giorno di Capodanno, seppellendolo sotto una valanga di nuovi racconti.
Per me non conta nulla avere mille lettori invece dei soliti ottocento ma vorrei almeno evitare le partenze a handicap.

Che ci facevo lì?
Ero un animale di città, abituato ai clacson, alla confusione, al chiasso e invece mi ritrovavo a girovagare per viottoli e sentieri, in posti solitari di cui forse nemmeno avevo immaginato l'esistenza fino a pochi giorni prima, anche se avevo il vago ricordo di libri o di opuscoli che avevo sfogliato da bambino, pieni di foto o di disegni con immagini bucoliche di distese di terra dove il giallo del grano si alternava al rosso dei papaveri e in cui un raggio di sole si faceva strada tra foreste di rami e di foglie. In realtà sapevo bene perché ero lì: mi ero messo nei guai e avevo seguito il consiglio di chi mi aveva suggerito di cambiare aria per un periodo imprecisato di tempo.
E quel giorno mi ritrovai all'improvviso davanti a quella isolata cappella di campagna, con la porta spalancata e dentro una panca solitaria colpita da una luce che filtrava da chissà quale parte e creava un curioso effetto iridato.
Seduta sulla panca vi era una ragazza dai lunghi capelli rossi. Mi poggiai su un muretto da cui tenevo d'occhio l'ingresso della cappella, accendendomi una sigaretta. Forse fu il colore dei capelli della ragazza a trattenermi, ho sempre avuto un debole per le rosse, ma restai ad aspettare che finisse le sue devozioni per poterla vedere in viso. Non attesi a lungo.

Ora vi aspetterete che me ne esca con una frase tipo: era la più bella ragazza che avessi mai visto, ma, se davvero ve lo aspettate, mi dispiace deludervi. Al massimo posso dire che era bellina, di una bellezza semplice e comune, non una di quelle per cui perdi la testa e diventi matto o su cui ti butti a pesce se sei in perenne ricerca di avventure erotiche.
Di erotico la ragazza aveva i capelli: rossi, fiammanti sì, ma avvolgenti un viso carino e nulla più, come carino era il corpo magro, fasciato da una maglia leggera e da una gonna di jeans. Non il tipo che ti arrapa subito, per capirci, ma che, al massimo, guardi con piacere.
Uscita dalla cappella mi vide e dopo avermi guardato a lungo, come per mettermi a fuoco, mi sorrise. Non era un sorriso di quelli che ti bruciano dentro e ti infiammano l'anima, non colsi un invito o altro, solo un gesto di neutra cordialità verso uno sconosciuto.
Le dissi ciao e le chiesi come si chiamasse. Poteva tranquillamente rispondermi che non erano affari miei ma, dopo averci riflettuto, rispose :"Laura ... Maura..."
"Laura o Maura?"
"Così."
"Così come?"
Sembrò non capire. Mi chiesi se avesse problemi di sordità e dato che non disse più nulla e non mi chiese nemmeno il mio nome, glielo dissi di mia iniziativa.
"Sei di qui ?" le domandai.
Non rispondeva mai subito alle domande, come se dovesse fare uno sforzo per trovare le parole giuste o come se dovesse tradurre le risposte da una lingua straniera.
"Sì" rispose infine. "Con mia mamma e mia sorella."
"Io sono nuovo, non conosco nessuno. Mi hanno mandato da alcuni parenti ..."
Non intendevo certo entrare nei particolari ma, a quanto pareva, la ragazza non aveva molta curiosità di sapere altro.
"Hai dei bellissimi capelli" dissi allora, non trovando altri argomenti di conversazione. Stavolta non rispose, come se non avesse capito o come se desse il complimento per scontato.
"Posso accompagnarti?" chiesi.
