Vergine

Scritto da , il 2020-05-17, genere prime esperienze

In uno stanco pomeriggio estivo di tanti anni fa un unico rumore violava il silenzio pomeridiano di una casa di paese, dove un ragazzo di vent'anni chiamato Gino era chino su uno scrittoio e studiava svogliatamente, ospite dei nonni da cui era andato a trascorrere qualche settimana di vacanza.
Era il rumore di una vecchia macchina per cucire Singer, di quelle nere, lucide, poggiata su un ripiano di legno e con la base in ghisa. A lavorarci era certo Rosanna, l'unica della vecchia casa a non riposare il pomeriggio, nonostante l'abitudine di alzarsi molto presto al mattino.
Sul ragazzo (il suo vero nome non era Luigi, come tutti pensavano, ma Giorgio) non c'è molto da dire: non era un genio e non era un cretino, non sarebbe diventato un santo ma nemmeno un criminale, aveva vissuto fino ad allora e avrebbe continuato a vivere successivamente un'esistenza del tutto normale, come la stragrande maggioranza delle persone. Il suono della macchina, ripetitivo e monotono, lo cullava dolcemente e lo conduceva verso un dormiveglia, lì, sui libri, in cui si perdeva volentieri.
Il lavoro pomeridiano alla macchina Singer era uno dei tanti spazi quotidiani in cui Rosanna divideva la sua giornata. Lo scandire degli impegni e delle incombenze di casa, interrotti dai momenti di preghiera, era un'abitudine ereditata dagli anni di convento. Per quindici anni aveva vissuto fuori casa, contenta della vita monastica che le era sembrata un rifugio lontano dal suo paese in cui aveva trascorso la sua breve vita. Era stata felice ma poi il suo ordine era stato squassato da divisioni e litigi su chi ne fosse stato l'effettivo fondatore, con conseguente scissione in due ordini distinti e inevitabile inizio di una lunga serie di cause ecclesiastiche, al termine delle quali, a Roma, stanchi di tutte quelle beghe, non avevano concesso il riconoscimento a nessuno dei due tronconi e tutte le monache erano state rimandate alle loro case. Così Rosanna, dopo un inutile e umiliante tentativo di essere ammessa in un altro convento, era tornata mogia, a trentadue anni, a casa sua.
La sua tristezza contrastava con l'evidente gioia dei fratelli, contenti che l'ultimogenita fosse tornata a occuparsi degli anziani genitori, a loro volta decisamente felici di lasciare le redini della casa nelle sue mani.
Gino, mezzo addormentato, pensava a lei e gli pareva di sentire l'odore di lavanda che sempre tradiva il passaggio della cugina. Sua nonna e il padre di Rosanna erano fratelli e la casa era stata divisa a metà tra loro, una strana divisione che, tra disimpegni e corridoi comuni e porte che dovevano separare gli ambienti ma erano quasi sempre aperte, dava l'impressione di non avere diviso nulla.
La desiderava. Se ne era accorto pochi giorni dopo il suo arrivo, con grande sorpresa. L'aveva già vista l'anno prima ma non gli aveva fatto alcuna impressione, mentre quell'estate, dopo essersi salutati e baciati, si era turbato nel sentirsi dire che era diventato un gran bel ragazzo. Rosanna indossava una specie di divisa da monaca di casa: senza più il velo ma con una lunga gonna azzurra e la camicia bianca su cui metteva una blusa anch'essa azzurra quando usciva. Le calze bianche e le scarpe nere completavano il suo abbigliamento ma anche con quegli abiti si poteva scorgerne la bella figura e il petto sodo. I capelli castani, più lunghi e curati di quelli che le aveva visto l'anno precedente, ora rendevano giustizia a un viso semplice e gradevole. Era ancora in tempo a trovare marito, dicevano in paese, ma lei non ci pensava, tranquillizzando l'egoismo dei parenti che non erano favorevoli a un matrimonio più di quanto lo fossero stati alla vocazione religiosa.
