Buio rimpianto

Scritto da , il 2019-03-31, genere etero

Questa storia, ha avuto inizio circa vent’anni fa, allora frequentavo l’università, ero un interessato studente di storia moderna, avevo ventidue anni, l’Italia era nel periodo più luminoso del fascismo, le leggi razziali erano lontane ed io conobbi una ragazza unica.
In tutti questi anni, ne ho conosciute delle altre, molto belle, intelligenti, simpatiche, bruttine ma come lei, nessuna.
Badate, non la sto idealizzando ma possedeva un’innata libertà, una capacità di vivere la vita con gioia e spensieratezza, con dignità e responsabilità, che era impossibile non innamorarsene.
La primavera del 1934 era iniziata presto, quella mattina era seduta al terzo banco della seconda fila, entrambi attendevamo che l’esimio prof. Cannella, si accingesse ad iniziare la sua lezione su L’influenza balcana nelle cause della Grande guerra, quando voltandosi verso la mia parte, i nostri sguardi s’incrociarono, lei quasi distrattamente sorrise, un dolce sorriso eburneo, che m’incuriosì, ricambiai timido, poi ascoltammo in religioso silenzio la lezione.
Al termine, non riuscii a seguirla che con lo sguardo, mentre guadagnava l’uscita in solitudine, la calca m’impedì d’inseguirla e nessuno dei miei vicini mi fu d’aiuto per identificarla, questo provocò in me, un paradossale piacere, sembrava essere stata un angelo invisibile.
Per qualche giorno me ne dimenticai o almeno credevo di averlo fatto, sino a quando non la rividi. Stavo correndo lungo il viale che dalla facoltà di filosofia porta a quella di storia, quando la travolsi distrattamente, quando l’aiutai ad alzarsi da terra, mi fissava sconcertata.
“Scusami, sono mortificato, non ti sei fatta male, vero?” dissi preoccupato, lei si fissò le ginocchia, “Si, mi sono sbucciata, ma credo non sia niente di grave.”
“Mi spiace ma sono in terribile ritardo a lezione.” La guardai inebetito, così fu lei a presentarsi.
“Io sono Eva.” Mi porse la mano, allungai la mia per stringerla, “Marcello, piacere.”
“Non ci siamo già visti?”
“Si, alla lezione del prof. Cannella, mi hai sorriso ed io ho fatto altrettanto.”
“Ti ho messo in imbarazzo?” me lo chiese sorridendomi maliziosamente, risposi mentendo di no e lei se ne rese conto, mi spiegò che si divertiva a stupire, che detestava l’ipocrisia, le formalità, che amava i ragazzi, le sigarette ed il ballo.
Ero là che ascoltavo il suo discorso mentre camminavamo, dimentico della mia lezione, dell’ora tarda, ritornai alla realtà solo quando mi salutò, baciandomi sulla guancia.
Mi ritrovai alla fermata della circolare, senza sapere comici fossi arrivato, così tornai indietro, Lino mi aspettava davanti la facoltà, gli raccontai tutto.
I giorni seguenti, non riuscivo neppure a dormire, Eva era di continuo nella mia mente, ogni mattina speravo d’incontrarla, a casa regnava una situazione di tensione, avevo avuto delle discussioni con mio padre, riguardo alcune decisioni del Regime, che lui non aveva gradito e che invece io appoggiavo incondizionatamente, mio padre non era fascista, ma col tempo si era piuttosto ammorbidito, le cose andavano e lui era soddisfatto.
Io invece, ero stato fin d’adolescente un fervido sostenitore di Mussolini, nella mia stanza tenevo un quadro che lo raffigurava a cavallo nella tenuta di Villa Torlonia, all’università ero collaboratore dei Fasci Universitari, scrivevo loro i testi, letti durante le riunioni, più volte mi avevano chiesto di entrare a fare parte del gruppo dirigente, ma la mia timidezza mi consigliava di rimanere sullo sfondo.
Dopo circa una settimana, nella quale avevo creduto di non vederla più, me la ritrovai seduta accanto alla lezione del solito prof. Cannella.
La salutai, ansioso che la lezione avesse termine, per poterle parlare, avrei voluto raccontarle del Regime, delle sue aspirazioni e chissà quante altre.
