La leggerezza 2

Scritto da , il 2020-02-02, genere etero

La nostra vita sembrava essersi assestata: Luciana aveva veramente deciso di dedicarsi totalmente a Nicola ed aveva regolato l’orologio della sua giornata sulle necessità del figlio: passava intere giornate in casa ad occuparsi delle necessità proprie di una massaia; usciva spesso, per portare il bambino al parco, per fare la spesa o per incombenze normali; era rifiorita ed era bellissima: a ventiquattro anni, la sua figura già tonica ed elegante, si era arricchita di una pienezza che le veniva dalla maternità, col seno che aveva raggiunto una taglia pazzesca senza perdere solidità e i fianchi che si erano riempiti fino a farle un sedere da enciclopedia, che teneva sodo con esercizi, per lo più in casa, per non portarsi dietro il bambino anche in palestra.
Sospettavo che le pesasse la rinuncia, per molti mesi, ai suoi amati ‘aperitivi’, comunque intesi: l’ultima volta che ci aveva provato, era stato al sesto mese di gravidanza; ma non era stata una bella esperienza; adesso, col bambino di due mesi, cominciava a sentire qualche ‘friccicorio’ che la metteva in allarme per la lunga astinenza; affrontai direttamente la questione e le chiesi se per caso desiderava prendersi una serata di libertà ‘totale’; mi disse di si, ma, stranamente, aggiunse che voleva provare a farlo con me, a patto che mi mantenessi ‘contemplativo’ e la lasciassi anche sbagliare, salvo poi a discuterne e a correggere il tiro.
Le dissi che ci stavo; chiamai una ragazza che badasse a Nicola nel nostra assenza, che non sarebbe durata più di tre ore, l’intervallo di poppata per il bambino; Luciana si presentò bellissima, provocante e seducente come non era mai stata a mia memoria; andammo al bar solito, la feci scendere prima di parcheggiare e si avviò; la seguii dopo aver parcheggiato e mi sedetti al bancone, da dove riuscivo a tenere sotto controllo tutta la sala.
In un angolo assai discreto e abbastanza riparato, vidi che Luciana aveva ‘puntato’ un giovane decisamente in forma, con un fisico da atleta, un viso da attore di fiction e probabilmente un sesso adeguato: seguii quasi con ansia il corteggiamento di lei che lo provocava in tutti i modi, finché gli consentì di poggiare le labbra su un capezzolo: capii che lo stava travolgendo col sapore del latte attinto dalla mammella e lo vidi subito dopo scatenarsi su di lei, abbrancandola da ogni dove al limite delle oscenità in pubblico.
Mentre si davano da fare entusiasticamente, una delle amiche di Luciana mi riconobbe e mi assalì letteralmente: non ebbi un attimo di esitazione me la portai nel bagno, aprii una delle porte e la spinsi dentro: dalla parete, si sentivano i gemiti di Luciana che, nell’altra cabina, stava facendo sesso: l’unica frase che mi colpì (forse era dedicata proprio a me) fu.
“Non ti sognare di entrarmi in vagina: lì ci entra solo il mio amore: vieni dove vuoi e fa’ presto, per favore.”
Decisamente squallido, pensai: in compenso, leccai a lungo e profondamente la sua amica che godeva e mugolava quasi si lamentasse; la possedetti a lungo in vagina e la feci urlare colpendo l’utero con botte dure, arrabbiate, feroci contro lei, contro le sue amiche, contro me e contro quello che stavo facendo, cosciente di maltrattare un’innocente per colpa di un’incosciente; chiaramente colpevole di gelosia inespressa; quando mi fui alquanto calmato, presi a fare l’amore, dolcemente, con convinzione.
“Vuoi il didietro?”
Mi chiese premurosa; ma una rapida pressione sull’ano mi aveva già convinto che ci sarebbero passati dei tir.
“Cosa è che non hai mai fatto?”
“Niente. Ho fatto praticamente tutto, nel sesso: e me la sono proprio goduta. Vedo che non riesci a calmarti, ma io ho già avuto enormi orgasmi e, se non ci riesci, fermati qua: non sono Luciana, non lo sarò mai e tu non vuoi sostituirla!”
