Filo di perle IV

Scritto da , il 2020-09-14, genere esibizionismo

Quarto movimento: Rosa
(è uno sbuffo di splendido imbarazzo che si irradia sulla pelle, ombra di un’eccitazione che mai avevo conosciuto fino ad ora, godere nello svelarsi in quella che improvvisamente pare l’unica forma di letteratura possibile:
Si scrive nudi, oppure non si scrive)




Nicola mi raggiunse dopo alcuni minuti che non seppi mai come impiegò, io ero già pronta, seduta davanti alla cassettiera della camera da letto con posa da regina che si ammira allo specchio. La schiena dritta, le gambe elegantemente adagiate, la pelle illuminata dal taglio indiscreto di una abat-jour, scintille di luce a formare la costellazione del mio esibizionismo.
Radunare i capelli, addomesticarli verso l’alto, svelando le linee morbide del collo.
Struccarsi, poi, in una coreografia di gesti che in condizioni normali avrei compiuto in un modo completamente diverso, percorrendo la sbrigativa routine del mio bagno; ma una regina fatta di stelle non conosce il significato della parola “sbrigativo”, iniziai a passarmi i dischetti umidi sugli occhi, disegnando i lineamenti della vera me stessa.
Forse avevo improvvisamente imparato la lingua dei suoi desideri, riuscivo a domare la mia eccitazione trovandone di nuova in ogni piccola cosa.
L’immagine riflessa del suo corpo nudo dietro le mie spalle mi tormentava, il suo sesso calamitava il mio sguardo, impunemente esposto, ormai impennato da troppo tempo, stimolato solo da qualche carezza indiretta, lo desideravo, ma non era ancora il momento.
Nicola sembrava dare improvvisi segnali di cedimento, era esasperato, prese a tirarmi la bretella del reggiseno e ci infilò dentro il suo sesso duro, in uno scenario che conoscevo ormai bene ma non smetteva di stupirmi. Ero la sua bambola di carne, celebrata e abusata nello stesso gesto, mosso da una nuova impazienza, quella di godere, finalmente.
Quel suo sfregiarsi sulla mia spalla mi rese impossibile finire l’operazione con il trucco, il gioco stava evolvendo in un nuovo stadio, quello della sfida.
Sbuffai, con gli occhi macchiati di nero, portai le mani dietro la schiena e slacciai il reggiseno, togliendogli anche l’ultimo dei suoi giocattoli, le coppe restarono appese ai seni, destando la sua curiosità, anche il mio corpo sembrava aver appreso l’arte del tempo. L’uomo originale però voleva guardarmi le tette, colto da una smania che conoscevo fin troppo bene, per quanto si fosse perso nei dettagli rimaneva comunque un maschio, indiscutibilmente sensibile anche alla sostanza. Agitai le spalle con fare vezzoso e il reggiseno cadde, in un brivido d’orgoglio di cui, a dirla tutta, non mi vergogno neanche un po’, la contesa è un’arte e merita di esibire le proprie doti migliori.
I capezzoli mi facevano male, increspati dal desiderio, non riuscii a resistere alla tentazione di arpeggiarli con le dita, guardando Nicola dritto negli occhi.
«Ti sei stancato? – sussurrai sfidandolo – vuoi per caso toccarmi?».
Soppesarle, sollevandole a piene mani per poi lasciarle cadere e tornare a coccolarle, in una ipnotica sequenza che, lo giuro, interpretavo anche quando ero da sola.
Bastò la sua espressione a farmi capire che la partita stava per subire un nuovo capovolgimento.
Riuscì a staccare gli occhi dai miei seni e prese a fissare la cassettiera, piena di collane e orecchini, ci planò sopra con la mano, lasciandoseli tintinnare fra le dita, poi trovò evidentemente qualcosa che faceva al caso suo, un lungo filo di perle che avevo da anni e non mettevo quasi mai. Le raccolse, saggiandone la solida perfezione, poi le srotolò sospese sul mio viso, iniziando a usarle per sfiorarmi le guance, il naso, le labbra.
Aprii la bocca e iniziai a danzare con la punta lingua sulle piccole sfere lucide. Il bambino dispettoso prese a sollevarla ritmicamente, costringendomi ad allungare il collo per addentarla, come un pesce che abbocca all’amo, finché, di colpo, si chinò sulla mia bocca per un nuovo bacio. Fu il secondo della nostra serata e fu anche la prima volta, forse l’unica in cui il timido professore mi insegnò cos’era un “bacio alle perle”. Succhiare la collana e le nostre labbra, questa sì che era una cosa totalmente inedita, quell’uomo sembrava non contemplare la normalità, con lui ogni cosa doveva essere originale e unica.
Quando le nostre bocche si staccarono le biglie erano bagnate di saliva, Nicola prese a farmele scivolare addosso, lungo il collo e poi giù, nell’incavo fra i seni, lasciando delle scie lucide sulla mia pelle, le portò ai capezzoli iniziando delicatamente a torturali, era il suo modo diabolico per rispondere alla mia provocazione, toccarmi sì, ma in un modo diverso e terribilmente efficace. Quel leggero tintinnio divenne la nostra nuova musica, rigata da risate nervose e sospiri di un godimento ormai incontenibile.
Sentii le perle scendere ancora, lungo la pancia, allargai istintivamente le gambe e il calore mi avvolse quando quella insolita carezza si posò leggera fra le mie cosce a sfiorarmi le labbra in un modo così leggero da risultare quasi sadico.
Presi a mordermi la lingua spostando il bacino in avanti, sul bordo della poltrona, la regina nello specchio aveva di colpo assunto una nuova espressione, meno nobile e più carnale, sembrava preda di un meraviglioso incantesimo.
Nicola si inginocchiò fra le mie gambe ormai oscenamente spalancate, il suo lungo viaggio dentro la mia vita stava per raggiungere una nuova tappa misteriosa, quel posto in cui la voglia mi faceva più selvaggia e animale, lo sentii premere le perle cercando di infilarle dentro la mia fica.
I versi che uscivano dalla mia bocca parlavano una lingua che pochi uomini avevano davvero compreso fino a quel momento, stavo godendo, di un piacere inedito e trasgressivo, la donna curiosa si manifestò all’improvviso, ipnotizzata da un incanto che non conosceva, una nuova porta da aprire verso sé stessa e le proprie sensazioni.
Quando le perle iniziarono a entrare chiusi gli occhi, alzai le cosce poggiandole sui braccioli della poltrona, mi offrii definitivamente ai suoi giochi col cuore che mi fracassava il petto «Sì..» mi uscì dalla bocca, la sillaba in cui tutto è possibile, anche farmi scopare dalla mia collana.
Persi il conto delle sfere che stava introducendo dentro di me, persi coscienza di tutto, anche di me stessa, il buio delle palpebre era pieno di strane splendide sensazioni, scintille di luce circolari, sferiche stimolazioni tattili che mi facevano stringere ritmicamente le natiche, qualcosa di caldo mi colava fra le cosce, l’aurora liquida del mio piacere.
Urlai, forte, quando le biglie iniziarono a fare il percorso alla rovescia, uscendomi da dentro, parevano strappare vie strisce di cuore, mi sentivo così nuda, così disarmata, così vulnerabile da volerlo fare smettere ma l’eco del mio orgasmo aveva già iniziato a farsi sentire, dominando qualsiasi mia resistenza. La collana usciva, poi rientrava accompagnata dalle sue dita, poi usciva di nuovo facendomi sussultare, Nicola voleva scoparsi il mio piacere, prendersi anche quello nel buio sconfinato di quella notte assurda. L’istinto ordinò alla mia mano di posarsi fra le cosce per liberarmi da quella tortura, presi a roteare le dita sulle perle e con esse sul clitoride, ero ormai allo stremo, aprii di colpo gli occhi, li puntai nei suoi ed esplosi...

