Una storia d'amore

Scritto da , il 2020-08-05, genere sentimentali

La Montagna è donna.
È un assioma. Basta. Non necessita di dimostrazioni.
Vana è la follia dell'uomo che cerca di incarcerarla in nomi maschili, mentre la sua femminilità emerge perentoria dimostrando tutta la sua appropriatezza, nei nomi femminili che qua e là ancora le rimangono.
È la Marmolada, la regina delle Dolomiti.
A poco valgono i suoi vassalli, il Pelmo, il Civetta, il Sella o il Sassolungo, quando invece, poco distante ci sono le tre bellissime Tofane, le impareggiabili Tre cime di Lavaredo (se in tedesco si chiamano Drei Zinnen, ci sarà pure un motivo!), le famosissime torri del Vajolet, in particolare la Delago, la Stabeler e la Winkler.
La Presanella supera l'Adamello.
Mentre sul monte Rosa la punta Dufour, dall'alto dei suoi 4633 metri, non si fa per nulla intimorire da quel nano del Cervino, o dal lontanissimo monte Bianco, circondata dalle sue vallette, la Nordend, la Zumstein e la Gnifetti, damigelle che superano i 4600 e i 4500 metri.
Il manto dei ghiacciai del Gorner e del Grentz la vestono di tessuto scintillante come una sposa.
La Tresenta, la Tersiva e la Becca di Monciar troneggiano intorno alla Grivola, per non essere da meno dell'isolato Gran Paradiso.

E una donna, solo una donna, sa come amare questa grande, sconosciuta e indomita Donna.
Non centinaia di uomini, che l'hanno posseduta e violentata, graffiandola con picozze e ramponi, conquistata e legata con chiodi e corde, infliggendole l'umiliazione di una bandiera, alla ricerca della propria affermazione e della propria gloria.

Rifugio Gianetti, 2534 metri nelle alpi retiche, mattina presto.
Il gestore, ovviamente dinastia “Fiorelli”, passando vicino ai servizi delle donne storce il collo di fronte ad una scena inconsueta. Per poco non va a sbattere contro le perline di legno del muro di fronte.
Una donna, visibilmente orientale, intenta a truccarsi accuratamente allo specchio.
Con l'indice, vicinissima allo specchio, abbassa la palpebra inferiore.
Una matita lascia lentamente una traccia acquamarina tra l'occhio e la palpebra. Lenta e inesorabile.
Minuti che passano. Poi l'altra palpebra.
“Ma che diavolo....” la vecchia guida alpina non crede ai suoi occhi. Forse non ha mai davvero visto così da vicino una donna che si trucca.
Da un piccolo beauty spunta una specie di rossetto.
La superficie fucsia si appoggia su un labbro tumido; la bocca vicino al vetro dello specchio.
Il lucidalabbra lascia un sottile velo fucsia su labbra rosso vivo, qualche scintillio di piccole pagliuzze d'argento denotano un certo vezzo femminile.
Il labbro si gonfia sotto la pressione del cosmetico e si distende dopo il suo passaggio, trasformato dalla lucentezza finemente scintillante. Microfessure verticali su labbra un po' screpolate dal sole.
Quasi gli viene un'erezione a vedere quel lucidalabbra scorrere lentamente sulle labbra carnose, la bocca socchiusa su candidi incisivi della ragazza. E quella lentezza, sensuale ed esasperante!
Poi il labbro superiore....
Una spolverata di ombretto sulle palpebre superiori, che sfuma verso le tempie ed il gioco è fatto.
-Com'è che ti fai così bella?- chiede infine la guida non riuscendo più a trattenere la curiosità.
-Ho un appuntamento....- risponde la ragazza senza distogliere lo sguardo dallo specchio. Preme le labbra una sull'altra per omogenizzare la copertura del lucidalabbra.
-E... chi è l'uomo fortunato?-
-Non è un uomo... è una donna!- e la ragazza, soddisfatta del lavoro, fa ciao con la mano e ritorna nella camerata, lasciando l'alpinista come una statua di sale.
Quando ripassa, il gestore è ancora lì impalato. L'uomo deglutendo rumorosamente si fa forza, vedendo nelle mani della giovane uno zainetto da montagna e prova a cambiare discorso.
-Vai a farti un giro in montagna?-
-Punta Sertori-
-Bella cima! Una cordata femminile è rara. È qui la tua compagna?-
-No... salgo da sola-
La guida alpina corruga la fronte. Non riesce a connettere i concetti, lungi dall'afferrare la metafora.
Rinuncia a fare domande per non far capire che non riesce a capire, e riporta il discorso su argomenti a lui consueti.
-La via “normale”? Sali dal colletto a ovest?-
-No no... la cresta sud, la “Marimonti”-
-Sali la “Marimonti”... da sola???- l'uomo resta incredulo al pensiero che una gentil donzella affronti da sola la via di roccia, non difficile, ma neanche banale, considerata la salita in solitaria.
Yuko annuisce senza rispondere e si avvia all'uscita del rifugio.
-E... la corda da roccia?- sente chiedere alle sue spalle.
La giapponese scuote solamente l'indice in segno di negazione e, con passo leggero saltella sulla traccia di sentiero che porta all'attacco delle pareti.
Sui gradini di granito del rifugio, il gestore la guarda allontanarsi, scuotendo la testa, visibilmente preoccupato per le sorti dell'avventata alpinista.
La ragazza, con lo zaino leggero ed il passo allenato, raggiunge rapidamente l'attacco della via dove altri tre si stanno legando per attaccare il medesimo itinerario, un'ascensione classica sul granito della val Masino.
-Giò, abbiamo visite- sussurra il primo, dando di gomito al compagno.
Intento ad allacciarsi l'imbragatura, Giò alza lo sguardo, un po' seccato.
-Fiu! Bella gnocca!- commenta senza farsi sentire, abbagliato dall'inattesa visuale.
-Fate la “Marimonti”?- li apostrofa la giapponese, indicando il camino di roccia all'attacco della via.
Uno dei tre annuisce, cercando con lo sguardo eventuali compagni di cordata della ragazza.
-Posso attaccare per prima? Tanto vado via veloce!- chiede Yuko con innocente candore.
-Sei da sola???- chiede uno.
Yuko annuisce e, di fronte al gesto di invito, infilatasi le scarpette da roccia sui piedi nudi, riposti gli scarponcini nello zainetto e sistemato un sacchetto di magnesite alla cintola, parte decisa sotto gli occhi stupefatti dei tre.
L'orientale con rapide mosse, in spaccata sul facile camino che dà inizio alla via, si solleva con leggerezza, innalzandosi sopra il gruppetto sbalordito.

