La notte delle janare

Scritto da , il 2020-05-04, genere pulp

Era una sera di gennaio e il locale di Alfredo, un bar-osteria che si affacciava sulla Statale, in realtà una specie di stazione di servizio, avendo davanti una pompa di benzina chiusa in quel momento, era praticamente vuoto. Un solo avventore beveva un bicchiere di vino al suo tavolo e lo stesso Alfredo sonnecchiava svogliato davanti alla televisione accesa.
La porta si spalancò e una ventata di aria gelida entrò nel bar accompagnata da un tizio dall'aria anonima, imbacuccato in un piumino che sembrava almeno di una taglia superiore e coperto da sciarpa e cappuccio. L'uomo chiuse la porta, allentò la sciarpa e si sfilò il cappuccio scoprendo una testa coperta da cortissimi capelli scuri. Occhialini da miope si fissarono su Alfredo che si sentì in dovere di pronunciare una frase inutile: "Freddo, eh ?"
"Già," rispose lo sconosciuto. "Può darmi qualcosa di molto caldo ?"
"Un cappuccino bollente ?"
"Magari ... E vorrei ripulirmi, ho forato qui davanti e ho dovuto cambiare la ruota ..."
"L'ideale, con questo gelo. Quella porta marrone, vicino a quella scansia con le bottiglie di vino."
Il forestiero si assentò per alcuni minuti e al ritorno trovò la bevanda calda che cominciò a bere come se fosse una medicina. Solo allora si guardò attorno e vide la sala vuota, con l'eccezione dell'uomo che beveva vino.
"E' sempre così fiacco il movimento, qui ?" chiese, tanto per dire qualcosa.
"Eh no, se no chiuderei molto prima ogni sera. In genere a quest'ora ci si ritrova fra amici, si guardano le partite, si gioca a carte ... Stasera è diverso ..."
"Perchè ? Che è successo ?"
"E' la notte delle janare."
"Che cosa ?"
"Si sente dall'accento che lei non è di queste parti. Qui per lavoro ?"
"Sì" rispose l'uomo senza entrare nei particolari. Si era tolto gli occhiali appannati dal vapore del cappuccino e se li stava pulendo. La sua età era indefinibile, poteva essere sotto i trent'anni come sopra i quaranta.
"Professore" disse Alfredo all'uomo del bicchiere di vino, "il signore viene da fuori e non sa nulla delle janare."
L'uomo chiamato professore sembrò non avere udito quello che gli era stato detto.
"Cosa sono queste janare ?" chiese il forestiero.
Una voce rauca, quella del professore, stavolta rispose.
"Streghe. Così le chiamiamo da queste parti."
"Ah, esistono ancora queste credenze ..."
"Se c'è stato un solo uomo che ha creduto in qualcosa, qualunque cosa, ce ne sarà sempre un altro che anche a distanza di secoli, continuerà a crederci."
Il bevitore di vino si alzò e venne a mettersi vicino al bevitore di latte. Era una persona anziana, vestita in modo trasandato e con il viso ricoperto da una barba di tre giorni. Aveva un'aria malsana e parlava incespicando sulle parole.
"Janara. Esistono diverse ipotesi sull'origine e il significato del nome ma la più probabile è che derivi da Dianara, sacerdotessa di Diana, la dea romana della luna. Le janare tenevano i loro sabba sotto un enorme noce in cui veneravano Satana che aveva le sembianze di un caprone o di un grosso cane scuro. In realtà erano streghe per lo più solitarie e scontrose, esperte di erbe e abituate a rubare giumente nelle stalle per poterle cavalcare tutta la notte. Avevano un debole per i giovani uomini e si diceva che si divertissero, durante la notte, a salirgli sul corpo e a sfogare i loro impulsi, provocando nei malcapitati un senso di soffocamento e di oppressione al petto. Essendo sterili odiavano i bambini e ne provocavano la morte in fasce o la nascita con deformità varie. Eh, ci sono centinaia di storie su di loro ..."
"Abbia pazienza, professore, non ho il tempo nè la voglia di ascoltarle ... Non ho mai provato passione per le leggende medievali ..."
"Ecco, lo sapevo. Per voi il Medio Evo è sinonimo di arretratezza e di inciviltà ... Bè, le storie sulle janare si sono sviluppate soprattutto dopo il '400 e le loro persecuzioni risalgono ai secoli successivi. Il Medio Evo, quindi, c'entra poco."
"E perchè questa è la loro notte ?"
