Una Marlboro rossa è

Scritto da , il 2020-09-26, genere sentimentali

Una marlboro rossa è

Dio, come l’ aveva amata! L’armadio a vetri in camera gliela ricordava, il letto era pieno del suo calore, e tutti gli altri luoghi della casa la riportavano alla memoria.
Ma mica una memoria melanconica, triste, nostalgica...
Una memoria accesa, eccitante. Un giorno dovrà decidersi a buttare tutta quella roba, altrimenti Senka sarà sempre qui e il suo fantasma non gli permetterà mai di amare e neppure di scopare un’altra donna. Non ne ha la forza, proprio no.
È strano: uno rimanda sempre il momento di separarsi dalle cose amate al giorno appresso. In teoria si dovrebbe sapere che cancellare la materia che evoca i sogni è il primo passo per sfuggirgli ma cancellando ogni ricordo se ne andrebbero anche la gioia e, cosa non meno importante, il piacere. Quel piacere che è unico, magari amaro ma unico. Come... Come il caffè che Senka beveva solo ed esclusivamente in quella tazzina rossa, eccola lì, se ne sta in bella vista (e per forza, è rossa) sul piano accanto al lavandino della cucina. Non lavata da quando lei è andata, per non cancellare per sempre l’ultimo tocco delle sue labbra su quel bordo, contenuto nella traccia di rossetto ormai essiccato.
Oh ecco, nel mettere in ordine da sotto il letto è saltato fuori quel calzino nero coi salatini disegnati. Ma da quando sta là sotto?
Gli pare d’essere a casa d’un senzatetto che non pulisce mai.
Quel calzino è lì dal giorno in cui Senka si era svegliata mettendosi la mano sulla fronte, in quel suo modo da ballerina che voleva dire –voglio dormire ancora, ma tu svegliami, fa finta di non farlo apposta. Apri un cassetto, urta la porta al buio e avremo tempo di scopare prima che tu vada...-
E lui quella mattina piano, piano, iniziava a frugare a destra e sinistra, e Senka gemeva nel dormiveglia e dopo poco apriva un occhio. Un occhio stupendo che brillava al buio e grugniva: -beh? Che ti sei perso stamattina?-
E solo a guardarla nella luce degli occhi avrebbe voluto risponderle- ho perso il treno, la bussola, la testa, il cuore. Tutto ho perso dal giorno in cui ho trovato te. Ma non vorrei indietro proprio niente, tu vali più di ogni attimo, ogni soddisfazione, ogni afflato di vita.- Invece sorrideva e asseriva:
-Stamattina? Non trovo i calzini coi salatini, ecco cosa ho perso.-
-Quelli sono i miei preferiti, attento di non perderli o te lo stacco a morsi.-
-Ah... starò attento a conservarli per te.-
E poi lei diceva: –vieni qui- e lui le si chinava sul volto e quel bacio al sapore di sonno, meraviglioso, li teneva a labbra unite per un minuto imdimenticabile.
-Tieniti al caldo mentre non ci sono.- Si raccomandava rimboccandole la coperta sul petto, sfiorandole il seno come in un gesto casuale.
-Ci proverò... magari puoi lasciare il lavoro oggi e tenermici tu.-
-Ci provo.-
E così era in un attimo di nuovo sotto le coperte e Senka gli sfilava la camicia non ancora abbottonata mormorando:
-Questa forse è meglio lasciarla fuori, era stirata.-
-Scommetto che non indovinerai mai quale biancheria mi ero messo.-
Ridevano assieme, perché lei gli aveva sempre rimproverato di comprare soltanto intimo nero.
Poi il dito indice di Senka scorreva lungo la piega che il suo cazzo disegnava sotto la stoffa scura, ripeteva quel tragitto due o tre volte intanto che le dava la lingua contro la sua. Si impadroniva della sua bocca, si lasciava penetrare il timpano dalla lingua di lui emettendo un gemito continuato simile a una cantilena.
E all’indice si aggiungevano le altre quattro dita che s’infilavano senza esitazioni sotto la stoffa e trovavano un palo. Lo strofinavano forte, e lui aveva la sensazione di poter godere subito perché le mani di Senka erano splendide. Il polso esile, il dorso attraversato da vene chiare e arterie azzurre che portavano ossigeno al suo cuore e al suo cervello e la facevano cucinare, amare, ridere, scopare.
Le sue falangi erano lunghissime e in cima fiorivano, letteralmente fiorivano perché Senka portava sempre, eternamente, piccoli adesivi di rose color amarena sulle unghie.
