Ballando il tango (capitolo XX)

Scritto da , il 2020-05-29, genere sentimentali


Il giorno dopo, per fortuna la febbre è sparita del tutto, quindi ti trovo al solito posto ad aspettarmi.
Salgo in macchina, ma senza entusiasmo. Ti sporgi verso di me e mi offri le labbra, pretendi il mio bacio che ricambio docilmente.
Sono silenziosa; come al mio solito, quando c’è qualcosa che non va, mi chiudo in me stessa.
Oggi non stai fermo con le mani... mentre cambi le marce mi accarezzi i capelli, mi stringi a te, sei premuroso.
Quando ti fermi e sto per scendere, mi saluti e mi chiedi se possiamo pranzare assieme.
Non me lo aspettavo. Accetto, un po’ freddina, forse ti aspettavi di più. Niente da fare: nonostante le tue attenzioni non riesco a sentirmi bene.
Vieni a prendermi all’una.
Il ristorante dove mi porti è sulla parte alta della città, aldilà del fiume.
Per superarlo attraversiamo l’antico ponte di pietra a sette archi che unisce i due quartieri più grandi e apre l'accesso ai paesi attorno.
Il panorama è fantastico. Siamo nel regno della natura e questa città nella quale viviamo ne è al centro come la sua regina. Guardo intorno incuriosita, come lo vedessi per la prima volta. Andiamo in alto, verso la montagna. Boschi di pini e altri alberi secolari. Il verde mi rilassa.
“Tutt’ok, piccola?” - mi chiedi tutto d’un tratto.
“Sì! È che sto pensando quant’è bello il posto dove abitiamo visto dall’alto. Si possono ammirare tante cose che non sai apprezzare vivendoci dentro ogni giorno.
Sai quando è stato costruito questo ponte?” - Ti chiedo improvvisamente.
Senza attendere risposta continuo: “nel 1780, ed era fatto di legno. Solo in un secondo momento è stato ricostruito in pietra. Si chiama il ponte dei Sette Archi e quando il fiume non è in piena, lo puoi ammirare in tutta la sua bellezza. Sono venuta raramente quassù, ma merita. - mi fermo un attimo, poi riprendo - A proposito... non so se conosci le leggende su questo ponte. Secondo una, per contenere l’ira del fiume e assicurare l’integrità del ponte di legno, era stato costruito un sotterraneo dove venne richiusa una ragazza, tenuta senza cibo fino alla morte”.
Rallenti e mi guardi con occhi incuriositi...
Continuo a parlarti:
“Dicono anche che quando lo hanno costruito in pietra, era estate. Il fiume era secco, lo è sempre in quella stagione. Avevano deciso di rifare il ponte d’estate per questo motivo, ma, quando arrivarono al terzo arco, all’improvviso venne un temporale che lo riempì. Il fiume sembrava impazzito, aveva rotto gli argini. Fece molti danni all’agricoltura, al ponte stesso, ma anche alle persone: ci furono diversi morti. Allora capirono che il fiume voleva un’anima, perché l’uomo gli stava rubando la sua, lo stava dividendo in due”.
Adesso la tua attenzione è attratta da questa storia.
“Indovina cosa fecero i mastri? Gli promisero una giovane donna, una neomamma. La povera prescelta abbandonò il bambino con le lacrime agli occhi. Cominciò a strapparsi i capelli, urlò al fiume il suo dolore, gli parlò con il cuore, come solo una madre può parlare, pregandogli di risparmiarla perché a casa c’era una piccola creatura innocente che aveva bisogno delle cure della sua mamma per crescere. Allora il fiume si calmò. Rientrò nel suo letto. I mastri rimasero sorpresi, gridarono al miracolo. Lasciarono perdere la donna e al posto suo sacrificarono un agnello.

“Alba... Brrr, non sapevo… spero siano solo leggende ... o pensi che siano successe per davvero?”

“Forse... chissà... i popoli balcanici erano molto superstiziosi, avevano grande timore delle forze della natura. La rispettavano fino a ricorrere anche a sacrifici umani per tenerla buona”.
Mi guardi. Sembri scosso.
“Certo che storia ‘più allegra’ non potevi trovare” - mi dici poi.
“Scusa - ti dico sorridendoti - non volevo rovinarti la giornata. È che sono sempre stata affascinata dalle leggende... hanno quel velo di mistero che le rende intriganti”
Non voglio turbarti ancora però. Ti bacio e mi metto a cantare. Canzoni popolari allegre, ritmate... che parlano del ponte, di ragazzi e ragazze innamorate che questo nasconde alle malelingue.
Del fiume che non vede l’ora che arrivi la primavera per vedere i giovani che fanno il bagno in lui...

“Ma quante ne sai, piccola!”
Sei sorpreso.
Lo immaginavo. Non tutti conoscono le canzoni folcloristiche della nostra città.

“È merito di mio padre - ti rispondo - lui le canta accompagnandosi con la fisarmonica. Sa suonare pure il mandolino. D’estate, quando finisco la scuola, soprattutto nel fine settimana, vengono pure i suoi cugini, chi con la chitarra, chi con altri strumenti, e facciamo festa in casa. Cantiamo tutti quanti insieme. Quanta allegria, mamma mia!”
Interrompo un attimo e poi riprendo:
“So che tu non conosci molte canzoni nostre, ma l’anno scorso, quando siamo andati in Croazia con mamma, papà, mia cugina e lo zio, abbiamo preso il battello e lì c’era un’orchestrina che cantava canzoni croate. Poi, quando ci hanno sentiti parlare italiano, sono venuti da noi e hanno cominciato a cantare:
‘Marina, Marina Marina,
ti voglio al più presto sposar.’
E via così... con tante vecchie canzoni. Mio papà, tutto contento, gli ha dato una bella mancia, talmente era felice. Ad un certo punto loro hanno chiesto se volesse ascoltare qualche brano in particolare. Ha sparato lì per lì la canzone del ponte, senza credere veramente che la conoscessero. Ma con nostra sorpresa i cantanti hanno preso a cantarla. Se avessi visto la gioia di mio padre... C’è mancato poco che li baciasse uno ad uno.
Mia madre invece, seria com’è, rimproverava me per l’entusiasmo nel canto, ma io me ne fregavo. Quel giorno mi sono divertita moltissimo. Tanta gente si è riunita al nostro tavolo e battevano le mani. Non lo dimenticherò mai”.