Finalmente, ora, Yuko è da sola. Senza il peso di corda, moschettoni e chiodi, arrampica leggera ed aggraziata.
Finalmente, ora, può dedicarsi anima e corpo alla sua amante, la montagna.
Le dita che la notte prima hanno accarezzato la pelle soffice e liscia del suo seno, ora sfiorano una ruvida scorza di granito. I piccoli cristalli di ortoclasio feriscono i polpastrelli che nella notte hanno stuzzicato la superficie del suo ventre e delle cosce.
Si morde il labbro nello sforzo, l'espressione è determinata, decisa a non farsi risucchiare dal vuoto.
Le mani si infilano nelle crepe e nelle fessure della roccia, ne indovinano le asperità per farci presa e con le braccia contratte sollevarsi metro dopo metro.
Quelle stesse mani solo poche ore prima giocavano in ben altra fessura, morbida ed umida, alla ricerca del piacere.
Ma ora ogni respiro ed ogni battito del cuore, ogni energia e concentrazione, sono dedicate alle linee delle rocce, che convergono verso l'altitudine della vetta di granito.
Movimenti coordinati, la punta dei piedi con precisione su minuscoli gradini, cristalli e conchette. La stessa espressione della giapponese mentre fa l'amore.
Ogni tanto un respiro profondo, in bilico su piccole cengette, soddisfatta a contemplare il vuoto che più sotto, è stato vinto con impegno e concentrazione.
Yuko accarezza i contorni dell'amante, che, aprendosi, si consegna alle sue mani.
I pettorali contratti, il contorno del seno sotto il top aderente. La fronte aggrottata sul delicato trucco degli occhi, la giapponese e la montagna, avvolte, unite in un amplesso silenzioso, fatto di sospiri e piccoli gemiti. Lo sforzo, le gocce di sudore imperlano la fronte, le nocche delle dita sanguinano al contatto con il granito ruvido.
Ma Yuko sale, non pensa più a nulla se non alla sua unica amante.
Saluta i ricordi, i volti; cancella i dispiaceri.
Un addio alla donna che studia le menti dei mondi.
Un abbraccio a colei che, lontana, cristallizza i ricordi piccanti.
Un sorriso all'uomo dal sigaro spento, che tra i boschi cerca gli scorci tra i monti.
Non più lacrime per l'uomo dai giudizi sferzanti; lo ricordi quando ripensi alla bugia sul sesso degli angeli, un gioco o un esperimento.
Respira profondamente.
Gonfia il petto, ne apprezza orgogliosa i contorni.
Le dita dalla pelle sbucciata si ricoprono di magnesite per non scivolare sulle placche inclinate.
Come a risalire il ventre finemente poroso della sua amante, mentre le braccia la cingono in un amore senza tempo.
Solo il vento ne scuote i capelli, mentre gli occhi allungati si stringono ad incontrare l'abbraccio col sole.
Un sorso d'acqua nella gola secca.
E poi ancora, un orgasmo si affaccia al successivo, in una successione infinita di amore e sesso.
Le cosce aperte per congiungere gli appoggi lontani.
Delicatezza sulle impalpabili vene di quarzo.
Come sullo sfumato reticolo di vene del seno dell'amante.
Yuko e la montagna.
Mente e cuore.
Yuko ora è in cima, più in alto non può più andare.
Alle soglie dei 3200 metri della punta, la ragazza venuta dall'estremo oriente si è donata tutta alla arcigna montagna del retico bastione.
Si sono incontrate, abbracciate, baciate ed amate.
Il sudore riga la fronte della donna, sciogliendone il trucco, che ormai non serve più a nulla.
La gelida brezza risale dai ghiacciai nell'ombra del versante svizzero per sferzare gli occhi allungati, gli zigomi alti, i capelli impazziti nel vento.
Yuko, le mani insanguinate, dalla cima del monte, nella tremenda solitudine, scruta le cime più in basso, l'abisso sotto le suole gommate.
La montagna è adagiata mollemente ai suoi piedi, in quella struggente rilassatezza che prende la donna dopo essersi consumata di amore.
La ragazza finalmente respira, percepisce nuova linfa scorrerle nel petto.
Amata e ardente di amore, sale sull'ultimo blocco.
Ad occhi chiusi ondeggia tra le ali della brezza.
Un respiro più profondo ed un piccolo passo nel vuoto.
Cullata dalle carezze del vento, sussurri di melodie di amore, tra le morbide mani della montagna, la ragazza con un ultimo lungo sospiro si consegna all'amante.
Per sempre.
Poi più nulla.
Poi... tutto.

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