Le mele e il miele V

Scritto da , il 2020-06-05, genere saffico

Sally tornò da Cristina inebriata dal “qui e ora”. Il pensiero di poter fare qualcosa di pratico, del non essere più impotente rispetto all'intorpidimento che aveva sconvolto Cristina fino ad allora portava a salire in lei un'adrenalina utile al cogliere l'attimo. Il qui e ora non era che un'intercapedine, tra un passato in cui le more dagli occhi azzurri avevano monopolizzato le sue fantasie erotiche, finché aver conosciuto Cristina bionda dagli occhi di marmo che le aveva fatto cambiare idea e il presente in cui finalmente scorgeva una fine felice, semplice. Quel figlio che avrebbe potuto appartenere anche a lei, almeno come un affetto acquisito ebbe la funzione di una trama secondaria che esorcizzava il male.
Ora Cristina non somigliava più a un fantasma colorato attraverso il quale tutto sarebbe passato senza lasciare tracce, senza provocarle un urto nel cuore.

“Devi venirne fuori.” Le disse riponendo il menu che aveva alzato e mai aperto guardandola attraverso le lenti degli occhiali.

Cristina si sfilò gli occhiali da sole utili a proteggere occhi gonfi di pianto dagli sguardi, ma non dalla luce estiva ormai in evidente declino.
Erano trascorse due settimane dal loro ultimo incontro.
Sally raccolse i suoi occhiali dal tavolo e finse di provarli, nel vano tentativo di nascondere i propri occhi diabolicamente luccicanti, l'espressione imbarazzata ed esageratamente drammatica che le si era dipinta in faccia in attesa di una risposta.

“Hai un aspetto fantastico.” Svicolò Cristina.

“Trovi? Mi stanno bene?”

“Non per gli occhiali. Hai i capelli più corti e più chiari.”

“Ah... si. La mia parrucchiera ha detto che mi serviva un po' di luce.”

“Aveva ragione.”

“Da vendere.” Osservò Sally guardando Cristina che rimandava il cameriere indietro senza ordinare nulla, poi aggiunse “Ma anche a te... anche a te serve un po' di luce.”
Dato che non pareva avere di che ribattere, Sally richiamò il cameriere e fece servire tutto quello che la mente le suggeriva, sotto l'effetto della nostalgia domandò se avevano Spuma.

“Io e te bevevamo sempre la spuma, ricordi?”
Interrogò una Cristina assorta a fissare la circolazione delle macchine bloccata come quella del suo sangue. Almeno così le sembrava, che il suo cuore pieno di tenebre non fosse adatto a pompare sangue nella sala illuminata, in cui una musica fastidiosamente allegra ti stordiva.

“La bevevamo a pranzo perché tu non volevi il vino.” Sottolineò alla fine.

“Vero. Adesso lo bevo, anche troppo.” Ammise Sally.

Cristina rimaneva in silenzio.

“Da quando tempo non hai più tuo figlio con te?”

Cristina si piazzò le unghie del palmo della mano in cerca di un modo per dominare la rabbia.

“Da quando ho smesso di andare al sert.”

“E perché hai smesso?”

“Non ci andavo d'accordo.”

“Con chi?”

“Con gli infermieri, con la psicologa... con tutti. Quindi poi hanno detto che non voglio impegnarmi e oltre a dirle le hanno scritte al tribunale, tutte le loro cazzate.”

“Capisco, beh dovresti riprendere. Non devi andare necessariamente lì. Per fortuna in Toscana puoi scegliertelo... dove.” Sally si interruppe per guardare l'orologio e Cristina si riscosse, per un secondo solo aveva considerato sensate quelle parole.
E sentì l'adrenalina salire, si accorse che Sally stava iniziando a farla pensare con la sua mente, a farle vedere le cose coi suoi occhi. Sally di un colore così bello, abbronzato, coi capelli perfetti che toccavano la curva delle spalle forti tanto diverse diverse dalle sue braccine fragili sulle quali stava appesa una camicetta a fiori già appassiti. Tutto ciò la rese irrequieta, si disse che non avrebbe mai dovuto riavvicinarsi a lei.

“Quanta energia butti a preoccuparti delle altre persone?”

Sally sgranò gli occhi sorpresa dal suo tono serpigno, succhiò avidamente la fetta di limone che navigava nell'acqua frizzante e quando se la tolse di bocca la agitò davanti al naso di Cristina.

“È molto meno acido questo, di te.”

“Perché mai frequentare una persona se non si è intenzionati ad accettare il suo spirito?” Obiettò Cristina con le dita che cercavano freneticamente una pastiglia di valium in borsa, per spezzare l'effetto euforico dovuto alla polvere inalata quel mattino che ancora non svaniva.