Dopo la solita pausa fece segno di sì con la testa e si incamminò. Cominciai a pensare che Laura o Maura dovesse avere qualche problema e se la seguii, a quel punto, fu soprattutto per curiosità. D'accordo, ero in quel buco da quasi una settimana e la cosa più femminile che avessi visto era stata una vacca che aveva partorito un vitello. In una grande città come quella da cui venivo la ragazza sarebbe passata inosservata, nonostante il colore dei capelli, ma in quella specie di deserto dove potevi camminare per mezz'ora e incrociare forse due o tre persone, era impossibile non notarla. Non so bene che intenzioni avessi, cosa sperassi o pensassi, so solo che la seguii, mentre lei, di tanto in tanto, mi indirizzava il suo sorriso meccanico, che forse rivolgeva sempre, a tutti.
"Qui, la sera, i ragazzi hanno un posto in cui andare a divertirsi ?"
La domanda era forse troppo difficile per lei, perchè non solo non rispose ma continuò inutilmente a sorridere. Era evidente che avevo a che fare con una ritardata e mi fermai, con l'intenzione di sfilarmi da una compagnia che non avevo sperato brillante ma nemmeno così deprimente. Si fermò anche lei, quasi si aspettasse che ormai la seguissi ovunque. Bè, continuai ad accompagnarla perché mi faceva quasi pena e mi sentivo in colpa per avere anche solo sfiorato l'idea di divertirmi con lei. Camminammo per una decina di minuti finchè giungemmo a una specie di spiazzo, circondato da sei o sette case.
La sua era graziosa, dipinta di rosa con le persiani verdi, una casetta a due piani, con un giardino davanti e forse un altro dietro, e quello davanti era pieno di bellissimi fiori.
Si era fermata davanti al cancelletto e le domandai, in modo ozioso, se abitasse lì. Annuì e sembrava aspettare qualcosa, che la salutassi o le chiedessi di entrare un attimo, cosa questa che non mi passava nemmeno per la testa.
A levarci da una situazione che stava per diventare paradossale fu una signora di mezza età che uscì dalla casa e venne incontro alla ragazza. La madre, immaginai, anche se tra quella donna un po' pesante, ossigenata, e la magra creatura dalla testa rossa non vi era somiglianza di sorta. La donna mi piantò addosso due occhi scrutatori e diffidenti, per cui mi sentii in dovere di augurarle il buongiorno e di spiegarle che avevo incontrato sua figlia in chiesa (poteva farle una buona impressione saperlo) e che poi l'avevo riaccompagnata a casa.
Mi ringraziò con un tono secco e mi chiese come mai mi trovassi lì, di chi fossi parente. Quando glielo dissi, la sua considerazione nei miei confronti scemò fortemente (ammesso che fosse stata più alta all'inizio), segno evidente della scarsa stima di cui godevano i miei familiari da quelle parti, fatto di cui mi ero già reso conto.
Mi salutò con un secco arrivederci e presa per mano la figlia, se la portò dentro.
Di umiliazioni ne avevo subite tante ma ciò nonostante l'atteggiamento della donna fu una piccola frustata del tutto ingiustificata: mi ero preoccupato che la sua ragazza, evidentemente un essere con molti problemi, arrivasse sana e salva a casa, non un'impresa da farmi meritare elogi o medaglie ma nemmeno una fredda accoglienza e questo solo perché non le era simpatico il mio clan.

Qualche giorno dopo percorrevo le stesse strade ma stavolta mi ero ben guardato dall'avvicinarmi alla cappella. Girovagare era l'unica distrazione che mi potessi concedere e non me la negavo ma camminare per ore significa che a un certo punto devi scaricare la vescica e allora mi appartai dietro un capanno isolato, abbastanza distante da una fattoria di cui pure doveva essere una pertinenza. Sfogato il bisogno sentii distintamente mugugni e sospiri provenienti dall'interno del capanno. Incuriosito diedi un'occhiata da una finestrella che costituiva l'unica apertura verso l'esterno in quel lato del piccolo edificio e quello che vidi mi lasciò esterrefatto.