Non accade sempre, non in quel modo almeno.
La scala degli orgasmi ha valori impossibili da decifrare, figuriamoci provare a raccontarli.
Però, a volte, quando le stimolazioni fisiche, cerebrali ed emotive si allineano, come pianeti in un’eclissi, quelle volte, succede qualcosa di diverso.
È come, il volo di un’altalena che si ferma a metà, nel punto più alto della sua corsa e, inspiegabilmente, resta sospesa nel niente.
C’è quella discesa che è come precipitare e poi di colpo si va su e lì si resta, in quella vertigine impossibile che è buio, ed è luce.
Il cuore inventa un ritmo che non esiste in una musica che ha una gran voglia di uscirti da qualche parte.
A volte – spesso – ti esce dalla bocca stirata in vocali graffiate.
Altre volte – quelle volte – la musica si scioglie.
E ti esce a fiotti dalla fica.
Fa paura, soprattutto le prime volte, perché ti sembra di aver perso così tanto il controllo del tuo corpo da essertela fatta sotto. Da dentro la sensazione è molto simile ma poi, col tempo, capisci che è un fenomeno completamente diverso.
E ho scoperto proprio quella notte che, su durante quella sorta di tempesta hai qualcosa dentro il tuo corpo, qualcosa come una cazzo di collana di perle, allora le contrazioni vaginali che si stringono vengono a loro volta stimolate dalle sfere in un moto perpetuo che non fa più scendere l’altalena, ti viene voglia di prenderti a schiaffi il clitoride per farlo fermare, hai quasi paura di morirci con quella musica selvaggia.
Ma il fatto è che, io, quando sento una bella musica, divento bellissima.
Mi trasformo, mi distraggo, disegnando invisibili architetture con le dita dei piedi che si contraggono; chiudo gli occhi su gemiti strumentali particolarmente efficaci, bisbiglio parole e commenti screziati, sembro posseduta e, per qualcuno evidentemente, divento irresistibile.
Improvvisamente libera, senza più maschere e strutture come se, solo in quel momento, fossi completamente nuda.
Quando riemersi da me stessa guardai la faccia stupita di Nicola e non riuscii a non ridere, aveva la barba lucida, bagnata di me. Provai anche l’istinto di chiedergli “scusa” ma poi realizzai che, non solo era stato lui ad accendere quella fontana, era stato lui a volere ogni cosa mi appartenesse e in quell’esplosione aveva avuto davvero tutto.
O forse no.

