A che serve l'estate - Compleanno

Scritto da , il 2020-04-23, genere etero

– Che bello, così è bellissimo…

Nonostante mi abbia svegliata, la sua grazia me la sento tutta sopra. E’ una delle cose che mi piacciono di più di noi due. Quando sono distesa sulla pancia e lei mi sale sopra. Il suo peso sopra di me, il morbido delle sue tette sulla schiena, i suoi capelli che mi franano addosso. Le mie braccia allargate, le sue mani che si intrecciano alle mie.

– Buon compleanno, sis – mi sussurra.

– Ti voglio tanto bene, Sere… – le miagolo.

– Anche io… vuoi vedere una cosa?

– Sì! Cioè no, aspetta, resta un altro po’ così…

– Ti piace tanto, eh? – sussurra.

– Da impazzire…

– Programmi per la serata? Facciamo qualcosa, dai…

– Boh… potremmo andare a ballare a Hvar, in quel posto sull’isoletta… Magari ci organizziamo per il ritorno stavolta, eh?

– … mmm sì, e prima a cena al porto? Dove sei stata con quello?

– Con Goffredo? Vediamo… forse mi va di cambiare.

– Ok, altri desideri, mia signora?

– … mmm, uno: mi schiacci un po’ di più, schiava?

Serena spinge facendomi sentire meglio le tette sulla mia schiena e il suo ventre sulle natiche. Emetto un sospiro di piacere assoluto. Miagolo un’altra volta quando mi infila la lingua nell’orecchio.

– Intendevo altri tipi di desiderio… – sussurra.

– Ahahahah quanto sei zoccola…. e tu?

– Io? – domanda raccogliendomi i capelli a coda e scostandoli prima di cominciare a baciarmi e leccarmi il collo – io li ho tutti… non ti andrebbe, che ne so, un ragazzo? O anche più d’uno?

– Un ragazzo, eh? Perché no? In fondo è il mio compleanno, qualcuno me la dovrà pur fare la festa – rispondo stando allo scherzo.

Perché in realtà non me ne frega un cazzo di un ragazzo, adesso. Ma manco ci penso. Ora come ora c’è solo il suo peso, la sua lingua, le sue labbra, il suo alito caldo sul collo, le sue parole. Sto cominciando a eccitarmi e a bagnarmi in modo direi quasi umiliante. Ma non è che voglio fare sesso con lei, intendiamoci. Non ne avremmo nemmeno il tempo. E’ questa intimità tra di noi che mi fa impazzire.

– E come lo vorresti? – domanda.

– … mmm, vediamo… alto, uno e novanta o anche di più…

– Bene, poi?

– Uno di quelli che ti limonano stringendoti forte le chiappe, ho voglia di uno che mi stringa forte le chiappe…

– E poi?

– E poooiii… tatuato, tutto tatuato, con i capelli corti e un po’ di barba… giusto quel filo che ti graffia. E palestrato, con i muscoli delle braccia e delle gambe tutti in tiro eee… e gli addominali di quelli che se li prendi a calci ti rompi un piede… di quelli che spingono, spingono e non smettono mai.

– Oookkeeeiii… e poi?

– Con un bel cazzo, duro e pieno… e i coglioni gonfi di latte…

– Latte?

– Il latte dei maschi, no? Quello che hai bevuto l’altro giorno da Julius, puttana…

– Troia… Oookkeeeiii… e poi?

– E poi voglio farmi la coda per farmela tirare. Voglio essere tirata per i capelli e scopata tutta la notte… Voglio svegliarmi con il mal di collo ahahahahah.

– … mmm siiiiì – fa lei accondiscendente – e poi? Altri desideri?

– E poi sì, deve essere cretino, completamente stupido… uno di quelli che se gli dici che è del tutto inutile che parli, anzi è meglio se non spiccica proprio parola, non si offende perché neanche ti capisce… talmente idiota che non capisce nemmeno quando gli dici basta e continua a fotterti come una macchina… arrogante, come solo un coglione può essere arrogante… inutile al mondo, buono solo per quello.

