Rebeca cap.1 - Il primo consiglio di classe

Scritto da , il 2019-04-15, genere etero

Rebeca era una madre. Di due figli. A detta di tutti era una moglie fedele ed irreprensibile. Nessuno l'aveva mai vista in atteggiamenti sconvenienti od a lasciarsi andare a commenti spinti.
Per tutti era la madre integerrima di Felipe ed Isabela e nella scuola elementare e media di Gjion che frequentava anche mio figlio, ella era un modello di severità ed austerità. Questo era uno dei motivi che era valso a nominarla alla quasi unanimità come presidente del collegio dei genitori all'interno della scuola. In quella occasione aveva ricevuto solo tre voti contrari, uno dei quali era stato il mio.
Non mi ero preoccupato di ribadirglielo e questo mi era costato il suo odio iniziale.
Avevo scoperto quanto mi odiasse solo in un secondo momento, ovviamente dopo che eravamo finiti a letto in un modo piuttosto rocambolesco. Fino a quel momento Rebeca per me era rimasta una perbenista, inutilmente rigida che odiavo con tutto quanto me stesso.
Nella mia mente di genitore separato ella incarnava quel tipo di donna borghese, educata ed a tratti addirittura spocchiosa che nulla aveva a che fare con il mio modo di essere. Io ero un sostenitore di Podemos, lei era certamente una fan di Raoy. La sua aurea di perbenismo borghese, profondamente cattolico, mi infastidiva notevolmente ed i suoi atteggiamenti non contribuivano certamente ad accrescere la sua simpatia.
Essendo io l'unico suo oppositore, non avevo molto margine di successo. Tutti la osannavano ed a me non restavano che le briciole di quanto deciso da Rebeca, dalla sua vice Ana e dal consiglio di istituto delle mamme della scuola. Io le deridevo spesso definendole “le Vergini”, senza curarmi spesso di non essere udito da loro. Volevo impedire che avessero vita facile, ma la mia posizione era in netta minoranza e nel corso del primo anno di scuola di mio figlio non riuscii ad ottenere alcuna vittoria.
Odiavo il modo in cui Rebeca mi scrutava, dall'alto in basso, i suoi tailleur firmati, i suoi look da irreprensibile mogliettina ma allo stesso tempo quel suo modo di essere, quella sua fermezza, avevano su di me un effetto quasi eccitante.
Rebeca era riuscita con il suo modo di essere a stuzzicarmi intimamente ed a farmi provare una forma di desiderio che ritenevo sarebbe stato impossibile da soddisfare. In fondo non mi disse mai se lo avesse capito ma sono certo di sì. Era una donna intelligente, senza ombra di dubbio ed il mio comportamento fu trasparente nei suoi confronti. Dal primo al secondo anno passai dall'odio manifestato ad una sorta di intelligente ironia che ella in qualche modo apprezzò. Non eressi più delle barricate di fronte alle sue proposte ed in taluni casi la sostenni anche. Questo mi fece guadagnare il suo rispetto e fu il primo passo che condusse a quell'8 novembre in cui iniziò tutto.
A quel tempo lavoravo in un azienda in cui facevo i turni e siccome quella settimana riempivo il turno del mattino, non ebbi alcun tipo di problema a presenziare al consiglio dei genitori del pomeriggio. Era un consiglio ristretto. C'erano Rebeca, la sua vice Ana, il preside ed io. A metà riunione il preside dovette assentarsi per “inderogabili impegni” e restammo quindi in tre. Rebeca non si risparmiò di criticare il preside che, nonostante sapesse da tempo di quella riunione, aveva preferito non presenziare fino alla sua conclusione. Io la sostenni, criticandolo apertamente, seppur con cautela. Notai il suo assenso in un suo sguardo fugace, mentre non potei non notare il suo diniego di fronte alla comprensione che la sua storica alleata Ana mostrò nei confronti dell'uomo.
“Se aveva impegni poteva dirlo subito ed avremmo rimandato”, disse Rebeca.
