Crepa

Scritto da , il 2020-08-30, genere sentimentali

Mi aspettavo di tutto, ma non un abbandono così dilatato nel tempo.
Eravamo alla vigilia della nostra fine, e le luci del porto mi giravano attorno al capo; come le stelline che si vedono dopo un tremendo abbassamento di pressione o dopo l’aver ricevuto un colpo in testa.
Avevi cominciato a disertare le nostre giornate già da settimane. Erano settimane color seppia, settimane del colore dei dipinti decrepiti dal tempo.
Di ragioni se ne potrebbero trovare infinite, se ne potevano raccapezzare tante da parlarne per un milione di anni e poi far pace e amarsi per un altro milione di anni.
Invece ti nascondevi dietro a quella parola: impegni. Avevi tanti impegni: lavoro, spesa, cane, casa. Parole così brevi che non bastavano a farmi da coperta per proteggermi dal freddo. Non bastavano a nasconderti dalle tue bugie.
Freddo nell’aria del porto.
Dovevo andarmene, e lo sapevo. Chiudermi in qualche recesso, in qualche grotta, uscire dal mondo. Non giunsi al punto di andarmene dal mondo, del resto anche così mi sentivo fuori dalla vita. Un giocatore lasciato eternamente in panchina.
Mi venisti incontro solo per pochi minuti in quegli ultimi giorni: guardandomi fisso negli occhi con le tue pupille spalancate.

“Eri in vacanza e ho voluto lasciarti spazio. Ma adesso farai meglio a esserci e a esserci bene.”

Io non avevo bisogno di dire niente. C’ero, per te io c’ero sempre stata.
Questa idea non mi abbandonò per tutto il tempo: in quei momenti, quando anche tu c’eri, non mi interessava nulla. Il mondo pensasse ciò che voleva.
Ti ho guardato negli occhi, riconoscerei tra un milione i tuoi occhi. E non per il loro colore. Per quel modo che hai di non aprirli mai del tutto, di guardare senza dare l’impressione di vedere. Occhi che non dicono chi sei. Ma io li riconoscerei.
Avrei voluto chiederti: chi sei? Chi sono io? Cosa ci siamo fatti?
Ma non feci queste domande, né altre. La tua bocca prese d’assalto il mio collo, il tuo naso mi sfiorò la mandibola e la tua voce mi si versò nell’orecchio un sussurro: “Ti sono mancato?”
Mi era mancato molto di più che te in carne e ossa in quel periodo. Mi erano mancati aria per i polmoni e sangue per il cuore.
Io non pompavo più niente nel petto.
Io non contavo più niente sotto il suo assalto.
Il tuo bacio mi portò a sprofondare in un abisso totale, ebbi appena la forza per passare le mani sul tuo stomaco, senza più il coraggio di cercarti il cuore.
Senza più il coraggio di aprirti il mio di cuore.
L’ultima volta avevamo discusso della tua assenza, avevi sempre ragione, non avevo più il coraggio di avvicinarmi alla porta del tuo essere perché sapevo che bussare troppo forte avrebbe fatto scattare la serratura. Il totale abbassamento della maniglia mi avrebbe spezzato.
Non avevamo tempo di spogliarci come un tempo, tu non avevi tempo.

“Andiamo sul divano.”