Lo dice anche lei, la bottiglietta di base trasparente che vegeta ancora nel mobile a vetri del bagno.
Così le strappava via la mano, le univa i polsi sul capo, e siccome il tempo rimasto era poco la baciava tutta, velocemente. Succhiava con forza i suoi capezzoli induriti, accompagnato dai suoi sospiri.
Le portava il cuscino sotto le anche, le allargava le gambe e si tuffava col viso nel suo lago e la pregava, letteralmente, di fargli fluire fiotti d’umore in faccia perché lui amava raccogliere con le dita i liquidi corporei di Senka e infilarseli in bocca.
E lei non titubava, alzava i fianchi, partecipava, gli fotteva la faccia con la fica aperta, rorida, pronta.
Svuotata del primo orgasmo se l’accarezzava da sola e chiedeva: -dammelo adesso.-
La sua domanda di rito: -dove lo vuoi?- non riceveva mai la stessa risposta perché Senka amava metterselo tra le tette, dietro, davanti, solo tra le cosce per farlo crepare in un gioco strizza, avvicinati alla mia figa, ma poi torna indietro...
Quella mattina però gli aveva risposto semplicemente: -mettimelo in bocca, mi piace succhiarlo, lo sai...-
Era rimasto un secondo perplesso, lei non sarebbe venuta ancora in quel modo.
-I tuoi desideri sono ordini... ma poi non avremo abbastanza tempo per...-
-Non fa niente- l’aveva interrotto –il mio tempo oggi è per te.-
E le sue labbra lo avevano avvolto in un attimo, e ogni volta che saliva leccandolo lui tratteneva il respiro e quando scendeva si lasciava sfuggire un gemito. Non avevano mai perso il contatto d’occhi, i movimenti di Senka s’erano fatti sempre più rapidi, esperti, quasi meccanici. Pareva davvero che rincorresse il tempo, con apprensione ma senza tentennamenti.
Il suo cazzo era una sbarra di passione tra lui e lei, forse quella che non avevano mai alzato del tutto per guardarsi negli occhi con sguardi liberi e limpidi. Essere sempre l’uno dentro l’altro può ostacolare il guardarsi attraverso...
Pensa ora.
Il sesso che va troppo bene può oscurare il resto, ciò che non si dice dopo un litigio ma si sfoga nel makeup sex, le malattie che si nascondo sotto le lenzuola sapendo che il fruscio di stoffa e attrito di corpi cancelleranno le preoccupazioni, il bisogno di non sprecare attimi di prezioso desiderio in conversazioni noiose, tristi, cariche di esasperazione.
Eppure lui lo era in quel momento, carico, da morire, ma non avrebbe scambiato per nulla al mondo ciò che stava vivendo con un momento in cui Senka avrebbe potuto dirgli –caro, sto per andarmene.-
L’orgasmo lo aveva colto esasperante, non liberatorio.
Le aveva dato un bacio in fronte dicendo –ora vado in ufficio ma solo per tre ore.-
Senka gli aveva strizzato l’occhiolino accendendosi la prima sigaretta. Lui aveva sospirato. Sapeva che a sera ne avrebbe trovate esattamente sessanta spente nel portacenere accanto a lei.
Quello era l’unico difetto che aveva, fumare come la turca che era, di giorno e di notte.
E glielo ricorda ora, il suo portasigarette di bronzo, nel quale quel giorno ne era rimasta - e ne resta- una sola. Lo prende tra le mani, la estrae, la rigira tra le dita. Lui non hai mai fumato. Una marlboro rossa è.
La ripone e si siede, si dice che forse dovrebbe farsi aiutare da un amico a portar via tutto ciò che apparteneva a Senka ma... è impensabile che le tocchi un estraneo, le cose di una persona morta. Sarebbe come distruggere quell’aurea preziosa di presenza che resta a fare da esca ai fantasmi. E poi se anche non ci fosse più niente qui in casa non smetterebbe di amarla. Non ha alcun rimpianto su Senka, non è uno spettro che lo perseguita, è che lei lo sveglia, che lo fa addormentare, che lo eccita ancora. E non ha nemmeno nulla da dirle, tranne forse che avrebbe voluto consigliarle di smettere di fumare, così avrebbe vissuto ancora molti anni. Ma non l’ha mai fatto, e poi non sarebbe cambiato niente quasi sicuramente. Quindi va bene così, e tutti gli oggetti di nuovo restano lì.

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