Ma era ancora giovane, pensava Gino, e molto più appetitosa di tante altre donne che si vedevano in giro. Lei però sembrava considerarsi ancora una suora e gli sembrava irraggiungibile come se stesse ancora in convento. Cercava di non pensarci più ma poi ogni volta che si incrociavano nei corridoi e sugli scalini di quella casa, lei gli sorrideva e a lui si rimescolava il sangue: quando sorrideva era proprio carina, quasi bella, e chissà che quei sorrisi non nascondessero qualche invito che lui non coglieva.
La sera, con la madre e la zia, lei si recava a messa. Una volta Gino si fece convincere a seguirle e la vide fare la comunione e poi inginocchiarsi con grazia. Quel gesto di devozione gli suscitò invece pensieri sconci che scacciò spaventato.
Stava diventando un'ossessione. Anche il ticchettio della macchina per cucire sembrava spronarlo a svegliarsi, a prendere coraggio. Lì, a portata di mano, c'era una donna che ancora non aveva mai conosciuto l'amore e alla quale forse sarebbe bastata una carezza per cadere in tentazione.
Si alzò. Non sapeva nemmeno che intenzioni avesse ma provò il desiderio di vederla china sulla macchina, un'altra posa che gli piaceva molto. Senza far rumore, assecondando il silenzio della casa con i vecchi che dormivano, si avvicinò alla stanza da lavoro della cugina e la vide attraverso la porta socchiusa. Come avrebbe reagito se l'avesse sorpresa alle spalle e l'avesse baciata sul collo mentre le mani le accarezzavano i seni ? Il suo carattere quieto contrastava con reazioni di vergine offesa nel suo pudore ma chi poteva prevedere cosa sarebbe accaduto ?
Nell'avvicinarsi fu tradito dal maledetto gatto siamese di casa che, vedendolo, cominciò a miagolare. Rosanna si voltò, lo vide e gli sorrise per l'ennesima volta.
"Gino, non dormi ? Hai fatto bene a venire, ti ho fatto la piega ai pantaloni, misurali."
Glieli porse e gli indicò lo stanzino accanto dove infilarseli.
Gino vi entrò, si sfilò quelli che indossava e per un attimo fu tentato di presentarsi a lei senza calzoni: che avrebbe detto ? Farlo, non farlo ?
Naturalmente le si presentò con i pantaloni su cui lei aveva lavorato. Se la vide chinarsi davanti, tastando la cucitura fatta e valutando se la lunghezza era giusta. Vedendosela così, in quella posizione, a Gino vennero in mente delle foto pornografiche che qualche anno prima un amico gli aveva fatto vedere e in cui una donna formosa e matura era piegata sul corpo di un uomo più giovane: era la prima volta che vedeva scene del genere che andavano aldilà del più morboso sogno a occhi aperti che avesse fatto fino a quel momento. E adesso ...
Sentì crescere dirompente il desiderio che, inesorabile, gli gonfiò il cavallo dei pantaloni.
"Te li senti scendere bene ?" gli chiese Rosanna, guardandolo dal basso in alto.
Una vampata di rossore lo assalì: fra di loro si frapponeva proprio il segno evidente dei pensieri sconci che gli attraversavano la mente. Una donna di mondo, diciamo così, avrebbe subito capito che stava succedendo, ma una donna come Rosanna, entrata in convento ancora adolescente, probabilmente non si rendeva conto di quello che lui stava provando.
"Sì, benissimo", rispose e, con suo sollievo, la cugina si rialzò, spazzolando con le mani qualche pilucco che vedeva tra le pieghe.
"Sono belli, li puoi mettere alla festa domenica prossima. Hai caldo ? Sei tutto rosso."
"Sì, fa un po' caldo."
