A che serve l'estate - La notte degli estremi/Stronzaggine

Scritto da , il 2020-05-01, genere etero

Una notte folle. A pensarci ora, mentre scrivo, me ne rendo conto. Ma in quel momento mica ci pensavo. No, per carità, pericoli zero, almeno credo. Da questo punto di vista, è vero, molto meno folle di quella notte in cui sono finita a farmi scopare da due cretini integrali a Roma, un anno fa. A casa di uno dei due.

Parlo di un altro tipo di follia. E va bene, sì, si potrà anche accusare l’alcol. Le cazzate che ho fatto per colpa dell’alcol io nemmeno le conto. Che poi… colpa. Boh, anche merito dell’alcol per quanto mi riguarda. Non mi sono pentita quasi mai. E da questo punto di vista l’alcol non c’entra un cazzo, sono proprio io che sono fatta così: no regrets.

Non è stato solo l’alcol. Quella notte ci sono stati proprio tre o quattro momenti in cui è come se mi fossi sentita addosso, quasi fisicamente intendo, una mano che mi spingeva verso il delirio, la stronzaggine, il comportamento scomposto e immorale. D’accordo, ne ho fatte tante di cose stronze, scomposte e immorali. E voi le avete lette (quasi) tutte. Ma messe così, in fila una dietro l’altra, boh, non so. Giudicate voi, se vi va di giudicare. A me non me ne frega un cazzo.

Una cosa, però, prima di raccontarvi tutto. Se vi siete fatti l’idea che sia stata una nottata tutta mossa dalla ricerca del piacere e dall’appetito sessuale, beh non posso darvi torto. Ma in realtà non è andata proprio così. Anzi, se proprio devo dire quale sia stata la molla principale che mi è scattata dentro direi che è stata quella del divertimento. Sì, ho fatto tutto quello che ho fatto cercando prima di tutto il divertimento. Anche un po’ estremo, forse. E’ stata una notte degli estremi, in tutti i sensi. Non mi viene in mente nessuna altra definizione.

Bisogna essere particolarmente cattive per fare questo? Oddio, no dai, non esageriamo. Non ho mica ammazzato nessuno. Bisogna essere un po’ troie? Ok, sì, lo ammetto, un po’ sì. Ma non è nemmeno questo il punto. Forse bisogna essere proprio pazze, mi sa. Voi che leggete, non avete mai l’impressione che io sia… pazza? No, ditemelo, perché comincio a pensarlo pure io. E non da oggi.

Una volta, quasi un anno fa, mia sorella Martina mi incrociò sulla porta di casa. Era mattina. Lei, vestita di tutto punto per andare in tribunale. Io sfatta e sudata al ritorno dallo jogging, un’abitudine che avevo preso da pochissimo. Sapete come sono quei momenti lì, no? Per sfottermi mi domandò “ma tu, esattamente, quand’è che sei diventata pazza?”. Beh, qualche giorno dopo le sue parole mi tornarono in mente sotto la doccia. Non ero sola, sotto quella doccia. Mi ero fatta rimorchiare da un tipo incontrato al parco, mentre correvo, appunto. Non contenta di quello che avevamo fatto fino a quel momento gli avevo chiesto di incularmi. Ora sarebbe troppo lungo spiegare gli antefatti, diciamo che per me – che non annovero di certo la sodomia tra le mie pratiche preferite – si trattava di una autopunizione. Mi volevo punire per non essere stata mai capace di attrarre tra le mie gambe un uomo, Giancarlo. Uno che quando dico uomo intendo proprio uomo, visto che ha il doppio dei miei anni. Ecco, me lo ricordo bene che, mentre quel tipo mi squartava, me lo sono proprio detta: ha ragione Martina, quand’è esattamente che sono diventata pazza? Poi, vabbè, arrivò la moglie di quello e scoppiò un casino, ma questa è un’altra storia. Quella che vi voglio raccontare adesso è la storia di questa nottata.

