Il ladro di mutandine

Scritto da , il 2020-09-12, genere pulp

Certo, tutta la famiglia era strana. Il padre sembrava un vecchio rimbambito, non si capiva se si rendesse conto di qualcosa; la madre era una donna di una timidezza mostruosa, capace di fuggire via se incrociava qualcuno e di arrossire se le si diceva buongiorno; la figlia, che ogni domenica veniva a trovare la famiglia, era grassissima, come il marito e i figli: tra tutti e quattro sfioravano la mezza tonnellata. Un'obesità inspiegabile, dato che il resto della famiglia era, all'opposto, di un'impressionante magrezza. Anche il ragazzo era magrissimo: alto, il viso lungo, gli occhi scuri, la figura leggermente curva. Quando lo vide per la prima volta pensò che fosse tale e quale al protagonista di quel vecchio film che avevano rivisto in televisione la settimana prima, quello in cui un pazzo ammazzava la gente travestito da donna perché credeva di essere la madre.
La casa dei pazzi era la più vicina alla loro, una casa grigia, in evidente rovina anche se era difficile pensare che ci fosse stato un tempo in cui aveva avuto un aspetto migliore. Jennifer dovette ammettere che la loro villetta era la più bella, appena ristrutturata, ridipinta di fresco e con un patio che era un incanto. Con la madre finse di essere felice ma il posto non le piaceva per niente. Sì, di giorno era tranquillo e riposante ma appena scendeva la sera la assaliva l'angoscia, provocata dal buio che li circondava e da un assordante silenzio rotto solo da latrati di cani o da versi di uccelli notturni. Lei era sempre vissuta in città e non si sentiva attratta dalla poesia della campagna.
Warrenville era il nome di quel posto, una trentina di case disposte ai quattro lati di un incrocio e casa loro non era nemmeno nel villaggio ma mezzo miglio all'interno, ai margini di un piccolo bosco. Per andare a scuola, la mattina doveva prendere la bicicletta e farsi cinque miglia fino alla città e quando pioveva era meglio aspettare l'autobus giù in paese.
Joe aveva voluto così, aveva sempre sognato una casa in campagna e in fondo il più sacrificato era lui, perché, per andare al lavoro, doveva percorrere ogni giorno quaranta miglia, tra andata e ritorno.
La mamma lo aveva accontentato anche in questo, come sempre.
Da quando era morto suo marito, Ethel aveva incontrato diversi uomini, uno peggiore dell'altro. Joe era senza dubbio il migliore: tranquillo, posato, forte, in grado di proteggere le sue donne. Era fin troppo robusto, quasi grasso e con pochi capelli: Jennifer si chiedeva sempre cosa ci avesse trovato in lui la madre ma d'altra parte nemmeno i suoi precedenti compagni erano stati attraenti. Nonostante l'affetto per lei, la figlia non poteva non pensare che a sua volta Ethel non era precisamente una bella donna ma una quarantacinquenne appesantita e dai gusti discutibili in fatto di vestiti e di profumi.
Non era il tipo di donna che sa stare senza un uomo da cui dipendere. E Joe si occupava di tutti i problemi, pagava le bollette e le rate della casa e dell'auto, provvedeva agli studi di Jennifer e alle cure dentistiche.
A volte si ritrovava a piangere da sola, nella sua camera. Aveva stretto amicizia con diverse nuove compagne ma abitava troppo distante da tutte loro per frequentarle fuori di scuola. Quando era pronta la cena si asciugava le lacrime e scendeva, facendo finta di nulla. Non era il caso di amareggiare la madre e Joe che era così premuroso: non se la sentiva di dargli un dispiacere mostrandosi infelice.
A peggiorare la situazione c'era Cornell, il vicino. Aveva la sensazione che la spiasse, che nutrisse una curiosità morbosa nei suoi confronti. Forse era solo suggestione ma quando si affacciava alla finestra della sua stanza le sembrava che dalla casa dei Richmond qualcuno avesse appena accostato le tendine della finestra che era di fronte alla sua. E quando una volta uscì dal bagno dopo essersi fatta la doccia ed entrò in camera praticamente nuda vide la finestra aperta e per un attimo scorse qualcuno che la fissava.
Joe assicurava che non c'era nessun pericolo: erano un po' svitati, questo sì, ma innocui. Aveva preso le sue informazioni e tutte erano state rassicuranti: e poi, come potevano pensare che le avrebbe portate in un posto dove c'era gente pericolosa ? Ethel lo baciò e disse che ne era sicura: Warrenville era un bel paese e gli abitanti, dopo un'iniziale diffidenza verso i nuovi arrivati, si erano dimostrati cordiali e simpatici. Anche Jennifer era felice: non era così ? Jennifer annuì, il cuore in fiamme.
