La sorella figa

Scritto da , il 2020-06-28, genere incesti




Sono sempre stato quello con la sorella figa.
Mi pareva d'avere amici solo perché ero suo fratello. Venivano a studiare a casa mia solo per lei. Spesso facevano gli amiconi con me anche quelli più grandi, nella speranza che gliela presentassi, ma poi erano solo insulti e prese per il culo. Ero un bersaglio troppo facile per gli stronzi: si vede lontano un miglio che sono stato adottato e lo possono capire anche quelli che hanno solo due neuroni nel cervello: infatti ci tenevano a riferirmi subito la loro scoperta, che quella figa non poteva essere la sorella d'un negro di merda. Poveri stronzi.
Ho sempre adorato Marika, che ha cinque anni più di me e vive a Milano, nel suo mondo incasinato, ma io per lei sono rimasto sempre il suo fratellino, anche se negli ultimi anni sono cambiato molto, soprattutto fisicamente. È quasi impossibile seguirla nei suoi casini; ogni volta sta con uno nuovo o ha cambiato posto di lavoro. Io la seguo sul suo profilo instagram con decine di migliaia di followers, dove le foto in palestra con leggings sono quelle in cui è più vestita.
Sa come farmi ridere e soffrire. Quando c'incontriamo, sempre più raramente e nei pranzi di famiglia, mi bersaglia di frecciatine e vuole sapere se ho una ragazza peggio di zia Clelia, che è la campionessa mondiale delle sfraccicacoglioni. Ma se siamo soli, Marika, è molto più seria e si preoccupa veramente di come mi vanno le cose; le ultime volte ha anche notato che bel ragazzo sono diventato, come dice lei, ed ha fatto apprezzamenti non proprio da sorellina.

Il casino è successo a luglio.
Avevo lottato due mesi di seguito per aver diritto ad una settimana nella casa al mare. Alla fine i miei cedettero: sarebbe stata loro in agosto ed a luglio ce la saremmo divisa Marika ed io, tre settimane a lei ed una a me. Avevo patente, auto ed una ragazza da portarci. Credevo! Già, perché all'ultimo Daniela si tirò indietro, i suoi genitori non volevano assolutamente, ed a nulla servì implorarla e litigarci.
Non dissi nulla a nessuno e partii comunque. Marika aveva fatto sapere ch'era in partenza per un tour in Turchia.
Noi la chiamiamo casa al mare, in realtà è una vecchia casa isolata su una strada cinquecento metri sopra il livello del mare. Arrivarci per la prima volta in auto e da solo fu bellissimo.
Ma subito m'allarmai, il cancello non era chiuso a chiave; sperai ardentemente che quella sciroccata di mia sorella si fosse dimenticata di chiudere il giorno prima. Entrai aspettandomi il peggio. Invece trovai lei seduta al tavolo di pietra sotto le piante. Si rialzò subito, era vestita e c'erano i suoi bagagli contro il muro: “Zitto!, non dire nulla, me ne vado subito, ma devi darmi un passaggio in stazione.”
Notai un gonfiore sulla guancia: “Marika, cos'è successo?”
“Nulla, è solo uno stronzo... ora vado, è colpa mia.”
“Ferma ferma, tu non ti muovi di qui finché non mi racconti!”
“C'è un treno tra mezz'ora, portami subito... non voglio rovinarti la vacanza.”
Nello stesso istante Marika scrutò verso l'auto realizzando che non mi ero portato dietro alcuna ragazza e mamma, che aveva cronometrato i tempi del viaggio, mi chiamò puntualissima al cellulare. Risposi con Marika che mi si agitava di fronte facendomi segno di non dire nulla: “Ciao mamma, sì, sono arrivato adesso... tutto bene, non ho fatto incidenti e la casa è a posto... certo certo, me l'hai già detto, so dov'è il contatore... senti mamma, devo confessarti una cosa... sono venuto da solo, Daniela non è venuta... sì, era giusto dirvelo... voglio però far una settimana da solo... grazie, anch'io.”
Marika per ringraziarmi mi carezzò la guancia con le nocche delle dita e subito scoppiò in pianto abbracciandomi. Non capii un cazzo di quello che diceva: solo che lui era uno stronzo e lei una ancora più stronza, e stupida, e scema e cogliona. Ne aveva bisogno, doveva sfogarsi con qualcuno ed io mi sentii un verme: ero sinceramente dispiaciuto per mia sorella ed avrei voluto poterla consolare, ma improvvisamente prese vita il mio inquilino del piano di sotto. Sudai freddo per la vergogna. Marika se ne accorse ma fece finta di niente; si staccò dieci centimetri: “Non ho chiuso occhio da due giorni, ti spiace se dormo un poco in camera? Parto stasera, prometto.”

