Vintage – cap. 3: il sogno

Scritto da , il 2020-11-26, genere bondage

Vintage – cap. 3: il sogno

L’accecante bagliore che nella notte stellata avvolge il lungo colonnato del Palazzo di Cristallo proviene dall’eterea lama d’argento che entra dalle vetrate istoriate a piombo, i fusti scanalati paiono reggere il firmamento stesso, proiettano dietro di loro lunghe ombre nere. E tutto l’ambiente circostante rimane oscuro, indefinito, incorporeo.

Dietro una delle imponenti colonne dell’enorme sala una piccola ombra, muovendosi, produce un impalpabile fruscio come di fronde mosse da un tenue vento di primavera.



“Chi c’è là?”



Nessun suono di rimando, persino l’eco della mia voce pare inghiottita dall’oscurità.




“Chi sei? Vieni fuori di lì!”



Il tintinnio cristallino di una risata femminile riempie la sala, l’ombra si muove lentamente, una figura di donna entra nella lama di luce poggiandosi dolcemente al plinto di marmo candido. Mi avvicino a lei, attratta come da un magnete.

I suoi riccioli rossi brillano di fiamma. Sul viso roseo, spruzzato di piccole efelidi,
si spalancano due occhi ambrati, di lupo. La lunga veste chiara lascia le spalle scoperte, mostrando una pelle diafana, alabastrina. In piedi di fronte a me, sorride, come in attesa.


“Chi sei?” ripeto, in un soffio.


“Il mio nome è Florence” risponde, e il suo accento ha qualcosa di strascicato, nasale, ma non sgradevole, anzi ha una certa musicalità.


Perché il cuore mi batte all'impazzata? Perché sento i palmi delle mani inumidirsi di sudore, il mio labbro tremare, il respiro farsi più difficoltoso?


“Perché sei qui?”

“Tu mi hai chiamata.”


Gli occhi si posano sulle sue mani, che reggono, nascosta tra le pieghe delle vesti, una corda di cotone ritorto, sembra morbida ma al contempo resistente, come quelle con cui si lavora il macramé. Si avvolge in spire regolari, dev'essere di una buona lunghezza, eppure non c’è fatica nel reggerla. L'abito di tessuto sottile ondeggia delicatamente mentre fa un passo nella mia direzione. Siamo una di fronte all'altra.


“A che ti serve quella corda?”

“Oh… che sciocca… tu già lo sai. La domanda è un'altra… e avrai la tua risposta.”



Mi volge le spalle, e scompare nell’oscurità, lasciando dietro di sé il suono della sua risata, come di un ruscello che scorre sulla roccia.



La sala intera si dissolve nella nebbia. Nel teatro del sogno ogni cambio di scena è repentino.




Mi trovo dentro una stanza da letto, soffitto alto, raffinata ma certamente borghese, arredata con gusto. Una luce calda di fiammelle provenienti da due pesanti candelabri d'argento brunito proietta sulle pareti un leggero tremolio che fa ondeggiare le cornici della boiserie.

Riconosco il letto di pesante legno scuro, a due piazze, circondato da colonnine a torciglione da cui parte un morbido drappeggio di velluto cremisi.

La porta della camera si apre: Florence, scortata da un gentiluomo in giacca e panciotto con una zazzera di capelli ricci in cui la scriminatura laterale sottolinea una fronte forse un po’ troppo ampia, e un paio di baffi imponenti. L’uomo con un gesto del braccio cede il passo alla donna, per poi seguirla all’interno della camera. Sembra una scena di quotidiana vita coniugale.

I due paiono non accorgersi affatto della mia presenza, nonostante abbia fatto un passo verso di loro, a scusarmi per la mia presenza imprevista nella loro camera da letto. Pare non mi vedano affatto! Sono diventata un fantasma? Provo a farmi sentire... ma dalla mia bocca non esce alcun suono.

Non mi resta che osservarli, per capire che succede! Spettatrice di un’opera messa in scena solo per me.



Si muovono nella stanza con naturalezza, spogliandosi lui della giacca, lei dei lunghi giri di perle che le ornano i polsi, e così procedono nel mettersi comodi per la notte.

“Darling, hai gradito la piece di stasera? Mr Wilde si è proprio superato stavolta, il St. James's è quasi crollato sotto gli applausi!”

“Oh, ho riso tanto! E mi è venuta una voglia spropositata di canapè al cetriolo! Caro, aiutami a slacciare la tournure...”

L’uomo si pone alle spalle della donna, e lentamente la aiuta a svestirsi dei complicati indumenti vittoriani. Ad ogni pezzo che le sfila, la accarezza in modo sempre più audace, sfiorando la gola candida della donna con le labbra: lei rabbrividisce sotto il suo tocco.

“Ha ragione il Sig. Wilde: l'unico modo di comportarsi con una donna è di fare l'amore con lei se è bella, e con un'altra se è brutta. E tu sei decisamente bella, mia cara...”

I di lei abiti, strato dopo strato, ricadono soffici sul pavimento, la sua pelle nuda arrossata dalla luce delle candele sembra quasi brillare.

“Spero di non essere perfetta. Quando non lo si è c'è possibilità di sviluppo, ed io intendo svilupparmi in molte direzioni.”