– E come mai?

– Perché se non mi chiava tutta la notte e non mi lascia in un angolo come uno straccio mi ci sentirei io inutile, un’inutile troia…

Serena smette di parlare per un po’, mi lecca la spalla, mi ricopre la guancia di bacetti. Mi dà tutta la dolcezza di cui ho bisogno in questo momento. E, anche se fuori farà già ventotto-trenta gradi alle sette di mattina, tutto il calore che mi serve ora.

– Mi piaci quando fai questi sogni – ridacchia – che poi ti svegli tutta sudata. E bagnata.

– Sudata e bagnata come stanotte? – le miagolo.

– Sì, come stanotte.

Già, come stanotte. Che mentre ci incastravamo con le cosce aperte che quasi non riuscivamo a tenere le nostre fregne a contatto per quanto eravamo sudate e bagnate, per quanto scivolavamo.

– Serena, tu sei pazza. Lo sai, sì?

– Ahahahahah… non ti è piaciuto?

– Non è quello ma… cioè suona la sveglia del telefono e mi salti addosso in quel modo?

– Eh ma… a mezzanotte siamo entrati in zona-compleanno, volevo essere la prima a farti gli auguri.

– Mi hai fatto prendere un colpo, altro che auguri…

– Invece di ringraziarmi perché, quando ha chiamato tua madre, ho smesso di leccartela ahahahah…. Allora, aspetta un attimo, la vuoi vedere sta cosa?

– Sì – gemo rassegnandomi alla interruzione del contatto tra i nostri due corpi.

Rovista un po’ nella sua valigia e si ripresenta con una bustina dalla quale scivolano fuori due orecchini corti, con un pendente di, boh, forse topazio. Mi fa, quasi seria, “auguri!”. Resto a bocca aperta e, quando riesco a parlare, le dico “Sere, ma sono bellissimi, quanto cazzo hai…?”. Mi interrompe con il ditino alzato e risponde “oh, è bigiotteria, eh?”. Sì, d’accordo, bigiotteria. Ma di quella che costa un botto.

Cazzo, ma lo sai che è una vita che non me li metto? Non mi ricordo quanto, ma secondo me il buco a destra si è pure richiuso. Glielo dico e lei fa la prova. Il sinistro è ok, nessun problema. Ma quando torno dopo essermi guardata allo specchio e proviamo il destro… cazzo, mica entra. Serena dice “non c’è problema” e inizia a spingere per riallargare il buco. A parte il fatto che mi fa male, dopo il primo “ahi, piano” le dico pure “ma non bisognerebbe disinfettare?”. Risponde “ah, sì” e corre in bagno. Torna e dice “però abbiamo solo il sapone” iniziando a massaggiarmi il lobo con quello. Poi passa un minuto di “ahi, ahia ahia, cazzo, fai piano!”. Il risultato, però, è strepitoso, come mi conferma un’altra volta lo specchio. Anche se ho un orecchio rosso e che mi fa male.

La abbraccio, le do un bacio, mi sorride e mi fa “tocca che ci sbrighiamo” avviandosi verso la doccia. La seguo, ci laviamo in fretta e ci asciughiamo anche più in fretta, nemmeno completamente. Tanto fuori fa già caldo. L’altra parte del suo regalo di compleanno è che oggi al bar sulla spiaggia faremo tutto il turno insieme. Anzi, la sua intenzione è quella di farmi lavorare il meno possibile, mi ha detto.

