E la chiamano estate

Scritto da , il 2019-08-22, genere voyeur

Estate.
Estate è una parola che pretende una pronuncia lenta, quasi soffiata. Non la si può urlare, è un sussurro che danza nella bocca umida. Una musica d’afa dolcissima, sudata e carezzevole alternanza di soli che bruciano e notti infinite.

Non c'è che una stagione: l'estate. – scriveva Ennio Flaiano – Tanto bella che le altre le girano attorno. L'autunno la ricorda, l'inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla.

Chissà come la state passando voi, questa stagione, cari lettori. Dove siete ora che entriamo nel contatto così intimo della lettura? Siete stesi al sole? Nascondete il telefonino a vostra moglie o a vostro marito per non farvi vedere mentre liberate la vostra fantasia nelle spire conturbanti di un racconto erotico?

Il signor Innocenzi – il protagonista della nostra storia – sta trascorrendo la sua estate nello stesso identico modo in cui lo fa da anni.
Nella beata solitudine di una casetta a pochi chilometri dal mare azzurro. Con la romantica compagnia dei suoi libri, amanti che si lasciano sfogliare senza troppa resistenza, nelle serate di luna dondolante.
Di giorno si vede poco in giro, si concede giusto qualche sporadica passeggiata al tramonto per poi rientrare subito a casa e entrare nella dimensione del vero piacere.
S’abbandona all'adorabile corso: leggere, vivere dove conducono le parole – come dichiarava Paul Valéry.
Niente mare, niente rumorosa mondanità. Meglio il sospiro compassato delle sue pagine che si rincorrono. Di solito addolcisce la lettura con due dita di cointreau.
Il signor Guglielmo Innocenzi si avvia verso i suoi primi cinquant’anni, con la consapevolezza di aver vissuto, finora, un cammino silenzioso che pare rispondere all’istinto pietroso di un eremita.
Non è un dramma il suo, anzi!
È il vestito che il destino ha cucito per lui e lo indossa anche con un certo stile.
Ama definirsi “cacciatore di parole”. Soprattutto quando queste si ritrovano nella composizione lineare di una bella frase. Quando legge i suoi libri lo fa con una vecchia matita, ormai consumata, stretta nella mano. Ogni volta che il suo occhio attento si imbatte in un piccolo gioiello letterario, scritto dai suoi autori preferiti, lo sottolinea, come volesse accarezzarlo con la grafite.
La sua vita scivola via al ritmo di queste preziose piccole abitudini. Chiuso dietro al suo muro di pagine stampate si sente protetto e in pace con sé stesso.
Un rifugio con pareti così sottili, però, ha il difetto di poter essere strappato fin troppo facilmente. La sorte ha in serbo per il nostro bibliofilo un percorso inedito, che si muove seguendo le graffianti sfumature del rosso.

Venerdì.
Sono le 19:00 e il signor Innocenzi è appena stato a rifornirsi dal suo spacciatore di fiducia: la piccola libreria del paese.
Tre grandi tomi sotto il braccio, protetti come animali fragili, riempiranno le sue serate solitarie.

Il primo rosso che lo sorprende è un bordeaux, smorzato da un velo di polvere. La carrozzeria di una Fiat 500 nuovo modello parcheggiata proprio sotto casa sua. “Toh”, esclama lui senza aprire bocca, solo questo: Toh.
Poi apre il portone e inizia a salire le scale, getta uno sguardo alla porta di fronte a quella di casa sua, giusto un istante, per poi voltarsi e lasciarsi inghiottire dal calore della sua piccola abitazione.
I tre tomi li ripone sul tavolo, si preoccuperà più tardi di sistemarli tra i “libri da leggere” sul proprio comodino.
La casa è un forno che quasi toglie il respiro, il signor Innocenzi apre la grande porta finestra ed esce in balcone, la linea scintillante del mare azzurro taglia in due il panorama.
Poi si volta alla sua destra e lo vede, il secondo punto di rosso ad attenderlo come un segnale di pericolo imminente: i triangoli scarlatti di un piccolo bikini steso ad asciugare che fanno vela col vento.
Di nuovo si blocca, come dovesse interpretare un misterioso geroglifico. Nella casa accanto alla sua c’è qualcuno, probabilmente, anzi, sicuramente una donna.
Quell’appartamento è disabitato da sempre, chi va in vacanza non gradisce una sistemazione così lontana dalla spiaggia.
Guglielmo Innocenzi allunga il collo e tende le orecchie, un silenzio immobile gli sussurra che quella donna non è in casa in questo momento.
“Mah!”, pensa l’uomo, dimostrando quanto sia poco loquace, anche dentro la sua testa. Poi rientra in casa e per un po’ si dimentica di quella buffa e inaspettata novità, ci sono i suoi libri da sistemare.