Il barista mormorò piano: "Questa, a dir la verità, è una storia tutta nostra, del nostro paese, intendo dire. Vero, professore ?"
"E non risale al Medio Evo ma soltanto a due secoli fa. In questo paese vivevano tre donne che avevano fama di essere janare. Facevano filtri d'amore per le ragazze da marito, si diceva, e poi chissà quali altri motivi potevano avere creato quella credenza su di loro. Due erano sorelle e la terza era la figlia di una di loro e già questo avrebbe smentito la diceria visto che, come ho detto, si riteneva che in quanto creature sataniche, le janare non potessero figliare. La ragazza si chiamava Valentina e dicono fosse bellissima. Ho i miei dubbi: ho trascorso la vita qui e in questo dannato paese, mi si secchi la lingua, di bellissime ragazze non ne ho mai viste."
Alfredo sogghignò a queste parole ma il professore sembrò non accorgersene.
"Valentina si innamorò di un giovane fabbro e tutto il giorno gli andava attorno, nella sua bottega. Il giovane si chiamava Salvatore e la ragazza gli diceva :-Voglio essere la tua incudine, sbattimi con il tuo martello.- Alla fine il giovane cedette alle lusinghe e si lasciò trascinare in una stalla. Qui, nonostante la bellezza di Valentina e le sue arti seduttive e di altro genere, il povero Salvatore non riuscì a combinare nulla. Una specie di sortilegio gli impediva di consumare ..."
"Sì, sortilegio" rise il barista. "Allora non esisteva ancora la parola ricchione ?"
"Valentina si sentì offesa e si disperò" proseguì il professore ignorando l'interruzione, "considerandosi non ricambiata nella sua passione. Salvatore, umiliato nella sua virilità, si convinse che era stata la ragazza a fargli il maleficio e meditò la vendetta. Cominciò a sparlare di lei in tutto il paese e raccontò che l'aveva portata nella stalla, tralasciando i particolari del suo ... incidente e la descrisse come una puttana che faceva e si faceva fare tutto quello che gli uomini volevano. In breve, dopo qualche giorno, Valentina, mentre tornava a casa, e casa sua era isolata, ai margini del bosco, venne assalita da un gruppo di giovani del paese, capitanati da Salvatore, che la violentarono per un'intera notte e la lasciarono mezza morta ai margini della strada. La madre e la zia, allarmate per il suo mancato ritorno, la trovarono così e la portarono a casa. Dammene un altro, Alfredo. Possibilmente non annacquato."
Alfredo gli riempì il bicchiere protestando che il suo vino era vino al cento per cento ma anche stavolta il professore lo ignorò e si rivolse allo sconosciuto per concludere il suo racconto.
"Da allora, in paese, successero disgrazie infinite. Molte donne morirono di parto e molti bambini morirono di uno strano male. In realtà, a quell'epoca, di donne che morivano di parto ce n'erano tante e quattro bambini su dieci non superavano i primi anni ma allora come oggi era più facile attribuire a qualcuno la colpa di ciò che non si capiva e faceva paura. Poi, ad uno ad uno, a tutti i giovani che avevano stuprato Valentina capitarono disgrazie: uno perse i genitori in un incendio, un altro morì per il calcio di un asino, uno perse le gambe rimanendo schiacciato da un albero che stava abbattendo, un altro fu trovato impiccato a un noce e infine Salvatore, il fabbro, fu trovato con la testa maciullata, dato che qualcuno aveva usato lui come incudine.
La rabbia della gente montò contro le tre donne, tutti erano convinti che stessero provocando loro quella strage. Così, una notte, proprio questa notte, uscirono tutti e circondarono la casa di Valentina e appiccarono il fuoco. Dalla casa si udirono le urla strazianti delle tre donne e una di loro, forse la madre o la zia, cercò di fuggire ma una pioggia di pietre la lapidò sulla soglia di casa. La donna cadde in ginocchio lanciando un grido di maledizione per tutte le generazioni future di questo paese ma ad atterrire tutti fu in particolare la visione raccapricciante di Valentina che, completamente nuda, era salita sul tetto della casa e veniva lambita dalle fiamme e volgeva intorno uno sguardo allucinato, fisso. La gente ammutolì e presto il corpo della ragazza svanì, divorato dal fuoco."
"Grazie" disse lo sconosciuto, pagando la consumazione, "mi avete messo in allegria con questa storia."
Il professore ignorò anche la sua interruzione. Fissava il bicchiere ormai vuoto con la tristezza di chi sa di avere finito la razione quotidiana.
