Erotici Racconti

Un gradito rimpianto

Scritto da , il 2018-05-16, genere etero

Come tutti i benedetti giorni Umberto si ripresentava presso la sua abitazione, dopo aver terminato la sua giornata di lavoro, vissuta all’interno di quell’incolore e di quella sbiadita succursale d’una polivalente ditta della piccola e scialba città di provincia, giacché all’imbrunire la tenera consorte, nondimeno massaia per scelta e per vocazione lo stava pacificamente aspettando, dato che lui avrebbe trovato come di consueto la tavola apparecchiata, la cena pronta, il volto sorridente e sereno di lei che gli avrebbe aperto la porta, tutto come sempre, visto che ogni cosa veniva ripetuta ed eseguita costantemente con quel soporifero metodo.

Lui conduceva e gestiva una vita senza grosse attese, assai ordinata, regolata e per di più tranquilla, insulsa e squallida come il cielo grigio che stendeva il suo velo triste su quella città, quasi per suggellare la fine d’una giornata come tante. Umberto abitava in campagna, qualche chilometro fuori dal centro cittadino e tutti i giorni percorreva in macchina lo stesso tragitto. Lui non provava sensazioni particolari mentre attraversava gli incroci, quando si fermava ai semafori, mentre guardava senza vederle le auto che affiancavano la sua con all’interno le persone dai volti inespressivi, spenti e vuoti come il suo.

La sua anima nel tempo si era come infiacchita, intorpidita, poiché pareva essersi narcotizzata, il suo mondo interiore era rimasto pressoché come congelato, immobile e inesistente, visto che quella vita troppo normale e regolare, priva sennonché di freschezza e di novità, era come se lo avesse inaridito e prosciugato dentro, frenando, reprimendo e soffocando i desideri, la fantasia, l’immaginazione e persino i sogni. Dentro il suo essere, infatti, non aleggiava l’ilarità né l’infelicità, ma unicamente una grande inattività e un perenne torpore che gl’impediva e gl’inibiva di provare sentimenti, giacché anche i suoi pensieri erano diventati banali, insignificanti e rallentati.

Nel suo intelletto lui mulinava e proiettava la scena come all’interno d’un multiforme lungometraggio, alcuni ambienti riguardanti avvenimenti della sua agguerrita e valente sfera operativa, altrimenti ideava fatti nella sua abitazione indagando di pronosticare gli alimenti del banchetto serale che avrebbe assaporato, però tutto senza dedizione, senza entusiasmo, ma con distacco e con un’indifferenza come se tutto ciò non lo riguardasse per nulla. Era come se quella vita anonima, insignificante e scialba non gli appartenesse, che non fosse nemmeno sua, frattanto quasi senza accorgersene, era uscito dalla caotica città e stava percorrendo la statale che in pochi minuti lo avrebbe condotto verso casa. C’era già una netta insufficienza di luce, la notte progrediva taciturna e repentina, di questo andare oltre un tornante trovò inaspettatamente una ragazza bloccata sul bordo del percorso nel proverbiale contegno di chi compie in modo celebre l’autostop con un gigantesco sacco, lui ciononostante senza ragionare, come se una forza misteriosa lo guidasse fermò all’improvviso l’autovettura accanto a quella fiorente signorina. Sì, era davvero una giovane ragazza, tenuto conto che avrà avuto poco più di vent’anni, visto che indossava una maglietta celeste aderente e scollata con un paio di jeans scoloriti e pure strappati. Subito dopo che vide la macchina ferma, la ragazza si mosse rapida muovendo le lunghe gambe e agitando le braccia verso di lui, Umberto s’accostò al finestrino e soltanto allora poté osservare bene squadrandole il volto. Era davvero bella, con i capelli castani, con due labbra rosse e carnose, i lineamenti armoniosi e morbidi. Lei rise a fior di labbra di sbieco dalla parte opposta, Umberto in quell’occasione spalancò la portiera, lei avanzò e in quell’attimo gli parve addirittura più allettante e attraente:

“Dove vai?” - chiese lei.

“Dipende. Tu dove hai intenzione di dirigerti?” - rispose lui.

“Non lo so di preciso. Io non ho una destinazione specifica, mi fermerò dove andrai tu. Il posto non importa, non mi sta a cuore, perché un posto vale l’altro. Sono tutti identici, spogli e desolati, proprio come questa vita di merda”.

“Ehi, che cos’è questo pessimismo, quest’avvilimento e questo completo scoraggiamento cosmico? Non è vero che tutti i posti sono uguali. E’ legato e in special modo parecchio è causato addirittura da tutto ciò che in conclusione si compie, dai soggetti che fai conoscenza, insomma deriva da un sacco di faccende e da varie sfumature che t’accadono tutt’intorno”.

