Sinestesia

Scritto da , il 2019-03-14, genere sentimentali

Egli stava seduto comodamente sui divanetti in freddo acciaio, mentre beveva il solito infuso di viole e mirtilli, osservando il mare incresparsi sulla riva, durante uno dei suoi tipici mattini, troppo maturi per definirsi notte inoltrata, troppo acerbi per definirsi alba.
L'aria era frizzante, pungeva la pelle e spostava i suoi capelli ritti e crespi. L'orripilazione correva lungo le spalle e le braccia, abbracciando il corpo intero racchiuso in un brivido sospeso, lento e articolato.
Il mare sembrava quasi acceso, all'apparenza elettrico, tumultuoso.
Blaize era abituato al suono delle onde, poiché abitava abbastanza vicino da poter perfino apprezzare, per così dire, il viaggio delle goccioline sospese in aria fino a depositarsi sul mobilio del balcone, rovinandone irrimediabilmente i legni e le giunture.
Egli, tuttavia, non era solo bravo ad intuire il rumore delle onde al momento dell'incontro con la battigia. Egli sapeva riconoscere il suono della sua origine, in mare aperto.
Era un singulto cupo, quasi una vibrazione; L'acqua che si ritira, l'energia del vento e la corrente ascensionale giocavano sul pentagramma dell'atmosfera come un'orchestra muta. Egli lo vedeva, dunque, lo sentiva.
Optò per il vestiario abituale: giacca cobalto, camicia pervinca e un pantalone dal tono denim chiaro.
Entrò in macchina, una berlina carta da zucchero, avviò il motore e si diresse al parco.

Il cielo, ormai schiaritosi, illuminava tutto il visibile davanti a sé e pure intorno a sé.
Blaize seguiva il contorno della corsia di appartenenza con dedizione, curandosi di non strabordare con le quattro ruote, invadendo la corsia di senso opposto o, peggio ancora, il selciato ghiaioso.
Alla radio stavano mandando in onda un vecchio classico, “Roadhouse Blues” dei The Doors.
Il ritmo incalzante della canzone sembrava cozzare abbastanza con il paesaggio boschivo e i pensieri ruminanti di Blaize.
Eppure, in tutta quella dissonanza visiva e uditiva, il nostro guidatore riusciva a scorgere una profonda armonia.
Era difficile, in quel mondo asettico a tinte blu, poter distinguere armonie.
L'armonia, qualsiasi appassionato di musica confermerebbe, non si adatta bene all'omogeneità cromatica. Essa, piuttosto, ha bisogno di tratti a primo impatto distinti, contrapposti tra loro.
La bellezza sta dunque nel rendere quei tratti così lontani e diversi ben uniti, amalgamati.
La strofa aggressiva, vibrante ed energizzante cantata da Morrison si armonizza con l'indaco proiettato sul parabrezza dell'auto.
Il “Blues” incontra il blu proprio per contrapporsi ad esso.

Blaize arrestò la vettura, in corrispondenza dell'ingresso al parco. L'improvviso silenzio si fece strada accompagnato da timidi cinguettii e frusciare di rami al vento.
Con passo cadenzato oltrepassò il cancello e si ritrovò nel viale principale.
Gli alberi apparivano cianotici, all'ombra. Si ergevano mastodontici e sfrondavano con eleganza, organizzando una volta ordinata al di sopra del sentiero. Blaize portò gli occhi in su per ammirarne la perfetta simmetria.

“Chiudete gli occhi e immaginate un cerchio. Concentratevi solo ed esclusivamente sulle sue caratteristiche. Il centro esatto, il diametro, la circonferenza. La sua perfezione geometrica.
Ed ora al mio Tre, tutti insieme, rispondete ad alta voce alla seguente domanda: Di che colore è?”

Blaize stava seduto su una panchina a contemplare il giardino parzialmente coperto dall'ombra degli alberi. Faceva discretamente freddo, per essere ormai primavera.
Cerca l'armonia, si ripeteva in mente.
Era diventato il suo passatempo preferito. Chiuse gli occhi e provò ad armonizzare il rumore delle foglie trascinate dalla brezza con la sensazione pruriginosa dei capelli che sbattevano sulla fronte.
L'unico effetto che riuscì ad ottenere fu l'amplificazione del rumore e l'aumento del prurito.
Un fastidio per nulla armonico.
Immaginò il cerchio. Ancora e ancora.
La Volta immensa formata dalle fronde degli alberi.
Il profilo delle onde.
Il contorno delle tazzine da tè.
Le curve della sua auto.