“Come dici? Questo non è il tuo spirito. Questa è la tua rovina.”

“Sono sempre stata così.”

“Puttanate.”

“Ero così quando mi hai conosciuta.”

“No, era diverso... un tiro e una fumata ogni tanto... ma non eri ridotta così.”

Indovinò dalla lunga pausa che seguì e da come Cristina tormentava il tovagliolo che stava cercando le parole più adatte per esprimersi ma non le rintracciava.

“Senti, hai bisogno di qualcuno che ti aiuti. Non è debolezza chiedere aiuto.” Disse infine sfiorandole il naso col suo ma le ciglia dell'altra si erano già coperte di gocce di una nebbia densa e salata.

“Ma non voglio nessun dottore.”

“Cosa hanno che non va? Anche io sono un “dottore”, anche tu sei un “dottore”. Non in medicina ma questa parola che ti spaventa tanto non significa niente. Dottore è solo chi sa o dovrebbe sapere qualcosa.”

“No, non è come dici tu. I “dottori” non sono me o te o chiunque ha un dottorato... sono esseri che pretendono di capire tutto loro e ti trattano come una macchina rotta... all'ultima che ho visto là al sert di Sinalunga, che mi ha sempre guardata come se mi mancasse una rotella perché dicevo tutto quello che pensavo di loro sui loro musi, ho detto... dottoressa anche se cambiamo tutti i pezzi di un meccanismo e lo facciamo con gran premura, nel prodotto finale ci sarà sempre qualcosa che non va.”

Sally alzò le sopracciglia, si raddrizzò sulla sedia, ragionò che impostare una struttura di vita in una persona che non aveva nemmeno una propria struttura di personalità sarebbe stato molto complicato.

“Dovrai sforzarti.” Concluse rivolta anche a sé stessa, indicando col mento il cornetto che Cristina non aveva toccato.

“Dove andiamo dopo?”

Cristina le aveva rubato la battuta e stava già sbadigliando, Sally capì che era ora di andare.

“Vuoi andare a Castiglion Fiorentino? Non è lontano.”

“Cosa c'è?”

“Un castello. Gente in maschera. Una manifestazione medievale.”

“Oggi?”

“Si.”

“Andiamoci.”

La strada scivolava sotto le ruote come cosparsa d'olio e Cristina dormiva sul sedile accanto, la testa gettata indietro e la gola scoperta nella solita posa. Sally fissava i cartelli stradali, il sole alto che pareva alzarsi sempre di più mentre avanzavano. Una cosa inafferrabile per quanto si provi ad acciuffarla e che anche riuscendo a prenderla sarebbe scottante. Impossibile da trattenere.
Le stringeva la mano nel sonno, lasciava ricadere le sue dita inermi solo per cambiare le marce.
Il tempo cristallizza le circostanze in cui ci siamo innamorati di una persona e nella mente resta congelata l'immagine del partner per ciò che era allora o per come volevamo vederlo, e tale la si conserva, finché si inizia a domandarsi “perché è cambiato/a?” e a farsi un cruccio, quasi una colpa dei presunti cambiamenti dell'altro.
“Ma forse tu sei sempre stata e sei... realmente come ti vedo oggi.” Disse mentalmente alla bella addormentata. “Ma non ci posso credere... il mondo può ancora permetterti di sbocciare, ma tu non ci credi e vuoi fuggire.”

Disserrò la presa sulla mano di Cristina per tenere il volante in una svolta e la udì mormorare:
“Non lasciarmi, per favore.”

“Sei tu che non devi lasciarti andare. Penso.”

No, non era cambiata in nulla. Sarebbe stata la donna che l'aveva attratta in principio, con tutto il suo mondo di fragili equilibri.
Il dormiveglia di Cristina si spezzò quando Sally riuscì a entrare nel centro della città e la salita e le buche sulla strada fecero sobbalzare l'auto. Cristina aprì gli occhi e chiese “allora?” prima di rendersi conto di essere sola, nel parcheggio, coi finestrini lasciati aperti da Sally perché non soffocasse nell'afa e nel sonno.
“Allora?” Ripeté quando la vide tornare e rimettersi al posto guida.

“Allora dobbiamo andarcene da qualche parte fino a stasera perché adesso non c'è posto ma ho prenotato per cena.”

“Portami dove vuoi.”

“Fammi chiamare... se c'è posto alla Casa della domenica...”

“Conosci tutti gli alberghi toscani? Cosa hai fatto un tour di trombate?”

Sally si sforzò di non ridere perché il proprietario della pensione aveva già risposto ed era in linea.