Inaspettatamente lui si scopriva un filosofo, rivelandosi un luminare e un sapiente d’altri tempi risultando perfino saggio, poiché pareva come se quella ragazza con la sua bellezza e con il suo inatteso spirito d’avventura, con la sua tristezza e con la sua delusione per così dire esistenziale e vitale, avesse risvegliato e stuzzicato in lui la totale curiosità e l’immaginazione nascosta. Sembrava, infatti, che la quotidianità monotona e sempre uguale a sé stessa pareva aver assopito e avesse acceso in lui una luce nuova, ma che forse poi a tal punto di fresca data non era per niente, ma esisteva e viveva da sempre imboscata dentro di lui, e adesso d’incanto la riscopriva. Sì, lui la riscopriva denudandola in quel viso dolce e triste, a tratti un po’ ribelle e un po’ infantile attraverso quello sguardo indifeso, malinconico e sognatore, che pareva lanciare una sfida e una contesa al mondo. Quella, era in realtà la luce del desiderio d’evasione, della libertà dai vincoli e dai legami d’una vita piena di condizionamenti e di costrizioni, della ricerca di significati nuovi e più veri dell’esistenza stessa. Imprevedibilmente gli venne voglia d’avventura, di fuga, di spazi di libertà infiniti da colmare e da completare, di cieli azzurri dove galoppare e tuffarsi con la fantasia in modo sfrenato.

“Allora? Mi dai il permesso di salire nella tua automobile, oppure me ne devo andare?”.

“Dai entra, monta su, non aspettarti comunque che abbia in progetto di scarrozzarti per compiere il circuito del globo, perché la mia destinazione si trova là dietro, soltanto a due chilometri da questo luogo. Vedi quel casolare illuminato là in fondo?”. La giovane s’accomodò adiacente a lui e nel tempo in cui s’ordinò al meglio il sacco nel contempo farfugliò:

“Credo d’aver afferrato, perché pure tu sei in ugual modo come uno di quei numerosi individui soprannominati incastrati, immessi e inseriti nella società. Immagino persino che tu abbia il tuo nauseante incarico, che alla fine d’una monotona e uniforme giornata lavorativa rientri nella tua abitazione, laddove la tua sposa t’attende ogni sera immancabilmente sulla soglia di casa. Ecco, sì, già mi vedo correttamente la scena: la porta che s’apre, tua moglie che s’affaccia con un sorriso fotocopia di quello che ti fa ogni giorno, tu che la saluti e la baci sulla guancia come ogni sera. Un bacio involontario, direi meccanico però, senza passione, quasi un compito, un dovere, un impegno d’adempiere: com’è andata? Che cosa c’è per cena? Sei stanco? Quella rituale, sfibrata e stanca cantilena che si ripete ogni giorno”.

Nel frattempo Umberto aveva messo in moto l’autovettura e procedeva lentamente, perché non voleva che quell’incontro finisse così presto.

“Beh, a dire il vero in parte hai descritto e fotografato esaurientemente la mia vita. Dimmi una cosa, secondo te c’è di meglio? Tu, per esempio, come te la passi, come vivi? Sei felice facendo l’autostop e girovagando qua e là senza meta, senza alcuno scopo?”.

“Non lo so di preciso. E tu, dimmi, sei felice?”.

“A dire il vero, non lo so neppure io in maniera certa, credimi”.

Quella ragazza lo stava inspiegabilmente attraendo, misteriosamente incuriosendo, lo stava astrusamente interessando e sondando in modo stravagante sempre di più nel profondo, se non altro perché gl’imponeva e gl’intimava di compiere delle ponderazioni inedite, delle riflessioni nuove, lo metteva in discussione, in piena e in aperta questione. Lui non pensava che fosse giusto campare e sopravvivere in quel modo, perché lui non avrebbe mai abbandonato né rinunciato a ciò che si era faticosamente e tenacemente conquistato avendolo raggiunto con enormi sacrifici, un lavoro, una famiglia, le sue sicurezze, le sue certezze, piccole o grandi che fossero, però suscitava interrogativi e richieste sui valori e sui significati d’attribuire e da diffondere alle cose che facciamo abitualmente nella nostra vita quotidiana. Nel frattempo però, lo sguardo gli cadde sui piccoli seni che premevano contro la maglietta, sulla scollatura consistente che ne lasciava vedere una parte, sui capezzoli che imprimevano la loro forma sulla stoffa.

“Qual è il tuo nome?” - le manifestò lui in modo interessato.