Quando il cielo si fa buio il silenzio immobile si spezza, qualcuno sale le scale con chiacchiericcio di ciabatte da mare, apre la porta facendo tintinnare le chincaglierie di un mazzo di chiavi e sparisce.
Altri passi per la casa, barrito di sedie che si spostano poi silenzio, di nuovo.
Poi, all’improvviso, piove.
Il cielo, là fuori, è uno specchio nero sgombro di nuvole ma qualcuno, o qualcuna, ha appena liberato lo scroscio della doccia nel bagno speculare a quello del signor Guglielmo Innocenzi.
Passano i minuti, lui fa un passo.
L’acqua continua a borbottare e lui fa un altro passo, poi un altro ancora.
E infine, entra nel suo bagno.
A pochi metri da lui c’è una sconosciuta, completamente nuda, che accarezza via la salsedine dal proprio corpo, lavandolo con schiuma bianca e cremosa.
Lui questo non può vederlo ma rispondendo a un istinto quasi meccanico tira su col naso, come cercasse conferme olfattive di quell’evento così insolito che in realtà è una semplice doccia in corso.

L’acqua smette improvvisamente di cantare, qualche istante, poi il suono di passi, stavolta più attutiti, evidentemente privi di qualsiasi calzatura, nudi e umidi portano quella sconosciuta in un’altra stanza.
Sembra un concerto invisibile, la naturale improvvisazione jazz di una femmina che si muove libera per la casa.
Il signor Innocenzi non è un appassionato di musica ma, mentre si accomoda su una vecchia poltrona a fiori, gli torna in mente una frase del poeta russo Aleksandr Aleksandrovič Blok: La musica crea il mondo. È il corpo spirituale del mondo, l'idea (fluida) del mondo.
Sta facendo conoscenza con quella donna semplicemente ascoltando la partitura della sua vita.
Ogni buon musicista sa che per impressionare definitivamente il pubblico ha a disposizione un’arma infallibile: l’Assolo.
E questo insolito concerto prevede un Assolo di voce di donna che parla al telefono.
Un’aria dalle tinture azzurre e cristalline, giovane eppure in qualche modo maturo blaterare su argomenti assolutamente futili quali: la spiaggia(carina ma lontana dice lei), la crema solare(ho provato quella marca nuova), un bel tipo avvistato al bar(davvero niente male) e un programma idiota visto alla tv(una gran cazzata commenta la donna).
La sua voce è impastata dalla masticazione di un boccone, probabilmente sta cenando, chissà se si è rivestita dopo la doccia.
Chissà.

Il brano successivo arriva una mezz’ora dopo e ha luogo di nuovo nell’abbraccio fra i due bagni identici. Lui ha continuato a seguire quei rumori come un cane fedele, è lì che aspetta, in assoluto silenzio finché, come in un sogno dorato, il concerto invisibile si scioglie in uno zampillo delicato e incredibilmente intimo.
La cascata più piccola e scintillante del mondo che pare accarezzargli le orecchie e lo fa sciogliere in un brivido.
Il torrente del bidè arriva subito dopo, a purificare ogni cosa.