“Sono d'accordo”, le risposi “Il tempo è anche nostro, non solo suo”.
Quando Ana disse:”Magari era un impegno importante....”, Rebeca la fulminò con lo sguardo. All'ordine del giorno c'erano delle decisioni importanti da prendere e nonostante fossero una formalità, vista la loro maggioranza schiacciante, andavano comunque discusse. Io avrei votato contro ad alcune ma Rebeca, Ana ed il Preside erano spesso d'accordo ed io avrei perso.
Quando la discussione su un punto in particolare si dilungò ed anche la sua amica Ana manifestò il bisogno di tornare a casa, Rebeca andò su tutte le furie. Io restai muto ad osservare il pittoresco litigio tra le due donne, alla fine del quale Ana prese le sue cose e abbandonò l'aula nella quale restammo solamente io e Rebeca in silenzio.
Fui io a spezzare la tensione dicendole:”Adesso potremmo restare qui per giorni senza prendere alcuna decisione. Siamo uno contro l'altra e sai benissimo che non cederò mai su questa cosa”.
Lei scoppiò a ridere e per la prima volta vidi un briciolo di umanità sotto l'immagine dura che aveva creato di sé. Le proposi di fare una pausa e di prendercela comoda ed andai a prendere due caffé che sorseggiammo in silenzio una volta che fui tornato nella stanza. In quegli attimi non potei non notare da un lato la sua agitazione per quanto era accaduto, dall'altro la sua sensualità. Era una femmina e, seppur glaciale, a mio parere piuttosto eccitante. Quel giorno indossava una gonna bianca con un maglione grigio, delle calze grigie e delle scarpe con il tacco bianche e nere. Quando era arrivata avevo vista che sopra portava un cappotto roso, elegante e certamente acquistato in un negozio di classe.
Quei suoi capelli tagliati alla altezza delle spalle e quel suo nasino leggermente all'insù, avevano su di me un effetto eccitante come pochi. Era irraggiungibile e solo quell'aspetto la rendeva ancor più attraente ai miei occhi. Scoprii successivamente che quell'aura di moglie perfetta, con un matrimonio perfetto ed una famiglia perfetta erano solo una facciata, una vetrata che ella utilizzava semplicemente per difendersi di fronte ad un mondo che in qualche modo non tollerava. Lei avrebbe voluto una vita così e non avendola lottava perché tutti pensassero che ella invece la possedeva.
Fu quel pomeriggio in cui tutto andò a rotoli, compresi quegli argomenti sui quali avremmo dovuto votare, che mandò in frantumi la sua stabilità e che fece crollare quella irreprensibile sicurezza di cui ella si vantava di fronte a tutti. Nel corso dei mesi successivi avrei ringraziato a lungo quel pomeriggio, l'impegno del Preside e la litigata con Ana, senza i quali la mia storia con Rebeca forse non sarebbe mai partita. Ma quella giornata per Rebeca era stata difficile anche a casa. Il marito aveva contributo a far crollare dentro di lei l'ennesimo muro e quando tutto era naufragato a quella riunione a cui ella teneva tanto, tutte le sue sicurezza vacillarono. Io entrai a piè pari tra queste sue insicurezze e mi mostrai un uomo diverso da quello che ella aveva pensato che fossi fino a quel momento.
Terminato il caffé restammo seduti attorno alla cattedra sulla quale ci eravamo precedentemente riuniti a parlare ed io scoprii una Rebeca che fino a quel momento non avevo mai intravisto dietro la sua corazza. A suo modo era una donna normale, anche simpatica e piena di ironia. Si lasciò andare come non lo aveva mai fatto in precedenza, né con me, né con altri. Non era una femme fatale, traditrice del marito ad ogni occasione, ma in quel momento lo diventò. Non mi disse mai il motivo, né tanto meno mi spiegò le motivazioni per cui iniziò proprio in quel giorno e proprio con me quel rapporto, ma così accadde ed io non potei che essergliene grato.