Non obiettai, mi rassettai i pantaloni che avevo solo abbassato alle caviglie, la baciai dolcemente sulla bocca, mi diede un buffetto ed aprì la porta: accertatici che era libero, uscimmo in tempo per incrociare Luciana.
“Ah, sei riuscito a combinare?”
Le rispose l’amica (nemmeno il nome ricordavo).
“Io ho fatto il pieno; lui non ce l’ha fatta a concludere; gli è rimasto duro, perché gli mancavi. Lo stai distruggendo, maledetta: che bella mazza stai rovinando!”
Lei si spostò decisa verso l’uscita; io mi diressi al bancone e chiesi un cognac.
“Perché bevi?”
“Perché copuli?”
“Scusa; non dovevo. E’ vero che non ce l’hai fatta?”
“Signora, il contratto non prevede l’indagine sulle difficoltà sessuali. Se non ricordo male, avevi solo chiesto garanzie sul mio amore.”
“E’ vero. Andiamo a casa: è l’ora della poppata.”
“Beh, tu mi pare che sia ampiamente soddisfatta dalla poppata. E’ Nicola che è in attesa, non tu.”
Andiamo a casa e Luciana si precipitò a soddisfare la fame di nostro figlio; io licenziai la baby-sitter e mi versai ancora del cognac; lei mi vide dalla camera, per un gioco di specchi, e mi avvertì.
“Bada che l’alcool inibisce la potenza sessuale. Io ho bisogno di amore, stasera; posso chiederti di farmelo fare con la passione di sempre?”
“Non hai avuto abbastanza sesso, stasera? Mi pareva che ci sapesse fare e che ti avesse soddisfatto.”
“Senti, non cercare la guerra: te l’ho già spiegato che considero il sesso un peccato veniale. Ho detto che voglio l’amore da te; e quello me lo puoi dare solo tu, non un membro capitatomi per caso nelle mani. Vuoi amarmi, per favore?”
“Se chiedi amore, ci sono sempre per te, nonostante tutto.”
Fu una notte di grande amore, nella quale riuscii per un attimo a nascondere sotto il tappeto le amarezze che mi procurava il comportamento di Luciana, sempre determinata a mistificare il suo bisogno di trasgressione sotto il velario fasullo di una convinzione assurda, che escludeva la possibilità di civili rapporti di convivenza; mi chiedeva di piegare l’orgoglio di fronte alla sua smania di sesso ad ogni costo con la speciosa limitazione della ‘vagina riservata’; mi impediva di esprimere il mio amore come ‘retaggio piccolo-borghese’.
Quando crollammo stremati per il troppo amore, lei cercò di accoccolarsi a cucchiaio davanti a me in atteggiamento di dolce sottomissione; allora scattai e la respinsi, rifiutando le ‘sdolcinature’, retaggio di convinzioni obsolete frutto di dietrologia e di letteratura contrarie ad un più leggero rapporto amoroso senza conseguenze: sapevo di averla ferita, ma proprio non ne potevo più.
“Forse è meglio se non ci sei più quando vado per aperitivi.”
Fu il commento aspro.
Venne la sera della vendetta.
Il bar aveva organizzato una festa in maschera per habitué ed io mi ero immediatamente attrezzato con un abito da nobile veneziano e con una maschera che incideva sulla voce modificandola; Luciana optò per un abito da principessa che le stava davvero divinamente: come era naturale (per lei!) mi tenne all’oscuro di tutto, dimenticando che, come le avevo detto, ero coinvolto nella proprietà del locale.
Ufficialmente, io sarei stato fuori per affari; lei dovette allora occuparsi di organizzare la custodia del bambino: per farlo, dovette sottrarre una carta di credito che io aveva lasciato apposta incustodita: con quella riuscì a trovare i soldi per l’abito, per la serata e per la baby-sitter che dovette assumere per tutta la sera e forse per la notte.
Si preparò per scendere alle 22; mezz’ora prima, nel garage, indossavo il mio mascheramento e l’anticipavo al bar dove la festa era già iniziata.