Per il Gran Finale, arrivano i violini. Veri, stavolta. Una qualche vecchia canzone che di colpo colora l’aria di dolci ricordi.
Il signor Innocenzi si avvicina alla porta finestra, volge gli occhi verso il balcone accanto al suo e vede che la luce accesa proietta una sagoma luminosa sul pavimento. In quello schermo magico, d’improvviso, appare l’ombra di una donna.
La silhouette scura si muove, sembra stia guardando il panorama ballando, da sola, sulle note di quella canzone. Ogni tanto avvicina una mano alla bocca e subito dopo, come per magia, dalla finestra esce una piccola nuvola di fumo.
Il corpo appare armonioso, con forme importanti, distinguibili nei più minimi dettagli. La sagoma danzante di una donna sicuramente procace. Magari, pensa lui, indossa una tutina aderente.
Ma chi è che indosserebbe una tuta aderente con questo caldo infernale?
Quando l’ombra femmina chiude le persiane il nostro uomo resta solo e con quella musica ancora in testa decide di andare a dormire.
Prima di chiudere gli occhi la testa di Guglielmo compone un pensiero che gli appare davvero sorprendente pur nella sua innegabile semplicità.
Gli esseri umani si immergono nel sonno della notte insieme, divisi solo dalle sottili pareti delle loro case, come fosse una cerimonia collettiva.
A pochi metri da lui c’è una donna, stesa nel suo letto, che sta compiendo i suoi stessi passi sulla strada silenziosa che porta al riposo. Guarda un ultima volta il soffitto, lascia che il suo corpo si abbandoni e infine si addormenta, seguendo magari il ritmo del suo stesso respiro.
Chissà che pigiama usa.
Chissà.