Annuii venendoti dietro come uno spettro sconvolto. Eri più bianco del solito, più trasparente, eri già pronto a scomparire. Avrei potuto passarti attraverso e saresti stato in grado di fare altrettanto con me. Era questo dal principio forse, il nostro destino di fantasmi nati nel posto sbagliato, abitanti di un castello di sogni impossibili costruito al momento sbagliato.
Sentivo su di me le tue mani, ti sentivo afferrarmi la parte bassa della schiena, sollevarmi le reni e succhiare i peli prima di spingere la lingua su e giù. Per soffocare i gemiti ti spinsi a cercarmi velocemente con un altra parte di te, e mentre acuivo la stretta sulle tue scapole tu aspiravi l’odore dei miei capelli.
Potevamo andare avanti così fino a sfinirci, fotterci l’un l’altro fino alla fine, ma io non ne potevo più. Il mio corpo era spossato, la mia mente stremata, il mio cuore si era fermato. L’orologio dell’amore non era ripartito e io ne avevo bisogno. E te lo dissi. Avresti voluto replicare ma non te lo permisi; non potevo. Avrei dovuto e voluto ascoltarti ma non sempre volere è potere. La mia energia era fluita completamente fuori da me insieme all’ orgasmo e qualunque cosa avresti potuto dire non mi avrebbe riportato in vita.
Le onde del mare sciabordavano sotto di me. Il mare era un corpo compatto, tenebroso, sotto le spinte della nave alzava una cresta color brina contro la luna.
Sapevo che non saresti tornato.
Stavo cercando di reagire a questo teatro riuscitissimo. Due che si credono di conoscersi davvero, di conoscersi solo loro, qui dentro, là dentro. Nella bolla, la nostra bolla.
Ti tremava un labbro quando c’ero. Mi tremavano le palpebre quando non c’eri. E se non ci vedevamo accendevamo la luce, una sola, quella che ci faceva sperare che quell’amore fosse elastico, indistruttibile, malleabile. Che potesse coprire chilometri e chilometri, correndo fino allo sfinimento, fino a cadere morto ma per rialzarsi sempre.
Allungabile, stringibile, duttile. Come il mio cuore che ti era servito da antistress per molti mesi, e forse il tuo aveva avuto la stessa funzione per me, senza che nessuno dei due se ne rendesse conto.
Ma avevo sentito la necessità, io paziente a letto, di chiamarti e chiederti di alleviare le mie algie. E tu, come i medici pieni di ego che ammettono di non poter far più altro che constatare un decesso, hai diagnosticato su te stesso e non su di me: gratitudine a quell’amore che prima ti ha sostenuto, eppure ora lo vorresti muto.
La nave non sembrava dover mai entrare al porto, il mio compagno di viaggio alzò la testa poco dopo la mia sigaretta numero non so, un quarto d’ora dopo la tua diagnosi.

“Si vede la terra?” Mi chiese.

Non gli risposi. Avrei dovuto dire che non s’intravadeva ancora il porto d’arrivo e che sarei andata a prendere un caffè per entrambi, invece non dissi nulla. Io non vedevo la terra. Il resto del carico umano del traghetto la scorgeva, si ammassava sulle ringhiere del ponte, scattava fotografie.
Qualcuno ha detto che se l’essere umano conoscesse prima il modo in cui morirà si scaverebbe immediatamente la fossa con le proprie mani. È sicuramente vero questo, se il giorno che ti incontrai avessi saputo di quale malattia mi sarei consumata avrei prenotato pezzo di terra, lapide e fiori. E mi ci sarei messa sotto immediatamente.
Dal fumaiolo della nave sboccava il fiato grigio della fiamma di vita che smette di essere.
Dovevi ucciderlo, a modo tuo, questo cazzo di amore malato. Staccargli la spina, sfilargli da sotto il cuscino il buongiorno e la buonanotte, quelle due pillole che gli occorrevano alla sopravivvenza. Da medico della mia anima sei sceso di grado per vestire i panni di uno di quegli infermieri sociopatici che si curano di pazienti che magari sanno già di essere malati terminali; e che poi gli danno una mano a schiattare prima del tempo, senza aver avuto un attimo per rimettersi i peccati, in maniera traumatica. Di botto, con un suono che riproduce il verbo shock.
Io cadavere non so lasciare la stanza del moribondo, fuggire, seminare i miei pezzi. Smettere d’inseguire i tuoi pensieri e di farmi inseguire, perché da morti si continua a sognare così forte da avere il mal di testa.
È inutile che io lo neghi, qui non c’è un qualcosa che è andato storto e poi tornerà dritto con o senza di te, c’è una grossa porzione di me che è andata in cancrena, che tu continui a tenere in congelatore come un chirurgo pazzo e io devo dire addio al mio stesso pezzo di cuore morto.
Cancellarlo. Scomporlo fino a ridurlo a cellula, nucleo e mitocondrio.
Sto a metà dell’opera quando arrivi e ti affacci alla porta, da una porta bidimensionale perché ora è così. Io parlo dall’aldilà mentre tu sei ancora nel mondo dei vivi e ti alzi, respiri e cammini e come fai con l’ultima notte sopra alla coscienza non lo scoprirò mai.
“Mi sento grato per aver avuto la possibilità di conoscerti.”
Davvero? Crepa. Tu e la gratitudine.
Ma non per sempre, solo per un attimo, vieni di qua. Ascolta come il mare non si muove più, siamo arrivati, niente più musica al centro della terra, ma solo rumore. Vieni a sentire com’è, qui, dove ci si chiede se esisterà mai un altro dolce accordo in futuro, o se resterai per sempre una nota caduta dal pentagramma di un passato stonato.
E poi torna nell’aldiquà, oltre alla gratitudine portati via l’aver scoperto che non si gioca al dottore per caso, e non si dice ti amo per gioco, in nessuna occasione in un milione di anni.

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