Poi, a un tratto, cominciò la sparizione delle mutandine. La mamma stendeva il bucato dietro la casa, in un piccolo spiazzo che da un lato guardava verso il bosco, dall'altro verso una staccionata non alta che divideva il loro terreno da quello dei Richmond. Il primo a scomparire fu uno slip giallo, con un ridicolo fiorellino dipinto sul davanti, roba da bambine e infatti per settimane non si accorse neanche di non trovarlo più. Quando però non riuscì più a scovare la mutandina celeste abbinata a un reggiseno dello stesso colore, si rese conto della sparizione di entrambi gli indumenti. Chiese alla madre, caso mai un errore di candeggio avesse rovinato quegli slip, ma Ethel cadde dalle nuvole. Trascorse un mese e scomparve un delizioso minislip nero che amava molto e stavolta disse chiaro e tondo alla madre dei suoi sospetti sul fatto che Cornell Richmond le rubasse le mutande. La madre si mostrò incredula e persino ingenua: cosa poteva farsene un giovanotto di slip femminili ?
"Mamma, per piacere, quello è pazzo, un maniaco ... credo che mi spii, mi sento sempre gli occhi addosso se non chiudo le tende in camera mia ... "
"Ma Jennie, ci vogliono delle prove per accusare qualcuno ..."
"Secondo te chi ruba le mie mutandine ? Un vagabondo che si trova a passare o qualcuno vicino a noi ?"
"Ma anche se fosse, sono cose di scarso valore, non ha senso denunciare il furto ..."
Ethel, a volte, era esasperante nella sua ottusità.
"Io non ho intenzione di vivere accanto a uno psicopatico sessuale senza fiatare ..."
"Non vorrai mica dirlo a Joe ? Lo sai che ti adora, se sospetta una cosa simile non si sa che potrebbe accadere, magari va a dare fuoco alla loro casa ... non provochiamo tragedie, piccola."
Per un poco di tempo i furti cessarono ma presto il ladro sembrò attratto da altro: scomparvero un paio di shorts e anche un reggiseno. Ma quando Jennifer si avvide che era stato trafugato persino un paio di leggins bianchi, non ci vide più: disse alla madre che o andava lei a chiederne la restituzione dai Richmond o l'avrebbe fatto lei stessa. In quel momento rientrò a casa Joe, con in mano i leggins scomparsi, tutti sbrindellati e rovinati.
"Li ho trovati davanti alla rimessa ..."
"Oh Dio" disse Ethel, "deve essere quel cane randagio che ho visto diverse volte ... ora si spiega tutto ..."
Il giorno dopo, un sabato, Joe organizzò una battuta di caccia con il vice sceriffo e alcuni volontari. Il grosso cane nero era stato visto in diversi posti negli ultimi tempi e c'era il sospetto che fosse idrofobo. Alla fine lo scovarono mentre cercava di ficcarsi nel pollaio degli Amberson, spinto dalla fame: fu Joe a centrarlo in pieno con la sua carabina.
Jennifer non era per nulla convinta che il cane fosse l'autore dei furti. Che una bestia cercasse di rubare dei polli per sfamarsi era normale, che fosse attratta da pezzi di stoffa colorati era ridicolo. E come aveva fatto a strapparli dalla corda dove erano attaccati con le mollette senza lasciarne i pezzi sul terreno ?
A scuola molti ragazzi sbavavano per lei, alcuni erano anche carini ma non le dicevano molto, però tutto questo interesse la lusingava e la convinceva che se ragazzi normali che potevano correre dietro a tutte le minigonne, stravedevano per lei, figuriamoci un essere solitario e pazzoide come Cornell.
Una mattina se lo trovò faccia a faccia mentre usciva di casa e i suoi occhi la fissarono a lungo e mosse le labbra come se volesse parlarle. Jennifer scappò quasi, spaventata, e si allontanò senza guardarsi indietro ma presto si accorse con sollievo che non l'aveva seguita.
Rose, la compagna di scuola a cui confidò le sue paure le suggerì uno strano modo di risolvere il problema.
"Io avevo un ragazzo che abitava di fronte e che mi spiava di continuo. Allora un giorno lascio aperta la finestra della mia camera e mi spoglio tutta, poi mi affaccio e dico: Tom, che fai lì nascosto, vieni a masturbarti qui ... Bè, da allora, vistosi scoperto, non ha più avuto il fegato di infastidirmi ..."
