Il canto della sirena

Scritto da , il 2020-06-16, genere trio

Sei del mattino, il letto sfatto sembra davvero troppo piccolo per il groviglio di corpi che vi giace sopra. Sgusciare fuori da quella calda prigione senza svegliare i due uomini che dormono profondamente è come giocare a Mikado con dei tronchi d’albero.

Ho bisogno di riflettere a mente lucida su ciò che è accaduto ieri notte. Ma soprattutto ho bisogno di lavarmi.

Mi infilo sotto il getto caldo della doccia, lascio che la pressione dell’acqua mi massaggi a lungo collo e schiena, prima di insaponarmi lentamente tutto il corpo, mentre immagini e sensazioni di ieri notte mi si riaffacciano alla mente a ondate, provocandomi dei brividi sulla pelle umida.

Rivedo Alessandro che mi guida, lo sento sussurrarmi osceni comandi all’orecchio, accompagnarmi la testa sul ventre di Enrico a modulare il suo piacere che mi invade la bocca. È una resa incondizionata la mia, un donarmi, consegnarmi totalmente al suo potere, alla sua volontà, con cieca fiducia.

Mi aiuta a posizionarmi su Enrico che sprofonda lentamente in me, dio… è un bastone infuocato… gemiamo entrambi all’unisono, incastrati, occhi negli occhi. Alessandro mi spinge verso il basso con la mano sinistra sulla schiena, mentre con la destra mi prepara alla seconda penetrazione con movimenti lenti e misurati. Alessandro dirige e detta il ritmo, ordina, controlla ogni mossa. Neppure per un istante mi viene in mente di sottrarmi a quel doppio assalto, che non avrei mai pensato di subire prima d'ora.

Ad occhi chiusi mi lascio trafiggere il viso da mille spilli di acqua bollente, finché il vapore satura la stanza. Ogni tanto apro la bocca per riempirla gonfiando le guance per poi sputare con forza i piccoli getti verso l’alto, in un gioco infantile.

Rivedo i magnetici occhi verdi di Enrico su di me, il suo docile affidarsi alla guida di Alessandro, lo sguardo assorto nel godere di quell’esperienza evidentemente nuova ed eccitante. Anche lui come in una trance ipnotica, in balìa di un sogno lucido guidato da una volontà esterna. Gode di me, ma ancor più del rituale del dominio di Alessandro, legame sperequato e asimmetrico portato al limite del baratro, ma mai oltrepassato. Non si toccano, i miei due uomini, se non attraverso il mio corpo, sottile membrana tra i loro sessi pulsanti. Le loro labbra così vicine che pare di sentire l’arco voltaico vibrare nell’aria tra loro.

Dopo essermi risciacquata con cura da ogni residuo di schiuma, resto sotto il getto dell’acqua bollente finché i polpastrelli si raggrinziscono, infine chiudo il rubinetto, faccio scorrere l’anta di vetro e allungo la mano fuori per afferrare il telo di spugna con cui avvolgermi.

Che sensazione di assoluta pienezza, di sensuale prigionia tra due corpi brucianti, una morsa che non lascia scampo, i gemiti, le urla nelle orecchie come se non provenissero da me, e infine la folle euforia che sale al cervello portandomi al completo obnubilamento mentre i miei due carcerieri si prendono furiosamente il loro piacere, scaricandolo dentro di me.

Lo specchio davanti a me è appannato dal vapore, meglio così, non mi va di scrutarmi in volto, ora… non voglio guardare dentro i miei occhi, e leggervi dentro tutte le emozioni che li attraversano. Mi friziono velocemente la pelle con l’asciugamano, lo avvolgo a guisa di turbante sui capelli gocciolanti.

Una sensazione serpeggia sotto la pelle, non ancora definita, mi fa sospirare.

Albeggia. Ancora in accappatoio apro silenziosamente lo scorrevole del soggiorno e la luce del mattino inonda la stanza, ricoprendo d’oro ogni dettaglio. Mi riempio i polmoni dell’aria frizzante e profumata del mattino.

Porgendo le palpebre chiuse al calore dei raggi del sole rivedo me stessa esausta dopo l’amplesso, abbandonata alla cura di quattro mani riverenti.

Percepisco un vago indolenzimento dei muscoli, il calore del sole sulla pelle, la leggera brezza salmastra, i rumori ovattati del mondo esterno che si risveglia, i sensi recepiscono ma la coscienza lascia fluire tutte le sensazioni che la attraversano.

Ho ancora nella testa i nostri respiri affannati, le carezze in punta di dita, Enrico alla mia destra, la testa poggiata sul braccio, il suo alito sul collo. Alessandro alla mia sinistra, il pugno sotto il mento, che ci guarda entrambi con un sorriso soddisfatto.

-Tutto ok, piccola? - mi sussurra scostandomi una ciocca di capelli dal viso.

- mmm… esausta… - riesco a mugolare chiudendo gli occhi.

- Allora riposa… - mi da un bacio sulla fronte, e si alza per andare verso il bagno.