Un contadino piuttosto anziano si stava sbattendo la ragazza dai capelli rossi che era in piedi, le mani appoggiate alla parete, le mutandine abbassate e subiva i colpi dell'uomo che se la lavorava da dietro, accompagnando ogni affondo con un ruggito mentre la ragazza, da parte sua, non reagiva neanche con un sospiro. Non ebbi dubbi: stavo assistendo a uno stupro e così battei le nocche sulla finestrella e urlai all'uomo di smetterla subito. Sorpreso ma anche spaventato, l'uomo andò alla porta del capanno che dava sull'altro lato e io allora feci il giro per trovarmelo di fronte anche se mi bloccai perchè lui aveva afferrato un randello per affrontarmi.
"Chi cazzo sei e che vuoi ?" mi urlò.
"Stavi violentando la ragazza, la conosco," risposi, urlando a mia volta.
"Ma che cazzo dici ?" rispose quello, ancora con l'arnese, quello che citava di continuo, di fuori. "E' un anno che me la dà e quello se ne viene che la violento !"
"E' una ragazza che non ci sta con la testa e tu ne approfitti, se non è violenza questa ..."
Il contadino era fuori di sè dalla rabbia.
"Ma si può sapere chi ti ha mandato a dire cazzate ? Se la sono fatta tutti qui intorno e adesso io la violento ... ma chi sei, un parente, il fidanzato ? Allora riprenditela, tanto scopare lei è come scopare una statua ..."
La ragazza, sempre con le mutandine abbassate, era venuta sulla soglia e assisteva al nostro alterco come se la questione non la riguardasse. L'uomo la prese per mano e la spinse verso di me e ci intimò di andarcene, minacciandoci con il randello. Io la presi per mano e la portai via di corsa, cosa difficile visto che inciampava nelle sue mutandine. Le dissi di rimettersele ma lei capì male perchè se le tolse addirittura. Quando fummo abbastanza lontani dallo zotico di cui sentivamo ancora i latrati, le chiesi se era vero che l'aveva costretta con la forza ma lei non sembrava capire, al punto che dovetti ripeterle la domanda.
"No, lui buono con me."
"Ma ti rendi conto di quello che stava facendo ?"
"A loro piace così. A te no ?"
Se mi si stava offrendo era talmente priva di malizia da risultare disarmante. Non era Venere ma pur sempre una ragazza di vent'anni, senza slip e con addosso l'odore di sesso che si portava dietro dopo il rapporto che avevo interrotto. Avvicinai d'istinto le mie labbra alle sue e la baciai a lungo. Immagino che baciare un manichino o una di quelle bambole gonfiabili dia la stessa sensazione: non aveva opposto nessuna resistenza ma non c'era nemmeno alcun abbandono da parte sua. Mi resi conto che si poteva farle quel che si voleva ma senza suscitarle alcuna reazione: non avevo mai sentito parlare di ninfomani frigide ?
Non mi spinsi oltre, sia perché mi sarebbe sembrato di fare l'amore da solo, sia perché, qualunque cosa dicesse lo zotico, era evidente che la psiche di Laura o Maura o come diavolo si chiamasse era sconvolta e farsela significava abusare di lei. Possibile che nessuno avesse segnalato il caso alle autorità? E la madre? Non poteva non sapere e allora perché non interveniva?
La riaccompagnai un'altra volta a casa. Stavolta la madre uscì con una bambina di tre o quattro anni in braccio che pensai fosse l'altra figlia e prima che potesse rimproverarmi di qualcosa le raccontai tutto. Disse alla figlia di rientrare in casa, poi, con le lacrime agli occhi, mi disse di andare via. Il tono con cui pronunciò parole così ostili era tuttavia dolce e per le lacrime e per un senso di profonda tristezza che la donna stava provando.
Mi allontanai.

Non raccontai a nessuno della strana avventura che stavo vivendo. Una sorta di pudore mi spingeva a tacere, pur sapendo che sarebbe bastato poco per sapere la verità sulla rossa, sulla madre e sulla sorellina. Pensavo che in fondo la verità l'avrei saputa in qualche modo e bastava pazientare.