“E’ proprio così essenziale? Potrei rivelarti qualsiasi nominativo, dato che non sapresti mai se è quello vero o un nome inventato”.

“Mi basta solamente un nome per chiamarti”.

“Bene, in tal caso sono Eva”.

“Eva, molto grazioso, precisamente come la prima donna”.

Eva si era spiccatamente accorta che l’occhiata famelica di Umberto cascava irrimediabilmente sui suoi seni e avvertì il suo desiderio diventare crescente.

“Scommetto in ugual modo, che tu sei uno di quelli che fa l’amore una volta alla settimana suppergiù nel giorno stabilito, magari il sabato, perché nei giorni di lavoro uno arriva a sera che è stanco e sfinito, così si va a letto presto”.

Umberto rimase per qualche istante in silenzio, a disagio, pressoché imbarazzato e di stucco per quella frase buttata lì in tal modo all’improvviso, ma che lo coglieva nettamente nel segno sbigottendolo e facendolo riflettere con dovizia.

“E scommetto anche, che entrambi scopate senz’entusiasmo né fantasia né slancio, di continuo nello stesso modo come in un film lungamente già visto”. Lei era molto diretta, franca e alquanto schietta nell’esprimere gli episodi comunicandoli ed esternandoli senza avere peli sulla lingua.

“E tu invece, dimmi un po’? Come scopi?”.

“Io? Sai, come capita, chi arriva per caso, quando mi va, come mi segnala e mi suggerisce l’impulso e l’istinto del momento. Io mi lascio trainare e trasportare dall’inclinazione e dai sentimenti. Io credo fermamente e saldamente che noi siamo fatti soprattutto d’istinto e di sentimenti, e realizziamo noi stessi quando li sappiamo assecondare e favorire nel modo migliore. C’è tanta gente demotivata, frustrata e infelice, perché ha l’angoscia, la paura e la tensione dei propri sentimenti e cerca di nasconderli lottando e scontrandosi continuamente contro di essi. E’ così che si diventa demoralizzati, depressi, incazzati e nevrotici. Vogliono cercare di controllarti, di gestirti e di governarti l’anima, ma questo è contro la vita, contro la natura”.

Nel momento in cui lei esponeva queste situazioni s’elettrizzò animandosi, tenuto conto che la sua voce si fece appassionata, decisa e persino vibrante, considerato che ormai sembrava un fiume in piena e proseguì nel raccontare, mentre Umberto ascoltava attento e concentrato in silenzio la sua individuale norma di vita.

“Io voglio essere sennonché l’unica padrona del mio cuore e di me stessa. Per questo, ho deciso di lasciare i miei genitori e d’aggirarmi per il mondo vagabondando e cercando di conoscerlo, incontrare gente, essere autonoma e libera di vivere come voglio io”.

“I tuoi genitori come l’hanno presa quest’insolita faccenda?”.

“Non l’hanno proprio presa, nel senso che da qualche tempo non c’era più dialogo, in quanto loro erano troppo dissonanti e diversi da me. Mio papà è un avvocato di professione, mia madre invece è una casalinga a tempo pieno. E’ gente tradizionalista, piena di formalismi, di preclusioni e di pregiudizi, non credere sai. Se io fossi rimasta con loro potevo di certo avere e ottenere tutto, una vita agiata, i soldi, una professione, ma a costo dell’emancipazione e dell’indipendenza, a prezzo di disfarmi della mia anima, smantellando la mia vita e alienandola del tutto. In quell’occasione, un giorno ho parlato con loro in maniera chiara, forse inattesa e pure incivile e sgraziata, frantumando e smembrando in tal modo tutti gli schemi, per il fatto che ho detto che me ne sarei andata per perseguire la fortuna, che ogni tanto mi sarei fatta viva, tenuto conto che non sarebbero dovuti stare in pensiero, perché io me la sarei cavata benissimo. Loro non sembravano molto angustiati né inviperiti né preoccupati, perché forse in cuor loro io ero un peso, questo dovuto sennonché alla loro mentalità bigotta, inadeguata e a tratti meschina. Sai che cosa ti dico? Secondo me, mia madre al mio papà, la fica non gliel’ha mai fatta vedere accuratamente, perché loro due sono stati capaci di scopare di continuo con le luci spente senza un gemito di piacere, senza un trasporto alcuno, perché così non sta bene, non si fa, mi capisci? Ormai sono tre mesi che me ne sono andata, io m’arrangio con quello che trovo, dato che c’è sempre qualcuno che t’aiuta e ti sorregge”.

Per un lungo istante tra di loro ci fu totale silenzio, ormai il cielo era quasi diventato completamente scuro sulla strada, in quanto apparivano le sciabolate di luce dei fari delle poche macchine che di tanto in tanto incrociavano.

