Senza sangue

Scritto da , il 2020-08-23, genere pulp

Quello era stato sicuramente un giorno perfetto per essere vivi e non morti. Un ferragosto vestito di scintillanti toni di blu, di gabbiani presi a strillare contro il sole​ caldo, di onde che sciabordavano euforiche e decise contro gli scogli.


Un giorno che lasciava a bocca aperta; proprio di quelli in cui mettere via qualsiasi rancore e ricordare solo le prime estati. Quelle in cui lei faceva chilometri per riportare un cavalluccio marino o una stella senza una punta a lui. Quelle durante le quali lui sentiva filtrare i colori luminosi di lei sotto le palpebre e pensava: noi ci amiamo, quanto siamo fortunati. Saremo sempre felici come ora, non dormiremo mai separati e non ci sveglieremo mai senza un sorriso a trentadue denti l’uno per l’altra.


Sì...​ un giorno progettato per farlo sentire l’idiota del villaggio, e sorprendersi a domandarsi come aveva fatto a pensare nelle ultime stagioni che lei non avesse più alcuna necessità della sua presenza. Che poteva pure andarsene perché lei già possedeva mensole piene di libri da leggere, uno smartphone di ultima generazione che le stava attaccato peggio di un amante e occhi che tremolavano nel vedere chiunque ma non lui.


“Prendere da bere, tornare in camera e smetterla di lamentarsi una volta tanto.”​


Furono i tre punti che elencò la sua materia grigia.


“O una volta per tutte.” Aggiunse a voce alta, ma questo era assai più complicato come proposito.


Però quello era un giorno in cui promettersi di raggiungere obiettivi impossibili, erano in vacanza insieme per la prima volta dopo un secolo. Quindi valeva la pena di sforzarsi a essere felici per una volta e poi in eterno.


Quando ritornò nella camera lei era su una sedia del balcone, identica a tutti gli altri giorni, pensosa, distaccata. Pensò di chiudersi la porta alle spalle e andarsene senza disturbarla fino all’ora di pranzo, ma quel desiderio di corsa alla felicità di assopirsi non voleva saperne. Le posò il cocktail in grembo e lei rispose con uno spesso sorriso che in qualche maniera bruciava come il sole di mezzodì.


Fu allora che il giorno perfetto si incrinò, una piccola crepa si aprì al centro dell’aria di cristallo e poi si espanse con un crepitio.


Successe perché anche lei come lui si era sentita felice, e quando lo sei vivi l’attimo e diventi leggero, anche superficiale, perché in fondo la felicità è leggerezza.


Quel bicchiere del demonio che le aveva posato tra le mani le aveva impedito di chiudere abbastanza velocemente la schermata e comunque, se anche l’avesse fatto sparire più velocemente, lui aveva iniziato a vedere da molto prima, senza guardare. Tutto questo la irritava. Quel continuo osservare cose come se ci fosse qualcosa da scoprire. La privacy per lei era qualche cosa di sacro, anche in assenza di cose da nascondere.


Sbuffò e iniziò a bere e a parlare con lui, fingendo di non essersi accorta delle sue sbirciatine. Non era il caso di rovinarsi la giornata ricordandogli che che serve fiducia nei rapporti.


La voce di lei si attenuò poco a poco, lui non rispondeva, continuava a bere, aveva la stessa faccia di sempre. Dunque non c’era motivo di credere che avesse visto nulla che gli avrebbe guastato l’umore.


Era quasi ora di pranzo quando lei si alzò in un turbinio atomico di pulviscolo, il suo volto era calmo come la tavola d’acqua che si vedeva dalla terrazza.


L’attirò dai fianchi per trattenerla: lei era la spiaggia, l’ultima spiaggia su cui avrebbe voluto approdare. Coi capelli color sabbia e la pelle rovente e quegli occhi di stelle gelate.


Le afferrò la testa con entrambe le mani e se la portò accanto alle labbra, le prese la lingua in bocca succhiando saliva. La sua saliva.


“Sembrano i nostri primi baci.” Disse lei, senza nostalgia ma dando segno di ricordarsi di qualcosa.


“Durante quei nostri primi baci mi infilavi sempre le unghie nella nuca.”


“Non ho molte unghie in questo momento.” Gli fece notare sorridendo.


-Non uso più le mani solo per fare lunghe conversazioni, non siamo più ragazzini.- Era la frase che usava più spesso con lui per lamentarsi della vita piena di cose da fare che non le lasciava più il tempo di curare se stessa, ogni volta che lui rievocava la sua pretesa bellezza passata.


“Vorrei che tutto tornasse com’era, che provassimo a ricominciare daccappo. Basterebbe un piccolo sacrificio, un impegno di qualche minuto ogni giorno.”


“Ne sei davvero convinto?”


“Sì. E tu?”


Lei non rispose. I loro nasi si toccarono ancora, la luce le si impigliò nelle ciglia. Forse ci stava pensando. Considerava se davvero piò essere sufficiente la voglia di impegnarsi per riniziare ad amare.


Si avvicinò ancora a lei per darle un bacio e le avvolse le guance calde con le mani sussurrando un “ti amo”.


Lei non disse niente, tenne gli occhi chiusi mentre la bocca di lui disegnava un sentiero di baci dalle sue anche alla cassa toracica, in cerca del suo cuore.


“Posso sentire il tuo cuore.” Le disse.


“Dov’è il mio cuore?”


“Qui, credo.” Ipotizzò sfiorandole il petto a sinistra.


“Un po’ più al centro, in realtà.”