In questo momento, per dire, siamo appena sbarcati sull’isoletta dove hanno tirato su questa cazzo di discoteca. Io, Serena e i nostri improvvisati cavalieri. Marcello e Paul. Sono francesi, anche se Marcello un po’ di italiano lo parla. Le coppie si sono già formate. Io e Marcello, Serena e Paul. Il caso, la vista, l’olfatto, la sfiga. Già, la sfiga. Paul è decisamente più carino di Marcello e se l’è beccato Serena. Marcello sarà forse più sfacciato, pure troppo, ma Paul secondo me è uno che zitto zitto… In un primo momento pensavo che fosse stato solo un caso, colpa della disposizione dei tavolini e delle sedie, che in quel bar si fosse seduto accanto a Serena. Ma pensandoci bene è stata lei che ha dato loro via libera: ci guardavano e lei ha pensato bene di sfoderare il suo migliore sorriso. Mi pare perfino ovvio che Paul abbia pensato “delle due la più facile è lei”. Cosa cazzo avreste pensato voi? Io mi sono beccata il gregario.

La marcetta di Galway girl ci accoglie proprio mentre facciamo il nostro ingresso al Carpe Diem. Strano, penso, non è proprio una cosa da disco, l’altra sera la musica era completamente diversa. Poi mi dico che sarà una pausa, che il dj sarà andato a pisciare… che cazzo ne so. Intanto però c’è di buono che le ragazze non pagano e che Paul e Marcello ci chiedono per prima cosa se vogliamo bere qualcosa prima di buttarci a ballare. Il chu-pi-cha-cha di Don’t stop parte proprio mentre ci avviamo al bar, inizio a camminare in modo ritmato e, mentre aspettiamo i nostri drink incomincio a fare la scema e a muovermi di fronte al bartender. Tanto non sono la sola a farlo, anche se un po’ si incazza quando, sempre a ritmo, il bum-bum della tequila glielo faccio praticamente davanti al naso. Nel momento in cui attacca Speechless io e Serena le abbiamo già belle che tracannate, afferriamo i nostri accompagnatori e ci buttiamo nella calca ondeggiante. Vi dicevo che ogni tanto ho sentito una mano che mi spingeva a fare qualcosa di sbagliato, ricordate? Bene, questa è la prima. E non è la mano del desiderio, è la mano della stronzaggine.

Prima di salire sulla barca per venire qui avevo avuto modo di saggiare la strafottenza di Marcello. Quando, pur avendogli sparato la cazzata che sia io che Serena siamo fidanzate, ci ha messo proprio poco a far scivolare la sua mano sul fianco, sulla coscia, per poi piazzarmela direttamente sul culo e domandarmi “il tuo ragazzo che direbbe?”.

Non che mi sia del tutto dispiaciuto, intendiamoci, ma non mi ha arrapata. E in tutta onestà, il fatto che si sia comportato così sul molo, dove tutti potevano vederci, l’ho considerato anche una mezza cafonata. Se gli ho risposto “si arrabbierebbe”, sospirandoglielo quasi labbra contro labbra è stato per farlo andare su di giri, ma anche per prendere tempo. Sul momento non sapevo bene cosa fare, adesso l’ho capito. E trascinarlo a ballare fa parte del mio piano.

E’ del tutto evidente che lui è molto più interessato a passarmi le mani addosso che a seguire il ritmo compulsivo che esce dalle casse dell’amplificazione. E’ del tutto evidente che si è fatto un programma per stasera che, se contempla una fatica fisica, non è certo quella della danza. Ok, l’ho capito, non sono mica scema.

Ma invece no, mi dispiace, il mio programma è un altro. E’ per questo che a un certo punto, mentre balliamo, gli do le spalle e mi prendo un paio di metri, mi scateno e faccio la scema. O per meglio dire, faccio l’oca biondina e stupidina con tre ragazzi che mi ballano davanti. Due sono così così, il terzo invece è più che accettabile. A lui riservo più di un sorriso e una strusciata con il fianco. A lui riservo un inchino scuotendo le spalle e la testa e guardandolo dritto negli occhi. Ma lui non ricambia. Bravo, non guardarmi negli occhi, guardami nella scollatura. Sennò perché avrei fatto questo movimento del cazzo? Perché ti starei sorridendo, adesso? Osservami bene, intrufola lo sguardo, perditici completamente. Non ci sarà molto da vedere, ok, ma qualcosa ci sarà, no? Vabbè, sono piccole ma sono carine, e non c’è nessun reggiseno a nascondermele. Perché dovrebbe esserci? Non l’ho messo apposta! Il tipo mi guarda e la sua espressione, dall’iniziale sorpresa, si trasforma in quella che dice “messaggio ricevuto”. Ma poiché viaggio per l’appunto in modalità stronza-on gli sorrido per l’ultima volta e torno indietro, torno da Marcello, mi volto verso di lui e gli comincio a fare la pazza addosso. Quando mi mette le mani sui fianchi lo fa con la foga di chi si riappropria di qualcosa che temeva stesse per sfuggirgli. E’ una sensazione che sento addosso in modo fortissimo. Va bene, Marcello, strusciati, tastami il culo un’altra volta. E se vuoi, adesso, limonami qui in mezzo alla pista. Non mi piaci molto, ma non sei nemmeno così orribile da negarti una slimonata, dai. Senza contare che fino a questo momento hai pagato tutto tu ed è anche giusto, sì dai.

