I giorni dolci

Scritto da , il 2020-10-08, genere sentimentali

I giorni dolci
Debra aveva la pelle più bianca del marmo in quel periodo, ma nelle ultime mattine le sue guance erano cosparse di una specie di rossore, un fard d’eccitazione, una polvere che affiora dall’interno.
Calore proveniente da vasi sanguigni e capillari.
Gli ultimi giorni li passò eternamente ai fornelli: giorni dolci, pieni di crepes e biscotti e tutto ciò che nella sua vita aveva imparato ad impastare.
Debra era una grande pasticcera e P. era un compagno perfetto a tavola, per tutto il resto, una normalissima persona, ma con una grande pancia che non perdeva mai l’occasione di riempire.
E quei giorni furono i più umani, ricordi che gli occhi non hanno necessità di raccapezzare nei colori e nella luce. I giorni normali restano impressi e non è vero che sono tutti uguali. La routine non cade nel baratro dei momenti troppo felici, che durano sempre troppo poco. Quelli che il tempo immalinconisce e appanna.
Debra quella mattina si innervosiva, era pallida appena sveglia. Girava la padella su cui le crepes non erano mai venute tonde, mordendosi la lingua, masticandosi le labbra.
Aveva una bocca senza colore, a forma di cuore, che pretendeva amore. I suoi occhi, sotto le sopracciglia ad arco, scoccavano pensieri.
Quando fu stufa di provare a dare una forma a cerchio al suo impasto colloso, uscì per farsi un bagno nella loro piscina e P. la raggiunse con la crema solare e le sigarette.
Lei prese solo le seconde.

“Cancro alla pelle sì, ai polmoni sì.” Aveva commentato così la scelta lui, lei gli aveva sorriso da sopra il filtro arancione.
“Dici la sempre la stessa, pappagallo ammaestrato.”
“Un pappagallo che non vuole finire in acqua.” Aveva concluso lui spostandosi dal bordo della vasca dove lei intendeva spingerlo, ma ancora vestito.
Debra s’era stesa sulla sdraio accavallando le cosce, la destra era una lunga linea che finiva con un punto dietro al ginocchio. Un neo. A lui piaceva quel neo; era la sigla delle sue belle gambe.
Fece una pausa fingendo di pensare. Stava per dire qualcosa ma a nessuno dei due sarebbe piaciuto.
Tutto quello che facevano, ormai, negli ultimi giorni d’estate, lo facevano tra l’erba e il cielo. Mai abbassare gli occhi sulla televisione quando c’è il sole. Mai correre, meglio camminare, lasciare che il tempo fluisca più lento possibile.
La piscina restituiva scatti di luce argento-blu. Debra si era alzata presto per preparare la colazione. Non ci sarebbe stato alcun motivo per non darsi un bacio.
Sì, era caldo, ma ugualmente era bello tenersi saldamente in un abbraccio e trasmettersi calore l’un l’altro.
E dare un morso a una spalla color neve.
“Perché mi mordi?” Chiese lei.
“Perché mi piace.”
“Piace anche a me.”
Le era rimasto impresso, il loro primo morso, il segno color ciliegia che le aveva lasciato e il sapore del sangue in bocca.

Le morse le costole, il petto e il cuore.

“Dimmi qualcosa.” Disse Debra.
“Che devo dire?”
“Dimmi che mi vuoi bene.”
“Sai che ti voglio molto di più che bene.”

“So che mi ami, ma mi piace ascoltarlo.”

“Ti voglio bene.”

Debra scrollò la testa e lui le baciò la gola, le afferrò la testa in cerca della sua bocca.
L’incrociarsi delle loro lingue portava sempre sapori amari. Cioccolato fondente, caffè, crepes venute male. Erano entrambi ancora lì, ma i giorni dolci minacciavano sempre di passare così in fretta che ogni cosa, anche un bacio, sapeva in anticipo di irraggiungibile e di passato.
-Ecco, sto diventando uno che non può manco sentire il profumo della felicità per il terrore che svanisca.-
Tenne quel pensiero per sé e le respirò sul viso.
“Dimmi che mi vuoi bene anche tu.”
“Ti voglio bene anch io.”
La strinse in un abbraccio, ma stringere non è il verbo adatto. P. Non era uno che stringeva, era più un raggomitolarsi contro di lei e attrarla a sé per sentire il suo stomaco accanto. Debra si sfilò un pezzo del costume e lui glielo annodò attorno ai polsi.
“Ma così non ti posso mettere le mani addosso.” Gli aveva fatto notare.
“Non fa niente, posso mettere io le mie, e la mia lingua dentro di te.”
Su quelle parole cercò di prendersi la sua figa in bocca e succhiarla profondamente, leccandole le cosce, provando ad allargarle sognando di raggiungere il fondo di lei.
“No hai una lingua così lunga.” Disse Debra tra gemiti.
“Ci provo... comunque ci provo.”
Gli avvolse le gambe attorno al capo mentre la sua lingua andava dentro e fuori rincorrendo la fine di lei, di quel momento e di quei giorni.
Lei si chinò per baciarlo profondamente, non c’erano stati orgasmi, tutto si inerrompe quando la tensione è a mille, ma il sapore dolce che le restò sulle labbra le permise di roteare gli occhi e desiderare ancora.
Ancora, ancora... non ci si ama mai abbastanza quando ci si ama.
Poi gettò un’occhiata al sole tiepido, pensò che avrebbe tanto voluto aver scelto una casa più piccola, aver usato meglio il suo tempo e il loro tempo.
Non sapeva davvero perché le venissero certe cose in mente. Il giardino era così perfetto da far venire gli occhi lucidi, ma non le piacevano più le ville con giardino, ecco tutto. Perché nel tempo si cambia anche, e i giorni dolci mutano sapore.



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