Sulla stradina che ci porta al chiosco mi fa “no, dai, seriamente, facciamo qualcosa stasera?”. Le rispondo che il programma cenetta+disco non mi dispiacerebbe per niente. Anche se, glielo ripeto, la prima cosa cui dobbiamo pensare è procurarci un ritorno. Dice che, per come la vede lei, l’unica è affittare un motorino. Per come la vedo io, replico, è l’idea più sicura per schiantarci ubriache su queste stradine: due giovani romane morte al ritorno dalla discoteca. Vedo già il titolo sui giornali. Segue un altro articolo sulle folli notti tutte alcol, droga, sesso e rock and roll dei ragazzi. Anche se, a pensarci bene, sarà un secolo che non ascolto un pezzo rock and roll, eccezion fatta per quello scheggiato di Achille Lauro. Tuttavia sì, d’accordo, l’idea del motorino mi sembra l’unica. Chiederemo a Carlos…

– Evitiamo di sbronzarci come l’altra sera al pub crawl – le dico – con annessi e connessi…

Mi risponde ridacchiando che gli “annessi e connessi” non le sono poi tanto dispiaciuti. E poiché la punzecchio con un “non faccio fatica a crederlo” che implicitamente le dà della troia, replica ridendo “cerca di non farti rimorchiare da qualche altra australiana…”. E’ la prima volta, da quella sera, che mi tornano in mente Gretchen e la sbroccata di gelosia, del tutto immotivata, di Serena. Le rispondo “ancora con questa storia? È una cosa che ti sei immaginata solo tu”. Lo dico scherzando, cercando di non calcare troppo la mano. Però se ripenso al modo furibondo in cui mi ha baciata davanti a quella, come se volesse chiarirle che ero di sua proprietà, la cosa un po’ mi turba.

E’ un turbamento che però Serena, in tutta evidenza, fraintende. Altrimenti non mi chiederebbe…

– Pensi ancora a quel tipo lì?

– A Goffredo? No… no – rispondo.

E da una parte dico la verità, ma dall’altra mento. Perché in effetti, di quella notte passata con Goff, qualcosa mi è rimasta qui, sullo stomaco. Non tanto il fatto di essere stata rifiutata. Che, vabbè, brucia un po’ ma passerà. Però intanto comincio a mettere in fila un po’ di cose, un po’ di storie che ho avuto o che avrei potuto avere. Denominatore comune: sono tutte andate a puttane. Da Tommy a Davide, a quello stronzo di Jean. Per non parlare di Fabrizio che non c’è mai, di Giancarlo che non mi calcola. Vogliamo metterci anche quel figlio di puttana di Edoardo? Vabbè, quella era una stronzata tutta mia. Uno sposato, figuriamoci… Comunque la giri, il risultato è sempre quello: zero.

E poi ok, dai, siamo oneste, mettiamoci pure Goffredo. D’accordo, non è che brucia solo un po’. Mi piaceva, mi piace. Lo so che ho delle pretese assurde, ma che cazzo ci posso fare se mi ha dato così fastidio non essere presa proprio in considerazione? Che cazzo ci posso fare se ha la fidanzata modello extra super smart e le è pure fedele? Che poi, la fedeltà deve essere una religione cui si è convertito da poco, se è vero quello che mi ha detto durante la nostra sessione di confidenze sconce, cioè che una delle cose più invereconde che ha fatto nella vita è stato scoparsi la sorella di una sua ex mentre quella era in camera sua a provarsi il vestito che lui le aveva appena regalato. Sveltina rapidissima in cucina, con la troia già pronta all’uso. Dove vorrei sottolineare che le parole “pronta all’uso” sono quelle che ha adoperato lui.

Ma vaffanculo. Che poi io non volevo nemmeno che Goffredo la tradisse, la sua ragazza. No, no, volevo proprio che… ma che cazzo volevi, Annalì, ma che cazzo vuoi…

– Visto tutto questo silenzio – dice Serena interrompendo il flusso dei miei ragionamenti interiori – mi sa che non è tanto vero che non ci pensi più…

– Beh sì, un po’ ci penso, ma passerà – le dico per tagliare corto mentre ci avviciniamo al nostro bar attraversando la pineta.

Improvvisamente, mentre entriamo salutando dentro il chiosco, una nuova spina mi trafigge. Una spina che non c’entra un cazzo con quelle precedenti. O forse sì. Devo dirglielo? Devo dirle che ho scopato con Stefania? Prima o poi sì, temo. E la cosa mi fa un po’ paura.