Fu quando, dopo al caffè, mentre eravamo seduti vicini, lei poggiò il gomito sulla scrivania e poi fermò la fronte sul proprio pugno, sconsolata e delusa, che cominciò tutto. Fu quando disse che quel giorno doveva andare per forza tutto male che io mi feci coraggio e, quasi inaspettatamente per come ero fatto, poggiai la mia mano sulla sua e quando ella sollevò il volto guardandomi, quasi incuriosita ma anche incredula, io le carezzai il volto con l'altra mano.
Fu la frase che le dissi a cambiare il tutto. Le dissi semplicemente che non tutto sarebbe andato male e che doveva stare tranquilla. C'ero io in quel momento e non era male. Niente frasi fatte, niente di che, semplicemente una frase “umana”.
Il bacio fu l'immediata conseguenza di quel momento e fu un bacio romantico ed appassionato. Fu un bacio in cui faticai a trattenere l'emozione, ma fu anche un bacio che dimostrò che nessuno dei due sapeva a cosa saremmo andati incontro. Baciandoci ci alzammo e ci abbracciammo, incuranti del luogo in cui eravamo e della possibilità, seppur remota, che qualcuno avrebbe potuto scoprirci. Scoprimmo velocemente i sapori delle rispettive bocche e le nostre lingue si cercarono velocemente. Le nostre mani cominciarono ad accarezzare i nostri corpi, correre lungo le nostre schiene, sfiorare i glutei, i seni, le anche ed i rispettivi sessi. Eravamo entrambi in preda ad una agitazione incontenibile e sconosciuta che con difficoltà riuscivamo a nascondere l’un l’altra.
“Lo vuoi veramente?”, le chiesi ad un certo punto fermandomi e scrutandola in viso.
“Non chiedermi niente, vai avanti!”, mi rispose semplicemente, senza aprire gli occhi, inebriata totalmente da quel momento.
Allora mi inginocchiai davanti a lei e le sollevai la gonna mentre lei si appoggiò all'indietro alla scrivania. Scoprii che sotto alla gonna indossava delle autoreggenti grigie. Feci risalire le mani lungo le sue gambe e la sentii ansimare. Quando le mani giunsero ai suoi fianchi, presi l’elastico degli slip neri che indossava e li abbassai, liberando il suo sesso, ricoperto da un ordinato ma fulvo pelo castano, davanti ai miei occhi. Quando gli slip caddero ai suoi piedi ed ella divaricò leggermente le gambe, io affondai la bocca contro al suo sesso. Volli assaggiarla in tutto e per tutto e la cosa ci eccitò moltissimo.
“Sei stupenda”, riuscii a dirle tra una leccata e l’altra.
“E tu sei fantastico”, mi rispose poggiandomi la sua mano sul capo ed ansimando mentre i suoi liquidi colavano lungo le mie guance.
Aveva un buon sapore ed era profumata. Non dovevano essere trascorse molte ore dall’ultima volta in cui si era fatta una doccia od un bagno. Dava l’impressione (ed il suo sesso lo confermava) di essere molto attenta all’igiene. Entrai dentro al suo sesso con la lingua senza però trascurare il suo clitoride, attorno al quale girai lentamente, sollecitandolo e trastullandolo.
Venne subito, lasciandomi quasi stupito per la velocità con cui giunse all’orgasmo che, compresi poi, non provava da tempo. Con la mano sul capo mi spinse il volto contro al suo sesso mentre lanciò qualche urletto di piacere.
Mi alzai davanti a lei e ci baciammo nuovamente. Quando si staccò dalla mia bocca e cominciò ad armeggiare con la cintura ed i bottoni dei miei jeans, mi disse: ”Cazzo, non so nemmeno cosa stiamo facendo, ma quanto ti voglio... prendimi, dai, dai!”.
