Le mele e il miele VI

Scritto da , il 2020-08-02, genere saffico

Sally si svegliò con l’amarezza in gola e prestò si sentì come reduce da un incubo, con la sola differenza che non le riuscì di riacquistare coscienza del proprio corpo lasciando l’abbraccio soffocante del letto.
Neppure entrando all’ospedale la sua tristezza svanì. Le rimase sul petto, come fa l’acqua ingoiata all'improvviso, per fortuna non c’era sole.
Il proseguimento della penombra notturna a cui aveva abituato gli occhi sarebbe stato confortevole se non fosse stato guastato dalla guizzante presenza di ombre sulle pareti. Sopra a tutte dominava il profilo del castello con le sue torri mostruose e l'ingombrante e instabile principessa che si muoveva al suo interno.

Scivolò lungo i corridoi con lo spettro di Cristina ben impresso nello sguardo della mente, e solo quando la presenza della pioggia si rese concreta, bagnando il davanzale della finestra aperta, annusando la dolcezza aspra dell’aria intrisa di temporale, il cuore le si alleggerì e cominciò a dimenticarsene.
Quando partì per tornare a casa nessuna luce riempiva il pomeriggio burrascoso, accese i fari e si avviò in quell’illusione di mondo notturno, sudando freddo al pensiero che se era notte doveva esserci spazio anche per i sogni.
Tuttavia sognare un mondo normale, in cui esisteva una Cristina normale, con la quale condurre una vita ordinaria, era tanto assurdo che presto il sogno riprese le sembianze di incubo.
Lo squillo del telefono lo spezzò proprio quando era più concentrata ad ascoltare il battito della pioggia sul tetto dell’auto, lasciò che i due suoni si sovrapponessero senza far nulla.
Il cellulare riprese a insistere nemmeno due secondi dopo, lei seguitò a fissare la strada scivolosa.
La terza chiamata la obbligò a sollevare l’apparecchio e ad affrontare Cristina con una voce e uno stato d’animo che sfuggirono al suo controllo.
“Che cosa vuoi?”
Mantenendo il telefono tra l’orecchio e la spalla si spicciò ad accostare non appena si accorse di non avere auricolari e la risposta le si infilò nel timpano come un ago.
“Non ne sono sicura.”
Rifletté su come replicare.
“Cristo, non chiamarmi più fino a quando non lo sei, ok? Mi sono scocciata.”
“Perciò mi hai fatto chiamare tre volte prima di rispondere?”
All’improvviso Sally notò che la pioggia era cessata.
“No, sto semplicemente guidando e pioveva.”
“Eri a lavoro?”

“Certo, diversamente da te. Che non so ancora come campi...”
“Non ti ho chiamata per litigare.”

“Quindi dimmi, perché lo hai fatto.”

“Mi hai chiesto cosa voglio da te.”
“E te lo ripeto.”
“Rigiro la domanda, anche se non si fa. Come ti sentiresti se te lo chiedessi io?”
“Guarda che non attacca, non puoi più fare la vittima, e in ogni caso ti direi che voglio da te quello che sai già: trovati un lavoro, riprenditi e alleva tuo figlio. Stop.”

“Stop dici... ti sembra facile?”
“Ti aiuterei io, se solo tu volessi.”
“Lo vorrei davver, ma è la mia mente distrutta che lotta.”