Al bar, beh… tutti sanno tutto. E’ stata lei, naturalmente. Carlos mi abbraccia e mi fa gli auguri, il signor Mario spinge la sua sedia a rotelle verso di me e mi sorride a centottanta denti. Mi sembra persino che si sia sistemato la barba e mi fa piacere pensare che l’abbia fatto per me, anche se probabilmente non è vero. Quel donnone di Jagoda mi stritola in un abbraccio accompagnato da parole incomprensibili. Non si rassegnerà mai, credo, al fatto che non capisco un cazzo della sua lingua. Si scomoda addirittura la ragazzina, Ivana, sempre nel suo vestitino nero, a fare la sua apparizione, anche se non fa un gesto né un sorriso, e non dice una parola. Mi mostrano un dolce molto semplice, una specie di strudel farcito di cioccolato anziché di mele, con due candeline sopra che formano il numero 20. Lo mettono in un frigorifero dicendo che ce lo mangiamo dopo, accompagnato da una bottiglia di prosecco. Italiano, per fortuna, visto che le bollicine di queste parti proprio non si possono assaggiare. Serena mi dice di aiutarla a preparare un po’ di cose e poi di andare a spaparanzarmi al sole, che ci pensa lei a tutto. Mi viene quasi da commuovermi.

E la giornata, a parte una mano che mi metto a dare verso l’ora di pranzo perché mi sento in colpa, trascorre più o meno così, a fare un beneamato cazzo. Al telefono con i miei, con Martina e le mie amiche. Mi chiama persino Giovanna, che non sento da una vita. Faccio l’oca con Fabrizio, dall’altra parte del mondo, scrivendogli “oggi è il mio compleanno, se vuoi puoi farmi gli auguri”. E’ così carino che molla il lavoro per un po’ e mi telefona da Doha. Faccio l’oca anche con Adriano, il ragazzo, con cui sono uscita (diciamo uscita) due sere prima di partire. Gli mando lo stesso WhatsApp che ho mandato a Fabrizio. Lui invece non mi chiama, ma smessaggiamo per una mezz’ora buona. Devo ancora decidere se e quanto mi piace, sto ragazzo. Ma di certo con lui non mi annoio. Mi strappa persino la promessa di vederci al ritorno, promessa che l’ultima volta che ci siamo sentiti non gli avevo voluto fare.

Mando anche un messaggio a Debbie, la mia amica olandese che verrà a Roma a settembre e che poi seguirò ad Amsterdam per qualche giorno. Un altro segreto che tengo accuratamente nascosto a Serena. Ho la testa troppo da un’altra parte per pensarci a fondo, ma per un attimo l’idea che quando ci vedremo mi consegnerò anima e corpo a lei e la asseconderò in qualsiasi cosa voglia farmi fare, fosse anche camminare sulle mani, mi provoca un brivido fortissimo. Un po’ questo lo temo, un po’ non vedo l’ora che il momento arrivi. Anche perché ho l’impressione che la sua idea non sia propriamente quella di farmi camminare sulle mani.

Tra bagni di mare, bagni di sole e incremature a protezione un milione arrivano anche, e in rapida successione, due messaggi che non mi aspetto. E arrivano proprio mentre sto ridendo tra me e me di un ragazzo mi ha adocchiata da sola e che mi guarda, ma che è forse troppo timido per farsi avanti. Il primo è di Giancarlo ed è un semplicissimo “buon compleanno puttanella”. Nel suo stile, diciamo. Rispondo un po’ fredda, perché non ho ancora deciso se rompere o no questo legame assurdo che mi vincola a lui. Legame per il quale io accorro scodinzolante e pronta a tutto ogni volta che mi chiama e che poi non succede nulla. Dico che non ho ancora deciso se darci un taglio o meno, ma dentro di me so che sarà difficilissimo e che probabilmente non avverrà. Mi sento stregata da lui.