Mentre mi passa la lingua sul collo osservo, con la coda dell’occhio, Serena rientrare nel mio campo visivo. Sta ballando in modo molto più regolare con Paul, e la capisco. Anche io, se ballassi con Paul, non mi sarei messa a fare tutte ste sciocchezze, probabilmente.

Un quarto d’ora così, anche di più probabilmente. A ballare, strusciarsi e slinguazzarsi. Urtando altri che ballano come noi, ridendo, chiedendo scusa e qualche volta pure litigando o quasi. Gli sbotto “cazzo che caldo”, lui forse non capisce bene. Gli faccio “what a heat! hot!” sventolandomi la faccia con le mani perché proprio sembra non capire. Ma forse è il volume della musica. E’ un po’ complicato, con lui, perché non so mai se devo parlare italiano o inglese (il francese per me è escluso, conosco poche parole e quasi tutte imparate a letto). Siamo finiti proprio sotto al palco, dove tra i fumi c’è un tizio con una maschera assurda in faccia e una specie di vestaglia argentata addosso che si agita affiancato da un paio di ragazze mascherate pure loro. La vestaglia è aperta sul davanti e, appena sopra un cinturone che non sfigurerebbe per nulla su un personaggio di Star Wars, mostra un six pack di addominali che quelli sì, cazzo, quelli sì che ti verrebbe da leccarli per asciugargli il sudore. Marcello mi trascina un po’ di lato e mi fa qualcosa che suona come “vebuà?”. Non capisco un cazzo e lui ripete “drink? bere?”. E cazzo, dillo prima… Sì, ok, gli faccio cenno con la testa che vorrei proprio. Alcol no, cazzo, no dai. E’ come se, muovendomi in quel modo, mi fosse salito sulla pelle tutto quello che ho bevuto, lo sto letteralmente sudando fuori, sento anche la coda di capelli appiccicata sulla schiena. Di colpo, faccio quasi fatica a respirare, sento un caldo assurdo. “Mineral, mineral”, gli ansimo addosso prima di appoggiarmi al tronco di un pino. La corteccia mi grattugia un po’ la schiena ma in questo momento non me ne potrebbe fregare di meno. Marcello scompare alla ricerca di qualcosa e dietro di me sento due voci, devono essere proprio dietro al pino su cui sono appoggiata io. Mi volto e vedo una ragazza orientale o giù di lì che, a occhio, mi sa che cercando di sfuggire a un ragazzo che vorrebbe farle esattamente quello che Marcello stava facendo a me. Cerca di sottrarsi a un braccio che le cinge la vita nuda e agita la testa facendo svolazzare i capelli neri. Per un attimo penso che dovrei fare qualcosa, chiamare qualcuno, ma proprio non sono quasi in grado di fare nulla. Devo avere la pressione del sangue a uno, massimo uno e mezzo. Cazzo-cazzo-cazzo ma che mi è preso? Poi sento il ragazzo che ride, lei che ride, volto la testa e vedo che si baciano. Ma andatevene affanculo tutti e due… scema io a preoccuparmi. Mi volto e poggio la testa sul tronco, chiudo gli occhi. Spero che qui fuori dalla calca arrivi perlomeno un po’ di brezza marina. Che, debbo dire per onestà, arriva, ma oltre al fresco (poco) porta con sé anche un’umidità assurda. Cerco di muovermi zero e respirare forte finché non ritorna Marcello con un bicchierone pieno di ghiaccio e buccia di limone. Non è minerale, è tonica. Fanculo, va benissimo lo stesso. Non posso dire che mi rimetta al mondo ma quasi.