Andò a cambiarsi di nuovo i pantaloni, pensando di avere sprecato un'occasione. Tornato nella stanza la vide seduta davanti alla cucitrice ma senza lavorare, con una mano fra i capelli e lo sguardo quasi trasognato. Sussultò nel vederlo e gli sorrise ma stavolta era un sorriso triste, quasi rassegnato.
"Sei bella, Rosanna."
Non avrebbe saputo spiegare nemmeno lui dove aveva preso il coraggio di sussurrare la frase che lei non poteva non avere udito.
"Davvero dici ?" chiese lei, quasi arricciandosi una ciocca di capelli.
"Ti voglio bene."
Lei intese quella dichiarazione di affetto nel verso giusto.
"Sei ancora un bambino ..."
"Ma se ho vent'anni ..."
"Rispetto a me sei un bambino ... e siamo cugini ..."
"Ma allora ... hai pensato a me qualche volta ... io, da quando sono arrivato non faccio che pensare a te e ..."
"E ..."
Non seppe come continuare, nonostante il suo incoraggiamento.
"Togliti questi pensieri, dai. Non ci siamo detti niente."
Gli voltò le spalle e tornò a lavorare. Rumori provenienti da qualche parte della casa indicavano che qualcuno aveva terminato la siesta e Gino rientrò rapidamente nella sua camera, il cuore in tumulto. Non si era scandalizzata alle sue parole e non aveva reagito in malo modo e anche se lui non aveva sfruttato fino in fondo l'opportunità che si era aperto, non poteva nemmeno pensare che non vi sarebbero state altre occasioni.
La mattina dopo la madre disse a Rosanna che era da tempo che non andava a trovare la zia Francesca che abitava in mezzo alla campagna, a diversi chilometri.
"Lo sai com'è, ogni volta che vado mi riempie di roba, formaggio, salami, nocciole, frutta che non so come portare."
"Fatti accompagnare da Gino allora."
Rosanna ebbe un fremito.
"Sì, fatti accompagnare da lui" disse anche la nonna di Gino che era presente.
"Ma ... Gino deve studiare e poi si scoccerà ..."
"Un pò d'aria gli fa bene. Glielo dico io."
Nel primo pomeriggio, sotto un sole cocente, si avviarono insieme. Ci voleva quasi un'ora di cammino per arrivare da zia Francesca e un silenzio imbarazzato, rotto da qualche frase insignificante, li accompagnò per la strada. Ad una svolta un serpe nero attraversò la via davanti a loro e Rosanna, spaventata, si voltò, andando a sbattere contro Gino che era spaventato quanto lei ma ne approfittò per abbracciarla e baciarla su una guancia.
"Ma che fai ? Ci vedono ..."
In realtà non c'era nessuno in vista ma Rosanna scostò il cugino e proseguì il cammino, trafelata sia per lo spavento sia per il bacio.
"Scusami, non ho resistito."
"Non lo fare più, non per strada."
La sera, coricato nel suo letto, Gino ripensava alla giornata. La vecchia zia li aveva accolti con gioia ed entusiasmo e gli aveva messo davanti ogni ben di Dio. Aveva parlato quasi solo lei, ricordando lontani episodi che soprattutto lui non poteva che ignorare e a un tratto sbucò fuori una vecchia foto in cui Rosanna, poco prima di partire per il convento, teneva in braccio il cugino e lo baciava. Lei era restata incantata vedendola, lui si era sentito fremere: essere tra le sue braccia come quel giorno lontano ...
Approfittando di un'assenza prolungata della zia, andata a prendere cose da donargli, le aveva accarezzato le braccia e baciata sul collo. Con gioia si era accorto che lei non lo respingeva ma subiva l'assalto di mani e labbra senza reagire.
A un tratto Gino aveva provato vergogna. Si stava comportando con lei come avrebbe fatto con una prostituta, prendendosi delle libertà inaudite. Era un'ex suora, una parente, aveva quattordici anni più di lui e la foto posata sul tavolo davanti a loro stava a ricordare che lei lo aveva visto nascere.