Sabato.
Guglielmo Innocenzi si sveglia insolitamente tardi, dopo aver trascorso una notte agitata, di quelle in cui l’afa ti appiccica addosso le lenzuola e ti toglie l’aria buona da respirare.
La cosa decisamente sorprendente è che ieri sera si è coricato senza leggere neanche una pagina dei suoi amici libri.
Con gli occhi aperti nella luce fioca del mattino indaga il suono di questo nuovo giorno alla ricerca di musica jazz.
Silenzio.
Il signor Innocenzi si alza e percorre i pochi passi che lo separano dalla macchinetta del caffè, la carica e attende, provando nuovamente a scrutare l’aria con l’orecchio teso verso la casa accanto alla sua.
Tutto tace.
La tazzina stretta nella mano, un paio di boxer a righe come unico indumento e poi la grande porta finestra: il caffè in balcone è un altro di quei piccoli piaceri a cui per nulla al mondo rinuncerebbe.
Appena esce però, una nuova mitragliata di rossi lo attende e gli guasta la festa.
Il primo che vede è una tonalità di tramonto che sfuma sulle piante nude di piedi pigramente adagiati. C’è una donna lì fuori, c’è “quella” donna sul balcone adiacente a quello del signor Innocenzi. Se ne sta abbandonata nella luce del mattino, stesa su un lettino da mare con una posa da Madonna del Tiziano.
Il secondo rosso è il delicato tessuto sbiadito di un paio di pantaloncini sportivi, sembra li abbia sfilati via a un vecchio pugile. Consumati e striminziti lasciano scoperte due lunghe gambe dalla pelle lucida. L’una giù distesa e l’altra sollevata, appena piegata, si allargano formando un angolo che sa di beatitudine e relax.
Una piccola canottiera bianca fa quel che può per contenere un seno abbondante che appare libero da qualsiasi altra costrizione. Come una sporta della spesa piena di frutta rotonda.
Il terzo rosso è un laccato scuro di unghie smaltate che sorreggono un libro e lo usano per coprire il volto di quella dea sconosciuta. Lo stesso tono acceso che le decora anche i piedi.
“Eh!” pensa lui come a dire: va bene tutto ma il libro mi sembra davvero un colpo basso. Per tutta la vita, poi, proverà a ricordarsi il titolo di quel libro, un dettaglio che un tempo sarebbe stato vitale e che ora resta inghiottito dalla femminilità accecante di quella donna.
Il signor Innocenzi è immobile, sul ciglio della finestra, sa che lei, assorta nella lettura, non si è accorta della sua presenza, per quanto possibile evita anche di respirare, non resiste alla tentazione di continuare a studiare quella donna distesa senza essere visto.
È giovane?
È bella?
Quella creatura appare dotata di una naturale e spiccata sensualità, di fronte alla quale anche i punti interrogativi si stendono in virile eccitazione.
È giovane! Lo è sicuramente. Sicuramente più di lui.
È bella! Forse anche di più, una bellezza immobile che brilla di autentica seduzione. Una di quelle donne che conservano un fascino antico, di forme piene, che non possono lasciare indifferenti gli occhi che sanno guardare. Una Bellezza maiuscola sentenzia l’uomo di lettere.
La Bellezza adesso però, si muove.
Con una grazia leggiadra e assolutamente spontanea solleva la gamba piegata mentre la mano si allunga per andare a graffiare via un fastidioso prurito dal liscio polpaccio. Il piede sospeso nel vuoto si inarca come per mostrarsi meglio al nostro improvvisato voyeur.
Il movimento fa sì che le cosce si allarghino fra di loro, esercizio scomposto del corpo che danza una musica che non c’è.
La stoffa leggera del pantaloncino si accascia fra le gambe, aprendo uno spiraglio che svela la carne più intima di quella donna, proprio lì, dove la pelle si fa più scura. Lui spalanca gli occhi incredulo, è davvero possibile? Rossa. Umida. Delicata fessura dischiusa in indecente e involontaria esibizione, sì signor Innocenzi, non dubiti del suo sguardo, quella è proprio la fica della sua vicina di casa.
Fotogrammi rapidissimi, che al nostro protagonista sembrano eterni, come i sette volumi de Alla ricerca del tempo perduto.
E proprio come una dolce madeleine proustiana la visione fugace dell’intimità di quella donna gli riporta alla mente gli anni, ormai andati, di una giovinezza passata a spiare femmine, in biblioteca, tra una lettura e l’altra. Romanzi difficili da decifrare, le donne, spesso hanno trame incomprensibili, senza un inizio e una fine.
Le donne, semplicemente, appaiono. Togliendo luce a tutto il resto.
Il signor Innocenzi ha una farfalla impazzita conficcata dentro al cuore, sbatte le ali agonizzante, spingendo tutto il suo sangue giù nel basso ventre.
Quando abbassa lo sguardo si accorge di avere i boxer gonfi, come un tendone da circo.
Istintivamente si ritrae, in uno stato di evidente ebrezza erotica, si nasconde in casa e il pallottoliere della mente inizia a fare calcoli alla rinfusa. Chi è quella donna? Che ci fa qui? Domande inutili, senza risposta. Non porta le mutandine? No, evidentemente no. Non le porta proprio mai? Questo è impossibile saperlo. E poi, soprattutto. E poi, dico, non ha peli fra le cosce? Completamente liscia e depilata?
Una diavoleria estetica a cui il nostro uomo d’antan non è, evidentemente, abituato.
Guglielmo entra in casa, si guarda attorno, abbandona il caffè, ormai freddo, sul lavandino. Afferra la sua bottiglia di cointreou e ne tracanna un bel po’, poi ha un’illuminazione.
Un’idea infantile e davvero stravagante, prende il suo telefono cellulare e torna in balcone, sempre in silenzio, senza farsi sentire. Forse il telefono gli serve per chiamare qualcuno, qualcuno a cui dire che sul balcone accanto al suo sta succedendo qualcosa, una donna, sì, una donna senza mutandine sta dando spettacolo di sé, qualcuno deve fare da testimone a questo evento insolito e abbagliante.
La sua vicina è ancora lì, a godersi il sole tiepido del mattino, si è appena girata e ora ha la pancia poggiata sul lettino. Sembra uno splendido miraggio nel deserto.
Dalla sua posizione il signor Innocenzi torna a rubarle l’intimità, scopre che ha i capelli insolitamente corti, una zazzera sbarazzina che richiama il colore del grano. Le spalle nude, separate dalla sottile canottiera, iniziano un percorso che scende lungo la schiena tesa dividendosi nelle linee perfettamente rotonde dei glutei, che brillano alla luce del sole. L’autostrada rosata delle lunghe gambe si stringe e si allarga seguendo curve dannatamente pericolose. Dalle morbide cosce, scivolando giù per i polpacci muscolosi, le caviglie sottili e infine i piedi, nudi, che oscillano quasi ipnotici. Cos’hanno quei piedi si chiede lui. Cos’hanno di tanto strano? Perché mai si sente borbottare la pancia mentre li osserva? Quei piedi, sembrano essere stati addestrati all’antica arte della seduzione. Come se l’intera essenza di quella femmina fosse concentrata nelle linee conturbanti dei suoi arti inferiori. Delicati e maturi allo stesso tempo, scalciano l’aria come una bimba dispettosa o come una donna fatale, che usa il cielo come pavimento.
I piccoli pantaloncini, poco più in alto, sembrano essere stati risucchiati da quell’opulenza di carni, forse sono troppo piccoli, forse le danno fastidio, eccola che si muove ancora.
Lui reagisce d’istinto, le punta contro il telefonino e inizia una raffica di scatti, due, cinque, undici, ventitré furti fotografici realizzati quasi alla cieca, nell’arco di pochissimi secondi.
Poi di nuovo entra in casa, si siede sulla sua poltrona, tira un grande sospiro e controlla il risultato del suo lavoro da paparazzo.
Eccola, la donna stesa in balcone, in immagini furtive e un tantino mosse, lui le guarda in successione, come i fotogrammi di un film muto.
Eccola che si muove, porta una mano dietro la schiena e si sistema i pantaloncini, poi torna a leggere.
Qualcosa attira l’attenzione del signor Innocenzi, qualcosa come un presentimento, qualcosa che però sfugge ancora al suo sguardo attento.
Manda indietro il film e riprende la visione.
Ecco che si muove, la mano dietro la schiena, sistema la stoffa del pantaloncino e...
Guglielmo smette di respirare, scorre indietro un paio di immagini e fa uno zoom sullo schermo del suo smartphone.
La foto si sgrana appena ma gli permette comunque di vedere che il suo obiettivo ha immortalato un dettaglio davvero inaspettato, una visione che ora gli deforma la bocca in una posa disperata di incredulità.
Proprio lì, nel momento in cui lei sfila quel minuscolo short dalle natiche, la stoffa si solleva e concede un bis d’esibizione ancora più intimo e incredibile.
Un piccolo fiore timido, dai petali raccolti e grinzosi, un minuscolo oltraggioso asterisco bruno, riflesso adesso nelle pupille del nostro protagonista c’è l’ano di quella bellissima ragazza. Centro geometrico del fondoschiena rotondo e di un’improvvisa oscena confidenza che si mostra senza nessun bisogno di convenevoli.
Non aver ancora parlato con una donna, non averla neanche guardata in faccia eppure aver già fatto conoscenza con le sue intimità.
Lo fa apposta? Lo sa? Quell’incantevole screanzata si è accorta della sua presenza e sta giocando a farlo impazzire? Altre domande per cui è impossibile trovare risposte.
La testa del signor Innocenzi gira vorticosamente, i fotogrammi scandalosi di quella donna gli saltellano davanti agli occhi come i cavallini di una vecchia giostra.
Si porta una mano alle mutande, la stringe forte su quello che c’è dentro, gli bastano un paio di colpi: col primo sente una stretta che gli risucchia i testicoli, quasi a fargli male; col secondo si bagna tutti i boxer, gemendo sommessamente.
Sfinito dalla beatitudine dell’orgasmo, si addormenta sulla sua poltrona, messo K.O. dai colpi seducenti di quella donna pugile.