Inutile dire che nei giorni successivi i miei vagabondaggi mi portavano sempre da quelle parti, non lontano dalla casetta rosa, custode di segreti che ancora ignoravo e che forse non esistevano. Ma un giorno ecco che vidi la signora uscire dalla casa, tenendo per mano la bambina, un'apparizione così inaspettata che riuscii appena a nascondermi dietro un cespuglio. Le vidi allontanarsi e decisi di far visita a Laura o Maura che doveva essere rimasta sola in casa. Forse ero troppo curioso ma volevo solo capire, la mia era quella curiosità che non è un impicciarsi dei fatti degli altri ma comprendere le persone, le loro ragioni, o, se preferite, interessarmi tanto a quella gente era un modo per dimenticare, almeno per un poco, i miei guai.
Attraversai allora il piccolo giardino e suonai il campanello. La ragazza venne ad aprirmi e dopo un istante di perplessità mi riconobbe e mi sorrise. Mi fece entrare e mi prese per mano.
"Sei sola ?" le chiesi, facendo lo gnorri.
"No, c'è mia sorella."
La fissai, sorpreso.
"Tua sorella ... "
"Sì, si chiama Laura. E' di là ..."
"Allora tu sei Maura ..."
Mi portò in un'altra stanza e la vidi.

Un'ora dopo ero appoggiato al cancelletto d'ingresso e fumavo una sigaretta, ancora scosso per quanto accaduto. La madre ritornò con la bambina e appena mi vide, spinse la piccola verso casa, restando a parlarmi.
"Sono contenta che tu sia venuto. Ero andata in paese per incontrarti e ... non ho bussato a casa tua, sono anni che non ci parliamo, speravo di vederti lì intorno ... Sei entrato in casa ?"
"No," le mentii, "ma perché voleva incontrarmi ?"
"Volevo chiederti scusa, sono stata sgarbata mentre tu hai cercato di essere gentile ... Avrei dovuto spiegarti la situazione ..."
"Io ... ho saputo ..."
Annuì. "Certo, avrai chiesto e te l'avranno detto."
Era una povera donna che da vent'anni lottava da sola contro qualcosa di troppo forte per lei.
"Quando nacquero le due gemelle ero così felice ... tutti si congratulavano ... così simili, con quei capelli dello stesso colore di quelli di mio marito ... Ma la felicità durò poche settimane, il tempo di rendersi conto che qualcosa non andava ..."
I medici le avevano spiegato l'incredibile fenomeno. Era come se le bambine fossero nate con un unico cervello, separate nel corpo ma unite nella mente. E quell'unico cervello si era come scisso, così in una funzionava solo la parte che sovrintendeva alle emozioni e alle senzazioni, nell'altra solo quella che controllava i movimenti del corpo.
Laura era paralizzata, non poteva muovere neanche un muscolo del suo corpo ma poteva pensare e ascoltare e capire tutto. Maura era apparentemente normale, si muoveva, camminava, parlava ma la sua mente era vuota, completamente vuota. Laura camminava con le gambe di Maura, Maura pensava con la mente di Laura. Come fosse possibile, nessuno lo sapeva.
"Mio marito era sconvolto, era terrorizzato da quelle figlie ... scappò via, non è più tornato, lasciandomi sola ... Poi vennero gli scienziati, i professori, volevano studiare il caso rarissimo, mi offrirono una barca di soldi per portarle in America, sottoporle a esperimenti, a studi ... Li mandai via, volevo solo restare in pace con le mie bambine ... Ognuna era necessaria all'altra, come se fossero siamesi ma in un modo così ... non so come dire ..."
Piangeva.