Ero un fascio di nervi. Scaricai i bagagli, riordinai un poco, scesi a piedi fino al market e preparai due cose per cena. Alla terza chiamata di mamma mi feci promettere di non chiamare più! La tele prendeva solo tre canali e il libro lo sfogliai soltanto. Si svegliò alle dieci, che c'era l'ultima luce.
Non ci credeva, non avevo ancora mangiato per aspettare lei! Era felicissima.
Marika è così, le basta una dormita per scacciare gli incubi. Ormai voleva solo ridere, scherzare e parlare per tutta la notte sotto l'ulivo del nonno. Mi raccontò cos'era successo come se fossero passati due anni e non due giorni ed urlò che dovevamo assolutamente ubriacarci: fece saltar fuori una bottiglia di JackDaniels. “Dieci anni di sfiga se non la finiamo!” Ne sparammo di cazzate quella notte! Io m'ero poi steso sull'amaca, con lei seduta di fianco che mi riempiva il bicchiere e passava il ghiaccio. Non c'era luna e lei si lamentava di veder solo i calzoncini : “Beh, si vedono i denti quando ridi... e gli occhi.” Mi si stese di fianco. “Tranquillo, regge il peso di due persone... l'ho già provata.” Rise.
“Lo so, infatti la mamma la lava sempre... ma forse è meglio che scenda io.” Feci per alzarmi ma l'amaca ondeggiò paurosamente: "Quanto cazzo ho bevuto?” Ributtai indietro la testa.
“Non puoi scapparmi.” Marika sfregò delicatamente la mano sul pacco, aveva il viso incollato al mio orecchio: “Diego, mi spiace dirtelo ma la tua Daniela è proprio una cretina...” Sussurrò tirandomelo fuori. “Ma senti che roba hai qui!” Mi stava segando, lentamente per tutta la lunghezza.
“Che fai?, non puoi!, mi gira la testa.”
“Sei ubriaco, così hai una bella scusa!... Sei diventato un figo, fratellino mio... Già due anni fa, ti ricordi l'ultima volta che sono venuta qui con voi?, beh mi sono presa una cotta per il mio fratellino nero...” Lo strinse forte. “Lo sai che mi sono masturbata pensandoti? E lo faccio ancora, ogni tanto... mi ecciti.” La mano scivolò sui coglioni. Ero in trance. “Eddai!, sono scomoda così.” Mi tirò fuori il braccio che tenevo lungo il fianco e mi costrinse ad abbracciarla alle spalle: ora ce l'avevo tutta contro, anche il seno morbido. “Non fare lo stronzo!, io l'ho detto che mi piaci!, ora devi confessarti anche tu!... mi hai mai pensata quando ti masturbi?””
Figa!, pensai immediatamente alla foto che aveva postato l'anno scorso, a bordo piscina stesa nuda sul suo amico di turno, lui però coi calzoncini. Mi ci ero segato allo sfinimento. “Avresti voluto esserci tu?” “No, non sotto. Sopra... hai un culo pazzesco.” “Hai capito il mio fratellino? Si sega sulle foto della sorella!” Mi strinse una gamba fra le sue nude ed accelerò; ce l'avevo duro da far male e dopo pochi istanti schizzai nel buio. “Ora va meglio, vero? Sei più rilassato.” Mi massaggiò addome e torace, a lungo, impastando la mano aperta. Poi mi serrò il mento per costringermi a voltar la testa “Guardami!” Uno schizzo l'era arrivato sul naso. Rise come una matta e mi si rivoltolò addosso leccando come una cagnetta e sfilandomi i calzoncini. Un paio di leccate m'arrivarono anche sul viso.
“Ti prego Marika, non possiamo...” “Okay okay Diego, allora dimmi che non vuoi e me ne vado.” Era stesa lunga su di me coi seni caldi schiacciati sul mio torace; fra le cosce serrava il cazzo che non voleva ammosciarsi. Il mio cervello invece ragionava ancora: sarebbe stata una cazzata colossale, da rovinarsi la vita. La toccai solo ai fianchi nudi, con la punta delle dita: “Alzati... è meglio.”
S'irrigidì sollevandosi sui gomiti piantati sul mio torace. “Okay, fratellino, tu hai dimostrato d'aver buon senso... allora ti violento io.” M'artigliò i capelli sulla fronte e con l'altra mano se lo fece scivolare dentro, ululando. Mi cavalcò sprofondato sull'amaca, tenendomi le mani contro i seni.
Scopammo tutta notte sull'amaca, sull'erba e poi in camera.Ci baciammo anche.

Mi risvegliò il trillo del cellulare, a mezzogiorno. C'erano tre chiamate perse:: “No, va bene!, ero in bici, sto bene, dai mamma non continuare, ti chiamo io... “ Marika non c'era. Scesi nudo in cucina per prendere un sacchetto di biscotti; stava prendendo il sole nuda, supina sul lettino. Mi guardò da sopra le lenti scure: “Hai un cazzo fantastico, fratellino.” Mi sedetti di fianco ed allungai il sacchetto. Pescò un biscotto: “... ma tienilo tranquillo, io oggi parto.”
In effetti mi si stava indurendo: “Perché?! Fermati, non lo sa nessuno.”
“Se non mi porti tu in stazione, chiamo un taxi... Ieri avevamo la scusa che eri ubriaco ed io avevo i miei casini: okay, è successo e non mi pento... qui ci conoscono tutti, mamma verrebbe a saperlo.”
Non so perché risi. Era come se il mondo fosse cambiato: non era più la sorella figa di cinque anni più grande ed io non ero più il fratellino sfigato. Mi sedetti cavalcioni sul suo bacino e la tenni ferma premendole una mano fra le spalle. A fatica mi unsi le dita col suo olio abbronzante e le cercai il buchetto, facendola scatenare: “No! No, non fare il bastardo, fa male, ce l'hai troppo grosso.”
“Okay okay Marika, dimmi che non vuoi e mi levo.”
“Dai, non ha senso... non possiamo Diego.”
“... allora ti violento io.”

Partì il giorno dopo. In quella casa correvamo davvero il rischio d'essere scoperti e studiammo un piano. Io avrei anticipato la mia partenza d'un paio di giorni: avrei raccontato che mi stufavo star da solo e che Marika m'aveva invitato due giorni a casa sua, a Milano. Mamma fu felice che riallacciassi i rapporti con mia sorella.
In effetti m'annoiavo; facevo solo chilometri e chilometri, in acqua e sulle salite in bici, pur di crollare e non pensare a Marika.
Una sera scoprii che aveva messo una dedica sulla foto che preferivo col suo meraviglioso culetto nudo: 'a D. - non sai che male mi hai fatto.'


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