Monologo di un detenuto

Scritto da , il 2018-12-10, genere pulp

Fuori sta piovendo, Torino non è certamente una città dove il sole splende per molti mesi l’anno ma a me tutto sommato non importa molto, perché sono un detenuto.
Sono nel carcere Le Vallette da circa due anni, quando ho saputo che qui c’era la possibilità di frequentare un corso di laurea, ho chiesto il trasferimento da Roma, dove tutto sommato avevo trovato il mio equilibrio, se mai se ne possa trovare uno qui dentro, ma l’idea di occupare il mio tempo per concretizzare un progetto unico per la mia situazione mi affascinava.
Il direttore è una persona per bene, lui stesso studia per ottenere la seconda laurea, qui ho l’opportunità di avere una cella singola, che mi permette di studiare e di avere quella riservatezza alla quale ogni detenuto aspira.
Ho scelto scienze politiche, l’alternativa era giurisprudenza e non avevo voglia di appesantire le mie giornate con una materia che mi perseguita da oltre dieci anni, cioè da quando fui processato e riconosciuto colpevole dell’omicidio di un uomo. Non starò a dirvi che sono innocente, non lo sono, quando ho premuto il grilletto di quella Beretta ero cosciente che la mia vita sarebbe cambiata, che stavo tracciando una riga fra ciò che ero stato e quello che sarei diventato.
Come molti di noi, avevo in testa l’idea di fuggire, nascondermi in qualche continente lontano e vivere una vita di sospetti e diffidenza, ma non ci sono riuscito, perché la Polizia mi catturò appena quarantotto ore più tardi e leggendo oggi i giornali mi dico che forse sono stato poco fortunato, ma adesso non ha più importanza, sono qui e ne uscirò solo nel 2016, di anni allora ne avrò quarantacinque e con una laurea o chissà forse due, perché il tempo non mi manca, potrei cercare di costruirmi una nuova vita, perché ho letto che l’aspettativa è sempre più alta, quindi uscito di qua potrei vivere ancora quarant’anni, abbastanza per costruire qualcosa d’importante.
Non mi sono presentato, sono Augusto, prima di tutto questo, lavoravo come impiegato in un’azienda cartiera, avevo una ragazza con la quale progettavamo un futuro tranquillo, dei genitori che mi avevano cresciuto con amore e serenità e un fratello più grande con il quale avevo un ottimo rapporto.
La mia posizione mi permetteva di appagare i miei interessi, ogni estate mi concedevo un viaggio, ho sempre amato conoscere nuovi luoghi, ero un ottimo lettore e un grande appassionato di cinema, avevo pochi ma buoni amici, nulla che lasciasse presagire che una notte di luglio potessi dare un calcio a tutto e piombare in un incubo senza fine.
Non voglio parlare del fatto, non servirebbe a niente, so solo che lo ricordo con lucidità e spesso la notte il volto di quell’uomo mi torna in mente, m’insegue nei sogni e mi fa sempre la stessa domanda: perché? La risposta l’ho cercata e continuo a cercarla, ma mi sto convincendo che non ci sia, che non può esserci, perché togliere la vita ad un uomo, volontariamente, ci scaraventa indietro di milioni di anni, così mi sono messo l’anima in pace, cercando di vivere con questo peso che spero gli anni possano alleviare.
Oggi sono un uomo solo, la mia famiglia vive a Roma, quindi non li vedo mai, ogni tanto mi scrivono, ma mio padre non se n’è fatta ancora una ragione, non mi pone più le domande che mi faceva sotto processo, ma quando lo vedo leggo nei suoi occhi quell’espressione incredula, che ha chi non sa dove si trovi e per quale motivo.
Mio fratello si è sposato, ha due figli ancora piccoli, che non sanno che io esisto, ho visto una loro foto, due gemellini graziosi come la moglie, anche la mia fidanzata adesso è sposata, mi spiace molto per lei, aveva investito in me, credeva nei miei progetti, nelle mie parole, fino a quella sera.
Qui ho fatto amicizia con gli altri ragazzi che frequentano il corso, veniamo da tutte le parti d’Italia, la domenica ci sfottiamo ascoltando le partite di calcio, durante la settimana ci confrontiamo su ciò che accade fuori da queste mura, illudendoci così di fare ancora parte di questa società, perché in fondo devi pur credere in qualcosa, altrimenti è meglio che la fai finita per sempre, qualcuno lo ha già fatto, a Roma, due celle avanti la mia, un giovane magrebino si è impiccato, i secondini lo hanno tirato giù, sono venuti il medico e il magistrato, poi è sceso il silenzio su tutto, di nuovo, come sempre, a nessuno importa cosa accade qui dentro.
Adesso vado, ho lezione.

virgil.oldman@libero.it

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