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Questo Bella non lo sa 4

Scritto da , il 2018-09-13, genere pulp

4. Se proprio devi legarmi fallo almeno con un filo che sia di tua invenzione.

Un silenzio innaturale riempie la cucina, dandole la sensazione di stare sognando mentre strofina i mobili dal grasso colato dal lavoro di frittura. Ad un tratto la raggiungono le voci, il silenzio era solo dentro lei distratta. Sente Gina e il Dasho parlottare quasi sottovoce e poi sibilare.
Sono giorni che li vede discutere ancora e ancora e si tormenta più e più volte su quale sia l'oggetto di tutte quelle ciarle.
“Te l'ho detto pure ieri parliamo della vendita del ristorante.”
“Non ci credo non è possibile che discutete sempre della stessa cosa e poi fai sempre in modo che io non vi senta.”
“Paranoie.”
“Ma perché mi fai passare per tonta?”
Ormai sono rimasti solo loro a fare la chiusura. Bella lo guarda negli occhi mezzi neri e mezzi grigi. Nelle mezze verità che svegliavano i sensi.
“Che? Sei ancora arrabbiata con me?”
Le ride in faccia come tutte le volte che è nervosa facendola arrabbiare più di quanto già non è.
“Ti ho detto che è per il locale che stavamo parlando.”
“Non è vero.”
“Basta su. Queste son stupidaggini.”
“E io ce l'ho con te lo stesso.”

Fuori ha preso a imperversare il temporale di quelli estivi che fanno sbuffare le persone, i corpi in fuga dagli uffici, le dita impastate di calce dai cantieri, le mamme e i bambini, tutti quelli che debbono bloccare le corse delle loro giornate per ripararsi sotto un arco, un ponte, un bar, qualunque cosa fino a che smette il temporale. È uno scoppio di lacrime e furore a bagnare il tramonto. All'ora di chiusura.
C'è un ricordo nello specchio, un riflesso nell'acciaio, inox, perfetto, immortale antigraffio, dei banchi del locale.
“Forse mi piace Gina lo ammetto.”
Bella stringe le labbra.
E glielo dice in faccia.
Nessuno perdona così, così quando è calda l'offesa e la vendetta è una voglia imminente. Nessuno bada a loro due adesso che dovrebbero occuparsi solo di chiudere e andar via. Batte il cuore a Bella e batte il cuore a chi sembra non averlo neppure. Lei allunga le mani su di un capello nero e poi su di un nastro bianco che cinge il collo a lui, di quelli che si usano in cucina per prevenir la cervicale. E tira e tira il capello fin quando lo stacca e tira il foulard fin quando è pronta a strangolarlo.
Non può essere la stessa persona che ha amato fino a ieri ma che sia o meno lo stesso essere umano lei ha intenzione di vendicarsi sulla pelle di questo che ha davanti.
“Se proprio devi legarmi fallo almeno con un filo che sia di tua
invenzione.”
Dice Dasho.
Nessuno può vedere loro, solo la pioggia che sbircia battendo sui vetri, come un battito cardiaco assiste i due amanti intenti nel loro lavoro, nell'intreccio di dita che non si toccano mai nel tessere la tela.
Attaccano, annidano e creano, senza nemmeno guardarsi, una kefyah viola che lui non leva mai e un foulard, uno straccio, un brandello di vecchio grembiule, un panno inzuppato strizzato per trasformarsi nel continuo di una corda. E si fa via via più lungo ma sempre bianco e nero il filo di un amore che sia di luce e buio, con tutti i loro stracci.
Lei per prima passa il nastro attorno ai polsi di lui e lo chiude in un nodo.
Più svelto lui con le dita ancora libere fa un giro attorno alla vita di lei.
E lei che si risveglia in una voglia felina gli fa passare la corda attorno ad una coscia. Stanno giocando a chi ferma per primo l'altro del tutto, a chi si prende il dominio in un gioco che è furbizia, sveltezza. Mai forza. Per essere ad armi pari.
Adesso lui raggiunge la caviglia di lei e l'aggroviglia ma lei è padrona dell'altro capo del filo che avvolge
alla gola lui. Lui che tenta di scattare in piedi ma lei ha già
fatto il nodo.
Nodo che fa tutt'uno la caviglia di lei ed il collo del marito.
L'uomo è in ginocchio e lei deve solo tirarlo a sé grazie a
quella caviglia per finire di levargli il respiro.
“Ultimi latrati famosi?”
Gli chiede trattenendo il sorriso a fatica nel vederlo a quel guinzaglio come se fosse un cane
E lui che si morde le labbra la guarda adesso dal basso più in alto.
Di vendetta si muore e di perdono si rinasce.
"Se adesso mi soffochi tu
muori con me perché mi ami."
La guarda a toccarsi sopra di lui, allungando il collo legato per aggiungere la lingua al movimento che fa sola con le dita.
Una mano per toccarsi e l'altra per sciogliere i fili.

Un attimo dopo è lei in ginocchio a stringer tra le labbra non più la sua gola ma il cazzo gonfio e duro di lui che si massaggia il collo maltrattato.
Sposta le mani sulle spalle di lei, graffia e stringe e preme con un ginocchio ai seni.

Quando la rovescia sopra quel banco d'inox e ritrova la propria immagine ha un attimo di orrore.
“Guarda che mi hai fatto.”
Se ne accorge dal riflesso dell'acciaio di un segno profondo e
scuro così vicino alla mandibola che il più castigato dei colletti
non gli nasconderà per giorni.
Lei non risponde, si morsica le labbra.



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