Mi abbassò i pantaloni scoprendo il mio fallo già eretto. Mi chiesi dove avrebbe voluto essere presa ed ella lo capì subito. Allora si sedette sulla scrivania e poi si sdraiò totalmente su di essa, sollevando ed aprendo le cosce. Trovarmi di fronte la sua fica e le sue gambe spalancate, fu invitante, non lo nego. Tuttora, quando penso a quel momento, mi riscopro eccitato. Era tempo che desideravo di scoparla e mai avrei pensato che quel mio sogno si sarebbe messo in pratica. Men che meno in quel modo.
Mi avvicinai alla scrivania e dopo essermi poggiato con il mio membro contro al suo sesso, con un leggero colpetto entrai dentro di lei scoprendola morbida e burrosa. Rebeca era infoiata. Mi incitò subito a spingere dandomi l’impressione della donna che non provava quel tipo di emozione da un sacco di tempo. I suoi capelli ondeggiavano ad ogni spinta che le davo e quando ella apriva gli occhi, mi osservava a fondo senza mostrare la minima indecisione per quello che stava facendo. Portai le mani sulle sue tette, non troppo grosse, strizzandole attraverso il dolcevita che indossava.
Lei mugugnò sommessamente, inarcando leggermente la schiena.
Se le donne erano sempre state un mistero per me, Rebeca ne era la ennesima conferma.
“Speriamo non arrivi nessuno”, mi azzardai a dire.
“Non arriverà nessuno, non ti preoccupare”, mi disse lei con sicurezza “ne sono certa. Spingi! Spingi!”.
Riusciva a mescolare freddezza ed eccitazione allo stesso tempo ed a me quel suo modo di comportarsi eccitava un sacco. La osservavo incredulo per quanto stesse accadendo ma al tempo stesso soddisfatto per come avevo saputo creare dal nulla quella situazione.
Per quella volta finimmo abbastanza velocemente. Lei venne ancora qualche minuto dopo avermi incitato alla azione. Si sollevò leggermente poggiandosi sui gomiti e lasciò andare indietro la testa mentre un orgasmo violento le percorse il corpo. Sollevò le gambe che precedentemente aveva lasciato penzoloni, divaricandole. Io la presi per le cosce e mi spinsi ancora qualche volta dentro di lei, poi capii che non sarei più riuscito a trattenermi.
“Vengo! Vengo!”, le dissi. Poi la presi per i fianchi e la tirai vicino a me entrando del tutto dentro di lei. Tremai e senza chiedermi se mi avrebbe chiesto di uscire dal suo corpo, eiaculai completamente dentro al suo sesso.
A quel punto Rebeca lasciò cadere le gambe, penzoloni, dalla scrivania mentre io mi appoggiai con i palmi delle mani su di essa. Ansimavo ed avevo la schiena completamente bagnata di sudore. Quando uscii dal suo corpo, vidi un rigagnolo di sperma che fuoriuscì dal suo sesso, cadendo sul piano di formica. Si allungò e dalla borsa che era posata lì vicino, prese un fazzoletto con il quale, dopo essersi alzata, si pulì la passera e con il quale poi ripulì anche la scrivania.
“Resterà un segreto, vero?” mi chiese, senza voltarsi mentre si infilò li slip che era rimasto a terra.
“Puoi scommetterci”, le risposi.
“Una cosa tra noi soltanto?”.
“Come se fosse un segreto”, le risposi sorridendo.
Poi si sistemò i capelli e con la solita freddezza, si voltò e fece per andarsene.
Mi allungai e la presi per un polso, obbligandola a voltarsi.
In quel preciso momento capii che l’avrei scopata volentieri una seconda volta anche subito in quel preciso istante. Decisi però di non provarci. Per quel giorno era finita. La guardai in quegli occhi grigi e freddi e le dissi:”Avremo altri segreti da mantenere in futuro?”.
A quel punto ella sorrise.
“Avremo certamente altre riunioni. Poi vedremo”.
E se ne andò, lasciandomi con la speranza che l’incontro di quel giorno avrebbe avuto un seguito.

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