Si sdraiò accanto a lui spostando il bacio dalla bocca all’orecchio mentre le faceva scorrere le mani lungo la schiena.


“Voglio toccare così tanto il tuo corpo.” Le disse guardandola che si sfilava il prendisole senza nemmeno alzarsi e infilò un dito dentro di lei che si voltava sul fianco nel suo modo unico.


Quel movimento da serpente, ne era sicuro, soltanto lei sapeva farlo.


Si sdraiò su di lei e spinse le dita più a fondo, tendendole le cosce aperte con la mano sinistra. Lei gli afferrò le mani per riprendersi la propria umidità succhiandole. Lasciò fluire gemiti sentendosi leccare l’interno delle cosce e il pelo corto che le copriva la figa, il volume della sua voce continuava ad alzarsi di apri passo con l’intensità dei baci che dall’inguine le raggiungevano il collo.


Ora non aveva più bisogno di cercare il suo cuore, dal punto esatto che lo ospitava si sentivano battiti sempre più forti e nel momento della fine di tutto il desiderio, ricominciava ancora più intenso.


Non era più ora di pranzo, ormai il tramonto luccicava dietro le tende color crema, quindi lei disse che sarebbe scesa per un ultimo tuffo prima che fosse troppo scuro o troppo freddo. Non gli chiese di raggiungerla, né diede una sua opinione sulla possibilità che i piccoli impegni salvino i grandi amori.


Lui rimase per un pezzo disteso a sudare copiosamente, ricercò la causa di quell’effetto negli elementi inanimati. Sole. Cocktail. A parte sudare si può mentire copiosamente, ed era ciò che stava facendo lei da quando era tornato in camera, mentre ringraziava della bibita e parlava del “loro” amore. Ne era sicuro.


Ma a lui le orecchie ronzavano senza tregua perché ormai aveva la certezza che a lei non erano mancate le loro prime estati, nemmeno in quella replica tanto blu. Il suo soliloquio sull’amore non descriveva lui e lei, ma lei e l’altro. Forse fino a un secondo prima stavano organizzandosi un ponte di ferragosto molto più caldo e più soddisfacente di quello in corso coi partner ufficiali.


Erano mesi che le sentiva l’odore della saliva di quell’altro sulle labbra quando si avvicinava per farsi baciare, cosa che ormai era rimasto il solo a fare. C’era un nuovo profumo dolcissimo tra i suoi, di quelli che a lui non piacevano ma all’altro probabilmente sì.


Si domandò perché non era stato capace di dirle che aveva visto e intuito e capito quando era salito, invece di provare a farle indovinare che sapeva ma voleva riprovare. Era più che triste, più che agitato. Lei non aveva dato alcun segno d’interesse, non aveva alcuna intenzione di garantire quel piccolo impegno. Ma la cosa peggiore, ciò che lo teneva in tensione sempre di più, come una corda, era il fatto che lei non parlasse e che non facesse qualcosa, mai.


Neanche la cosa peggiore in assoluto, come sparire. Non si dileguava come un fantasma, ma chi resta in perenne silenzio ha il potere di far sentire gli altri, fantasmi.


Scese per raggiungerla, lei riemergeva in quell’ istante. Gli dava la schiena di sale e appariva una sagoma stilizzata contro la sfera accecante del sole al tramonto.


Stava lì, a guardare il sole, e sicuramente si sentiva meglio di lui. Lei era sempre stata meglio di lui, era quella che ce l’aveva fatta, che era riemersa dal mare rosso di quell’amore senza annegarci dentro. Aveva dimenticato tutto. Aveva raggiunto la felicità senza nemmeno provarci, scegliendo la libertà senza dover affrontare la fatica di un piccolo impegno mentre lui era rimasto indietro, ancora, a ​ provarci ogni giorno. Ogni sera era più vicino a un fallimento.


Quella sera no, tuttavia. Finalmente si sentiva anche lui leggero. Le montagne sopra il mare, sfocate nella luce, erano rese visibili grazie ai contorni infuocati dal tramonto. Un raggio di luce obliquo scintillava sulla superficie diamantata delle onde, passava a fianco alla silhouette di lei e si accorciava sempre più man mano che le si avvicinava.


Quella era la sera perfetta per smettere di provarci, d'altro canto lei non si sarebbe assunta la minima responsabilità, perché forzarsi ad amare qualcuno non è affatto un piccolo impegno. È uno sforzo incommensurabile, la finzione ha su se stessi l’effetto medesimo dell’indifferenza riservata agli altri. È un veleno terribile.


Quindi si decise a smettere di chiederle di fare quel minuscolo sforzo, ne avrebbe fatto uno lui.


Lei non lo aspettava, sorrise avvertendone la presenza alle spalle, ma non la vide. Fu davvero un piccolo sforzo, spingere e rimanere a guardare. Davvero, a parte la schiuma che ribolliva sotto le sue mani che apparivano dorate nella luce, era come osservarla attraverso un vetro. La giornata fantastica era ancora fantastica e lui, si disse, aveva trovato una conclusione fantastica. Un alito di vento smosse il pelo dell’acqua, gli corse un brivido gelato lungo la spina dorsale, il sole non s’era abbassato. Era al massimo del suo splendore arancione, alto su di un mare rosso, ma senza sangue.


L’acqua sotto le sue dita impiegò relativamente poco tempo per smettere di agitarsi, anche i tramonti hanno bisogno di poco tempo per spegnersi. In breve apparvero il crepuscolo, le stelle, una falce di luna. Ogni cosa, come il ricordo di lei e della loro storia, si tinse di bianco e nero.

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