Invece con mia grande delusione, Eva uscì senza quasi salutarmi abbracciata ad un ragazzo, non sapevo che fare, mi sentivo un idiota, cercai di tirarmi su andando a bere un bicchiere di vino con Lino, che mi consigliò di lasciare perdere, mi assicurò che non ne valeva la pena, troppo aggressiva, mi avrebbe creato solo problemi, anche in casa, il che non era da sottovalutare.
Pioveva, come non ricordavo da molto tempo, decisi che l’ombrello sarebbe servito nonostante la Balilla di Lino.
Durante il viaggio, parlammo della bonifica dell’Agro Pontino e della costruzione di Littoria e Sabaudia, ero entusiasta, un’altra grande prova di solidità del Regime e della lungimiranza del Duce, Lino mi ascoltava con curiosità apparente, ma sospettavo non fosse fascista, almeno non nell’accezione che intendevo io, anche se non aveva mai parole di biasimo per il Regime, ne tantomeno di plauso per i suoi detrattori, insomma nulla che facesse pensare ad un’avversità per l’Impero e poi era il mio migliore amico, ci conoscevamo dal ginnasio, dividevamo molti segreti, quei sospetti mi fecero vergognare di me stesso.
I miei pensieri mutarono, non appena vidi Eva passeggiare per il viale d’entrata, era sola, non aveva l’ombrello, feci segno a Lino d’accostare, si fermò, scesi e aprii l’ombrello.
Eva rimase sorpresa, ci salutammo, poi presi il coraggio a due mani e le chiesi chi fosse il ragazzo del giorno prima, i suoi occhi nocciola fissarono i miei, mentre continuavamo a camminare, poi si fermò e con uno slancio che non scorderò mai, mi baciò sulle labbra, fu un bacio breve ma intenso, soprattutto fu vero, come non avevo mai dato ad una ragazza, nonostante il tentativo di nasconderlo, lei se ne rese conto e con la malizia che le era propria, mi disse: “complimenti, per essere il primo bacio, sei stato bravo.” Cosicché rimasi contento seppur imbarazzato.
L’accompagnai in facoltà, avevamo lezioni diverse, non la vidi più per quel giorno.
Nel viaggio di ritorno, ne parlai con Lino, il quale mi confermò con la sua tesi, ma non era affatto facile, Eva ti prendeva e poi non avevo altre ragazze che m’interessavano, si, c’era Teresa, la figlia della signora Micheletti, l’amica di mia madre, mi faceva gli occhi dolci, ma a me non piaceva e poi non era neppure lontanamente interessante quanto Eva, lei era fuori del nostro tempo, aveva atteggiamenti talvolta sconvenienti, per una signorina, ma presto le donne sarebbero state così, forse.
Quella sera scrissi, per la prima volta mi sedetti di fronte la mia scrivania e scrissi le sensazioni che provavo in quei giorni, d’allora è un’abitudine, sentivo la necessità di confidarmi con me stesso, d’altra parte, mio padre era sempre impegnato con la banca, la mamma, aveva da fare con le amiche e l’organizzazione delle sue beneficenze per il Regime, che mettevano in luce tutta la famiglia, con buona pace di mio padre, che non amava questo tipo di pubblicità, per i motivi che ho già raccontato.
Qualche volta, avrei desiderato avere un fratello o una sorella, qualcuno col quale dividere la vita familiare, invece dopo la mia nascita, la mamma non aveva più potuto avere figli e così rimasi solo.
Lino era più che un amico, aveva una sorella, ma non legavano molto, aspettava con impazienza il giorno nel quale si sarebbe sposata, ero un’amicizia importante anche per lui.
I mesi trascorrevano senza che io me ne rendessi veramente conto, l’estate giunse quasi all’improvviso, la bicicletta tornò ad essere l’unico mezzo col quale andare all’università e a spasso per la città.
