Raccolta differenziata

Scritto da , il 2020-09-09, genere etero

Sono dure le notti d’agosto, si fatica a muovere un passo e figurarsi intraprendere un percorso. Meno male che agosto era finito. Indossava ancora il suo sguardo, quello che le era scivolato addosso un anno prima, con cui l’aveva tante volte spogliata e lei aveva goduto. Gli aveva sussurrato all’orecchio tutto l’amore che aveva e poi urlato il suo desiderio. Lui era venuto da troppo lontano, per realizzare sogni in cui non credeva, per dar luogo a promesse che non sapeva mantenere.
“Allora chi sono io?” Lo aveva chiesto ancora a lei, davanti alle cartoline che guardavamo insieme. Quelle dell’Italia da cui non voleva staccarsi mai. Di giorno ingannava la sua mente con molte attività e di notte tornava da lei. Lei lo sapeva perché. Per vedere montagne, colline, mari e fiori, bellezze eterne o effimere riflesse negli occhi di lei. Estati vuote, amori spenti. L’inferno che lui si portava dentro era tutto un palcoscenico.
Ma questa domanda non la poteva fare a lei veramente. Ce l’aveva coi suoi sogni rinnegati, con l’Italia stessa. E che risposta si aspettava?
Come ha detto qualcuno l’Italia ha i capelli verdi e il tacco dodici, non gliene importa niente di sapere chi sei tu. Sul suo corpo ne son passati a milioni e nessuno mai l’ha calpestato davvero il suo cuore. Non la metti certo in crisi con così poco. Risponditi da solo.
Per fortuna che agosto era finito. Per fortuna che faceva fresco e lei poteva ricominciare a correre tutte le mattine, anche se si domandava ancora perché lui tornava ogni sera.
“Perchè lo fai? E una pallida idea del mio dolore ce l’hai?”
Ma non avrebbe potuto dirlo, sarebbe stato come dire “non devi apparire più se non decidi di restare”; ma poi sapeva che se fosse scomparso per sempre lei non avrebbe dormito mai più. Lo sapeva pure lui che quindi se ne andava sempre lasciando lo spiraglio di una domanda senza riposta per venire a cercare la risposta l’indomani.
E lei si era detta che non avrebbe guardato a nessun altro nel frattempo, finché non fosse riuscita a capire chi era lui. Avrebbe dato prova di una determinazione senza pari, non per rispetto a lui ma a se stessa. Se era capace di decidere qualcosa e non cambiare mai idea allora sapeva almeno chi era lei.
Ma era bastato il tempo sufficiente affinché la notte esplodesse in un’alba luminosa, a farle afferrare le lenzuola con tutt’e due le mani e a spostarsele dallo stomaco con la sensazione di potersi così strappare via il bruciore dal costato.
Era bastato un messaggio di quelli dei tempi in cui andava tutto bene. I tempi dell’ottimismo a cui non era più abituata. E quella mattina la pioggia cadeva a scrosci pure. Quindi sarebbe rimasta a strisciare dal letto al sofà, dal letto al tavolo di lavoro, dal tavolo al box doccia, nell’indecisione di concedersi un’altro lauto pasto a base di hamburger o un’altra dormita da depressi.
Quindi perché non accettare l’invito di un vecchio amico che vuole fuggire dalla normalità o forse solo ricordarsi di quando era normale, senza legami e lavoro fisso, con sogni e prospettive.
Nemmeno il tempo di finire il pranzo e decidere se le era piaciuto o meno che lui se ne usciva con i loro momenti d’oro: “ti ricordi della volta che ti ho mandato quel vocale e tu non te l’aspettavi e lo hai aperto davanti a tua madre?”
E come non ricordarlo...
“Dio... ti sto pensando stasera, mi vedo che ti massaggio le tette mentre ti scopo...” E lei che credeva fosse per dirle su quale sito trovare la dispensa di chimica caricata dal professore, e la mamma che già stava col cucchiaio di minestra davanti alla bocca e con un movimento guizzante della lingua le sputa il brodo addosso.
Oh signore, se si resta davvero amici degli ex si possono ancora avere queste serate di esplosioni violente di risate.
Come due ubriachi che non sanno più la strada, erano arrivati confusi davanti casa di lui, che non c’era nessuno ma se anche ci fosse stata la signora, ormai da anni vivevano ogun per conto suo sotto lo stesso tetto. “Beati voi che ci siete riusciti, ma tu avevi un carattere pacifico e hai un talento per stilare armistizi di pace che funzionano con le ex.” Lei pensava.