Quando la vidi entrare, la corteggiai immediatamente e mi dedicai alle sue tette che amavo moltissimo e sulle quali sapevo che era molto sensibile; come previsto, anche con me resistette poco ed entrò nel bagno.
La tacitai con un bacio; fingendo un gioco strano, le legai le mani, la bendai e le legai uno straccio sulla bocca per non farle urlare; poi cominciai ad aggredirla con ogni sorta di epiteto, cercando i modi per offenderla al massimo; le alzai la gonna dalla schiena, facendola abbassare sulla tazza del water e, constatato che non aveva intimo, le sbattei nel retto senza lubrificazione il mio membro nella massima erezione.
“Prendi troia, godi, questo è quello che ci vuole per te!”
Gemeva, si contorceva e sembrava lamentarsi ma non poteva reagire, legata com’era.
Le sfilai il sesso dall’ano e la feci girare; non poteva vedere niente, bendata com’era; capì solo che la stavo obbligando a piegare le ginocchia per portare il viso all’altezza del mio arnese: glielo sbattei in bocca con ferocia; tenendola per la gola e minacciando di strozzarla se solo mi faceva un poco male.
Non reagì e si lasciò violentare a lungo, piangendo a lacrime calde che le disfacevano il trucco accuratamente steso.
La costrinsi a rialzarsi e a sistemarsi, come prima, piegata sul water; la penetrai in vagina, fino al collo dell’utero, incurante dei movimenti spasmodici e disumani con cui cercava di sottrarsi a quella penetrazione: stavolta insistetti a pompare a lungo, finché l’orgasmo non mi esplose violento dai testicoli e si scaricò nel suo utero.
“Spero che sia fertile, stasera: così il cornuto ne avrà due, di bastardi di cui occuparsi!”
Uscii quasi di nascosto, lasciandola nella posizione in cui era, scarmigliata, discinta, offesa, piangente.
Una volta in sala, fui ‘preso in ostaggio’ da una bella ‘cenerentola’ che voleva ad ogni costo riportarmi nel bagno per copulare.
“Perché non andiamo a casa mia? Si sta più comodi, più sicuri, più puliti, più tutto!”
“Abiti vicino?”
”Dall’altro lato della piazza.”
“Andiamo.”
Uscendo, affidai ad un ragazzo del bar il compito di ‘liberare la principessa imprigionata’ e mi avviai
Non era proprio dall’altro lato della piazza, ma comunque vicino: ci arrivammo in pochi minuti.
Entrati in casa, la portai nella camera da letto; mi tolsi il vestito e la maschera.
“Enzo, proprio tu?”
Era l’amica del cuore di Luciana: la spogliai delicatamente, la baciai e immediatamente la penetrai; proprio in quel momento, sentimmo la porta aprirsi.
“Chi è?”
Chiesi.
“Sono io. Devo parlarti: dove sei?”
Era, naturalmente, la voce di Luciana.
“Mi spiace: sono in camera sono in compagnia e non mi pare il caso che tu venga qui.”
“Scusami con la tua amica, ma io ho bisogno di vederti, adesso! Nicoletta, cosa ci fai tu qui?”
“Secondo te?”
“OK, scusa. Enzo devo dirti che è successa una cosa terribile. Sono stata violentata.”
Scoppiammo a ridere insieme, io e Nicoletta.
“Scusa la risata, ma era inevitabile. Cosa ti hanno fatto, per violentarti?”
“Mi hanno posseduto in vagina!”
Nicoletta la guardò sbalordita.
“Perché, normalmente con che cosa copuli? Col naso?”
“No!!!!! Io avevo promesso a me stessa che in vagina ci avrei fatto solo l’amore, non sesso brutale; e quel vigliacco mi ha preso in vagina, mi ha eiaculato nell’utero e ha detto anche che così il ’cornuto’ avrebbe avuto due bastardi di cui occuparsi; ma Nicola non è un bastardo e lui non mi ha inseminato perché sono protetta.”
“E allora, qual è la violenza?”
“Non doveva copulare in vagina!!!!”