Sto un po’ in silenzio, divertita dalla tua espressione buffa, poi ti domando:
“Dobbiamo ancora andare avanti per molto? Dov’è il ristorante?”

“Eccolo!”
Il tuo dito mi indica il punto più alto visibile. Una struttura di pietra anch’essa, circondata da mura, come per mantenere un rapporto stretto col panorama circostante.

“Ah... - mi dici - per fortuna hai una bella voce e non ho dovuto tapparmi le orecchie. Sarebbe stato difficile guidare, non trovi?”
Sorrido, ma non rispondo. Ora sto bene. Alla fine, in questo momento, ho tutto quello che posso avere: Tu, che sei il centro del mio mondo, e la natura che fa da sfondo, come un letto, alla mia felicità.
La tua presenza non durerà per sempre, mi dico. Oggi è troppo bello per essere vero.
A questo pensiero una nuvola scurisce il mio volto, ma il tuo braccio sopra la mia spalla me lo cancella in un attimo.
Chiudo gli occhi per assaporarlo. Appoggio la guancia sulla tua mano, ci poso le labbra... te la bacio.

Sono così presa che non mi accorgo che siamo arrivati, sei tu a scuotermi e dirmelo.
C’è un enorme giardino pieno di palme e di fiori invernali.
“Amore, che bel posto che hai scelto!”

Entusiasta ti salto in braccio. Tu mi stringi forte forte. Entriamo. Una enorme sala dalla volta altissima comunica con altre più piccole attraverso archi che ricordano quelli del ponte. Ci accompagnano nell’ultima sala ma, come al solito quando andiamo in un ristorante, il tavolo nostro è nella parte centrale. Sopra ci sono dei fiori bianchi che il cameriere, quando porta il menu, fa per togliere. Lo fermo. Gli dico che li voglio perché mi fanno stare bene. Lui ti guarda per avere la tua approvazione, ma tu sorridi alzando le spalle.
Se ne va. Io mi metto ad accarezzare i petali.
Mi prendi le mani tra le tue. Le unisci. Mi stringi le dita. Oggi mi sento così malinconica che vorrei piangere. È tutto così bello! Ma è proprio perché è così bello, che ho paura non possa durare.
In quel momento lasci le mie mani e, frugando in tasca, tiri fuori un pacchettino regalo. Ti guardo sorpresa e incuriosita.
“Aprilo, Alba” - mi sproni.
All’interno un bellissimo portachiavi d’argento, a forma di gufo. Lo stesso che hai anche tu. Cambiano solo le pietre incastonate. Sul tuo ci sono dei rubini, sul mio, smeraldi.
“Voglio che tu lo abbia. Ti porterà fortuna. Il gufo è un portafortuna e io voglio che tu ne abbia tanta...”
Adesso sì che sto per piangere, ma mi trattengo. Spero che tu non mi faccia parlare, non ci riuscirei.
Riprendi il discorso:
“L’ho fatto fare uguale al mio. È come se fosse la nostra parte mancante, che ci completa a vicenda. Una ce l’hai tu, l’altra io. Sul tuo ci ho messo gli smeraldi, verdi come i tuoi occhi, ma anche perché è il colore della speranza, della vita... il rosso, la passione, me lo tengo io. Io sono il peccato nel quale ti ho trascinato, la tua rovina. I gufi sono animali notturni, proprio come noi due che non possiamo vederci alla luce del giorno. Stiamo sempre nascosti da tutti.
È tutto ciò che ti posso dare, piccola, e mi dispiace tanto, ma comunque vadano le cose tra noi, sappi che rimarrai sempre nel mio cuore...”
Il mondo gira intorno. Sono felice e piango di felicità. Non me lo aspettavo questo gesto da parte tua. È molto meglio di qualsiasi “ti amo” che non mi hai detto mai. È molto meglio di qualsiasi anello di fidanzamento.
Non so cosa mangiamo, ormai il cibo non ha più importanza. Ogni tanto mi imbocchi con le tue mani, altre volte mi stimoli per mangiare io qualcosa. So che ci tieni, che hai ordinato delle vere prelibatezze per me e ti accontento per un po’, ma poi mi perdo di nuovo in quello stato d’animo instabile, dove ci sono le tempeste, le piogge, il sole, gli arcobaleni di tutti i colori, sullo sfondo della musica traballante di Beethoven.
Finiamo il pranzo, paghi e stiamo per uscire. Guardo ancora il posto prima di lasciarlo, avvinghiata al tuo braccio.
“Amore - ti sussurro - vorrei che questa giornata non finisse mai. Quanto vorrei far l’amore con te qui, come fosse il nostro primo giorno di nozze!”
Sospiro.
Ti stacchi da me e vai a parlare al cameriere. Non sento cosa gli dici ma vedo che ti indica delle porte.
Poi torni da me:
”Oggi, piccola, si dorme qui.”
“Cosa?” - Ti chiedo incredula.
“Hanno delle stanze. E fortunatamente una si è appena liberata”.
Ti bacio. Non me ne frega niente della gente che ci guarda. Io sono pazza. Pazza di te.

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