A che serve l'estate - La fotografia

Scritto da , il 2020-04-08, genere etero

– Cazzo ci fai qui?

Non è che non capisca cosa intenda dire, ma al momento l’unica cosa che voglio è fare una doccia. Perciò le rispondo con un’alzata di spalle e una smorfia che significa “perché no?”. Serena indossa semplicemente un paio di mutandine. No, non c’è nulla di licenzioso. E’ semplicemente il caldo. La serata è afosa e dentro casa è anche peggio, non c’è un filo d’aria. Mi spoglio gettando le quattro cose che avevo indosso sul letto e vado verso il bagno. Lei mi segue e insiste. “Ma che è successo?”, domanda mentre apro l’acqua. “Nulla, che doveva succedere? Te l’avevo detto che tornavo per cena”. “Stavo preparando solo per me, cavolo, la pasta è poca e c’è pure poco pesto…”. “Vabbè, li vado a comprare qui sotto”, le dico mentre attendo che l’acqua arrivi a temperatura. Non ho voglia di un’altra doccia fredda, caldo o non caldo la voglio perlomeno tiepida. Mi risponde con la voce scettica “amò, ma mica c’è la Conad qui sotto… la pasta pure-pure, ma il pesto… è già un miracolo se c’era quel vasetto…”. “Vabbè, ci metteremo un po’ di pomodori, mi lavo e vado”, le dico mettendomi sotto il getto. Una delle poche cose buone di questa casa è la pressione dell’acqua della doccia. Serena mi osserva, fa un sorriso complice alla mia nudità. Dice “lascia, vado io, tanto l’acqua deve ancora bollire”.

Mentre prepariamo mi chiede ancora che cosa sia successo, le rispondo che era semplicemente un aperitivo. E che anzi è andato anche oltre le mie intenzioni, visto che alla fine dopo il primo Moscow mule mi sono presa anche un gin tonic e che ho esagerato con le noccioline. Adesso siamo in due ad essere in mutande, sedute al tavolo piazzato quasi all’ingresso della cucina per godere di una molto ipotetica corrente d’aria. Mi domanda com’è la pasta con poco pesto e un po’ di pomodori scottati e le rispondo che non c’è male. La risposta sincera sarebbe in realtà “fa schifo al cazzo”, ma non me la sento di dirglielo. Io in cucina non sono brava ma Serena è addirittura un disastro, l’unica cosa che gli riesce bene è l’hummus, chissà perché. Se fossi una dietologa la assumerei per far passare la voglia di mangiare ai pazienti. “Apro una scatoletta di tonno?”, mi fa. “Aprine due, ho fame”.

“Sembrava un tipo figo”, insiste Serena. Che evidentemente non si è arresa di fronte alle mie risposte un po’ evasive. Che poi evasiva non lo sono per nulla. E’ lei che si era fatta un film su come dovessero andare le cose e non posso nemmeno darle torto del tutto. E invece no, le cose sono andate come avevo previsto e voluto io, e dopo l’aperitivo Goffredo mi ha riportata a casa. Tutto qui. Una serata normalissima.

“Anche molto più che figo… e ti assicuro, il meglio non è osservarlo ma parlarci, davvero un tipo in gamba… volendo, anche affascinante”, le rispondo. E vi assicuro che è così. Goffredo fa il dirigente in una industria alimentare, a quanto mi ha raccontato, si occupa degli acquisti. Un manager, insomma. Anche se una delle cose che più mi è piaciuta di lui stasera è proprio che non abbia usato questa parola e che non se la sia tirata per nulla. E sì che ha parlato quasi sempre lui, ma non di se stesso. Di Hvar, di posti da vedere, della Croazia dove lui viene quasi tutti gli anni, della sua passione per il mare… “Mi ha dato l’impressione di fare conversazione con uno incontrato nella sala d’attesa di un aeroporto, o di una stazione, prima di partire per due posti diversi, sapendo che non ci si vedrà mai più”, dico a Serena.

Lei non ci crede molto, dice che magari lui attendeva qualche segno di disponibilità da parte mia. Le rispondo che non mi andava di fare la parte della zoccoletta che si fa abbindolare da un paio di cocktail offerti da uno più grande di lei. Non che non sia mai successo, eh?, anche con tipi meno attraenti. Ma non mi andava proprio. “E poi – aggiungo sorridendole – avevamo un appuntamento io e te, no?”.