Nicoletta era quasi fuori dai gangheri.
“Avevi un cartello che avvisava? Glielo hai detto prima che ti violentasse? Hai spiegato che le tue verità sono indiscutibili e che lui non le stava rispettando?”
“Ma cosa dici? Ti rendi conto che mi ha umiliato?”
“Senti, io ero venuta qui per fare l’amore; tu hai già copulato e te ne freghi. Mi lasci in pace o devo cercarmi un altro partner?”
“Vieni, Nicoletta, ti riaccompagno al bar; Luciana sa sempre intervenire per decidere la vita degli altri e lamentarsi dell’oppressione del maschio.”
“Che vuoi dire?”
“Neanche ti accorgi che stai condizionandoci ai tuoi problemi e fra un attimo dirai che io sono il maschio alfa che ti vuole privare della tua legittima libertà?”
“E’ vero; mi sono preoccupata solo del mio problema. Ma, credimi, è un grande problema; io avevo solo quel privilegio per giustificare la mia presenza qui; ora anche quello è sfumato e mi sento indifesa.”
“Quindi vuoi dirmi che mi davi la vagina per restare con me, non per amore come dichiaravi …”
“No!!!! Che stai dicendo???? Volevo solo dire che era un privilegio riservato al nostro amore.”
“Bellissime parole; adesso mi fai il favore di spiegarmi, con leggerezza, come pensi di rimediare. Ricordati che la legge, quella che non ammette leggerezza e ti impone delle regole, ha stabilito che fai la tata, non che vai alle feste in maschera a farti violentare da chi passa. Ringrazia Iddio che non ti denuncio per questa trasgressione e ti sopporto ancora nella mia casa anche se il mio amore vacilla, ormai. A proposito, non ti denuncerò neanche per aver usato abusivamente la mia carta di credito. Ma sappi che cominci a farmi solo pena. Vieni Nicoletta: mentre lei appesantisce la sua leggerezza ti riaccompagno al bar. Ti prometto che uno dei prossimi giorni ti farò fare l’amore come non l’ha fatto nessuna e come non l’ho fatto mai.”
“Ti credo; ma sono sempre convinta che se non ti liberi di questa sanguisuga non sarai mai un uomo libero.”
Non mi sono liberato della mia tirannica amica: non sono riuscito a cacciarla via neanche dopo che, svezzato il bambino, non aveva più nessun senso il contratto stabilito per mantenerla a mie spese,
Poiché, normalmente, niente è più stabile della provvisorietà, mi sono trovato a mantenere in casa mio figlio, che adoro come il regalo più prezioso della vita, e sua madre, una donna meravigliosa, che ho amato alla follia ma che ormai vivo stancamente come una delle tante cose di cui, dopo tanti anni, non riesci assolutamente a fare a meno.
Purtroppo, lei non è cambiata in niente: non ha perduto la sua capacità di confondere la mia bontà con la stupidità e continua a farmi cornuto con tutti gli aperitivi che le va di prendersi, sempre ancorata al suo principio che il sesso è colpa veniale e solo l’amore è capace, invece, di cambiare le esistenze; me l’ha data invece con una frequenza sempre maggiore, a mano a mano che Nicola è cresciuto ed ha dimostrato di farsi valere con l’impegno e il rigore: è ‘pesante’ come suo padre; ma a sua madre sta bene, perché è suo figlio, anche se contesta la ‘leggerezza’ di sua madre che apertamente e in più occasioni ha spiegato nell’interpretazione comune che indica come ‘leggera’ una ragazza che la da in giro senza patemi; in un momento di ‘verità ad ogni costo’ arrivò a dichiarare che si sentiva ben rappresentato quando gli davano del ‘figlio di puttana’ visto il carattere di sua madre.
La cosa meno accettabile è la pertinacia di Luciana a volere ad ogni costo imporre il suo punto di vista anche in questioni che non la toccano: così sono dovuto arrivare a disdire il contratto che la legava alla mia casa (ma solo fino allo svezzamento di Nicola, vale a dire diciotto anni fa) e sul quale lei continua a poggiare la sua permanenza nella mia casa e sul mio bilancio; senza farmi sapere niente, ha deciso di trasferire a Nicola la proprietà del miniappartamento da lei abitato quando era all’Università e che adesso nostro figlio usa per non essere legato alla mia casa, dalla quale Luciana vorrebbe staccarlo completamente.