“Ma che dici? Viaggio io, anche da sola. Ci sono molti modi di godersi la vita invece che distruggerla. Non lo sai?”

“No, non lo so.”

La casa della domenica era una struttura rustica, con un banco bar di finto legno all'ingresso, dove Cristina ordinò una Sambuca mentre Sally badava alla registrazione. La camera odorava di fiori freschi e cose buone, sicuramente per merito della presenza della cucina sotto di essa.
Cristina si stava sfilando gli abiti intrisi di sudore e la poca luce che attraversava le veneziane gettava la sua ombra sulla parete alle spalle di Sally. Sally che adorava la sua magrezza, indugiava nei suoi occhi, si avvicinava per divorarle il rosso ineguagliabile delle labbra, eternamente incantata dal suo distacco.
Cristina si mise a sedere su una poltrona di velluto rosso, aprì le gambe sui braccioli e continuò a bere Sambuca intanto che Sally regolava l'acqua calda della doccia.
Quando un getto tiepido colpì il piatto rialzandosi in una nube di vapore tornò a prendere Cristina per la mano con solo la biancheria indosso. Una di fronte all'altra, separate solo dalla parete d'acqua,
videro chiaramente come in quella doccia tutto il mondo evaporava.
Non esistevano più problemi nella schiuma, mentre annegando nella dolcezza Sally si lasciava succhiare la lingua da Cristina tenendole le mani sui fianchi.
Fuori dal bagno suonava un motivo di pianoforte, una stazione radio sconosciuta cullava il movimento delle anche di Cristina, le dita la carezzano, scivolando dentro e fuori, sopra i peli corti della sua figa.
Parlandosi all'orecchio attraverso il loro mondo liquido ricordarono ridendo l'unica volta in cui avevano coinvolto un sex toys nei loro rapporti; un ammasso di plastica falsamente calda che nessun orgasmo poteva appagare. Una cosa inutile costata venticinque euro, quel vibratore, e poi finita nella spazzatura dell'appartamento del periodo universitario di Sally.
Cristina cercò di leccarla ma lei non voleva, così si voltò premendo il seno contro la parete trasparente del boxe Sally si inginocchiò alle sue spalle salendo e scendendo con la lingua per tutta la sua colonna vertebrale.
Il culo aperto di Cristina aveva lo stesso sapore inconfondibile di sempre, nonostante l'umore misto al bagnoschiuma alla vaniglia che le scendeva tra le cosce. Sally si impegnò a infilare la lingua per intero nel buco caldo e stretto intanto che lei si toccava da sola i capezzoli e la clitoride a fasi alterne. Poco prima di venire Cristina si girò nuovamente e le prese tutta la lingua in bocca ricambiando un ditalino sempre più frenetico. Si portò le dita alle labbra per sbavarci sopra e poi ricominciare a strofinarle tra le sue gambe e quando Sally sfogò l'orgasmo la trattenne a sé con una mano sulle reni.
Solo l'acqua della doccia rompeva il ritmo dei loro sospiri, la radio dall'altra parte per qualche ragione s'era spenta. Uscirono dalla doccia e una volta sul grande letto Sally riprese a leccare Cristina finché i suoi umori le imbrattarono naso, guance e mento.
Con sorpresa Cristina vide Sally addormentarsi prima di lei. La finestra rimase aperta e nel tardo pomeriggio il vento invase la camera sbattendo sul volto disteso di Sally e portando da lei verso Cristina un afflato di coraggio.
Sperò di scoprire la maniera di gestire la situazione, consapevole che lontano da Sally la sua vita era una nebbia. Non appena lei ripartiva, si ritrovava sola con una versione da incubo di sé stessa, nonostante questo non avrebbe saputo da che parte iniziare a sbrogliare la matassa dal momento che , si sentiva pronta ad ammetterlo, non aveva mai affrontato davvero i suoi problemi. Non aveva mai avvertito il desiderio di farlo e di farcela. La rassegnazione, le ferite, l'esser melodrammatica le si confacevano molto di più. La sola cosa che aveva condiviso con Sally era stata la sua atipica infelicità infantile, che non avrebbe avuto ragione d'esistere nell'anima della figlia unica di una privilegiata famiglia di Firenze. Dopo quella breve permissione di partecipazione però aveva deciso di affrontare i suoi demoni per conto proprio.
Svegliò Sally alle sette passate, aveva già inguainato il corpo snello in un abito di ricambio che si era premurata di portare prevedendo la sudata del mattino in auto, non un vestito da sera ma pur sempre adatto a una cena.
Anche Sally si cambiò e seguendola al tavolo che aveva riservato per loro strinse gli occhi osservandola alla luce lunare che rendeva drammatici i riflessi delle perle e regali quelli delle pietre.
Si chiese perché mai Cristina avesse indossato tutta quella roba della madre. Per fare che? Erano tutti simboli di un ambiente di cui non si era mai sentita parte e lei, Sally, si scopriva ancora gelosa in modo assurdo della suocera mancata.
“Vuoi il vino? O qualcos'altro?” Chiese con un sorriso forzato.