– Magari è il tipo cui piace cuocerti a fuoco lento – obietta – se tanto mi dà tanto domani sera ti invita a cena…

– No, non penso proprio – rispondo con una risata – dopodomani arriva la sua fidanzata, che tra l’altro non mi pare il tipo con cui potrei competere…

– E perché?

– E’ una giornalista, pure abbastanza di punta, mi pare di capire… ha dovuto rinviare le ferie perché sta seguendo… sai il caso di quel carabiniere ammazzato a Prati? Se stai con una così che ci fai con una come me? Di che gli parlo? Di come ho imparato a fare i caffè o i mojito?

– Ma figurati, che scema… e poi magari mica è interessato a parlare ahahahahah…

– Ecco, appunto… non mi andava di fare quella parte lì, te l’ho detto. E comunque non mi dava quell’idea, magari mi ha invitata davvero solo perché si è rotto le palle di stare da solo.

Mentre laviamo i pochi piatti, Serena mi chiede come mi abbia agganciata. Le racconto tutto, a cominciare dalla lite con quei tre cafoni al bancone del bar. Qui si incazza, perché secondo lei avrei dovuto chiamare Carlos, avrei dovuto chiamare Mario, avrei dovuto chiamare lei… prima che aggiunga che avrei dovuto chiamare i marines la blocco e le domando se abbia fatto male a dire a Goffredo che mi sarei aspettata che prendesse le mie difese. Risponde di no, ma mi chiede anche perché avrebbe dovuto farlo. “Boh, perché magari mi farebbe piacere non dovermela sbrigare sempre da sola”, le dico passandole il tubetto del dentifricio. Mi lancia uno sguardo non decodificabile attraverso lo specchio del bagno mentre muove lo spazzolino. Poi, mentre sono piegata sul lavandino a sciacquarmi la bocca, mi accarezza la schiena e mi fa: “Davvero l’altro motivo è che avevi un appuntamento con me?”.

Ha cambiato tono di voce, ha cambiato il centro del suo interesse, ha cambiato le sue prospettive. Tutto in meno di dieci secondi. Mi volto e vedo disegnato sul suo bel viso il solito sorriso dolce, ma molto meno languido e remissivo di quello che aveva nei giorni scorsi. E anche meno spiritato di quello che aveva l’altra notte quando ha provato a scoparmi il culo con il manico della sua spazzola. E’ uno squarcio di luce nel buio, mi sembra di riconoscere la Serena che era prima che si intrippasse nella sua storia con Lapo. Sento, quasi fisicamente, che mi si scalda il cuore. Le metto le mani sulle tette e le domando “ho fatto male?”. La sua risposta è affidata a un sospiro – “hai fatto benissimo” – prima di scambiarci un lungo bacio al sapore di menta piperita.

E’ un bacio che non finisce mai. La stringo a me e i nostri seni si schiacciano a vicenda. Lentamente ma inesorabilmente sento i suoi grossi capezzoli bruni diventare più duri. I miei, vabbè, i miei sono due erotomani che mi tradiscono tutte le volte. Me li torce leggermente per sentirmi che le mugolo in bocca. Con le nostre labbra ancora unite da un sottile filo di saliva mi bisbiglia “ma stanotte non ti lascerò mettermi la fica in bocca senza avere niente in cambio… ricordi come sei scappata stamattina?”. Mi metto a ridere e le rammento che dovevo andare a lavorare. Scherzando, le dico anche che del resto le schiave servono a quello, a soddisfare le voglie delle loro padrone, e che ho una mezza idea di legarla e di costringerla a leccarmi la fica tutta la notte. Lei sta allo scherzo e risponde sottovoce e cercandomi le labbra “beh, se oltre a legarmi mi scopi anche, perché no?”. Le sussurro che se vuole che la scopi deve mantenere la promessa… deve dirmi perché ha detto di non avere mai visto un porco come Murdo, l’inglese che mi ha riaccompagnata su un gommone l’altra notte e al quale ho fatto un pompino sul molo. E che poi è tornato sulla barca a Hvar, dove c’erano lei e il suo amico. Poche cose ci infiammano quanto raccontarci le zozzerie.

