Parlando di uccelli

Scritto da , il 2020-10-18, genere sentimentali

Quel giorno il cervello lo conserva come una cosa buona, un’antica bottiglia di vino che non deve essere stappata, ma l’etichetta non porta la data.
Lei non ricorda esattamente se fosse lunedì, martedì o mercoledì, perché tutti i pomeriggi erano identici. La loro abitudine era di sedersi e parlare, e chissà perché la conversazione scivolava sempre in un senso unico con dosso. Prima rincorreva temi impegnati, poi andava in discesa verso cose leggere che poco dopo li vedevano impegnati.
Ma se tutti i giorni erano uguali non sa perché si ricordo quello di preciso. Forse per via dell’argomento, più insolito del solito. O forse per il colore di nubi al tramonto che i suoi occhi avevano quella sera.
Un grigio viola che istillava un forte senso di tenerezza, quasi da mettersi a coccolarsi subito.
Lo vede ancora che entra dalla porta e si adagia in poltrona, con la stessa calma del sole che scendeva dietro ai monti e nella stanza fluttua un vapore lieve, perché naturalmente lui non arrivava e non partiva mai senza la teiera in valigia.
O forse le è rimasto impresso quel lasso di tempo perché fu una delle rare volte che lo vedeva scrivere a mano e non sulla tastiera. Stava in piedi dietro a lui con la teiera in mano e un sopracciglio alzato, osservando la sua scrittura svolazzante e vivace. Il silenzio era leggero ma già ingombrante e quando era così, lui cercava disperatamente argomenti per spezzarlo.

“Ho visto su internet che in questa zona ci sono molti gufi. È vero?”

“Sì, la notte cantano.” Gli confermò senza sentimenti particolari.

“Vorrei sentirli cantare. Da noi c’è una specie di piccolo pappagallo che non vola e che si sta estinguendo. È così carino. Ne abbiamo anche uno uno chiamato moa, ed è anche il nome di uno dei nostri birrifici. È divertente.”

I pensieri di lei tornavano ai mesi precedenti. Allora ogni cosa ci cui chiacchieravano aveva sfumature ridenti, ora invece non ci trovava nulla di spassoso ma sorrise e lui cercò di stringerla.
“Ah, e poi abbiamo un uccello chiamato "fiocco", dovresti cercarlo. Ha una lunga coda ed è piccolo. È carino.”

Lei gli teneva la schiena nell’abbraccio che si era fatto più stretto.

“Qui nella boscaglia puoi vedere civette, passeri e i pettirossi, ogni tanto, stando attento anche qualche falco.”

Mise il viso accanto al suo.
“Adoro i falchi, questi sono uno dei miei uccelli preferiti perché stanno in alto e possono vedere cosa succederà a un milione di miglia di distanza. Bella visione.”
Dalla poltrona erano passati sul divano, abbracciandosi anche con le gambe, lui teneva il naso accanto al suo orecchio. Ricorda bene che respirava tranquillamente e continuava a chiacchierare di uccelli, a lei ne interessava uno solo.
“Penso sia molto bello. Da uno spettacolo o da un film americano c'era una bellissima citazione su un falco. Ma adesso non riesco a ricordarla. Se la trovi dimmelo, per favore.”
“La cercherò.” Aveva biascicato con le labbra premute contro il suo collo in un abbraccio ormai molto, molto forte.
“Sono contento di aver comprato questo computer. Fa il suono dell'aeronautica militare, per restare in tema di cose che volano...”
Lei s’era alzata su di un gomito per sbirciare da sopra la spalla il nuovo acquisto, un rettangolo nero e argento in mezzo al tavolo, poi era caduta di nuovo nella pelle del divano mentre lui continuava con la sua insalata di parole. Il sole si abbassava a una velocità spettrale e la luce dipingeva un riverbero rosa sulle loro guance. Lei poteva vederlo nello specchio storto sul muro.
“Mi piace sentire il suono che fa. Come i motori della nave e il rumore delle auto sulla strada quando è buio e fuori piove.”

Lei gli baciò la fronte e i capelli: “Ti amo.”

“Anche io... e mi ricordo che abbiamo anche un uccello che fa un verso strano, è piuttosto particolare, una specie di ritornello. Ma non so come si chiama. Ti stai addormentando?”