Lino aveva sostenuto già due esami, io solo uno e preparavo alacremente il secondo, continuavo a vedere Eva, ma non avevo chiarito nulla con lei, anche se avevo la netta sensazione che fosse lei che non voleva chiarire la situazione, faceva parte del suo modo d’essere, ci si vedeva, qualche volta si parlava per ore, ma non eravamo mai usciti di sera, ignoravo dove abitasse, quale lavoro facesse suo padre, ma non m’importava nulla, mi bastava assaporare la sua pelle profumata di sesso, baciare le sue labbra carnose, carezzare i suoi piccoli seni, per entrare in contatto con un mondo parallelo, abitato solo da noi, ogni tanto mi ponevo le domande che qualsiasi borghese si sarebbe posto, ma allontanavo da me questo pensiero, volevo godere di Eva, come lei di me.
Qualcosa cambiò con l’arrivo di un autunno freddo, anticipo di un inverno rigido.
Eva mi parlò dell’intenzione di abbandonare l’università, qualcosa nella sua famiglia era cambiato, avevano perso l’agio economico nel quale versavano e lasciare gli studi le sembrava l’unico mezzo per aiutare i suoi genitori, a loro ancora non l’aveva detto, ma era decisa nel portare avanti la sua idea.
Cercai di farla ragionare, arrivai ad offrirle il mio aiuto economico. Essendo figlio unico, avevo un conto bancario, nel quale mio padre versava mensilmente una somma dall’età di quindici anni, ma Eva rifiutò sdegnata, capii più tardi quanta offesa le avevo arrecato, lei era troppo indipendente.
Andammo avanti ancora qualche mese, io non sapevo se lei vedesse altri ragazzi, da quella volta alla lezione del prof Cannella, non l’avevo più vista con nessuno, certo parlava anche con altri, ma per lo più era sola, non c’erano uomini della sua età che potessero tenerle testa, era troppo avanti per tutti noi.
Prima di Natale, i nostri incontri si diradarono, poi un giorno mi diede appuntamento tramite un biglietto fattomi recapitare da un bidello, c’incontrammo fuori dell’università, erano le otto e pensai che non eravamo mai usciti di sera, era buio già da più di due ore, avevo studiato per tutto il pomeriggio, poi avevo inforcato la bicicletta e l’avevo raggiunta in un locale, mangiammo qualcosa, poi mi disse che i suoi erano partiti per cercare di sistemare i loro problemi, che quindi era sola in casa e voleva che andassi da lei, telefonai a Lino e gli chiesi di reggermi il gioco con i miei, poi telefonai a casa e avvertii che avrei dormito dal mio amico.
Abitava non distante dall’università, era un appartamento al secondo piano di una palazzina senza portiere, il che mi tranquillizzò sulle voci che sarebbero potute nascere se ci avessero visti insieme.
Salimmo senza fare rumore, entrammo e ci dirigemmo subito nella sua stanza, ci spogliammo. Era bella, i capelli neri a baschetto, il corpo magro e flessuoso come un giunco, la pelle scura, il ventre piatto. Facemmo l’amore, non era la prima volta, me ne resi conto, per me si, ma questa volta non disse nulla, prima di andarmene mi baciò e mi sorrise.
Fu l’ultima volta che la vidi, qualche giorno più tardi mi recapitarono una sua lettera. Mi spiegava che era partita per la Francia, che i suoi non potevano più stare in Italia, a Marsiglia aveva uno zio che li poteva aiutare.
Era stata felice di avere fatto l’amore con me e mi riteneva un marito ideale, ma lei non era fatta per il matrimonio, altrimenti non sarebbe mai partita.
Terminai gli studi tre anni più tardi, il Regime stava entrando nel suo periodo più buio, io stesso non compresi diverse scelte, nonostante tutto, partii come ufficiale per l’Africa, combattei per tre anni, poi fui fatto prigioniero, dopo la guerra fui liberato, cercai di rintracciare Eva, senza successo.
A Marsiglia, una signora disse di riconoscere nella foto che le mostravo, la signora Bolì, ormai a Parigi con la sua famiglia.
A me piace pensare che quella signora si sia sbagliata, che Eva sia rimasta libera come una rondine, ma forse arriva per tutti il momento di fare i conti col proprio tempo.
Ancora oggi, quando di notte mi capita di guardare le stelle, Eva mi torna in mente, come un buio rimpianto.

virgil.oldman@libero.it

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