“No, no. Quando dormivi ci ho dato dentro con la Sambuca.”

Sally esalò a stento un respiro: “Va bene. Cosa mangi?”

“Perché lo fai?”

“Che cosa?”

“Quello che stai facendo. Perché lo fai?”

Sally rigirò la domanda dopo un secondo d'esitazione.

“Cosa faccio esattamente?”

“Mi porti a spasso da un mese e non fai che mettermi davanti al cibo.”

“Perché spero che... Mi auguro che... portandoti tra cose belle e cose buone, ti venga voglia di viverle e di vivere.”

“Beh, è lodevole. Ma se speri che ascolterò quello che hai detto stamattina...”

“Cri per piacere, ora pensiamo a mangiare.”

“No... voglio che tu sappia, che io non vedrò alcun dottore. Ok?”

“Gesù Cristo... quindi vuoi morire? Di tuo figlio non ti importa?”

“Si che mi importa ma... quando mi guardo allo specchio e vedo questo” indicò sé stessa, deglutì e riprese “penso che forse, forse è meglio che lui non lo veda.”

“Ok, hai ragione. Io forse sto sbagliando ogni cosa. Anche perché, sai che c'è? L'unica che può cambiare le cose e l'immagine che metti di fronte a tuo figlio, è proprio quella persona che vedi nello specchio. Ma tu ti compiangi, attiri l'attenzione, perché è più semplice, lo hai sempre fatto. Non pensi che tuo figlio vorrebbe che guarissi?”

“Non ho mai provato il desiderio di far disintossicare mia madre. Era il suo dramma e io l'ho rispettato. Del resto, anche tu hai dei vizi.”

“Io? Ma che dici... fumo cinque sigarette al giorno, è il mio unico vizio.”

“D'accordo, eppure non sei mai stata in grado di smettere. Come anche mia madre, avrebbe potuto vivere ancora molti anni per me, però...”

“Cri... tua madre era un rifiuto, non viveva per nessun altro che per sé stessa.”

Cristina la fissò, sbatté le palpebre un paio di volte.

“Pensava lo stesso di te.”

“Ah, lo so. Si preoccupava di sapere se tu toccavi un cazzo o una figa ma non si rendeva conto che stavi toccando il fondo e che avevi imparato da lei.”

“Basta. Non saremo dovute venire.”

Sally capì che era ora di andare.
“Non chiamarmi di nuovo, se non decidi cosa vuoi da me.”

“Soltanto... che tu ci sia.”

“Per fare cosa? Da spettatrice al tuo suicidio? Non l'ho fatto dieci anni fa e non lo farò ora. Adesso andiamo.”

“Pensi ancora le stesse cose di sempre Sally.”

“Si. Tu puoi credere quello che vuoi, che l'abito non fa il monaco, eccetera. Ma io penso che sarai giudicata dal tuo aspetto, è vero. Così come il rischio della morte è vero. Proprio come la visione del sangue nelle siringhe in mezzo al cibo nella cucina di tua madre che ti ha tanto nauseata, e il sentimento d'impotenza che hai provato di fronte alla sua morte, erano veri. E io oggi mi sento nello stesso modo, e ti assicuro che è vero, fa si che possa esserci qualcosa di più di questa triste sintesi nella tua vita.”

L'illusione dell'amore che vince su tutto brillò per un attimo solo, ambiziosa, bellissima, prima di tornare ombra trepida sotto i rami degli alberi mossi dal vento.
Sulla via del ritorno Sally si rese conto che avrebbe dovuto una modo per sopravvivere alla delusione se Cristina non l'avesse mai richiamata. E l'unica cosa che la calmò fu l'associazione tra il suo amore e un oggetto da dimenticare.
Ciò che aveva cercato divenne nella sua mente stravolta un'incognita, una foto sbiadita contenuta nel telaio di un ricordo, che lì stava bene perché c'era stata sempre. Senza un senso d'esistere né di non farlo, come succede ai soprammobili comprati alle fiere e poi abbandonati a impolverarsi sulle cassettiere. Anche Cristina ripulita da quello strato di polvere era, infine, un oggetto nemmeno tanto attraente.




























































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