Insomma, ho passato venti anni di lotte sotterranee, di giochi di potere al limite dell’assurdo, di qualche umiliazione subita e da qualcuna imposta alla mia adorabile nemica; sono terribilmente stanco di dover sempre misurare le parole per non urtare la suscettibilità della ‘signora’: il bello è che, anche se si incavolasse a morte, l’unica conseguenza potrebbe essere la privazione della sua vagina che, alla lunga, mi appare anche noiosa, in confronto a quelle delle giovanissime che mi passano per il letto, mentre lei va a manipolare o a succhiare uccelli nei bar, nei pub, nelle discoteche come se ancora avesse vent’anni e non i quarantacinque che si porta con molta eleganza ed un inalterato fascino.
Sono stanco della sua sicumera e sono quasi deciso a sbatterla fuori della mia vita: il fatto che nostro figlio, ormai quasi ventenne, abbia un’esistenza sua, dalla quale ci ha pregato elegantemente di stare fuori per non turbarlo, mi autorizza ancor più a decidere di mandarla fuori dalla mia vita e di ricostruirmene una con una delle tante ‘amiche’ che per decenni mi hanno tampinato nella speranza di diventare ‘compagne di vita’ e forse, con la nascita di un figlio, anche eredi di un mezzo impero.
Ma non riesco a raggiungere quel punto di non ritorno, per amore di mio figlio che in più occasioni mi ha ricordato che anche se fosse un’enorme puttana sarebbe sempre sua madre; per un rispetto alla mia vita che ho sacrificato per amore di lei e che sarebbe completamente svuotata se all’improvviso la mettessi sul lastrico o, peggio, sul marciapiede; per rispetto alla mia fortuna economica che ho usato anche per fare tanta beneficenza, ma che è stata utile soprattutto quando ho dovuto prendere per i capelli mio figlio che la sventatezza di sua madre aveva messo a rischio di affidamento esterno e quando ho dovuto aiutare sua madre ad uscire da un empasse che l’avrebbe portata ad una depressione insolubile.
Non mi resta, quindi che stringere i denti, ancora!; sopportare pazientemente i suoi capricci e gli immancabili ‘aperitivi’; accettare come un grande regalo le copule che mi dona quando viene presa dalle crisi di coscienza e viene a chiedere ‘amore’ mentre sta giustificando la mia pazienza con la vagina che mi è ormai indifferente.
Sono costretto a consolarmi con le notizie che vengono dal fronte di Nicola, rivelatosi appena maggiorenne un grande amatore, le cui gesta sono celebrate in tutta la città: il paradosso è che sua madre, che bazzica gl stessi ambienti di sesso sfrenato, non se ne è mai accorta, pur avendo rischiato più volte di trovarsi a copulare direttamente con lui: l’esperienza di vent’anni prima, della violenza che le portai nel bar, testimonia che non si accorge nemmeno che il sesso che la sta penetrando è quello al quale è avvezza da anni, quando entra nella spirale del sesso ‘leggero’.
Cerco di parlargliene spesso, come faccio stamane, in vista della solita ‘fuga’ del sabato sera verso lidi di piacere diversi dalla casa; ma, ovviamente, non accetta, non discute, non ammette, non crede; ed allora è inutile avvertirla che Nicola stasera nello stesso bar va a caccia di vulva e che potrebbe anche trovarsi a disagio con lei in caccia nello stesso territorio: questo lato della personalità del suo ‘bambino’ me lo invento io per metterlo in cattiva luce e non riconoscere che Nicola ha ancora tanto bisogno di lei; altrettanto inutile è ribadirle che se tira troppo la corda del sesso ‘leggero’ rischia di mettere in discussione tutta la fragile impalcatura della nostra indifferente coabitazione: per lei la serenità di Nicola è garanzia che non mi proverò neppure a lasciarla: e quello che lei sente non può essere oggetto di discussione per nessuno; è semplicemente verità.