Il secondo è di Gretchen, proprio quella ragazza australiana che studia a Roma e che ho conosciuto la sera del pub crawl. E di cui Serena è gelosa. Lei ovviamente non sa un cazzo del mio compleanno e io nemmeno glielo dico. Mi chiede se le mie vacanze sono finite e se sono tornata, le rispondo che rientrerò solo alla fine del mese. Le domando come va e mi dice che la sua, di vacanza, ha avuto un epilogo disastroso. Chiedo perché e mi risponde che, se un giorno mi andrà di incontrarci, me lo racconterà. Io di questa qui non so francamente cosa pensare. Un po’ mi sta simpatica e un po’ mi sta sul cazzo. Non vi capita mai di incontrare gente così?

A sera, Carlos e Mario sono così carini da lasciarci andare via un po’ prima per prepararci e ci dicono che, se vogliamo davvero andare a Hvar, ci vengono a prendere e ci portano là. Mentre torniamo a casa Serena mi dice che Carlos ci ha anche rimediato un motorino da uno che li affitta giù al porto. Io friggo perché, nel frattempo e dopo una mezza giornata di attesa, è appena arrivata la risposta di Debbie. Un video che certo non posso guardare di fronte a Serena. Lo apro mentre lei si fa la doccia e mi appare la bionda olandese bellissima, abbronzata e infilata in un vestito bianco, lungo ma con gli spacchi che le arrivano praticamente alle mutande. Sempre che ce le abbia le mutande, sta zoccola. Ma credo di sì perché il tessuto è obiettivamente molto leggero. E’ chiaramente qualcun altro che tiene il telefono, perché vedo la sua figura per intero, compresi i sandali neri e le unghie dei piedi con lo smalto rosso. E in quel momento mi rendo conto che forse avrei dovuto pensare un po’ alle mie, di unghie, ma che in questo momento è troppo tardi. Mi manda baci e mi dice che non vede l’ora di vedermi. Dice che è la sua ultima sera di vacanza a Ibiza, che sta rientrando ad Amsterdam e che sta per uscire con delle amiche. Aggiunge, con una faccia impertinente, “ho appena fatto una cosa da pazza” e scoppia a ridere dicendomi “poi ti racconterò”. Riesco a rispondere “anche io non vedo l’ora di vederti” appena prima che Serena torni nella stanza. Un attimo dopo che a mia volta apro l’acqua della doccia non so nemmeno più io per cosa sono bagnata.

Ci presentiamo a Carlos e Mario dopo una ventina di minuti, più che accettabili direi, con Serena che indossa una t-shirt rossa anche abbastanza morigerata ma con degli shorts girofiga che non so proprio dove li abbia raccattati e un paio di trampoli sotto i piedi. Io mi contengo un po’ di più, anche se ammetto di avere cambiato idea sull’abbigliamento dopo avere visto come si era conciata: sandali con le zeppe da sei che mi proiettano sopra l’uno e ottanta (i più alti che ho) mini nemmeno tanto mini, nera, e un toppino a righe bianche e nere sotto il quale, a tratti, si capisce benissimo che non porto il reggi. E mi sa che si capisce anche se mi abbasso un po’, perché è abbastanza scollato. Quando ci vede salire in macchina il signor Mario non si scompone nemmeno più di tanto. Si volta verso di me e fa “Juventus?”, con lo sguardo divertito sulle mie righine bianche e nere.

Veniamo mollate davanti a un rent-a-bike proprio dietro il porto di Hvar. Mario ci fa “venite più tardi domattina”, ridendo. E io lo prendo come l’ultimo regalo della giornata ringraziandolo con il sorriso più felice che ho. Carlos invece ci porta dal noleggiatore che ci indica uno scooter legato con una catena. Vorrebbe darci le chiavi ma, quando si accorge che in effetti né io né Serena sapremmo dove metterle, lascia perdere e ci fa vedere che le nasconde dentro una specie di grondaia. In effetti, oltre ai telefoni con le carte di credito e di identità piazzate dentro le custodie, con noi non abbiamo nulla. Né borse né tasche per ficcarci nient’altro. Del resto, ce lo siamo dette, cena a parte la nostra intenzione è quella di andare a scrocco totale.