– Lo sai che ha fatto quel maiale? – domanda iniziando a farmi scorrere i polpastrelli leggeri lungo la schiena, scatenandomi la pelle d’oca – è venuto in cabina e mi ha svegliata, era completamente nudo… va bene che ero nuda anch’io che dormivo insieme a Phil… mi ha baciata e mi ha portata sulla brandina lì accanto, la sua… mi ha fatta stendere e mi ha inculata senza nemmeno passare dal via…

Un po’ rido e un po’ scatto dalla sorpresa. Perché è vero che so che Serena concede con una certa disinvoltura il suo ingresso posteriore, ma l’immagine mi appare allo stesso tempo eccitante e tremenda. Ho un brivido lungo la schiena che non saprei davvero dire a quale delle due sensazioni è dovuto. Rido anche per dissimulare, quasi sghignazzo, le faccio “ma che cazzo di modo di dire è?” anche se so benissimo cosa intendesse dire. Lei se la cava con un “eh…”. Le porto le mani sotto le mutandine, sulle natiche. Le sussurro “vabbè, si è preso Parco della Vittoria…”. Lei ridacchia un “mmh, mmh…” e porta a sua volta le mani sotto le mie, di mutandine. Le abbassa. Guarda il mio sedere scoperto attraverso lo specchio del bagno. Lo accarezza a lungo. “Si è preso Via dei Giardini, Parco della Vittoria è questo…”. E mentre lo dice me lo strizza. Ho un altro lungo brivido, stavolta di voglia pura. Mi guardo bene dal dirglielo, ma lo penso: “Stanotte, se vuoi, con quel manico di spazzola puoi davvero farci quello che ti pare, Sere…”.

Quel che le dico, sarebbe più appropriato le alito in volto, è invece: “Mi hai convinta, un bel porco…”, sorridendo mentre la guardo negli occhi e socchiudo le labbra per invitarla a un altro bacio. Non me lo nega, stringendomi un’altra volta le chiappe. Mi appiattisco a lei per cercare il massimo del contatto possibile tra i nostri corpi.

Ridacchio, ho un pensiero in testa, un ricordo, e ci ridacchio dietro, sempre più forte, quasi appoggiandomi a lei.

– Che cazzo ridi? – domanda.

Rispondo “nulla, nulla”, ma intanto non riesco a smettere di ridere.

– Dimmelo – insiste.

– Ma nulla… è che… quando mi ha accompagnata l’altra sera per un attimo ho pensato di piegarmi sulla ringhiera e chiedergli di scoparmi… cazzo, meno male che non l’ho fatto! – rispondo senza riuscire a reprimere la risata.

– Guarda che questo è ancora niente… – dice guardandomi lei, stavolta, dritta negli occhi.

– Cioè?

– Dopo avermi scopata a un metro e mezzo da Phil che dormiva… si sta stretti là sotto, mi ha portata su, sul ponte. A dire il vero io non ci capivo un cazzo, e non solo perché mi aveva inculata… ero proprio sbronza persa… mi ha messa in ginocchio… Gli ho detto di no, che non volevo, che mi fa schifo… ma non avevo mica capito un cazzo… Pensavo volesse mettermelo in bocca… l’ho capito con un attimo di ritardo che voleva pisciarmi addosso…

– Oddio che schifo! – faccio scattando, quasi divincolandomi istintivamente da lei. Stavolta sì che ho la pelle d’oca per un motivo che con il sesso non c’entra nulla… – e tu?

– Eh… mi sono alzata di scatto, ma un po’ mi ha bagnata, anzi non solo un po’…

– E cosa cazzo hai fatto? – le domando.

– Nulla, stavo per mettermi a strillare, mi pare, ma lui ridendo mi ha presa e mi ha buttata in acqua… poi si è buttato anche lui.

– Cazzo, nell’acqua del porto fa quasi ancora più schifo… – dico con una contrazione allo stomaco che, me lo concederete, a questo punto ci sta tutta.

– Non esageriamo… per essere un porto è anche abbastanza pulita…

– E poi?

– E poi mi ha aiutata a risalire, tra l’altro era già chiaro, poteva vederci chiunque… mi ha asciugata, mi ha riportata giù e mi ha inculata un’altra volta.

– Caaazzooo! Ma hai beccato un maniaco, altro che porco!

Serena mi fissa, negli occhi le passa un’espressione torbida che poche volte le ho visto. Mi prende le mani e le stringe.