Quello che posso fare è starmene zitto, ingoiare ancora un rospo e chiamare la prossima vittima della mia insoddisfazione, una donna (o una ragazza, o una milf: non conta il particolare!) su cui scaricare la mia violenza.
Sospetto fortemente che ci sia qualcosa di nuovo, perché troppi messaggi, comunicazioni, telefonate clandestine hanno popolato gli ultimi giorni: se tentassi di approfondire e se ne accorgesse, allora dovrei veramente mandarla via, perché si scatenerebbe conto il sistema nazista, poliziesco e chi più ne ha, più ne metta; se sto zitto e lascio correre, allora le corna rischiano di diventare un prurito insostenibile; potrei parlarne a Nicola, ma non mi va di coinvolgerlo in qualcosa che gli farà comunque male e da cui sto cercando di tenerlo fuori; insomma, per ora tacere è l’unico percorso agibile.
Appena è uscita, chiamo Nicoletta; e, venti anni dopo, continuo ad offrirle serate d’amore indimenticabili.
E’ una donna bella, formosa, intelligente, arguta; mi piace starle accanto e viverla anche in silenzio; mi piace parlarle ed ascoltarla; mi piace portarla a cena, perché mi darà una serata deliziosa; mi piace presentarla agli amici come la mia ultima fiamma, perché so che scatenerò le invidie più aspre; mi piace viverla, quando mi chiede di fare shopping per avere consigli sugli acquisti; quando la invito a teatro e so che saremo la coppia più ammirata; mi piace rotolarmi sull’erba, con lei, o cercare luoghi nuovi e strani, per il nostro amore, anche se è solo per una sera.
Ogni volta mi meraviglia la sua disponibilità, perché si è sposata con un individuo neanche banale e sono una famigliola contenta: mi ha accennato a delle pregiudiziali tra di loro; mi ha chiesto di non indagare; non l’ho fatto, ma non posso impedirmi di sorprendermi quando la vado a prendere sotto casa e scende baciandomi con amore per fermarsi anche tutta la notte a fare l’amore, se glielo chiedo (ma l’ho chiesto poche volte, quando ero alla canna del gas); ed anche sorpreso, mi accontento di viverla così come è, con amore e fiducia totale.
Accetta immediatamente Nicoletta, di andare a cena e di fermarci poi da me a fare l’amore; passo a prenderla, la porto in uno dei più bei ristoranti della città e ceniamo come innamorati, al lume di candela, baciandoci come ragazzini in crisi ormonale, accarezzandoci come se dovessimo scoprire la pelle del’altro con cui ci scambiamo amore infinito da vent’anni; poi veniamo a casa, quando è ormai l’una.
Luciana non c’è: questo non è molto normale; di solito, i suoi ‘aperitivi’ non vanno oltre la mezzanotte, per una forma di rispetto alla casa che la ospita; ma sentivo già che stasera c’era qualcosa di diverso; se ne accorge persino Nicoletta che si muove ormai su un canovaccio noto: la casa vuota dopo mezzanotte è un brutto segnale.
Dimentichiamo in fretta l’abbandono di Luciana e sprofondiamo nell’amore più intenso, più viscerale, più bello che ogni volta sappiamo inventarci fino ad illuderci che l’ultima sia stata la volta più bella della nostra storia e che sarà surclassata dalla volta successiva.
Le labbra percorrono il corpo noto di quella donna meravigliosa, dall’attaccatura dei capelli lungo tutto il volto fino alle labbra carnose che divoro con appassionato amore per scendere poi giù, lambendo la gola e il petto, fin sul seno caldo ed abbonante che perlustro accuratamente per fiondarmi sui capezzoli morbidi come fragoloni da succhiare, mordere, accarezzare, titillare: c’è amore nel nostro incontro, c’è tanto amore che meriterebbe una follia; ma non ce lo diciamo, proprio per impedirci di sfociare nella follia; e quindi ci diamo sotto a violentarci, aggredirci, prenderci, mangiarci, succhiarci.