Tom, pensò Jennifer, doveva essere un innocuo guardone ma se Rose avesse visto lo sguardo allucinato di Cornell, avrebbe pensato a una soluzione meno pericolosa.
Una domenica organizzarono una grigliata e invitarono colleghi di Joe e nuovi amici del posto, tra cui il vice sceriffo. Joe mostrò la sua collezione di armi, tutte regolarmente detenute, tra cui un fucile Carcano simile a quello con cui fu ucciso il presidente Kennedy.
"Eh" disse il vice sceriffo che si chiamava Frank Catalano, "noi italiani ci sappiamo fare con le armi ..."
Dalla casa dei Richmond videro andare via la figlia con la sua famiglia di ciccioni.
"Mi sono sempre chiesto come fanno a vivere" disse uno. "Intendo i due vecchi e il figlio, nessuno di loro lavora ..."
"Il vecchio prende una pensione e il figlio ha un sussidio ..." rispose Catalano.
"Con Cornell eravamo compagni di scuola, un ragazzo così intelligente ..."
"Ma che diamine è successo ? Come si è ridotto così ?"
"Non si è mai capito bene. Cornell era un secchione, pensava solo a studiare, non si interessava ad altro, che io sappia non ha mai avuto una ragazza, certo lo prendevamo in giro ma gli volevamo bene perché ci aiutava sempre nei compiti ed era davvero buono d'animo ... Poi, a un tratto è crollato e ha avuto un brutto esaurimento nervoso ... "
"Così, all'improvviso ?"
"Ho sempre pensato che le condizioni dei genitori che già allora si aggravavano, lo abbiano abbattuto. La sorella, quella cicciona, è sempre stata egoista e cercava di farsi mettere incinta da tutti, finché ha trovato un imbecille che avuto lo stomaco di farsela, chiedo scusa alle signore ma non riesco a non essere così crudo. Non so che cosa scattò nella testa di Cornell ma dopo la malattia si è isolato da tutti, non è quasi più uscito di casa. Quelle poche volte che riesco a farlo parlare farfuglia dei genitori a cui deve badare perché non sono autosufficenti ma avrebbe bisogno lui di qualcuno che gli badasse ... "
Jennifer, che aveva ascoltato con attenzione le parole del vice sceriffo, la notte si rigirò nel letto, inquieta. Il racconto l'aveva convinta che Cornell non ci stava davvero con la testa e che fosse pericoloso: possibile che nessuno se ne rendesse conto ? Un giorno magari avrebbe fatto una strage, ammazzando i genitori e magari anche la sorella e la sua famiglia, oppure avrebbe colpito gli estranei, a cominciare dai vicini ... Se covava una fissazione nei suoi riguardi, allora lei era a rischio !
Si addormentò ma fu una notte segnata da un incubo terribile. Sentiva dei rumori provenire dalla stanza della madre, si era alzata per andare a controllare e aperta la porta le si era presentata una scena raccapricciante: Cornell stava costringendo la madre a un rapporto orale. Quando la vide sogghignò e le disse: "Vieni, ce n'è anche per te !" Era fuggita ma udiva chiaramente i passi di Cornell che la inseguiva e la chiamava per nome, affibbiandole gli epiteti più sconci. Si svegliò di soprassalto, e si guardò intorno spaventata. Le rimase un senso di angoscia che la accompagnò per il resto della giornata, opprimendola come un peso sullo stomaco.
Qualche giorno dopo, tornando da scuola, trovò Joe e la madre che la aspettavano davanti casa, in procinto di mettersi in viaggio.
"Che è successo ?" chiese allarmata.
"La nonna ha avuto un infarto ... devo correre da lei ..." rispose la madre, abbracciandola.
"Vengo con te !"
"No, non puoi perdere questi giorni di scuola, non sappiamo quanto ci vorrà ... "
"Ma resto sola ..."
"Non preoccuparti" disse Joe, "farò più presto che posso e tornerò prima di notte, così non resterai sola a lungo."
In quel momento la preoccupazione per la salute della nonna non era così forte come la paura per se stessa, ma ancora una volta non disse nulla per non creare problemi.
Li vide partire con un groppo in gola. Era la prima volta che restava sola in quella casa e si rese conto, una volta di più, di vivere in una specie di deserto. In città la gente può anche ignorarsi ma se ti metti a gridare per chiedere aiuto, i vicini non possono non sentirti. Ma lì ... gli unici a portata di mano erano i Richmond e proprio di loro, di uno in particolare, aveva paura.