Con Serena finiamo in un ristorantino un po’ defilato, incerte su cosa fare. E’ ancora presto per tuffarci in disco. “Mi sa che se qui non prendono la carta dovremo cercare un Atm”, le dico mentre la guardo schifata che si mangia una pizza che sa di precongelato lontano un miglio. Risponde che ne avrà visti una quindicina e, solo poi, risponde al mio sguardo ridendo e sbottando “e non rompere il cazzo, che mi andava una pizza…”.

– Finiamo qua e andiamo a bere qualcosa, direi – le faccio.

– Sì, ma dobbiamo beccare qualcuno che offre… – risponde.

– Te lo ricordi questo gioco? L’abbiamo fatto la prima sera che siamo uscite insieme – le sorrido.

– Ricordo bene – dice restituendomi il sorriso.

– Tu ti sei beccata un appuntamento con quel figo… come si chiamava? Filippo?

– Uh-uh… e il suo amico si è beccato un pompino da te nel sottoscala… zac, cotto e mangiato… che troia, non ci potevo credere!

– Ma senti questa… Sere, devo ricordarti cosa hai fatto solo… solo da quando siamo arrivate qui?

– Ma guarda che è colpa della tua frequentazione, sister – dice ridendo – io allora mica ero così.

– Noooo… ti sei solo fatta portare da Filippo in una stanza d’albergo e sbattere in tutti i modi più uno. Tipico di una brava ragazza…

– Ma che c’entra, quella era l’astinenza ahahahah… comunque è vero, tutti i modi più uno.

– Non l’hai più rivisto, risentito?

– No, è da un pezzo che… senti, parliamo di cose serie: stasera? Che facciamo?

– Intendi da quel punto di vista? – le domando.

– Oh yes.

– Boh, tu che intenzioni hai? Io vorrei solo una cosa, non doverti stare appresso come un cane pastore come la sera del pub crawl…

– Aridaje… no, Annalì, nun te preoccupà de nulla.

– Sicura? Eri un po’ sull’isterico andante con brio, quella sera…

– Ma no…

Arriva il conto, la carta per fortuna la prendono. E anche al volo. In tre minuti siamo per strada a cercare un posto dove bere qualcosa. Adocchiamo un localino con delle poltroncine vista mare.

– Non devi dimenticare nessuno? – le domando mentre ci avviamo.

– Dimenticare no, non pensarci è un altro conto – risponde – e tu?

– Io? – le faccio.

– Già-già, tu… quello dell’altra sera? Il barista stronzo di Roma? Fabrizio? Quel ragazzo con cui sei uscita prima di partire? … Tommy?

– Ancora con Tommy? E basta! No, nessuno… anzi, se c’è una cosa che mi rode è che proprio non devo pensare a nessuno…

– Perfetto allora, no? – mi dice fermandosi un attimo e sorridendomi – mi pare una condizione quasi ideale per…

– Tu hai pessime intenzioni – la interrompo.

– No, davvero. Cioè, boh, non lo so. Ma davvero non ho nulla in testa di preciso. Vorrei che ci divertissimo e… a proposito, come va l’orecchio? – chiede portando la mano al lobo dove stamattina ha forzato a entrare il suo regalo.

– Uh… meglio, è gonfio?

– No.

– Dicevo, hai pessime intenzioni… te lo dico io, ti conosco.

Ci sediamo, le dico che mi andrebbe un margarita mentre lei opta per un rum e coca. Obietto che se non arriva nessuno a offrircelo sarà un problema e lei mi ricorda che c’è sempre l’Atm. Ma il punto ovviamente non è quello. Il punto è che si vede benissimo che ha in testa qualcosa che ancora non mi ha detto, o che non trova il coraggio di dirmi.