Marcello mi prende per mano e mi porta ancora più lontano dal centro del casino, verso la zona ristorante. Mi chiede, con gli sguardi prima ancora che con le parole, se mi sento bene, mi sembra anche preoccupato. Quando mi mette a sedere su un tavolino dal quale non hanno ancora portato via la tovaglia sporca capisco che però il centro della sua preoccupazione non è esattamente la mia salute. O meglio, lo è. Ma non nel senso che credo io. Mi apre le gambe e si infila in mezzo, in modo da impedirmi di stringere le cosce. Mi chiede ripetutamente “bene ora? bene ora?” e intanto mi passa le mani dappertutto. E qui mi incazzo, perché questo è approfittarsene. Ma che modi sono? Puoi approfittarne quando faccio la troia, non quando non sono in grado di difendermi. Cioè, magari dire che mi incazzo è eccessivo, non foss’altro perché non ho tutte ste forze per essere incazzata e nemmeno per respingerlo. Ma la voglia e anche la lucidità necessarie a fargli fare la figura del coglione le ho, quelle sì.

Rinuncia a baciarmi, dopo che gli negato la lingua in bocca per due o tre volte. All’inizio ci resta un po’ di stucco, poi passa direttamente a leccarmi il collo e a strusciarmi le mani sulle cosce. Gli ripeto più volte “no, basta, non voglio, sono fidanzata…”, ma è tutta scena, so già cosa fare. Caro il mio testa di cazzo, voglio solo che ti calmi un po’ prima di sferrare il mio attacco. Un po’ di tempo per calmarsi gliene serve, eh? Probabilmente perché pensava che l’avermi slimonata in quel modo avesse già posto le basi per fare qualcos’altro. Continua a sussurrare “your boy is not here” oppure “tuo fiancè non è qui” e io a piagnucolargli “no, smettila, stop it”, ma le mani dopo un po’ si fermano e anche il suo viso si allontana dal mio. Mi osserva, direi, deluso. Ma è troppo poco. Voglio portarlo oltre il confine della delusione.

– Mi piaci – gli mento – ma sei troppo veloce…

– Doucement? – domanda. E mentre me lo domanda è come se un barlume di speranza gli si riaccendesse negli occhi.

Rami, il diplomatico tunisino (un po’ stronzo) che insieme a Sven mi aiutò a rimontare Serena nella gara a chi raggiungeva prima un metro di cazzo, mi spiegò che “doucement” non significa per nulla “dolcemente”, come avevo capito io. Significa “piano”. Lo fece a casa sua, sdraiato su una chaise longue, facendomi anche segno di rallentare con le mani, perché avevo preso a spompinarlo con una certa foga e lui non voleva venire subito. Poi ditemi che a fare sesso non si impara un po’ di tutto… Guardo Marcello e gli sorrido “oui, doucement, piano…”. Sorride anche lui e mi passa un dito sulle labbra. Forse è la cosa più delicata che ha fatto stasera.

“Se mi fai eccitare, poi forse ti faccio un regalo”, gli vorrei dire. Ma capisco che non è il caso di usare costruzioni troppo complicate. Gli sussurro semplicemente “excite me” e poi mi indico con il dito e gli dico “un cadeau”. Il suo sorriso si fa più ampio, struscia le mani verso l’alto, proprio sotto le tette, ma lo blocco. “Niente mani, no hands” e sorrido. Sorrido per invogliarlo, ma anche perché sto cominciando a divertirmi e mi pregusto il seguito. “Solo parole…”.

Lo so che lo metto in difficoltà. Perché ci deve pensare e perché deve anche trovare i modi per dirlo. Ma è così, caro mio, sempre che tu lo voglia davvero questo regalo.

Lo ammetto, dimostra anche una fantasia e una prontezza che non mi aspettavo. Evidentemente il cazzo che tira aguzza l’ingegno, che vi devo dire. Certo, le scene che mi spinge a immaginare non sono proprio eccitantissime. O boh, forse lo sarebbero se me le facesse balenare davanti un altro e in un altro momento, oppure se ci pensassi da sola. E inoltre il mix rigorosamente basic di italiano, francese e inglese cui ricorre lo fa sembrare più che altro buffo. Però ci prova e almeno di questo gliene va dato atto. Comincia con “imagine” e poi descrive con una certa fatica una situazione in cui io sono qui, nella discoteca. Sono nuda, c’è il mio ragazzo che mi guarda. Tutti mi possono osservare, tutti mi possono desiderare, ma nessuno mi può toccare. E io devo fare quello che dice lui. Ballare, essere sexy, stendermi su un tavolo, appoggiarmi a un albero. Lui mi guarda, tutto il mondo mi guarda e il mio desiderio a poco a poco diventa enorme, caldo, sudato. Per dire “sudato” passa un dito sulla mia fronte e me lo fa vedere. Obiettivamente quest’ultima è la cosa che mi fa arrapare di più, il pensiero di essere sudata dalla voglia.