C’era ancora una parte di me che avevo ora una gran voglia di dargli, mi sfilai la collana da dentro con un ulteriore sussulto, mi alzai in piedi con occhi che dovevano sembrare furiosi, illuminati dall’orgasmo e sfigurati dalle macchie del trucco.
«Siediti!» gli dissi indicando la poltrona fradicia di umori, poi mi piegai, lentamente, libera di farmi guardare mentre mi accovacciavo fra le sue gambe.
Con la collana intrecciata fra le dita presi ad accarezzargli l’interno delle cosce, invitandolo a sollevarle sui braccioli, guardai il suo sesso, era in tiro da così tanto tempo che per un istante pensai che sarebbe bastato il mio sguardo per farlo schizzare tutto il suo piacere. Presi la collana e ce la lasciai cadere attorno, due, tre, quattro giri e per un attimo sembrò che quel palo di carne fosse in realtà un semplice supporto da esposizione, un supporto evidentemente solido.
Chi sono io?
Sono una donna curiosa, un’amante probabilmente inconsueta, con uno spiccato gusto per una certa estetica dell’eros. Si accendono immagini nella mia testa che non la smettono di tormentarmi finché non le do alla luce, come se la mia mente fosse padrona e il mio corpo, a volte, solo un umile schiavo. Sapevo cosa volevo adesso, cosa aveva disegnato la mia fantasia, già dalla nostra chiacchierata in balcone.
Le mie mani scivolarono sulla sua pelle, l’una in direzione dell’altra, fino a ricongiungersi, morbidamente, seguendo un’organizzazione dettata dall’istinto la destra si strinse attorno alla sua carne e la sinistra ruotò in basso, fino a raccogliergli i testicoli.
Bruciava! Le vene erano gonfie, percorse da scariche di godimento, portai il pollice sulla carne viva della cappella e iniziai ad accarezzarla. Aveva ragione, lo smalto nero mi stava davvero bene, spiccava, sui filamenti adesivi del suo piacere.
“Mi piace il tuo bracciale.. Quando muovi la mano.. ogni volta il bracciale scivola e.. non so.. non si riesce a non guardarlo” così era iniziata la nostra folle serata e come il cerchio di una collana, che richiudendosi su sé stesso sfuma il principio con la fine, la mano riprese a muoversi e il bracciale a scivolare.
La masturbazione maschile ha sempre avuto su di me un effetto ipnotico, è una danza meccanica che non la smette, ancora oggi, di incendiarmi i sensi, molto più di tante altre pratiche sessuali, forse proprio perché, rispetto alle altre, offre un piacere visivo assolutamente primordiale, selvaggio, animale. Guardo le mie mani e godo di me stessa, mi sento la sporca incantatrice di un serpente lurido e voluttuoso, d’altronde, il sesso si fa Nudi, oppure non si fa.
Il passo a due delle mani, che varia di ritmo e intensità, afferrarlo sempre più stretto per poi mollare subito la presa, renderla leggera e tramutarla in carezza, muoversi piano, quasi al rallentatore e poi tornare improvvisamente a correre, usando l’altra mano per coccolargli le palle.
Anche questo regalai a Nicola, forse fu il mio dono più grande, la versione più troia di me, quella che gli masturbò il cazzo con una grazia da regina, senza smettere per un solo istante di supplicarlo con gli occhi, vieni, diceva la smorfia che piegava le mie labbra, vieni, mentre il polso si muoveva sempre più frenetico, vieni, con quella musica di acciaio e perle che sbattevano fra loro, vieni, fissandogli la cappella che spariva e riappariva fra le mie dita inzuppate, vieni, finché..
un lampo,
un scintilla bianca, improvvisa e fugace,
annunciò la deflagrazione del suo cuore,
si contorse sulla poltrona, gemendo come un animale,
si portò le mani agli occhi in preda a una meravigliosa disperazione
e venne,
copiosamente,
che sembrava gli stesse uscendo l’anima dal cazzo,
venne,
e mai per un secondo,
pensai di spostarmi dai caldi fiotti del suo piacere,
sul viso, sugli occhi, sui capelli,
quell’orgasmo sontuoso era mio
e io lo volevo tutto
tutto addosso a me.