"Da allora questa è la notte delle janare. Si dice che le tre donne tornino a vendicarsi del paese e per questo tutti preferiscono, in questa notte, starsene a casa. Il fantasma di Valentina è stato visto in cerca di giovani uomini su cui sfogare la sua rabbia ... In effetti sono successe tante cose nel corso degli anni che hanno alimentato la leggenda ..."
"Non ho il tempo di ascoltarle, professore. Devo andare."
"Forse stanotte verrà la neve. E' diretto lontano ?" chiese Alfredo, curioso. L'altro borbottò una risposta incomprensibile. Stava già aprendo la porta del locale quando il professore gli disse: "Se incontri le janare, stanotte, sai come devi fare per renderle inoffensive ? Afferrarle per i capelli e quando loro ti chiedono :- Che tieni in mano ?-, non rispondere mai :-I tuoi capelli- ma :-Ferro e acciaio-."
"Non mancherò, se ne incontro una."

Uscendo dal locale gli era sembrato di entrare in un freezer e dentro l'auto la senzazione non
era diversa. Aveva perso troppo tempo a causa della foratura e adesso si sentiva stanco e sfiduciato e non vedeva l'ora di mettersi al caldo in un letto. Se avesse davvero cominciato a nevicare, più che da streghe sarebbe stata davvero una notte da lupi.
Si mise in marcia. L'illuminazione in quella strada era ridotta al minimo essenziale e le poche case avevano le finestre sbarrate e le persiane abbassate. Percorse diversi chilometri e a un tratto vide attorno a un fuoco delle prostitute che subito si sbracciarono al suo passaggio. Si allontanò ma dopo qualche centinaio di metri gli apparve un'altra donna, appoggiata a uno dei rari pali della luce. Vide che era bionda, alta e sola. Si fermò. La donna si avvicinò al finestrino che lui aveva abbassato e sporse la sua testa all'interno dell'auto.
"Freddo, eh ? Io ti posso scaldare ..."
"Sali."
La donna non se lo fece ripetere due volte. Non era una ragazzina ma ad occhio doveva avere almeno trentacinque anni. Il naso era un po' lungo e il viso, anche se non sgradevole, aveva qualcosa di sgraziato ma le gambe erano veramente notevoli. Uno dei casi in cui a un volto così così corrisponde un corpo interessante.
"Sei polacca ?" chiese l'uomo.
"No, ma chissà perchè tutti mi prendono per straniera. Forse perchè è raro vedere ancora un'italiana che batte. Mi chiamo Valentina. Tu ?"
"Marco."
"Se lo vuoi fare in auto, a duecento metri c'è un posto riparato ma se vuoi stare caldo e comodo possiamo andare a casa mia, è solo a un paio di chilometri. Ti costa un po' di più ma è tranquillo e se non hai fretta ..."
"No, non ho fretta. Vivi sola ?"
"Sì ... ci sono mia madre e mia zia ma dormono al piano di sopra, io ho la stanza giù, isolata."
L'uomo che si chiamava Marco si accese una sigaretta all'improvviso e la donna ebbe un sussulto.
"Fumi ?"
"No."
"Perchè ti sei spaventata ?"
"Il fuoco ... mi ha sempre fatto paura ..."
"E' per questo che non te ne sei acceso uno ? Rischiavi di morire assiderata lì ..."
"Per fortuna sei passato tu ..."
"Ho sentito dire che questa notte la gente non va in giro da queste parti ..."
"Sì ? per questo non passa quasi nessuno, allora. Come mai ?"
"Non sei di qui ? E' una storia di streghe ..."
"Sono cresciuta lontano per molti anni. Non mi interessano queste storie."
Dopo poco gli disse di girare per una stradina che portava a una frazione con una dozzina di case e a un centinaio di metri, isolata, una casa dall'aspetto anonimo, a due piani, stava ad aspettarli.
Scesero dall'auto ma davanti a loro si materializzò la figura sinistra di un grosso cane nero che latrava minaccioso. La donna gli disse :" Buono, Black !" e il cane si acquietò e del resto, come si accorse l'uomo, era legato a una lunga catena. Lei lo condusse verso un ingresso secondario, dal quale si entrava in un minuscolo vano dal quale si passava in una stanza in cui la donna chiamata Valentina accese le luci e anche una stufa a gas.
