La scalatrice

Scritto da , il 2019-09-27, genere etero

La incrocio mentre scende dal rifugio Torre di Pisa, 2671 metri, è accaldata e non porta zaino, i suoi bastoncini carezzano la roccia, mentre i miei la picchettano, arrampicandomi sulle maniglie mentre calco la salita.
Indossa una canottiera nera e dei pantacollant tecnici, il corpo è una mappa di tatuaggi che arrivano fino alle dita.
Le offro dell’acqua, ci pensa solo un momento, poi accetta e quando fa per ridarmela le dico che può tenerla, ne ho ancora.
Mi affianco a lei che non sembra infastidita e dove il sentiero non consente di tracciare delle parallele, procediamo in fila indiana.
Percorrendo i quattro chilometri che ci separano dalla seggiovia per Obereggen, mi racconta che è fiorentina ma lavora a Catanzaro, che sono tre anni che intraprende il cammino di Santiago, ma che quest’anno non è potuta andarci e così ha deciso di venire qualche giorno in montagna.
Lei c’è stata al rifugio e si è stremata per arrivarci ma i suoi occhi nocciola sono luminosi mentre me lo racconta, stanca ma felice.
Salutiamo di tanto in tanto chi incontriamo sulla strada del ritorno, affaticati ma sereni, perché la vetta regala gioia mistica a chi giunge alla meta.
Il sudore della montagna è pulito, non si fa in tempo ad avere la fronte bagnata che una leggera brezza l’asciuga, la guardo e mi chiedo se le sue areole sono chiare come la sua pelle.
Il passo adesso è regolare, ricordo che mi aspetta solo discesa, riuscirò a rispettare le tempistiche per il ritorno, riconosco alcuni punti di riferimento, la stanchezza comincia a farsi sentire e la polenta e il formaggio mangiati alla Baita Feudo, sgomitano con lo strudel col quale ho terminato il pranzo.
Dalla seggiovia le faccio notare i danni boschivi della tempesta del novembre del 2018, migliaia di alberi spazzati via dalle montagne, come fossero inutili stuzzicadenti, ora quei tronchi spezzati li segano, vendendoli come legname per strumenti musicali.
I piedi sospesi nell’aria mi fanno ricordare che soffro un po’ di vertigini, ma con lei accanto mi distraggo facilmente.
Quando arriviamo abbiamo entrambi sete, le propongo una birra, accetta con la stessa punta d’imbarazzo con la quale ha preso l’acqua, non le chiedo come si chiama non mi sembra importante in questo momento, prendiamo una weissbier ghiacciata, 0,40 cl di frumento color oro opaco che sorseggiamo mentre mi racconta che ha 32 anni e una vita piuttosto piena.
Il suo corpo, l’abbigliamento, mi hanno dato fin da subito una sensazione di libertà, autonomia, ma non sbandierata, solo vissuta.
Siamo entrambi stanchi, abbiamo bisogno di una doccia, i nostri alberghi distano una decina di chilometri l’uno dall’altro, ci diamo appuntamento tra qualche ora.
Arrivo verso le 21,30, il sole è tramontato mentre il suo riverbero è sdraiato sul filo dell’orizzonte, la cerco sulla terrazza del bar che costeggia la hall dell’albergo, sta fumando una sigaretta artigianale, mi siedo accanto a lei su una poltroncina per due in ferro battuto con la seduta morbida di un cuscino.
Accendo il sigaro e vedo le volute dense seguire il vento ad est, le nostre gambe si sfiorano, lei indossa solo una canottiera azzurra, dalla quale il freddo ha fatto ergere i capezzoli che immagino piccoli e duri.
Scambiamo qualche battuta sulla cucina sapida e grassa dell’Alto Adige, m’invita a seguirla nella hall, prendiamo l’ascensore e raggiungiamo la spa, che ha prenotato privatamente, negli spogliatoi troviamo due teli e due accappatoi.
Ci spogliamo nudi e come immaginavo le areole sono piccole e rosa.
I tatuaggi non si fermano al perimetro della canottiera, ma proseguono sui seni e l’addome, il ventre e le gambe, fino alle caviglie, mi sento un pivello con i miei tre graffiti.
Entriamo nella spa e chiudiamo a chiave, ci facciamo una doccia calda e raggiungiamo il bagno turco, il vapore ci avvolge, cominciamo a sudare copiosamente, resistiamo dieci minuti e poi la doccia, questa volte fredda, per riattivare la circolazione, sorseggiamo una tisana e ci scambiamo qualche occhiata, sappiamo entrambi come finirà questa serata che non avrà repliche.
Appena il calore del legno della sauna ci trafigge glutei e schiena, le nostre bocche si trovano per la prima volta, il cuore comincia a pompare sangue mentre lei inginocchiata sulla panca più bassa mi prende in bocca, è un lavoro accurato e intenso, la sua saliva si mescola al sudore facilitando il movimento della testa, accompagnata dalla mia mano.
Il corpo brucia di calore, gli allenamenti sulla ciclabile devono aver elasticizzato il mio muscolo cardiaco, perché non solo resisto. ma prendo l’iniziativa e scivolando dalla panca m’inginocchio tra le sue natiche, la lingua dispettosa va in porzioni circolari a sollecitare l’ano e il clitoride pronto a brillare come un ordigno inesploso, le sue mani scivolano sul legno bagnato dal sudore e i gemiti aumentano di decibel, sento le vene delle tempie gonfiarsi mentre con la testa esploro l’antro selvaggio incoronato da peli chiari e spessi.
La sua schiena mi rivela un’altra geografia del corpo, afferro i piccoli seni e mentre la scavo mi sussurra: “scopami forte”, pochi colpi potrebbero portarla nell’Inferno del piacere ma sarebbe criminale chiudere qui una serata così colorata, esco da lei e la prendo per mano, ci dirigiamo nell’angolo tisana, dove due lettini di legno duro e scomodo ci aspettano.
Mi corico portando su di me la scalatrice, che agita il bacino alla ricerca del grimaldello che aprirà la sua porta, glielo strofino sulle labbra sgualcite prima di spingerlo dentro.
Come l’albero di una nave in tempesta, il suo corpo flette sul mio, ondeggiando sull’orlo dell’orgasmo.
Mi sollevo per scivolarle dietro, adesso la sua testa penzola al di là della spalliera della chaise longue, i capezzoli duri schiacciati contro il legno, la mia mano fruga alla ricerca dell’orifizio nascosto tra le natiche. voglio incularla, concludere questa serata nelle sue viscere; afferro il corto codino biondo cenere legato sul suo collo tirandolo a me, la penetro con vigore, fino in fondo, prima d’iniziare a muovermi con colpi precisi e misurati, come un batacchio le palle scuotono il culo della piccola donna, carezzo la sua schiena dipinta mentre la fotto, ascolto il suo orgasmo mentre ruggisco il mio, il sudore si mescola ai nostri fluidi, rendendo tutto indecifrabile, anche il nostro incontro, che si conclude sotto una doccia e tra due asciugamani, mentre mi riallaccio le scarpe e sono pronto a salutarla.
Mi bacia castamente sulle labbra e mi dice: “ciao”.

virgil.oldman@libero.it


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