Le aveva dato una leccata sul naso per svegliarla.

“Solo cinque minuti, faccio un pisolino.”

“Beh, possiamo andare in camera a dormire.”

“Suona bene.”

Dopo essersi alzata si sentì tremare le gambe, poi non sentì più le gambe.
Ogni gradino era un tormento, primo piano, secondo piano. Quando finiscono queste scale?
Ormai era molto tardi, gli toccò il naso tenendo il suo viso tra le mani. Lui la morse dolcemente accanto alla bocca. Lei gli prese la lingua mordendola e succhiandola, gli lasciò il volto per baciargli gli occhi. Lui si mosse sopra di lei, con le gambe attorno ai suoi fianchi. Alzò la sua maglietta. Amavano sentire la pelle dell’uno toccare quella dell’altro. Centimetri di pelle e milliletri di saliva, percorrendosi i corpi con baci finché le le labbra non si rincontravano.
I suoi seni erano sensibili alle sue mani, amava che li stringesse forte mentre si muoveva con lei, più profondamente e velocemente a ogni suoi gemito.
Nessuno lo sa in anticipo, quale amore o quale orgasmo ricorderà per tutta la vita, ma dovrebbe essercene uno migliore degli altri per ognuno.
Un momento in cui l’incresparsi delle tende sulle finestre riflette sul muro il torpore del sole, e lo scuotersi dei capelli dell’amante sul cuscino ha lo stesso fruscio di una foglia che cade in autunno.
Nessuno lo sa in anticipo quando riconoscerà che quella è stata la sua giornata, lo saprà quasi sempre molto o poco tempo dopo. Comunque, quando il lenzuolo è già sgualcito e l’attimo fuggente è fuggito nell’oblio. Chissà perché bisogna sempre perderle le cose per sapere quant’erano belle. Perché deve essere estate per realizzare che la neve era bianca e bellissima. Perché deve venire la primavera a dirti che l’odore dei boschi a ottobre è tanto migliore dei ciliegi in fiore. Perché oggi ti lamenti ma domani ti accorgi che ieri stavi meglio.
Ogni volta che la sua mente stappava quella bottiglia e liberava gli odori di quel giorno, ripercorreva i gradini al contrario per arrivare in cantina. Poi beveva in ottimistica attesa che la notte diventasse mattina, fino a quando la stanza barcollava, il tavolo si inclinava verso la porta e con il tavolo scivolavano anche le sedie. Pure il divano s’avviava alla porta come lui alla fine di quel pomeriggio.
Si era fermato a un passo dalla soglia giocherellando fiaccamente con la sua inutile cravatta. Lei fantasticava sul modo di far scomparire quella porta così da non lasciarlo volar via.
Ma vabbè, ognuno nasce libero. Chi vuole andare va, chi vuole mangiare pollo congelato per sempre, lo fa. Solo che sarebbe il caso di limitarsi all’annuncio in questi casi e togliersi dalle scatole. No invece, ci teneva a partire da qui con la sua teiera immacolata e l’aureola di santo. Perciò l’aveva lavata e asciugata e mentre la metteva in valigia s’era dilungato:

“Possiamo vederci quando vuoi, in questo modo. Ma voglio che inizi a cercare qualcuno che renda felice anche te. Penso che questo sarà un enorme passo avanti nella prossima parte. Oppure no, è solo la mia opinione.”

Ce ne sarebbero state di risposte da dare, ma le venne in mente solo che se lo avesse ammazzato avrebbe rischiato di vedere il sole a quadri come quella sua inutile cravatta per diversi anni, mentre invece, crepando di dolore lei non avrebbe avuto nessun fastidio legale.
Di fuori luna e sole proseguivano il loro giro con tranquilla monotonia e davano adito a un'enigmatica associazione d'idee, se anche si fosse persa in istinti vendicativi, avrebbero proseguito il loro giro. Il mondo fa il suo corso in ogni caso, non c’è azione malvagia o buona che lo sposti.
Quindi tanto vale compirne sempre di buone. Tanto vale darsi un bacio e dirsi addio in quei casi, che un bacio è l’azione in cui tutto in amore inizia e finisce, e nei sotterranei del suo calore resta sempre spazio per respirare.


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