Era una stanza qualunque, in ordine, con un letto matrimoniale e mobili ordinari, ricoperti di ninnoli e di cianfrusaglie. Alle pareti l'uomo chiamato Marco vide un'illustrazione in cui donne nude danzavano attorno a un albero da cui scendevano dei serpenti e una scena mitologica in cui, sotto la luna piena, la dea della caccia era attorniata dalle sue ancelle.
"Bastano ?" le chiese, tirando fuori delle banconote.
Il viso della donna si illuminò.
"Come amo i tipi generosi ! Valeva la pena aspettare al gelo ..."
Lo fece sedere e lo aiutò a sfilarsi il piumino.
"Dammi i guanti, amore."
"Ho i geloni e mi danno molto fastidio."
"Allora useremo solo le mie mani. Dimmi cosa ti piace e ti faccio tutto quello che vuoi. Vedrai, ti faccio morire ..."
Gli occhi dell'uomo caddero su una fotografia in cui la donna sorrideva su una spiaggia con due bambini.
"I tuoi figli ?" le chiese.
"Sì. Stanno di sopra, con mia madre e mia zia. Devo lavorare per tutti quanti ... Non ho avuto molta fortuna nella vita e gli uomini mi hanno dato solo fregature ... Ma non è per sentire questo che sei qui, no ?"
"Voglio vederti nuda. Tutta."
Valentina si spogliò completamente.
"Soddisfatto ?"
"Hai un gran bel corpo."
"Dicono che ho un fisico da ventenne."
"Forse hai fatto un patto con il diavolo per mantenerti così."
La stanza si stava riscaldando ma lei, dopo lo strip-tease, si era messa una vestaglia.
Lui notò la croce che lei portava al collo.
"Quella croce ... è rovesciata ... sai che significa ?"
Lei sembrò non capire dove lui volesse andare a parare.
"Non è rovesciata ... "
"Sì invece ... "
"Non so, è stato un regalo ... che importa ?"
Lo accarezzò tra le gambe e cominciò ad allentargli la cintura per poi abbassargli i pantaloni e lo slip. Il pube di Marco era liscio come quello di un bambino, completamente rasato.
"Perchè ti sei tagliato i peli ?"
"Anche tu sei rasata ... "
Valentina scoppiò a ridere.
"La scorsa estate è venuto uno con la biancheria intima da donna, diceva che lo arrapava indossarla ... si incontrano tanti tipi facendo questo mestiere ... Ma tutti se ne sono andati contenti ..."
"Li hai fatti morire tutti, eh?"
"Ci puoi scommettere, come adesso con te ..."
Cominciò a masturbarlo e a leccarglielo. Dopo cinque minuti di paziente e sapiente lavoro i risultati non erano soddisfacenti. Non si scoraggiò di certo: alcuni erano davvero lenti e più durava più poteva chiedere un extra.
"Stai pensando ad altro, amore. Devi concentrarti, pensare che una bella fica ti sta facendo un bocchino favoloso ..."
L'uomo però aveva lo sguardo perso nel vuoto, fissando un punto del soffitto in cui sembrava vedere immagini di un passato lontano o di un futuro ancora più remoto.
"E' la notte delle janare" mormorò, così piano che Valentina non capì bene.
"E' la notte di cosa ?"
Aveva ancora in mano il suo pene, indifferente al lavoro che lei aveva profuso con tanto impegno.
"Sei nervoso ? Così non arriviamo da nessuna parte ... Non è che ti piacciono i giochetti di un certo tipo ? sono attrezzata anche per quelli, sai, se vuoi fare tu la donna ..."
"Voltati. Mettiti a quattro zampe."
"Ti piace a pecorina ? Potevi dirlo subito ..."
Si tolse la vestaglia e si inginocchiò dandogli le spalle.
Lui le strinse con la mano sinistra i lunghi capelli biondi.
"Che fai ?" chiese lei e con la coda dell'occhio gli vide qualcosa nell'altra mano.
"Che tieni in mano ?"
"Ferro e acciaio."
Non le diede il tempo di gridare. La lama del coltello le trafisse la gola da parte a parte e il sangue ricoprì presto il misero tappeto sul quale era caduta.
Pulì sul suo corpo l'arma e il guanto che si era un po' sporcato. Ora era davvero eccitato ma si limitò a scattare delle foto con il cellulare, foto sulle quali si sarebbe masturbato nei giorni e nei mesi successivi. Si riabbottonò i pantaloni e si infilò il piumino, guardandosi attorno ma poi un pensiero lo illuminò e si riavvicinò al corpo di Valentina, strappandole la croce rovesciata.
Ogni volta che ne uccideva una, si portava via un souvenir.


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