“Ho capito, ho capito. Beh, non ti permetterò di distruggere anche la mia. Quindi deciditi.” Concluse stancamente.
“Voglio solo stare con te... quindi ok, ci proverò... ma non lasciarmi.”
Sally sapeva che in quel momento ci si aspettava da lei dicesse o facesse qualcosa, ma era in difficoltà e non disse nulla e non fece niente di più che guardare nella direzione di casa sua, dove avrebbe desiderato essere.
“Anch’io voglio stare con te ma veramente non so come comportarmi. Tu oggi dici sì e domani non lo sai, e nel frattempo, scusa tanto, mi fido sempre meno di te.”
“Per favore, lasciami respirare. Questa non è una cosa facile. Avrei voluto cenare con te al castello e mi dispiace averti fatto arrabbiare. Però l’odore del cibo mi fa vomitare.”
“Cosa vuoi che faccia?” Implorò una Sally estranea a quella che stringeva più forte la gomma dello sterzo.
“Nulla... aiutami... ma cerca di non farmi pressioni. Posso riprovarci... ma non rimpreverarmi continuamente.”
“Farò un tentativo.”
La pioggia aveva riempito ogni buca della strada facendola assomigliare a uno specchio, tutte restituivano il colore argento alluminio del cielo.
Sally si precipitò in casa senza rendersi conto che non era stato necessario ruotare la chiave nella serratura perché la porta cedesse alla sua spinta.
Non fece caso nemmeno alla resurrezione di un oggetto scomparso da mesi sul mobiletto che campeggiava vicino alla vasca da bagno.
Diede ascolto al suono della schiuma che frizzava sotto il suo corpo, un continuo di piccoli scoppi di bolle appena percettibile. Sollevò più in alto possibile le gambe bianche dicendosi che dopotutto avrebbe fatto meglio a sfruttare gli ultimi weekend per andare al mare o magari ad abbronzarsi in un centro che correre dietro a una donna e ai suoi spettacoli infantili… Ma la verità era che sapeva che certe cose si sa che è giusto pensarle quanto si riconosce che è impossibile farle.
Il vapore e il tepore uniti allo sfondo del tramoto, che poteva vedere dalla finestra, la stavano facendo scivolare in un sonno profondo nell’acqua. Spalancò gli occhi accorgendosi che dalla cucina venivano profumi che sovrastano l’odore d’umido e di muffa del bagno.
“Te l’ho detto un milione di volte che è pericoloso addormentarti nella vasca.”
Alzò il naso dalla schiuma, osservò l’ombra che aveva sbraitato e riemerse.
“Mamma, che fai qui?”
“Ero venuta a vedere se eri viva, non ti presenti a casa da quattro weekend.”
“Sono stata impegnata ma sto bene.”
“Benissimo direi; mi sei passata davanti senza nemmeno accorgerti che c’ero, oggi. E non hai notato nemmeno che la porta di casa era aperta. Potresti affogare nella vasca o farti ammazzare dai ladri e nemmeno lo verrei a sapere se non vengo a controllare.”
Sally scavalcò il bordo di marmo un piede dopo l’altro, tolse la spazzola per capelli dalle mani di sua madre e sbuffò così forte da sollevarle la frangetta.
“Nella vasca non annego. Mi godevo il panorama. Ladri qua anche se venissero non troverebbero niente, non tengo uno spicciolo in casa.”
“Beh, non scovare nulla da rubare può essere un motivo in più per ammazzare. Ti ho ricomprato il vaso.”
Finalmente mise a fuoco l’identità dell’oggetto scomparso e riapparso. Quel porta fiori di vetro di Murano, che si era sempre augurata di rompere accidentalmente, e che un paio di mesi prima s’era schiantato a terra con sua somma gioia.
“Ah. La cianfrusaglia di Murano.”
“Si, quella che ti aveva regalato zio Franco.”
“Che faceva e fa schifo.”
“Disgraziata. Vieni in cucina, è pronta la cena.” Concluse la madre buttandole l’accappatoio sulle spalle.
Due bicchieri che le due donne unirino in silenzio nel suono vitreo di un brindisi rinfrangevano l’oro della sera illuminando loro i volti e la madre sorrideva. E stava per mettersi a ricordarle dei loro ultimi giorni al mare e del sole che iniziava la sua discesa che Sally bloccava sempre in scatti fotografici venati di malinconia. Aveva in faccia un sorriso che avrebbe potuto essere usato come sinonimo di perfezione ma Sally ignorò la sua nostalgia, posò la forchetta e domandò: “Zio Franco, ce l’ha ancora il caseificio a Sinalunga?”
“Ce l’aveva a Val di Chiana.” Puntualizzò la madre.
“Dovunque fosse... c’è ancora?”

“Si, penso di si.”