– Ma non ti ho detto che sono stata mille volte più porca io, amore, mille volte…

Le lancio uno sguardo interrogativo, lei lo ignora e mi porta una mano tra le sue gambe. E’ bagnatissima. Anche esternamente, intendo, sembra me. Mi sussurra “scopami, adesso, forte… lo sai che lui la fica non me l’ha nemmeno toccata?”. La penetro immediatamente. Non era così che me lo immaginavo, avrei voluto leccarla a lungo, prima, baciarla e succhiarla ovunque. Ma non mi pare il momento di stare tanto a discutere, non davanti a quello sguardo. Ha uno scatto, si irrigidisce e si stringe a me, si consegna. Le domando perché mi abbia detto di essere stata mille volte più porca di Murdo, ma lei all’inizio ansima e basta. Le stringo una chiappa con una mano e la tiro a me. Con due dita dell’altra la scopo più forte che posso, sciacquetto nella sua grotta calda. Le ripeto “dimmelo, perché sei stata porca?” e qui comincia un gioco di negazioni, di domande riproposte, di “vuoi sapere quanto sono stata troia?”, di gemiti, di “parla, puttana!”, di risatine. La mano che stringeva la sua natica risale sulla sua testa. Le afferro i capelli e gliela tiro all’indietro, la bacio sentendo in bocca i mugolii del suo piacere. La stacco e le sussurro ancora “dimmelo, troia!” mentre continuo a sditalinarla. Mi interrompo giusto il tempo necessario per farle succhiare il suo sapore e ricomincio. Le mordo una spalla facendola gemere di desiderio e dolore. Solo io e lei, penso, possiamo capire l’eccitazione che questo gioco di mani, lingue, denti e parole ci provoca. Questa volta come tutte le volte. Io stessa avrei bisogno – non voglia, bisogno – di essere leccata, succhiata, morsa, penetrata, in questo momento.

– Mentre lo faceva gli ho chiesto di svegliare Phil – risponde con molta ma molta fatica – avevo solo una cosa dentro la testa e la volevo assolutamente, volevo che mi scopassero in due, uno sopra e l’altro sotto… volevo solo quello. Ma quel cazzone non si è svegliato… ah… spingi… scopami…

L’immagine mi fa, non c’è un altro termine adatto, impazzire. Letteralmente. Ho la pulsione di girarla e piegarla sul lavandino e di fotterle anche il culo con le dita. Al plurale. Solo un residuo di lucidità me lo impedisce. Perché penso, beh sì, penso che probabilmente le farà ancora male. E io non voglio farle male. Un giorno Lapo mi inculò per due volte di fila e sentii i postumi per una settimana. Però le torturo i capezzoli e la insulto, le dico che solo una troia come lei può volere un cazzo nella fregna e uno nel culo. Che per una come lei due cazzi sono pure pochi, che ce ne vorrebbe anche uno in bocca per impedirle di strillare come sta strillando in questo momento. Sono bella partita pure io, eh? Impossibile negarlo. Le infilo le dita in bocca un’altra volta e le urlo “succhia, puttana!”, prima di riprendere a sditalinarla. Le chiedo quanto l’abbia fatta gridare e soffrire e mi risponde che lei mica è una principessa perfettina come me che si spaventa, che a lei piace, che non sa nemmeno quanti “sì!” e quanti “inculami!” gli abbia strillato anche se lui non capiva un cazzo, visto che glielo diceva in italiano. Ci insultiamo, ci scambiamo sconcezze, diventiamo matte dal piacere.

Ma è solo quando le domando se Murdo l’abbia fatta godere che si lascia andare ad un vero e proprio fiume di oscenità. Miagola “me l’ha sfondato” e uggiola “non finiva mai”, piagnucola “era un martello” e singhiozza “Annalisa fammi venire”, implora “scopami come una mignotta lesbica” e strepita “mi faceva urlare come una pazza”. D’un tratto, come se per un’istante si placasse, ansima “però sono venuta prima io…” e poi, in una escalation di strilli sempre più acuti, ripete a loop “sono venuta prima io… sono venuta prima io…”. L’ultimo “io” spaccherebbe le orecchie a chiunque. Poi i rantoli e il tremore, quel suo modo così caratteristico di inarcarsi che se non la conoscessi mi metterebbe paura, paura che si spezzi la schiena. Il suo tipico abbandono, dopo una scopata furibonda, la sua tipica ricerca di baci e tenerezze. La porto sul letto sorreggendola che ancora trema e si abbraccia a me reclamando la mia bocca. La stendo e le allargo le gambe, ci ficco la testa in mezzo ignorando i suoi “no, ti prego”, sconfiggendo i suoi “basta, non ce la faccio”, dominando i suoi sussulti e i suoi tentativi di fuga con una forza che nemmeno io pensavo di avere e che, evidentemente, solo una voglia come quella che ho addosso ti può dare. Il mio premio è il tuo sapore, Serena, me lo sono meritata, me lo sono conquistata. E il mio premio sono anche i suoi gemiti e versi di piacere quando finalmente si rilassa, mi accetta, si allarga per lasciar sprofondare le mie labbra e la mia lingua nella sua apertura morbida, gonfia, bagnata del suo succo e della mia saliva che le precipita addosso ogni volta che mi stacco per respirare. Il mio premio è il suo grilletto duro che la fa quasi morire quando la lecco e provo a risucchiarlo, la sua voce che piange “amore, vengo” prima di trasformarsi in un “oh… oh” rauco e infinito, le sue cosce che tremolano. Meno di prima, ma tremolano. La sua mano che si poggia sulla mia nuca a supplicarmi di smettere ma allo stesso tempo di restare lì.