C’è qualcosa nell'aria, qualcosa di non detto, ma sono troppo stravolta per razionalizzare. Qui i miei ricordi si bloccano, con Enrico che mi abbraccia da dietro e mi sussurra “buonanotte mia Lorelai…”

Torno in camera da letto, il letto sfatto è ora vuoto, così dopo essermi rivestita, mi avvio verso la cucina. Devono essersi alzati mentre io ero sotto la doccia: la tavola è pronta per la colazione, il caffè sul fornello pronto per essere acceso.

Sul lato sinistro del giardino, celato da una coppia di alti lecci c’è un piccolo fazzoletto di prato da cui, volgendosi a est, si può apprezzare la vista del sole che sorge dal mare, gli alberi nascondono alla vista le abitazioni vicine e sembra quasi di essere gli unici esseri viventi a poter godere di quel miracolo mattutino.

Al centro di quel piccolo angolo di paradiso, Enrico e Alessandro, affiancati, salutano il sole col pugno su palmo, e con movimenti misurati, inspirando, divaricano le gambe, con i piedi paralleli alzano le braccia e poi le abbassano lentamente mantenendo i palmi delle mani verso il basso.

Lo spettacolo dei loro corpi che si muovono in perfetta sincronia è ipnotico. Portano la mano sinistra sopra la destra, quasi si percepisce la sfera di energia che si crea tra i palmi mentre si accingono a eseguire la forma. Insieme sollevano il tallone e portano avanti la gamba destra mentre eseguono lenti movimenti con le braccia nell’azione della parata, poi tirano i palmi verso il basso, diagonalmente.

Proseguono con i lenti movimenti della forma, per chi osserva il Tai Chi dall’esterno la pratica sembra solo un’elegante danza, ma è molto di più: l’energia fluisce e si coltiva la calma e la consapevolezza.

Almeno così pare finché i due, terminata la forma con il saluto di rito, si lanciano nella lotta come due ragazzini, e caduti a terra si rotolano nel prato ridendo. Ah! I maschi! Cosa devono inventarsi per giustificare la loro voglia di sentirsi addosso la pelle sulla pelle… prigionieri di un ruolo obbligato di forza e controllo delle emozioni, come se queste fossero solo una cosa “da femmine". Che fatica, dover costantemente indossare la maschera del maschio!

- Ehi, ragazzini, se la smettete di accapigliarvi si fa colazione! - gli urlo dalla veranda.

- Buongiorno! - Mi urlano di rimando, rimettendosi in piedi e sistemandosi alla bell'e meglio, non perdono occasione di darsi le ultime pacche e gli ultimi spintoni, prima di rientrare. A vederli così, arruffati e ridanciani, sembra di guardare due adolescenti, invece che i due seri e posati uomini di mezza età che ci si aspetta che siano.

- Da quando in qua pratichi il Tai-chi?

-Da stamattina, Enrico mi sta insegnando. Non è fantastico?

- Mmm… che meraviglia il profumo di caffè! – Enrico entra in cucina e, prendendo posto a tavola, inizia a piluccare qualche acino d’uva dal grappolo del centrotavola.

- Die schönste Jungfrau sitzet dort oben wunderbar… Mia dolce Lorelai, ha dormito bene? Ieri sera hai praticamente perso i sensi…

- Come un cucciolo – rispondo io.

- Si! Di drago! – ribatte Ale – hai persino russato! Ti abbiamo dovuta rivoltare un paio di volte per farti smettere… ma come fa un esserino così piccolo e carino a fare dei rumori così mostruosi? – E scoppiano a ridere all’unisono, mentre io sbuffo, fingendomi offesa.

- Sai, mia sirena, mentre tu sei sprofondata nel mondo dei sogni, Ale e io abbiamo parlato tanto, e siamo giunti alla conclusione che dobbiamo goderci il momento senza farci troppe seghe mentali… Siamo un fantastico trio, e stiamo bene così, non trovi? – così dicendo, stacca un acino dal grappolo e lo lancia ad Alessandro, che lo afferra con la bocca, tra le risate di entrambi.

- Comunque, - prosegue Enrico, portandosi verso la bocca il grappolo d’uva sospeso a mezz’aria e tirando via gli acini con i denti – propongo di acquistare un letto più grande, così potremo dormire più comodi, quando verrò a stare qui con voi!

Eh!?! La mia espressione sorpresa dev’essere piuttosto eloquente, perché lui continua:

- Perché no? L’appartamento se lo tiene Giada, dovrei comunque trovarmi un altro posto dove stare, voi avete questa bella casa spaziosa con una camera per gli ospiti, quando verrà Francesco a trovarmi dormirò con lui, il resto del tempo invece lo passeremo tutti insieme nel lettone… Non lo trovate un piano ben riuscito?

-Vado matto per i piani ben riusciti! – ribatte Ale mimando il gesto di fumare il sigaro alla maniera di Hannibal Smith.

Ridono insieme, Alessandro e Enrico, burlandosi delle mie rimostranze… ma io sento che forse stiamo facendo il passo più lungo della gamba…

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