"Sì, che vergogna" pensava e stava per chiederle perdono in ginocchio quando lei, voltatasi, gli aveva mostrato un viso tutto rosso con la bocca che si protendeva verso la sua, cercando un bacio che li unì per un tempo interminabile. Ora erano le mani di Rosanna a circondargli la schiena, a spingerlo verso di lei, ed essendo lui alto solo pochi centimetri in più, i loro ventri si toccarono e la donna non poteva non sentire l'eccitazione del ragazzo. Un rumore di passi aveva annunciato il prossimo ritorno della zia e li aveva divisi all'istante, spingendoli ai lati opposti della stanza.
Carichi dei sacchi con le prelibatezze donate dalla zia, lungo il ritorno non c'era stato pericolo di contatti pericolosi, avendo entrambi mani e braccia occupate. Nessuno di loro aveva commentato quanto era accaduto.
Non si erano quasi più guardati, rifletteva ora Gino, e certamente Rosanna si era pentita di quell'attimo di debolezza in cui lui l'aveva trascinata. Un rumore lo distolse dai suoi pensieri: la porta della stanza si era aperta e un'ombra scivolò verso di lui ma prima che si potesse impaurire riconobbe il profumo di lavanda.
Rosanna si sedette piano sul letto.
"Non dormivi, vero ? Sono passata un attimo per salutarti, non potevo farne a meno, piccolo mio. Mi vuoi bene ?"
"Sì ..."
"Anch'io, fammi stare un poco con te, solo pochi minuti, piano così, hanno il sonno leggero ..."
Gli diede un bacio sulle labbra.
"Tu non sai che vita è la mia e qui è molto peggio che in convento ... A volte piango da sola e non so perchè ... Mi hai dato un poco di gioia mostrando che mi vuoi bene ..."
Si accorse di una cosa.
"Gino, ma sei senza pigiama, non hai niente ... sotto ?"
Gino non dormiva abitualmente nudo ma quella sera, dati gli avvenimenti della giornata, si era tolto tutto per godere qualche momento di piacere solitario.
I seni di Rosanna gonfiavano la bianca camicia da notte che si intuiva nella penombra e una mano della cugina, quasi inavvertitamente, andò a sfiorare l'effetto che la sua presenza provocava sotto la coperta.
"Oh Gino, non posso ... ", disse lei, come se fosse stato lui ad andare nella sua stanza.
"Faremmo troppo rumore, ho paura che se ne accorgano, i tuoi nonni sono nella camera accanto ... Lasciami andare ..."
Gino, in realtà, più spaventato di lei, si guardò bene dal trattenerla dopo che gli ebbe stampato un ultimo bacio.
Rimasto solo non potè che ultimare quello che la rapida visita di Rosanna aveva interrotto ma poi, finito il godimento, gli subentrò un senso di sgomento per quella visita inattesa.
Era stato lui ad accendere la miccia e ora rischiava di rimanere sotto le macerie dell'esplosione.
Aveva liberato le inibizioni di Rosanna, l'aveva fatta sentire desiderata e le conseguenze sarebbero state devastanti. Fino a dove si sarebbe spinta d'allora in poi ?
Dopo una notte agitata e quasi insonne, Gino evitò per tutta la giornata di rimanere solo con la cugina. Se fino al giorno prima era stato lui a cercare le occasioni per un colloquio da soli, con cui provare a rompere il ghiaccio, ora, appena annusava il profumo di lavanda, subito andava a chiudersi nella sua camera. A un tratto, dalla finestra aperta, la sentì cantare una canzone d'amore, cosa che suscitò le risate e i commenti dei vecchi di casa.
"Rosanna è allegra stamattina !"
"Questa non era una canzone da convento !"