"Raggiunsero l'adolescenza e mi resi conto di dover affrontare un nuovo problema quando, lo stesso giorno, ebbero le mestruazioni ... Maura cominciò ad andare con dei ragazzi, poi anche con adulti, non opponeva nessuna resistenza ... Era Laura che voleva provare quelle sensazioni, lei, immobile nel suo letto, scopriva qualcosa che le dava piacere mentre la sorella non si rendeva conto di nulla ... é incredibile, lo so ... Maura era ancora minorenne, mi rivolsi alla polizia, ai giudici, qualcuno di quelli che erano stati con lei venne identificato ma subì ben poche conseguenze ... Tutti mi guardavano e giudicavano come se fosse colpa mia, tutti pensavano che avrei fatto meglio a ficcarle in un istituto o a venderle agli scienziati americani ... Le considerano quasi dei mostri ... Poi Maura rimase incinta, la bambina è figlia sua ... o forse dovrei dire figlia loro ... Mi hanno autorizzato a farla sterilizzare, non potevamo riempirci la casa di bambini ... "
"Mi dispiace molto, mi creda ... "
"Tu sei il primo che mostri un po' di pietà per noi, da tanto tempo a questa parte. Grazie."
Mi vergognai di me stesso.

I capelli di Laura erano simili a quelli della sorella ma vent'anni di immobilità avevano atrofizzato il corpo, raggrizzendolo e rendendolo simile a una mummia. La nutrivano con le flebo, potendo solo assumere liquidi e il suo aspetto, in generale, mi provocò dei brividi come non ne ho mai provati. Solo gli occhi erano vivi e non li scorderò mai, così diversi dalle pupille spente di Maura che dava sempre l'impressione di guardarti senza vederti. Quegli occhi si piantarono nei miei e mi bloccarono accanto al suo letto, dove il rumore del materasso antidecubito creava un ronzio di sottofondo che rendeva ancora più surreale tutta la scena. Volevo scappare via ma era come se qualcosa mi costringesse a rimanere, sentii una mano sul mio polso ed era di Maura che mi tirava verso di lei. Cominciò a spogliarsi, uno strip senza un minimo di partecipazione o seduzione ma voltandomi verso Laura capii che in realtà era lei a spogliarsi, a offrirsi, a volere che la prendessi. Pensai di fuggire via ma fui abbastanza vile da non farlo e allora mi abbassai i pantaloni, sollevai Nora mettendole le mani sotto le chiappe, la poggiai con la schiena contro il muro e cominciai a penetrarla e mi accorgevo che la mia eccitazione cresceva a dismisura e non potevo trattenermi in alcun modo. La ragazza aveva appoggiato le mani sulle mie spalle e si lasciava scopare con la stessa noncuranza con cui si sarebbe fatta lavare i capelli o tagliare le unghie, ma con mia enorme sorpresa sentii chiaramente sospiri e singhiozzi venire dal letto: era Laura a godere, era con lei che stavo facendo l'amore ... Un grido strozzato dimostrò che la gemella distesa aveva raggiunto l'orgasmo, gioia negata alla sorella in piedi. Inondai Maura con il mio seme e mi lasciai cadere su una sedia, esausto. Non avevo il coraggio di guardare nel letto ma lo sguardo vuoto di Maura non era meno terribile e ancora più tremendo fu udirla pronunciare una frase secca come un insulto:" Ti prego ... resta qui ...".
Maura, ancora nuda, si strinse a me e Laura mi sussurrò ancora con la voce della sorella :"Resta qui con noi ..."
Tante immagini mi sfilarono davanti agli occhi: la cappella solitaria, lo zotico con il randello, due ragazze con due corpi e un cervello che sarebbero morte insieme perché ognuna di loro viveva grazie all'altra, gli scienziati con i loro studi e i loro esperimenti ...
E io, che cosa ci facevo lì?

La signora si stava asciugando le lacrime.
"In fondo la bambina è stata una benedizione ... è così intelligente ... Se dovessero essere ancora vive quando non ci sarò più, sarà lei a prendersene cura ..."
La bambina era uscita di nuovo e mi fissava in un modo che mi mise a disagio. Solo allora mi accorsi che anche lei aveva i capelli rossi ...
"E' così precoce ... ha solo quattro anni ma dicono che ha l'intelligenza di una bambina di dieci ..."

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