Poche volte l’ho sentita mia come in questo momento. Risalgo su di lei a cercare un suo ennesimo bacio, a farmi leccare il muso sapendo che il suo odore mi resterà addosso per chissà quanto.

Quando finiamo mi dice “ho pensato a questo tutto il giorno”. Se non fosse stato per l’incazzatura che quei tre cafoni mi hanno fatto prendere le potrei tranquillamente dire “anch’io” e sarebbe la verità. Ma la verità è anche che, mentre bevevo il mio aperitivo al tavolo con Goffredo, un paio di volte a tutto questo ci ho pensato anche io, l’ho desiderato anche io. E avevo una voglia assurda di parlare, con lui, di lei.

Glielo racconto, ma è come se non avessi parlato proprio. Perché lei continua dicendo “e mi è pure venuta un’idea”. Guardo i suoi occhi furbetti e rispondo che è meglio che se la faccia passare la sua idea. Non so di cosa si tratti, ma il modo in cui si è di colpo ringalluzzita, passando dalla modalità “svenevole” a quella “indecente” un po’ mi allarma. Se ne frega e insiste: “Stanotte sarai tu la mia schiava”. Rido e le faccio “che ti dicevo? Scordatelo”. Mi ribalta sul letto e mi sale sopra, proprio come stamattina ero stata io a salire su di lei in ginocchio, sovrastandola. Ma non vuole farsi leccare la fica. Declama stentorea “io sono Daenerys della casa Targaryen, nata dalla tempesta, la non bruciata, regina di Meereen e signora dei sette regni”. Rispondo ridendo anche più di prima “no, tu sei tutta scema, e semmai Daenerys Targaryen dovrei essere io, fisicamente parlando”. Mi fa “uh, stai a guardà er capello” e poi riprende il suo tono solenne: “Ti ordino di fare un gioco”. Le chiedo “che gioco?” e lei mi sfila le mutandine sussurrando “queste le togliamo”. Ridacchio un “mi sa che ho capito che tipo di gioco”, ma lei si alza dicendo “non hai capito un cazzo come al solito”, prende una sua maglietta e me la lancia. “Mettiti questa”. Afferra un telefono, il mio, mi prende per mano e mi costringe a seguirla al bagno. Le chiedo perché la maglietta, risponde “ti valorizza”. Domando ancora “cioè?” e lei mi accarezza il sedere e mi passa un dito in mezzo alle cosce risalendo tra le chiappe. Improvvisamente non me ne frega più nulla della maglietta. Penso “santiddio come sono bagnata”, Serena commenta “cazzo, sei un lago…”. Come al solito, la mia fica implora le sue contrazioni e i capezzoli spingono all’infuori.

“Faccia al muro, contro le piastrelle”, mi ordina Serena. “Ma che cazzo vuoi fare?”, le chiedo metà divertita e metà infoiata. “Annalì, non rompe er cazzo una volta tanto, faccia al muro, mani sulle piastrelle e piegati in avanti, come se dovessi farti scopare”. “Ahahahahahah ma a letto non andava bene? Stasera solo al bagno?”. “E daje!”, ordina un’altra volta. Eseguo, per curiosità e per voglia. La voglia spazza via la curiosità un istante dopo, e si prende tutta la scena, quando lei si inginocchia dietro di me e inizia a leccarmela. Una leccata lunga, lenta, lungo tutta la mia ferita su su fino al buchino. Vengo aggredita da un, diciamo, fantastiliardo di brividi e biascico “oh cazzo…”. Lei commenta impertinente “ti piacerebbe, eh?”, io rispondo un completamente disarmato “no, no… va benissimo così” che è una richiesta di averne ancora ed ancora.