Ma di certo non è lui che può farmi decollare. Né le sue parole né i suoi modi. E invece io ho bisogno di decollare almeno un po’, mi serve. E’ per questo che mi metto a pensare a Giancarlo. Probabilmente l’unico uomo che conosca che sarebbe abbastanza credibile dentro una messa in scena del genere. Avviene tutto in un attimo, eh? Non è che dica a me stessa “a chi potrei pensare per…?”. No, manco per niente. Arriva così, bum, Giancarlo. Immagino che ci sia lui, davanti a me, altro che il mio inesistente fidanzato. Immagino che sia lui a dirmi di spogliarmi e di ballare, di lasciarmi desiderare e sfiorare da chiunque lo voglia. A dirmi “balla, puttanella, balla, fai vedere a tutti che razza di troietta che sei”. E io lo faccio. Mi hai sempre illusa, Giancarlo, portata al limite e poi lasciata cadere. Una ragazzina in balia di un uomo con il doppio dei suoi anni che appare e scompare dalla mia vita come e quando cazzo vuole lui. Ma adesso ci siamo, no? Guarda cosa sto facendo per te!

Mentre Marcello mi parla io penso a questo, a Giancarlo. E qui sì che mi eccito. E mi eccito ancora di più a pensare che mi offra ai suoi amici, che non so se è una cosa che farebbe davvero (credo di no) ma che comunque mi fa scaldare ancora di più. Caldo, sì mi è tornato addosso il caldo. E il fiato corto. E il corpo che muovendosi dice tutto. Chiudo gli occhi e mi sento ondeggiare.

Che l’italo-francese che mi sta davanti sia convinto che sia tutto merito suo, beh, lo considero normale. Nemmeno mi viene da ridere quando mi chiede se sono eccitata. “Sì”, gli rispondo. Gli domando “vuoi sentire?” prendendo la sua mano e portandomela in mezzo alle cosce. Deve proprio essersi fatto l’idea che io sia una facile puttana per ridurmi così, dopo avergli detto di smetterla di pomiciarmi perché sono fidanzata. Ma chissenefrega, a lui piace pensarlo e a me serve che lo pensi. Muove le dita sopra le mie mutandine fradice quasi sbuffando per la sorpresa. Gli prendo ancora la mano e me la infilo sotto. Che forse va un po’ oltre quelli che erano i miei progetti, è vero, ma anche chissenefrega. Adesso un ditalino mi andrebbe proprio, pure fatto da lui. Diciamo che anche questo è un omaggio a Giancarlo, a quella sera in cui l’ho conosciuto e lui mi ha infilato un dito dentro per dimostrarmi che aveva capito che, sotto il vestito, le mutandine non le portavo.

Marcello mi infilza e io lancio un sospiro fortissimo, appoggiando le mani sulle sue spalle per non ripiegarmi in avanti. Ne mette subito dopo un altro e stavolta tremo, soffocandogli un “doucement, doucement” sulla clavicola. Mi sditalina bene, eh? Questo lo devo riconoscere. Devo sforzarmi per non sbroccare di brutto. Stiamo facendo una cosa da matti, in un posto dove un sacco di gente ci può vedere. Me ne rendo conto solo ora. Apro gli occhi e volto la testa. C’è un ragazzo, un camerierino che ci sta osservando. Carino, di certo molto più carino di Marcello. Ecco fatto, non può non avere capito. Forse gli sorrido, non saprei. Lui distoglie lo sguardo ma a me viene una fantasia folle: se adesso si toccasse il pacco andrei lì e glielo prenderei in bocca davanti a tutti dopo avergli detto “sai che oggi faccio vent’anni?”. Ok, adesso ho proprio sbroccato. Ansimo a Marcello “don’t stop” e mi lascio andare. Godo, non in modo pazzesco ma godo. Soffoco i miei gemiti sulla sua spalla, gli spargo addosso i miei brividi. E quando mi riprendo e lui ha tirato fuori la mano dalle mie mutandine, gli lecco le dita. Lui me le spinge in bocca avanti e indietro e poi le ripassa sulle labbra, in modo sin troppo esplicito. “Il tuo cadeau, maintenant?”. “Maintenant?”, “now”. Ah, ok.