– Parla – le faccio.

– Cosa? – risponde fingendo stupore.

– Eddai, Sere, come se non ti conoscessi… tu hai in testa qualcosa.

– Ahahahah beh… non mi prendere per matta, ma… ok, te lo dico. Ecco, cioè… se vogliamo un approccio soft. Vabbè, mettiamola così: stasera siamo fidanzate.

– Io e te? – domando stupita.

– Ahahahah ma nooo… oddio, anche se, pensandoci bene, potrebbe essere una variazione interessante… Ma no, dicevo, stasera siamo sole, ma in realtà siamo fidanzate… che è sempre un’ottima scusa per ritrarsi all’ultimo momento…

– Ah, ho capito… e i nostri ragazzi? Che fine hanno fatto?

– Boh… diciamo che hanno perso l’ultima nave da Spalato… che arrivano domattina… Cioè, la scusa di essere fidanzate è ottima se vuoi farti agganciare da qualcuno, no? Gliela sventoli davanti, ti fai servire e riverire e poi, alla fine… eh, no, mi dispiace, ma io sono fidanzata… ahahahah

– Che stronzata… – le dico ridendo con lei.

– Ma dai, che l’hai già fatto sto gioco!

– Sì, ma non era proprio così, era…

Mentre le parlo, Serena fa la frittata. Risponde con un sorriso smagliante ad una coppia di ragazzi che cercano posto a un tavolino vicino al nostro. Non so se sia un caso che si siano avvicinati o se ci abbiano avvistate da un po’. Non mi ero proprio accorta della loro esistenza. So che al lungo e abbastanza esplicito sguardo dei due Serena ha risposto in questo modo. Una risposta che definirei universale. Ci lasciamo rimorchiare in modo scandaloso, manca poco che lei si alzi e gli sistemi le sedie per farli accomodare meglio. Ha avuto buon occhio, però. Almeno su uno dei due. L’altro non è male ma non è nemmeno un granché.

Sono francesi, avranno ventiquattro-venticinque anni. Anzi uno dei due è italo-francese, Paul e Marcello. Quello bello è Paul che si piazza accanto a Serena, vaffanculo. Non che debba succedere qualcosa, ma mi sarebbe piaciuto avere accanto lui. Marcello ha però un pregio, quello di sapere un po’ l’italiano. Perché io e Serena il francese non lo conosciamo e il loro inglese è davvero orripilante. Andiamo avanti per un’ora a parlare con fatica ricorrendo a tre lingue, con in mezzo traduzioni varie. E in quest’oretta i miei margarita diventano due, più un altro shot di vodka. Quando ci alziamo per andare a cercare un taxi-boat per la discoteca loro sono entusiasti di venire a ballare con noi, pur non sospettando fino a poco tempo fa nemmeno l’esistenza del Carpe Diem Beach. Noi invece siamo brille, e anche parecchio, ridiamo per ogni cazzata.

Mentre siamo sul molo, mi rendo conto che tra i suoi tratti distintivi Marcello non ha solo quello di sapere l’italiano e di non essere particolarmente carino. Ne ha anche un altro, ossia quello di essere abbastanza intraprendente. Se per strada mi aveva messo una mano su un fianco, adesso lì, sulla banchina, la mano la lascia scivolare più in basso, fino a sfiorare la pelle della coscia, poi la ritira su ed è proprio quella che, senza tema di smentita, può essere definita una mano sul culo. E la mia reazione non è esattamente quella di una brava ragazza fedele al suo fidanzato, è più quella di una biondina mezza sbronza cui è andato in tilt il cervello. Invece di dirgli di togliere quella mano gli dico “no, dai, non qui davanti a tutti”. Lui mi guarda con un sorriso da canaglia e domanda “il tuo ragazzo che direbbe?”. “Si arrabbierebbe…”, gli sospiro guardandolo negli occhi con le labbra a un centimetro dalle sue.

CONTINUA

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