Mi accontenta, eh? Oh cavolo se mi accontenta. Almeno finché non concentra le dita su grilletto e vagina e la lingua sul buchino. E qui crollo, non mi controllo più. Dico cose invereconde e penso solo a incamerare più piacere che posso. Piacere che sì trasforma in strilletti acuti e in “sì-sì-sì” invocati quando fa l’opposto e si dedica alla mia fica con la lingua e mi incula con un dito, il medio. Lo sa benissimo che impazzisco, quando fa così. Lo sa benissimo che qui di solito arriva il mio lamentato “ooohh… troia”. E al tempo stesso io so bene che una delle sue risposte possibili è quella che mi rimanda adesso: “Stai parlando di te, vero?”.

Davvero, è insostenibile. E’ tutto così delicato e chirurgico. Serena sa perfettamente dove andare, cosa fare, come muovere la lingua e il dito. Io so perfettamente che tempo un minuto, appena poco più forse, non capirò più un cazzo. Senza contare che, oltre al dito, a prendermi per il culo sono anche le sue parole. Ed è anche questo un momento che entrambe conosciamo benissimo, quello in cui diventiamo volgari e indecenti. Quello in cui entriamo in una spirale di eccitazione che non sappiamo mai, né io né lei, dove ci porterà.

Mi dice “ma guarda quanto ti piace… magari vuoi che chiamo Murdo?” e io le sibilo “stronza… non sono come te”. Mi replica “sì, invece, sei pure peggio”. “Peggio come?”, “molto più troia, amore, molto più troia… e senti come stringi”.

Sì, è vero. Ogni volta che smette di parlare e mi lappa sento il mio retto che si chiude attorno a quel dito. Sento l’onda che sale e i miei lamenti che si fanno sempre più disperati. E’ ormai questione di secondi, di attimi. Gli ultimi attimi di lucidità.

All’improvviso lei smette. Si sfila, si allontana. Non sento nemmeno più il suo fiato sul mio sesso ipersensibile. Mi fa “resta così” e la mia mente parte a immaginare. Tutti quei suoi racconti su Murdo… lo so che cosa vuole fare, il maledetto manico di quella cazzo di spazzola. Oppure lo stick del deodorante, che è pure più grosso e ha pure il cappuccio arrotondato come una cappella. Sono certa che lo stia per fare e io nemmeno so cosa augurarmi. Lo temo, lo desidero. Lo voglio e ne ho paura. Pensieri che si affastellano l’uno sopra l’altro in meno di, diciamo, cinque secondi.

Ma nulla di tutto questo succede, l’unico rumore che si affianca per qualche istante a quello del mio ansimare è quello degli scatti della macchina fotografica del mio telefono. Tre, forse quattro. Non sono in grado di essere più precisa. Così come non sono in grado di domandarle “che cazzo stai facendo?”. La sento alle mie spalle che commenta “oh madonna…”.

Poi ancora sua voce che dice “vieni!”, ma non nel senso in cui vorrei io adesso. Mi rialzo e mi appoggio alle piastrelle ancora bagnate dalle nostre docce. Biascico “Sere…” ancora ansimando. Mi lancia un ironico “sbrigati, schiava, non osare contraddire la tua regina” e gli rimando un lamentato “e daiiii” che in realtà vorrebbe significare “e dai, basta con questa stronzata, finiscimi”, ma meglio di così non mi esce. Sono sconvolta, giù in basso mi pulsa tutto e ho una voglia di esplodere che non so gestire.

Serena mi afferra per una mano e mi trascina fuori dal bagno. Non so oppormi se non con un piagnucolato “nooo”. Si volta e mi guarda dicendo “sta cazzo di maglietta te la puoi pure togliere.. anzi no”. Mi osserva, osserva i miei capezzoli che spingono visibilissimi sul cotone. Mi ride addosso “sei proprio una svergognata” e me ne morde uno. Forte. Io strillo. Non saprei nemmeno dire se per il dolore o per altro. Mi tuffa sul letto, si stende accanto a me.