Quando scivolo fra le sue cosce e le divoro la vulva, Nicoletta è già ad un passo dalla follia ed urla come invasata ad ogni orgasmo, ad ogni nuova emozione: esplode come fuochi d’artificio e non riesce a impedire che dalla vagina le colino umori di orgasmo a non finire; il gesto di penetrarla è la conclusione di un rito quasi religioso di cui siamo i sacerdoti, le vittime e gli spettatori: una vagina ben adusa al coito, ormai non più giovanissima, riesce comunque a produrre emozioni sensuali di altissima potenza ed a provocare nel sesso che la sta penetrando onde elettriche capaci di smuover un grattacielo; l’orgasmo che ci coglie ha il valore di un terremoto che ci porta in cielo.
Quando ci risvegliamo dalla sonnolenza che ci ha preso dopo l’amore, sono quasi le quattro; Nicoletta mi chiede di accompagnarla comunque a casa perché verso l’alba tornerà suo marito ed hanno in progetto qualcosa insieme per la domenica; mentre lei si ricompone puntualmente, io mi vesto provvisoriamente guido velocemente fino a casa sua, la bacio prima che scenda e, quando ha superato il portone, torno a casa mia dove vado in bagno e mi ficco sotto la doccia per ripulirmi.
Non me la sento di tornare a letto a chiedermi ancora perché lei non è tornata; mi siedo in poltrona nel salotto d’ingresso e bevo del cognac, mentre vago sui canali televisivi alla ricerca di niente; poi devo rassegnarmi ad andare a riposare, perché forse, spero!, non arriverà più.
Mi sveglio alle dieci ma lei ancora non c’è; controllo il telefonino sperando di trovare messaggi o chiamate senza risposta; niente; telefono a Nicola e gli chiedo se per caso ha notizia di sua madre; mi dice che l’ha intravista ieri sera al bar ma che poi se n’è totalmente disinteressato; mi chiede se penso che debba venire da me perché temo una svolta radicale, gli dico di si e gli aggiungo onestamente che spero che stavolta sia quella buona perché se ne vada senza farsi cacciare ignominiosamente; tempo pochi minuti e sarà da me.
Finalmente la chiave gira nella serratura e lei entra, con aria circospetta e leggermente intimidita.
“Mi stavi aspettando? Scusami, non ho potuto telefonare.”
Silenzio di tomba; continuo a guardarla, va in bagno, si doccia, torna nel salone in accappatoio, giusto in tempo per incontrarsi col figlio.
“Ah, sei qui! Come mai?”
“E lo chiedi? Sparisci per una notte, in barba a tutti gli accordi e ti meravigli che ci preoccupiamo?”
“Va bene, stavo facendo l’amore e non mi sono accorta che il tempo passava.”
“Scusa, cosa hai detto che stavi facendo?”
“Hai capito benissimo. Stavo facendo l’amore.”
“Allora adesso te ne vai.”
“Gia …”
“Cos’è questa storia?”
Nicola è basito; guardo lei, poi decido che è meglio se spiego io.
“Tua madre quando ci conoscemmo venti anni fa stabilì un principio che non ho mai accettato ma che ho sempre subito: per lei, il sesso fatto provvisoriamente, la sveltina insomma, è peccato veniale, si lava si asciuga e non lascia tracce: quindi, si può fare senza conseguenze e soprattutto senza penetrazione in vagina; l’amore invece è pieno di implicazioni, di conseguenze e si fa in vagina ma solo con l’uomo che si ama e col quale si vuole avere una grande storia; finora, a quel che diceva, solo a me è stato consentito di penetrarle in vagina; ieri sera qualcosa è cambiato e qualcun altro l’ha fatto; questo rompe il rapporto tra di noi e lei deve immediatamente lasciare questa casa.”
“Mamma, … e dove vai …?”
“Vado col mio nuovo amore; se non può, riprendo il mio miniappartamento”
“No; devi augurarti che lui possa: il miniappartamento è mio e tu non ci entri perché deve essere libero per le mie evoluzioni.”