Ma non riuscivano a entrare.
“Forse lei ha cambiato la serratura mentre non c’eri” temeva lei “e addio armistizio.”
Ma invece no, da perfetti idioti stavano cacciando la chiave nella serratura di qualcun altro grazie al vino. E così per un nulla, giù a ridere ancora.
Affondavano nei loro ricordi belli, in un letto sfacciatamente spogliato delle lenzuola che lui aveva avuto l’illuminazione di cambiare per quella sera, ma che, ammetteva realista, non aveva avuto voglia di rimettere dopo averle levate. Affondavano in un materasso di sogni passati da troppo tempo per far più male ma col sorriso, dolcemente.
Passato e presente e fluidi diversi scorrevano sopra di lei. Osservava il cuscino che scivola via con il suo malumore dietro al copriletto e toccar terra. Guardava la collanina che gli aveva regalato per un compleanno ondeggiarle sul naso nello stesso modo del quadro della madonnina sulle loro teste, che da come traballava pareva inchiodato con un Ave Maria.
Gli oggetti diventavano il corpo dei ricordi, i corpi vivi i contenitori delle speranze.
Agosto era finito ma era ancora estate. Faceva troppo caldo e si stavano infuocando l’uno per l’altra. Come al tempo della loro relazione da adolescenti le lancette correvano all’impazzata quando stavano insieme. Gli piaceva casa sua, a casa di lei i secondi passavano come secoli.
“Vorrei che fosse lo stesso qui. Che ogni gesto andasse a rallentatore, che questo amplesso rimanesse impresso in un registratore.”
Lui accoglieva la proposta, ma quando ne aveva mai rifiutata una?
Era sempre stato una soddisfazione, a letto e a tavola.
“Teniamoci un video di oggi che non sia solo nella memoria, e se poi per sbaglio lo perdiamo o lo pubblichiamo potremo sempre riderci di nuovo.”
La mano di lei gli scivolava sulle spalle, la schiena le sudava e sfregava contro il materasso ma continuavano e continuavano. Lei adorava quella pioggia di saliva e sudore che le cadeva addosso, sul petto e sugli occhi. Liquida, guizzante, nuova. Odori che aveva scordato, che non avevano bisogno della messinscena dei ti amo per eccitarla. Uno seduceva, l’altro conduceva, uno si stufava e l’altro deduceva. Senza silenzi oscuri o chiacchiere inutili.
Lei stava sopra ma era lui che si muoveva nella sua figa che lo accoglieva con il fuoco dentro. Lui la fotteva. Lei lo scopava. Lei si rovescaiva e con le cosce gli stritolava le reni. La pelle resa sensibile da tanto sfregare trovava sollievo in un leccarsi voluttuoso. Il sesso orale reciproco doveva interrompersi a forza per fare spazio all’aria che mancava ai polmoni, ai baci in bocca, ai gemiti sempre più forti.
Alla fine si staccavano dal letto e dall’abbraccio. Si separavano uno dall’altra ma solo con la carne. Lei non ne avrebbe avuto voglia ma agosto era finito e bisognava alzarsi la mattina e mettersi a fare qualcosa. L’agonia almeno per il momento era finita. Lui poteva confondersi di nuovo coi ricordi più belli e lei con l’arredamento di casa propria dove i secondi duravano secoli.
Tuttavia adesso sapeva che come delle promesse e dei gran progetti di quell’altro non restavano che cartoline, anche del suo amore e delle sue speranze su di lui non rimanevano che fotografie.
“Che non valgono un cazzo.”
La sua determinazione, la sua fedeltà per lui erano durate il tempo di un cheesburger con un ex. Allora il suo amore per lui non valeva un cazzo. Quanto la carta del cheesburger e il pomeriggio di sesso e basta. Che pure non valeva niente. Anzi, forse le aveva lasciato qualcosa in più quello che tutto il suo amore. C’è differenza alla fine tra farlo coi ti amo e farlo senza? Boh. Sicuramente il giorno dopo ci sarebbe stata differenza tra i bidoni da dover mettere davanti alla porta.
“Mettere fuori tutto domani, fotografie e cartoline, con la raccolta della carta.”

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