Circa due ore dopo rinviene, fradicio di sudore e di sperma, la bocca bruciata dall’alcol, un distinto uomo di cultura improvvisamente irriconoscibile, stravolto dalla violenza di quello che gli sembra ora solo un bellissimo sogno. Il telefonino giace ancora accanto a lui, lo riattiva e ci ritrova l’immagine ingrandita del buco del culo di quella donna misteriosa, di cui non ha ancora visto il volto. No, direi proprio che non era un sogno, caro signore.
La osserva con la giusta calma adesso: il tratto verticale della vagina che si intravede lì in basso, sormontato da un punto rossastro. Sembra una lettera “i”.
“I” come?
Incredibili indecenti immagini immortalate in istantanee indimenticabili.
Gli viene da sorridere, forse per il buffo gioco di parole, poi s’incupisce. La sua testa si fa leggera come un palloncino e inizia a ondeggiare fra le più discordanti emozioni. Per un attimo ha la visione di sé stesso, riesce a vedersi, sporco e maledetto come un Bukowski qualsiasi. Poi, di nuovo, si fa inspiegabilmente malinconico. Accarezza lo schermo con il dito, quanto dannatamente bella può essere quella lettera? Si sente stranamente in colpa e non sa di cosa. Decide infine di alzarsi e cercare pace sotto una doccia ghiacciata.