“Ah, … già … adesso è tuo … te l’ho regalato io … va bene; vedremo.”
“Posso sapere chi è il fortunato o la tua leggerezza ti impedisce di fornire l’informazione?”
“Tanto, presto si saprà: è Amilcare … “
“L’impiegato del mio ufficio?! Cavoli, hai scelto meravigliosamente!”
“Dal punto di vista che ho provato, non ho scelto male!”
Prendo il telefono e faccio un numero.
“Cinzia? Mi ami ancora come cinque anni fa? … C’è l’ameba lì? … Lo so che è appena tornato … anche la madre di mio figlio … Si credo che abbiano fatto l’amore tutta la notte … Si dovete venire qui; prima di salire, avvisalo che da domani sarà licenziato e che passerò voce perché nessuno assuma un inetto, incapace e traditore … parleremo anche di questo … vieni preparata. Ciao”
“Che significano questi discorsi?”
“Luciana, questa è dietrologia!”
“Va bene anche la dietrologia! Che sta succedendo?”
“Papà che c’entra la dietrologia con voi?”
“La nostra storia è cominciata da un dibattito su leggerezza e pesantezza: questa impegna lo strutturalismo e la dietrologia che fanno venire l’orticaria a tua mamma, che poi le usa quando le serve: lei è stata sempre così: ha imposto le leggi e le ha calpestate; rifiuta le regole e impone le sue; mi accusa di autoritarismo ma si è sempre fatto solo quello che voleva: anche tu sei stato imposto; per anni, mi ha negato il diritto di riconoscerti perché non voleva che fossi il figlio del suo tiranno … “
“Papà che diavolo dici. Mamma, è davvero così?”
“Chi è questa Cinzia?”
“Vedi, lei mi accusa di spionaggio se chiedo il nome di chi l’ha posseduta una notte intera; però non esita a chiedere chi è una mia impiegata. E’ la moglie del tuo Amilcare che sta venendo qui insieme a lui.”
“E tu l’hai licenziato?”
“Vuoi stabilire anche le regole del mio lavoro?”
“No, no, scusami, non volevo; ma adesso che succede?”
“Se parlassi con una che ammette la logica e l’analisi, direi che c’è uno tsunami in vista, per te.”
“Mamma, hai capito in che burrone ti sei gettata? Tu non ti salvi più e nessuno è disposto a suicidarsi con te.”
“Luciana, prendi ancora la pillola?”
“No.”
“L’hai lasciato eiaculare nell’utero? Sei nel periodo fertile?”
“Si, a tutte e due; forse sono già incinta.”
“Guarda che nel bagno hai le pillole del giorno dopo.”
“Ma io lo volevo un altro figlio.”
“Che hai detto, volevi darmi un fratello e nemmeno hai chiesto il mio parere? Nazista, nazista, sporca nazista; anzi, stronza, vai in bagno e prendi immediatamente la pillola del giorno dopo, puttana!!!!”
“Perché mi tratti così?”
“Perché è quello che meriti: e mi dispiace per questo mio meraviglioso padre che per vent’anni ha sopportato le tue angherie, i tuoi inganni, le tue malefatte. Adesso devi cacciarla via. Se non ho capito, il suo grande amore ha già una moglie e se ho capito il concetto di ameba è una nullità assoluta che non ha nessuna speranza di mantenerla; a casa mia non ti ci voglio; se mio padre ti prende in casa sua, lo rinnego; puoi solo tornare a casa dei tuoi, se ti vogliono ancora; poi ti toccherà andare a battere perché non hai un centesimo, non hai un provento, sei troppo vecchia per trovare lavoro, anche se volessi fare la escort; solo sul marciapiede puoi finire.”
“Non credi di esagerare?”
“’Ma adesso che succede?’ Chi lo ha chiesto qualche minuto fa? Tu l’hai chiesto: io ti do il mio quadro; vai a battere sul marciapiede ed io ti rinnego perché sarò anche un figlio di puttana ma arrivare ad essere figlio di una puttana da marciapiede mi fa schifo; meglio rinnegarti!”
continua ...

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