Si diresse alla porta della cucina per andare a vedere se i panni stesi si erano asciugati, come le aveva raccomandato la madre prima di partire, ma aveva appena aperto che si ritrovò faccia a faccia con Cornell. Fece un balzo indietro per lo spavento e il fatto che il giovanotto fosse spaventato almeno quanto lei, non la rassicurò. Serrò la porta e gli urlò di andare via.
I suoi timori si stavano avverando, era sola contro un maniaco ! Evidentemente Cornell aveva visto Ethel e Joe andare via, forse aveva spiato anche i loro discorsi e sapeva che Jennifer sarebbe rimasta sola fino a tardi.
La porta principale ! Non era chiusa da dentro, doveva correre subito ...
Lui era già là davanti, l'aveva spalancata ma non era entrato.
"Jennifer ..." la chiamò lui.
"Vai via, altrimenti grido" rispose lei, senza rendersi conto che stava già gridando.
"Io ... devo solo dirti una cosa importante ... è da tempo che ..."
"Non abbiamo niente da dirci ! Guarda che chiamo la polizia !"
Afferrò la prima cosa che le capitò sotto mano, un pesante e brutto falso vaso cinese e fece il gesto di tirarglielo addosso.
Cornell fece un passo indietro e nei suoi occhi si leggevano paura, dolore e una tristezza infinita.
Alzò la mano come per chiedere pietà e continuò a indietreggiare.
Jennifer ne approfittò per chiudere fragorosamente la porta e serrarla con tutti le mandate e i chiavistelli a disposizione. Scoppiò in un pianto liberatorio. Pensò di telefonare alla mamma e a Joe ma li avrebbe solo allarmati; pensò allora di chiamare Catalano, il vice sceriffo, ma sapeva bene che quello nutriva simpatia per il suo vecchio compagno di scuola che gli passava i compiti e dubitava che le avrebbe creduto fino in fondo. E poi, pensandoci bene, di cosa poteva accusarlo ? Aveva cercato di entrare in casa ma quando lei lo aveva bloccato, si era fermato. Avrebbe dovuto farsi violentare per poterlo denunciare ? Telefonò a Rose e le raccontò che era sola in casa con il pazzo fuori ad assediarla.
"Mmmh, che situazione da thrilling ! Scusa, ma non mi hai mai detto se questo pazzo è carino oppure orrendo ..."
"Ma tu sei veramente scema !"
"E tu pensi che tutti ti vogliano sbattere come se fossi miss universo ..."
"Ma fottiti, stronza !"
"Ehi, vacci piano ..."
"Me le so scegliere le amiche !"
La casa era un mezzo arsenale, con tutte quelle armi di Joe, ma lei non sapeva usare nemmeno una scacciacani. Era una situazione assurda e la colpa era tutta di Joe e di quella scema della mamma che si era lasciata trascinare a vivere in quel buco. Sarebbe scappata via, non potevano trattenerla ...
Stava scendendo la sera. Accese la televisione ma poi la spense subito, pensando che il suo volume avrebbe coperto eventuali rumori sospetti. Tutto era chiuso, porte e finestre, ma l'inquietudine non la abbandonava. Pensò che da quando era entrata in quella casa aveva subito provato disagio e prima ancora di sapere chi erano i loro vicini. Senza nemmeno accorgersene si perse in un dolce dormiveglia, una sensazione finalmente di pace e di quiete in cui era tornata bambina e giocava con suo padre su una spiaggia, quando era felice e tutto andava per il verso giusto ...
Non sapeva se dormiva ancora o era sveglia. Era buio ormai, nel silenzio della casa si udiva solo il ticchettio di un orologio da qualche parte. Qualcuno le aveva infilato una mano sotto lo slip, la gonna era del tutto sollevata, e le dita frugavano tra la peluria e quelle dita sapeva bene che non erano le sue, non potevano essere ...
Come aveva fatto a entrare ? In ogni caso ci era riuscito e ora lei era in suo potere, senza nemmeno poter urlare perché la gola si era come paralizzata.
Lui ansimava, stava godendo a toccarla e fu allora che capì, intravvedendo la sua sagoma nel buio quasi totale, illuminato solo da squarci di luce provenienti dalle fessure della finestra, che qualcosa non andava. Cornell era magro mentre quest'uomo che la masturbava era massiccio, largo, come ...
"Joe !" urlò, ritrovando la voce.
Il grido sorprese l'uomo che mollò la presa e lei si precipitò all'interruttore della luce per illuminare la stanza. Joe era davanti a lei, la patta dei pantaloni aperta, un filo di bava che gli scorreva dalla bocca.
"Joe !" ripetè Jennifer, senza trovare altre parole con cui esprimere il suo disgusto.