“Di che colore è?”

L'immagine di un seno, ben proporzionato, con l'aureola al centro, illuminato da una luce fredda, quasi fosse di marmo.
Una smorfia si manifestò sul suo volto.
L'incontro tra due natiche, i cui limiti convergevano verso l'interno, verso il centro.
Un centro esatto attorno al quale disegnare una circonferenza perfetta, anch'essa fredda e asettica.

“Di che colore è il cerchio che vedi?”

Blu.

Blaize si ritrovò in una pozzanghera da lui stesso creata. Le mani premevano violentemente i bulbi oculari, tenuti chiusi stretti. La gola era dolorante. I muscoli laringei contratti e la mandibola serrata.
Lacrime azzurre scendevano lungo le guance, lasciando solchi freddi che a contatto col vento diventavano lame.

“Risposta esatta. Per chi di voi non si fosse reso conto poiché troppo impegnato a urlare, avete tutti detto 'Blu'.”
“Come mai, professore?”
“Gli esseri umani, diceva Vasilj Kandiskij, hanno diverse capacità. Una di queste è quella di fondere due aspetti totalmente diversi della propria esperienza sensibile in qualcosa di significativo.
E' possibile, ad esempio, fondere la Forma con il Colore. Quando abbiamo in mente pensieri che riguardano la profondità, la purezza, la totale perfezione geometrica, d'istinto immaginiamo il cerchio.
Ebbene, ciò che emotivamente si associa a tale profondità è il colore blu.
Il profondo abisso. Il maestoso cielo che tutto avvolge. Questa capacità è detta 'sinestesia'. Oggi ve ne ho concesso un piccolo assaggio. Sappiate, tuttavia, che alcune persone, i cosiddetti sinesteti, sono in grado di provare l'esperienza della sinestesia in modo autonomo, continuato, permanente”.

Ne sono affetti molti poeti e pittori.
Perfino Leonardo Da Vinci si pensa fosse affetto da Sinestesia.
Gli effetti allucinogeni dell'LSD riescono a riprodurre la sensazione in modo abbastanza fedele, sebbene in maniera transitoria.
Provate ad immaginare un mondo senza erotismo, senza spigolosità, senza leggerezza.
Un mondo senza istinti, senza calore, senza orizzonti.
Un mondo freddo, oscuro e dominato da una costante oppressione.
Sono quasi sicuro che conoscete questa sensazione, poiché anche adesso la provate oppure ricordate di averla provata in passato.

Il mondo di Blaize era un profondo ed oscuro abisso dove tutto era diventato monocromatico.
Quel dono tanto prezioso, quella sublime capacità sensoriale, era diventata una prigione invalicabile.
Esistevano altri colori? Esisteva la luce? Esisteva una superficie?


D'un tratto, il tatto.
All'improvviso, un viso.
Cosa è più forte? La vertigine mentre ci si sporge dalla sommità di un precipizio o il senso di claustrofobia guardando verso l'alto dal fondo di un abisso?
Blaize non perse tempo nel rispondere a questa domanda, poiché troppo impegnato a focalizzare il proprio sguardo sulla persona che aveva concesso lui una carezza.
Capelli biondi, accesi, leggiadri.
Un sorriso gentile e rassicurante.
Le foglie secche arancioni.
I raggi dorati penetrarono attraverso i rami degli alberi verdi e lucenti.

“Tutto bene? Mi sei sembrato triste.”
“Sto bene. Anzi, sto meglio.”

La donna riprese il suo cammino. La sua gonna rossa svolazzava seguendo la direzione del vento.
Le sue sinuosità si adagiavano alla seta degli abiti.
Il seno era rosa, caldo e accogliente.
Le natiche vive, ipnotiche, simmetriche e morbide.

Cadere in un abisso e riemergere da esso sono due esperienze egualmente intense e forti allo stesso livello. Stesso tipo di vento che batte sul corpo, stessa adrenalina, stesse palpitazioni.
Ciò che cambia è il punto in cui stai guardando, la forma e il colore che assume. Da un lato un fondo buio, dall'altro una luminosa via d'uscita.

“Light My fire” cantava Jim Morrison, mentre Blaize imboccava la via del ritorno, in pieno giorno.
Faceva caldo. Se ne compiacque.

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