“Non potresti chiedergli se gli serve un’operaia?”
“Ma va, ne ha sei e non sa che farsene. Il lavoro è...”
“Calato, bla, bla, bla... Ma cerco un posto per un’amica ed è davvero questione di vita o di morte.”
“Tu non hai amiche. Hai sempre giocato a calcetto, a carte... tu sei lesbica e ti sei trovata sempre bene solo con i maschi.”
Sally alzò il mento di scatto, fissò sua madre. Il sorriso le era scomparso dalla faccia come cancellato da un colpo di straccio.
“È come dici tu ma stavolta è davvero un’amica.
“Hai conosciuto una nuova ragazza?”
La scintilla di speranza che le sentì nella voce la fece quasi sentire in colpa.
“No mamma.”
Il silenzio che si frappose tra loro le suggerì che la madre stava tendendo la fantasia fino all’estremo limite per dare un nome alla ragazza che lei voleva aiutare. Un nome qualsiasi che non fosse Cristina. Decise di darle il colpo di grazia per tagliar corto e salvare quel che restava dell’atmosfera della cena.
“Si, è lei.”
“In questo caso sono assolutamente sicura che posto per lei al caseificio non c’è.”
“Il caseificio non è tuo.”
“È di mio cognato e...”
“E mi darai il suo numero e ci parlerò io.”
“Oh... Ma non ha senso? Perchè non lo capisci? Ci hai perso già...”
“Cos’è che non ha senso?”
“Trascinare cadaveri.”
Sally si sporse avanti toccando la punta del naso di sua madre con quella del coltello e sorrise:
“Sto analizzando ancora la situazione. È il mio lavoro, no?”
“Non è utile fare analisi ai morti.”
“Voglio riprovarci.”
“Le cose del passato devono... starsene in un cassetto. Perché ci andiamo sempre a frugare in mezzo?”
“Non lo so mamma. Grazie di aver cucinato.”
“Verrai a trovarci questo fine settimana?” Chiese la madre quando era già sulla porta, con l’impermeabile ancora infilato in un braccio solo l’altra manica pendeva implorante.
“Se Franco dice di sì, e avrò una buona notizia da portare a Cristina no, non verrò.”
“Tanti auguri.”
La settimana successiva raggiunse Cristina a casa sua.
Il campo del loro amore doveva essere innaffiato ancora a lungo prima che iniziassero a sbocciare i fiori della fiducia, della stima. Lei lo sapeva ma aveva l’impressione che Cristina non stesse versando una goccia d’acqua. Non disse niente, in fondo era lì per darle una buona notizia quella domenica e desiderava mantenere il controllo del rapporto senza perdere di vista la richiesta di Cristina di non ricevere pressioni. La sua insicurezza avrebbe potuto portare quel vento cattivo che soffia l’amore quando è malato e diventa parassita ma non sostiene.
Quella era la prima volta che entrava in casa di Cristina e le piante che la circondavano le confermarono che non tutte le stagioni donano agli alberi.
I rami neri foderati di rosso, come è normale in autunno, incupivano ancora una casa troppo grade fatta di stanza in cui la luce si irradiava bianca e asettica grazie alle tende tutte uguali, a pannello, da ospedale. Al loro interno, chissà perchè, si spalancavano armadi vuoti dall’interno buio.
La sensazione peggiore la ricavò dalle numerose foto dei familiari di Cristina e di altra gente mai vista, che sembravano lanciarle sguardi pungenti come freccette sulla nuca non appena dava le spalle alle cornici.
Cristina puliva di rado. Era anche disattenta. Quando Sally passò davanti al frigorifero aperto notò uno yogurt impellicciato di muffa che ammiccava accanto a chissà quali altri alimenti scaduti.
“Quindi, ti piace casa mia? Ci tenevi tanto a vederla.” Disse Cristina alla fine del tour sprofondando in una poltrona.
Sally avrebbe desiderato rispondere- no. E non mi stupisco che qualcuno l’abbia ritenuta inadatta a un bambino.-
Invece col tono di conciliazione che era familiare a Cristina chiese: “è possibile fare un caffè?”
Cristina si alzò annuendo, nella credenza aveva soltanto liquori e caffè. E due tazzine e due piatti e due bicchieri.
Senza controllare i cassetti Sally immaginò che contenessero due forchette, due coltelli, e niente altro.
“Perché hai solo due di tutto?”
“Che cosa?” Cristina torse il collo verso di lei che era rimasta seduta a tavola e la luce del sole le colpì il bacino evidenziando una solitaria striscia di stoffa che le attraversava le chiappe sotto la vestaglia.
“Hai due tazzine, due piatti... E basta.”
“Uno per me, uno per mio figlio. Quanti piatti avrei dovuto tenere? Sono minimalista, lo sai.”
“Ma ora lui non è qui.”
“No, però prima c’era.”
“Già.” –idiota- si disse Sally.
Cristina storse le labbra in una smorfia gonfia di civetteria, Sally sapeva che in quel momento la sua faccia era di un giallo gelosia che si confondeva con le pareti mai imbiancate.
“Sto facendo bene?” Sbottò a voce alta.
“Cosa vuoi dire?”
Fece Cristina sedendosi di nuovo, poggiando le tazzine. Le sue gambe erano così chiare e coperte di crema da riflettere la luce. Sally non rispose, quindi cercò di scuoterla con un calcio sotto il tavolo.
“Dormi, amore?”
Sally s’asciugò il sudore col dorso della mano.
“Dovrei, stanotte non ho chiuso occhio. Ho chiesto se sto facendo bene, per favore va a lavorare ogni giorno e non farmi pentire di...”
Tacque fissando la tempesta dei capelli di Cristina e le nuvole che si raccoglievano fuori nel cielo.
“Farò tutto quello che so fare.”
“Dovresti proprio.” Concluse Sally allungando una mano verso le sue dita, sentì un impeto di gratitudine. Se davvero le cose avessero funzionato la sua solitudine si sarebbe alleggerita, si sarebbe sentita utile e per un momento pensò di essere lì egoisticamente a sfruttare una donna fantasma come terapia personale per la propria insicurezza,
Cristina sospirò e disse: “spero che ti piaccia il mio caffè. Se hai sonno puoi venire a fare un sonnellino, io oggi non posso proprio uscire.”
Sally la osservò alzarsi, girare i tacchi e allontanarsi verso una di quelle camere tristi. Avrebbe voluto baciarla, dirle una cosa carina.
-Non darle più nulla finché non dimostra che è un minimo cambiata.- Si ordinò invece.
“Vado a casa, sono stanca anche io.”
Ascoltò le sue parole echeggiare nella grande casa, Cristina già era scivolata nel sonno e il suo respiro irregolare era anche amplificato dalle pareti.
Sembrava più giovane addormentata, l’espressione rilassata. Sally chiuse piano la porta della sua stanza e sparì nel corridoio, poi nel giardino, poi nella sua auto e infine in fondo alla strada.












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