"Jennie, scusa" disse lui, quasi balbettando, "io ... avrei dovuto chiederti il permesso ..."
"E tu pensi che io ... Sei impazzito ?"
"Avanti, Jennie, ho capito i tuoi sguardi, sai ..."
"Ma quali sguardi, che hai capito ?"
"E quelle gambe che metti sempre in mostra e non perdi occasione per ... l'altro giorno si vedeva tutto ..."
"Sei ... sei proprio sporco ..."
"Oh Jennie, ti ho amato dal primo momento che ti ho vista, ho pensato: questa piccola me la devo crescere ... perché avrei sposato quella ciabatta di tua madre, così grassa e stupida ? L'ho sopportata per amor tuo e ci ho fatto l'amore solo perché pensavo che da quella grossa fica sei uscita tu."
"Non ti voglio sentire, vai via!"
"Ascolta, ora sei grande e possiamo fare i nostri comodi se tu vuoi ..."
Jennifer uscì dalla stanza, corse verso la porta ma le forti braccia di Joe la bloccarono.
"No, Jennie, me la merito una ricompensa per tutti questi anni di sacrifici, ti ho vista sbocciare e non ti ho nemmeno sfiorata ..." L'aveva quasi sollevata e cercava di spogliarla ma Jennifer si dimenava e gli impediva di strapparle le mutandine e allora le diede un ceffone in pieno viso. La ragazza restò quasi stordita e allora Joe, sempre tenendola stretta la calò di nuovo a terra.
Le prese una mano e se la pose tra le gambe.
"Oh, Jennie, che puttanella che sei ..."
Jennifer all'improvviso gli strinse le palle e lo costrinse a piegarsi in due per il dolore.
La ragazza, libera, corse all'ingresso, perse tempo ad aprire la porta e una volta spalancata stava già per precipitarsi fuori ma le braccia del patrigno la avvinghiarono di nuovo.
"Ora ti insegno cos'è un pompino perchè me ne farai cento ..."
La testa di Jennifer sbattè contro la porta che lui cercava di richiudere e da quel momento tutto le si fece confuso. Si ritrovò a terra, come se Joe all'improvviso l'avesse lasciata cadere e udì in modo chiaro un alterco e i rumori di una lotta. Un urlo disumano squarciò la notte e un tonfo la avvertì che qualcosa di pesante le era caduto non lontano.
Una voce, molto dolce, le si avvicinò all'orecchio e le sussurrò: "Stai bene ?". Altre braccia la sollevarono e la condussero in soggiorno dove la adagiarono su un divano.
Prima di perdere i sensi vide il volto di Cornell che la fissava preoccupato.

Il vice sceriffo Catalano aspettava l'arrivo del suo superiore. Cornell era seduto davanti a lui, sullo stesso divano su cui aveva poggiato Jennifer.
"Un lieve trauma cranico, era di nuovo cosciente quando è stata portata via. La madre è stata avvisata ... Hai altro da dirmi, Cornell ?"
"Io ... è vero, la spiavo, è così ... così bella ..."
"Sì, è davvero bella. Assomiglia a Delia Greene, te la ricordi ? Eravamo tutti pazzi di lei ..."
"Allora ero anch'io un ragazzino mentre adesso ... ho quasi il doppio dei suoi anni ..."
Si asciugò la faccia, forse era sudore, forse qualche lacrima.
"Lei aveva paura di me, la capisco ... Forse pensava che fossi io a rubarle le cose mentre era lui ... l'ho visto una volta che prendeva una mutandina stesa ad asciugare e se la infilava in tasca ..."
"Chi l'avrebbe detto ? Pareva un tipo a posto ..."
"Sì, pareva a posto, lui ..."
"Cornell, non intendevo ..."
"E poi gli sguardi con cui la trafiggeva quando lei e la madre non se ne accorgevano ! La spiava anche lui, peggio di me ... E' incredibile la quantità di cose che può scoprire sul tuo conto chi ti abita di fronte ... Bè, le occhiate che lanciava alle sue gambe, al suo sederino non erano paterne, capisci ? Io volevo avvertirla di stare attenta, avevo paura per lei ..."
"Hai visto come ti ha detto grazie prima che la portassero via ? Adesso ha capito ..."
"Quando ... porterete via lui ?"
"Appena arriva lo sceriffo ... Non preoccuparti, Cornell, la testimonianza della ragazza, le circostanze, voleva stuprarla ... il coltello era suo, peggio per lui ... non verrai incriminato ..."
"Lo spero ... devo occuparmi di papà e mamma ..."

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