Dopo la purificazione della doccia esce di casa e inizia a camminare, per ore, sotto il sole cocente, senza una meta precisa. Arriva al mare e si mette a fissarlo, una leggera brezza salata gli solletica il naso. La spiaggia sfrigola di indolenza, coi bagnanti appisolati, distesi fra il giallo ed il blu, vecchi, giovani, bambini. Uomini, e donne ovviamente, coi corpi seminudi che brillano, lisci e abbronzati.
Quante storie da leggere su quella pelle esposta al sole. Gli torna in mente un ricordo di tanti anni fa, quando era appena un bambino e trascorreva le vacanze coi suoi genitori. Di quella donna, in spiaggia, poco distante da lui, quel suo gesto improvviso di allontanare lo slip dal pube per sistemarlo, la fugace e rapidissima visione del pelo scuro, segreto di donna, che trafigge gli occhi e il cuore di un uomo ancora acerbo.
Strani romanzi le femmine, spalancano le proprie pagine più intime all’improvviso, senza un vero perché. Maestre, assolute, nell’arte del colpo di scena.
Quando il cielo inizia ad arrossire il suo stomaco gli ricorda che non mangia da ieri pomeriggio. Sulla strada verso casa trova una pizzeria, uno di quei vecchi locali con innocue sedie di legno marrone.
Ordina una Capricciosa e si concentra su un’amichevole estiva trasmessa alla Tv. Per qualche istante la sua testa sembra libera, il suo respiro regolare, riesce anche a provare una strana forma di gioia innocente quando una delle due squadre segna un gol su punizione. La squadra con la maglia rossa, ovviamente.
L’arbitro fischia improvvisamente la fine del primo tempo, la tv trasmette un collegamento dallo studio in cui opinionisti e ex calciatori commentano la partita in corso. C’è una ragazza, seduta su uno sgabello decisamente alto, non si capisce se sia una valletta o una giornalista. La posa le solleva il piccolo vestito mostrando uno stacco di coscia che pare infinito. Il signor Innocenzi distoglie lo sguardo e incrocia il sorriso della cameriera, una tipa paffutella e graziosa, con le grosse tette strizzate in una polo bianca. In quel momento Guglielmo sente una scossa dentro, come un allarme vibrante, si sente quasi braccato e pensa che sta perdendo un sacco di tempo. Che sul balcone accanto al suo potrebbe esserci uno spettacolo che vale più di una finale di coppa del mondo.
Lascia la pizza a metà, paga il conto e si dirige a passo svelto verso il suo appartamento.
Quando entra in casa va subito verso la finestra ancora aperta, sbircia verso destra e vede qualcosa di assolutamente inaspettato, la sagoma di un corpo, completamente nudo, che fuma una specie di sigaretta beatamente poggiato alla balaustra.


[continua, ovviamente]

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