Eccolo, l’ingrediente che mancava, l’inchiostro color perla che coi suoi schizzi mi scrisse sulla pelle la punteggiatura di questa storia.

Continuai ad accarezzarlo, con le mani
seguendo il ritmo affannato dei suoi ultimi spasmi.


La notte, fuori dalle finestre, stava già truccandosi da mattina, le ore erano scivolate via senza che ce ne rendessimo conto, impegnati com’eravamo a esplorare un nuovo modo di darci piacere. Trovammo la forza di unirci ancora, sul mio letto, percorrendo dinamiche molto più tradizionali ma non per questo meno intense. Ci fu qualcosa però, qualcosa che illuminò per un’istante la consapevolezza che quella nostra prima notte insieme sarebbe stata anche l’ultima, che il cerchio si era davvero chiuso. Forse per ciò che disse a un certo punto, mentre era dentro di me, l’entusiasmo nell’aver trovato una donna curiosa, aperta ai suoi desideri lo aveva evidentemente portato a confondere le emozioni. In quel momento mi sembrò precoce e fuori luogo o forse perché, quella giovane me stessa, era in quel periodo troppo presa dalle sue infinite curiosità e non aveva nessuna voglia di fermarsi. Quando Nicola, sfinito, si addormentò accanto a me, ricordo di essermi alzata in piedi, frastornata come fossi riemersa da una dolce sbornia, mi sfilai finalmente le calze con immenso sollievo, il duello era finito e potevo riporre le mie armi. Volevo dormire ma una strana frenesia continuava a corrermi sotto la pelle, mi infilai sotto la doccia e ne riemersi dopo qualche minuto, avvolta in un morbido accappatoio.
Camminai a piedi nudi in quella casa satura di sesso, raggiunsi la finestra in cerca d’aria nuova. Trovai la luna, ad aspettarmi, in un cielo che non era più il suo.
Sul suo volto assonnato riconobbi una sfumatura rosa, che pareva quasi un timido sorriso e in quel momento, forse per la prima volta, capii che la storia di quella notte, doveva essere prima o poi raccontata.




Fine.


https://youtu.be/irq959oNVww










Quattro, sono le parti che formano questa strana suite autobiografica,
quattro, le canzoni con cui ho provato a raccontarla,
quattro le fasi con cui la luna femmina si sveste e riveste ogni mese
e infine quattro, sono le lettere con cui ho scelto di firmare le mie storie,
l’underscore, se volete, prendetelo come un inchino_

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