Come dire? Mi sento un attimo sottosopra, non è che puoi aspettare qualche secondo? Ok, grazie, riprendo fiato. Giusto per rispondere alla tua domanda. Che poi che cazzo di domanda è? Ma che, si chiede così esplicitamente? Voglio dire, è bello quando si dicono le cose esplicite, eh? A me piace un sacco in quei momenti. Ma, ecco, io non so che idea ti sei fatto tu, ma questo non è proprio uno di quei momenti. E’ più una cosa tipo ti-sto-per-prendere-per-il-culo, se mi capisci. Cioè, lo so che a te piacerebbe il contrario, ma… uh, no. Non è proprio in quel modo che andrà a finire.

Quindi, ora come ora, l’unica cosa che mi resta da fare è sorriderti mentre mi mordo le labbra. L’ultima volta che l’ho fatto a un ragazzo è stato proprio due giorni prima di partire, sai? Si chiama Adriano, è di Roma. Ma non eravamo a Roma, eravamo all’Argentario. L’unica cosa in comune è che, anche quella notte, eravamo su una spiaggia. E il sesso, sì anche questa è una cosa in comune. Lui però non mi aveva mica fatto un ditalino, mi aveva proprio scopata. Mi aveva sdraiata su un tavolo da pic-nic in pineta. Da sopra, da sotto e di lato. Cazzo, mica male. Ma proprio per niente! Eravamo rimasti per un po’ così, dopo, a baciarci. Incuranti del fatto che potesse arrivare qualcuno. Cosa improbabile, eh? Era l’una di notte e mica stavamo in una discoteca come siamo noi ora, caro il mio Marcello. E sinceramente non ti so dire nemmeno se avrebbe fatto quello che hai fatto tu. Cioè, non credo proprio. Non che non sia uno che non sa quello che vuole, per carità. E infatti se l’è preso. No, oddio, non proprio tutto. Il lato b non l’ho dato nemmeno a lui. Il resto sì, però. Solo che, vedi, mi piace perché è sì uno deciso ma infinitamente meno grezzo di te. Lui una mano sul culo davanti a tutti non me l’avrebbe mai messa. Un ditalino di fronte ai camerieri del ristorante non me l’avrebbe mai fatto. C’è una bella differenza tra l’essere un selvaggio a letto e esserlo sempre, sai?

Comunque sia, ti dicevo del sorriso che avevo fatto ad Adriano. Mentre ero lì che mi facevo schiacciare sopra quel tavolaccio e mi stavo un po’ riprendendo, ho sentito… beh ok, ho sentito che gli ritornava un po’ in tiro. Gliel’ho accarezzato, e gli anche accarezzato le palle. Mi piacciono molto i testicoli, davvero. Ho una vera passione per loro. Ok, questo non c’entra un cazzo, lo ammetto. Insomma, per farla breve, lui mi ha chiesto “ti va ancora?” e io gli ho rivolto proprio quel sorriso lì, quello con i denti che mordicchiano il labbro inferiore. Hai presente? Certo che hai presente, è il sorriso che ti sto facendo adesso…

Quindi va bene, fatti prendere per mano e portarti verso una zona un po’ più buia. Lo capisci, no, che questa è una cosa che non si può fare in pubblico. Né quella che pensi tu né quella che penso io. Che sono due cose diverse, d’accordo, ma che è proprio escluso che si possano fare davanti a tutti. E guarda, non c’è nemmeno bisogno di arrivare fino a laggiù, agli scogli. Qui va bene, va benissimo.

Mi guardo intorno e mi piego un po’ sulle gambe. Le mie mani risalgono sotto la mini, mi sfilo le mutandine e gliele consegno. Anzi, un attimo Marcello, annusale prima. Ti piace? Mi senti? Beh, ok, dalla faccia che hai fatto direi di sì. Le puoi tenere, è l’unica cosa che avrai di me. Sì, hai capito bene. No, non te lo restituisco il favore… seeeee, ma figurati se ti succhio il cazzo. No, no, dai, nemmeno una sega, te l’ho detto no? Sono fidanzata. Lasciami la mano, da bravo. Hai il pacco ingrossato, ok, ma che ci posso fare? Avvolgitelo nelle mutandine che ti ho dato e fatti una sega. Lo capisci il gesto, no? E poi, te lo dico in tutta sincerità, è comunque meglio se te la fai da solo, io non sono nemmeno tanto brava, mai stata. Ciao eh? Bacioni. Scusa se scappo. Ah, grazie per i drink.

CONTINUA

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