“Guarda… guarda che sei”, dice aprendo la cartella delle foto. Guardo le mie cosce sottili, la forma perfetta delle mie piccole natiche che non riescono a nascondere l’ano semiaperto. Il taglio netto della mia fica più gonfio del solito e forse un po’ arrossato. La mia apertura di femmina socchiusa anch’essa. Sinceramente, mi eccito da sola. Serena mi travolge con un bacio, mi fa sua anche con quello prima di dirmi con voce arrapata “ti rendi conto di che fregna che sei?”. Riesco a risponderle solo con il mio respiro pesante, a scatti.

– A chi la mandiamo? – dice d’un tratto come se avesse completamente recuperato il controllo – al tipo di stasera?

Scuoto la testa senza nemmeno provare a parlare. Lei però insiste.

– Ma sei scema? A parte che non ho il numero… – riesco a mormorare.

– Ah no? Allora mi sa che domani lo rivediamo in spiaggia, quello…

– Sere, non dire cazzate…

– Allora a quello con cui hai scopato la sera che sei uscita con Martina? Come si chiama? Adriano?

– NO! – urlo – ti prego no!

– mmm… questa non è timidezza… che c’è, ti piace?

– Non lo so… – sospiro – ci devo pensare.

In realtà, anche se volesse mandare la foto in Vaticano so benissimo che, ora come ora, non riuscirei a impedirglielo. Non faccio nemmeno lo sforzo di tentare di riprendermi il telefono, sarebbe inutile.

– A Fabrizio? Con Fabrizio andiamo più sul sicuro? – ridacchia.

– Quanto sei troia… ma perché?

– Te l’ho detto che voglio giocare – risponde mentre armeggia con il telefono.

Carica la foto su WhatsApp e gliela manda. La didascalia è: “Cosa mi faresti?”. Poggia il telefono e mi sorride, mi fa “bene, aspettiamo”. E io proprio non vorrei aspettare un cazzo. Perché se, a fatica, mi stavo calmando, quel “cosa mi faresti?” ha riacceso tutte le voglie. Anzi, ne ha aggiunte di nuove. Le dico ancora “sei davvero una troia”, lei mi sale sopra e, guardandomi negli occhi, sfiora le mie labbra con le sue. Mi sussurra “com’è questa storia che quando ti dico troia ti bagni?”. “Ogni volta”, le miagolo. La fica si contrae e sento il bisogno insopprimibile che me la tocchi, me la lecchi, me la penetri. Apro le cosce in un invito osceno, come questa mattina aveva fatto lei con me. Mi soffia in bocca “resisti ancora un po’, puttana”, poi affonda la lingua attorcigliandola alla mia.

– Com’è questo Fabrizio?

– Un bel maiale… – ansimo cercando il contatto del mio sesso con il suo. Contatto che lei mi nega.

– Come sta messo a fantasia?

– Una volta mi ha ammanettata…

– mmm… bel cazzo?

– Per me è perfetto… perfetto…

– Dovresti farmelo conoscere…

– E perché?

– Perché io ti ho fatto conoscere Lapo… ricordi quella cosina a tre?

Me la ricordo, cazzo se me la ricordo. E mi ricordo Fabrizio. Ho davanti agli occhi per un attimo la visione di noi tre su questo letto. Sto esplodendo. Quasi non sento il ding del WhatsApp.

“Chi te l’ha fatta?”. “Ma ciao, eh? Serena”, scrive la mia amica e invia. Poi mi domanda: “ma è un po’ cafone o è sotto shock? Ahahahahah”. Il secondo messaggio che arriva è: “Ti chiamo?”, io so cosa intende dire, lei no. Mi guarda interrogativa. “Face Time”, le spiego. “No – scrive lei – c’è Serena che dorme. Allora? Che mi faresti?”. “Nulla che non ti abbia mai fatto”.

– mmm, lento a partire, eh? – dice Serena guardandomi – te lo ha mai messo nel culo?

– No… – le dico con un tono che, implicitamente, è anche un “non lo fare, ti scongiuro”.

– Lo immaginavo, la solita vigliacca… ahahahahah – commenta senza darmi nemmeno retta.

Digita “magari stavolta potresti osare di più…” e legge la risposta di Fabrizio: “Lo dici sempre e non lo fai mai”. Poi mi porge il telefono e porta la testa tra le mie gambe. L’ultimo sguardo che mi rivolge è accompagnato da queste parole:

– Rispondi, poi dimmi tutto quello che vi scrivete.


CONTINUA

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