"Una bella voce, come canta bene ... "
La sera Rosanna non andò alla messa vespertina, non si sentiva bene e aveva qualche linea di febbre. Gino lo seppe dalla nonna che si preparava a uscire con gli altri e che gli raccomandò di tenere compagnia alla cugina. Gino non ebbe il tempo di reagire e nemmeno di sorprendere la nonna offrendosi, cosa insolita, di andare anche lui alla funzione. Intuì il pericolo e pensò se fosse il caso di chiudersi in camera. Quando tutti furono usciti, un silenzio sinistro invase la casa. Accostò l'orecchio alla porta ma non udì nulla. Allora socchiuse l'uscio e la vide.
Rosanna stava per entrare da lui. Si era raccolta i capelli dietro la nuca, si era tolta le calze e indossava una sottoveste bianca che ne modellava le generose forme.
"Gino ... "
"Rosanna ... è meglio di no ..."
"Non mi vuoi più ?"
"Non è questo, è che ... ho paura, se se ne accorgono ... tu sei ... eri una suora e ..."
Era entrata e si era stretta a lui.
"Mica ci dobbiamo sposare, ci regaliamo un po' di gioia e nessuno lo saprà mai."
"Ma tu sei ... e anch'io, ti dico la verità ..."
"Sssh, non abbiamo molto tempo. Vieni nella mia stanza, così potrò pulire più facilmente ..."
Lo prese per mano e attraverso scalini che salivano e scendevano, oltre dei corridoi e dei passaggi stretti, lo portò nella stanza in cui non era mai entrato. Era una vera stanza monastica, arredata con il minimo indispensabile: il letto, il cassettone, l'armadio, una sedia, poche altre cose e una miriade di immagini sacre che misero Gino a disagio. Gli pareva di doverlo fare in una sacrestia, quasi un sacrilegio, e mentre pensava a questo non si accorgeva che la cugina lo stava sbottonando sopra e sotto. Una lampada posta sul comodino accanto al letto emanava una fioca luce che creava un gioco di chiaroscuri ma quello che era fin troppo chiaro era il desiderio di Rosanna che inesorabile lo avvolgeva come l'immancabile solito profumo.
"Oh Gino, sei davvero un bel maschio ... "
Si era liberata della sottoveste e se lo strinse al petto. Aveva dei grandi seni bianchi su cui spiccavano le aureole molto scure che circondavano dei capezzoli di smisurata grandezza.
Gino non ebbe il tempo di pensare a nulla nè di meravigliarsi di quello che stava accadendo. Era la sua prima volta, quella prima volta così tanto sognata e temuta, conosciuta solo attraverso i racconti degli amici saputelli che si vantavano di grandi esperienze che, il più delle volte, si riducevano a rapporti mercenari. Si mise a succhiarle i grandi capezzoli mentre lei lo accarezzava tra le gambe e continuava a baciarlo sulla fronte.
Sarebbe stato contento anche se non fosse accaduto altro ma Rosanna, dopo un lungo bacio con cui gli aveva infilato la lingua in bocca, voleva tutto. Si distese sotto di lui e gli disse di salirle sopra.
"Rosanna ! Ho paura di farti male."
"No, tesoro, non mi fai male. Guarda!"
Glielo afferrò e se lo infilò piano e lo incitò a spingerlo tutto dentro di lei, stringendo le mani sulle sue natiche per aiutarlo ad affondare i colpi. Per cinque minuti gli spasimi reciproci e gli urletti di piacere si moltiplicarono. Gino, sentendo salire inesorabile l'orgasmo, all'improvviso ebbe paura di metterla incinta: con uno sforzo riuscì a liberarsi, giusto in tempo per inondarla del suo seme e le gocce la raggiunsero sul viso, come una specie di benedizione profana.
"Ti esce un po' di sangue."
L'aveva detto lei a lui: in effetti alcune gocce gli sgorgavano dal frenulo.
Capì di essere stato soltanto lui a perdere la verginità.

Questo racconto di è stato letto 9 9 7 1 volte

Segnala abuso in questo racconto erotico

commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.