L’uomo le bacia la gola, lei con il capo mollemente riverso all’indietro tiene gli occhi chiusi, in un’espressione estatica che ricorda una pittura preraffaellita. Si offre a lui teneramente.
Le labbra si incontrano, si schiudono, gli aliti caldi si mescolano seguiti dalle loro lingue che si assaporano lentamente.

Posso ammirare la morbidezza delle sue cosce color magnolia, che risaltano ancor più il fuoco del suo pelo riccioluto, serico... ho l'istinto di allungare la mano per accarezzarlo...

Ed è quello che fa l’uomo, anticipando il mio desiderio, la sfiora con una mano, partendo dal seno morbido fino al fianco. Per poi tuffare la mano piena tra le cosce di lei gemente.

Che situazione incredibile! Io sono lì, non vista, eppure a due passi da loro, potrei toccarli? Mi sento così partecipe delle loro sensazioni... come le vivessi sulla mia stessa pelle: le carezze, i baci... li guardo e tremo del loro stesso desiderio!

Ma è ciò che fa lei a lasciarmi totalmente senza fiato.

Si scioglie dal suo abbraccio, e dal comodino di fianco al letto trae una lunga corda di cotone ritorto, “quella” corda. I suoi occhi di lupo brillano nella penombra.

La porge all'uomo.

“stretta, per favore…” e con un sorriso si volta dandogli le spalle, i polsi uniti dietro la schiena.

La corda sembra intrecciarsi da sé in rombi regolari sulla pelle, l’uomo pare solo assecondarne il percorso, dividendo i due seni e segnando la vita, affonda nelle carni morbide e finisce con gli avambracci bloccati dietro la schiena. Rapido l’uomo fissa la corda in alto sulla struttura del letto, quel tanto che rende la posizione vagamente scomoda, le punte dei piedi si tendono per allentarne la tensione.



Lying asleep between the strokes of night
I saw my love lean over my sad bed,
Pale as the duskiest lily’s leaf or head,
Smooth-skinned and dark, with bare throat made to bite,
Too wan for blushing and too warm for white,
But perfect-coloured without white or red.
And her lips opened amorously, and said –
I wist not what, saving one word – Delight.

And all her face was honey to my mouth,
And all her body pasture to mine eyes;
The long lithe arms and hotter hands than fire,
The quivering flanks, hair smelling of the south,
The bright light feet, the splendid supple thighs
And glittering eyelids of my soul’s desire.



È Swinburne, con la certezza che si ha nei sogni so che Florence sta declamando una poesia di Algernon Swinburne, la grida trionfante mentre il suo uomo la colpisce sui lombi con una lunga bacchetta, quelle che usavano nei colleges per le punizioni. Sento la sua voce vibrare nel mio corpo, dentro di me. Nella pancia, nel petto, nei seni che si induriscono, mi sento sobbalzare come attraversata da una corrente elettrica.


Pale, beyond porch and portal,
Crowned with calm leaves, she stands
Who gathers all things mortal
With cold immortal hands;
Her languid lips are sweeter
Than love's who fears to greet her
To men that mix and meet her
From many times and lands.


Sente il fuoco scendere sotto la pelle, lo so, non prova più nemmeno a reggersi, dondola sospesa a un soffio da terra.

L'uomo getta a terra la bacchetta, come spaventato, si precipita a raccogliere un cartoncino e un pezzetto di carbone che stavano sul comò vicino, e disegna, prima che la luce dell'orgasmo sul volto della donna vada perduta.



“Non sai perché?”


Ancora la voce di Florence, garbata, ma irridente.

Nuovo cambio di scena nel teatro dei sogni, non siamo più nella camera, questo è il salotto di una villa, lei siede allo scrittoio, posa per il suo amante che la ritrae in un dipinto, con la finestra aperta sul parco alle sue spalle.


Per qualche motivo non ho il coraggio di guardarla, preferisco affacciarmi alla finestra e notare ogni particolare del parco, le nuvole bianche che si inseguono, le piante che si rubano tra loro la luce, il verde scuro di foglie seghettate.


“Io ti ho chiamata? Cosa significa?”


“Anche tu vuoi disegnarmi, no?”


Questa semplice frase mi vibra nel cuore come i versi di prima, di scatto mi giro su di lei ancora seduta, l'abbraccio da dietro, l'uomo continua a dipingere indifferente.
Sento i suoi seni fermi sotto la stoffa, sotto le mie mani. Il calore, l'odore, profuma di tuberosa, il fiore del peccato, il suo nome in India è Ki Rani, corteggiatrice della notte… affondo il viso nei suoi capelli, solleticano il naso.


“Voglio tracciarti! Voglio i tuoi contorni!”


Buio.

No, non proprio buio, avverto una mezza luce attraverso le palpebre chiuse e rumore di pioggia battente.

Sono sveglia. Abbracciata a lui come uno zaino, non si è svegliato ancora, ma deve essere già mattina.


La mattina di una domenica piovosa, nessun motivo per uscire.

Sospiro. Voglio disegnarla? Sì, ma anche no, a pensarci posso fare molto di più che disegnare.

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