“Io sono quasi arrivato Eva, abito laggiù” - mentre Umberto le indicò un gruppo di case illuminate sul ciglio della strada.

“Aspetta, rallenta, entra in quella stradina di là a sinistra” - esordì inaspettatamente lei.

Umberto ebbe un attimo d’indecisione e di tentennamento, perché era erudito perfettamente di tutto ciò che stava per subentrare, con tutto ciò non aveva idea se facesse bene, tuttavia rallentò, allora lei si voltò verso di lui:

“Non sarai pure tu un bigotto e un insicuro e per di più complessato, vero?”.

Era giunta l’ora, perché ne valeva la pena lasciarsi andare a un’inadempienza e a quell’inosservanza. Era equo e giusto cedere, capitolare e infine piegarsi per una volta all’istinto? Eva era davvero incantevole e benfatta, le piaceva, lui desiderava il suo corpo, il suo sesso, in tal modo svoltò nella stradina sterrata e la percorse per un centinaio di metri fermandosi ai margini d’un boschetto, il posto ideale. Ambedue si guardarono per qualche istante con calma. A dire il vero erano limpide e sincere quelle benefiche e insperate sensazioni che da qualche tempo non gli capitava più di provare, perché il cuore adesso batteva forte come un tamburo nel petto. Adesso o mai più, ripeteva in silenzio Umberto verso sé stesso, il suo cazzo già eretto trovava difficoltà ad alloggiare nei pantaloni, lei lo lasciava pacificamente agire, giacché s’abbandonò sul sedile chiudendo gli occhi.

“Sì, t’imploro, dai palpeggiami così, fammi sussultare, voglio godere, non resisto più, è vero”.

Umberto introdusse le dita sotto la maglietta, la ragazza uggiolava dal godimento e il suo respiro diventava sempre più affannoso, in seguito le sollevò interamente la maglietta fino al collo e s’inabissò nei suoi morbidi seni come ci si tuffa in un oceano invitante. Umberto li baciava con foga e con vera passione, per il fatto che in quel momento gli pareva d’essere realmente in cielo. Continuò così per alcuni minuti, poi percorse l’orlo delle mutandine, titubante e indeciso, lei in silenzio permetteva tutto, in quanto attendeva d’essere integralmente palpeggiata. Lui riservatamente entrò sotto quello slip, trovò quasi subito la morbida peluria e si soffermò per carezzarla, visitò la vagina che si schiudeva allo spostamento della sua mano permettendogli di trovare il clitoride già gonfio ed eccitato, mentre con il dito indice massaggiava quel bottoncino di carne, con il medio penetrò in quell’umida grotta della vagina esplorandola con una carnale e una voluttuosa curiosità.

Eva s’abbandonava nel frattempo interamente capitolando spontaneamente al tocco accorto e perspicace delle sue mani facendole perdere omogeneità, poiché lei gemeva sommessamente e si muoveva appena distesa sul sedile dell’autovettura, sennonché lui continuò a manipolarla sagacemente per alcuni minuti fino a farla cedere facendola venire di gusto. La sua corporatura era frattanto scossa da continui e vigorosi sobbalzi, lei si contrasse pienamente dal piacere provocato assumendo per un istante la posa d’una creatura pendente, agganciata e irrigidita da quella meravigliosa estasi che stava integralmente sperimentando, poi in ultimo s’afflosciò sul sedile appagata con un lungo e soave gemito di pienezza. Eva era lì, stordita e autonomamente spensierata, respirava adagio abbandonata con la testa reclinata sul sedile. Umberto adesso la squadrava, perché voleva ammirarne tutta la sua bellezza, visto che restò immobile per adocchiare il suo corpo nudo che giaceva davanti a lui lascivo, tenero e voglioso, totalmente esposto al suo sguardo apprezzandolo attentamente. Lei si lasciò osservare così, disadorna, disponibile e inerme, in quanto rimasero alcuni minuti senza parlare, poi Eva si scosse dal torpore, si sollevò e guardandolo con un sorriso gli sussurrò:

“Adesso spetta a me, dai vieni qui”.

Umberto si distese infervorato sul sedile, lasciando che Eva gli massaggiasse il cazzo imprigionato nei pantaloni, abbassò la cerniera e lì pronto apparve il poderoso fallo di Umberto che premeva per uscire, allora lei lo liberò rapidamente affrancandolo e svincolandolo da quella malaccetta e sgradita prigionia, visto che restò qualche istante a scrutare quel grosso palo di carne prima di digradare completamente su di lui. Con abilità e con perizia lei gli leccava accuratamente il frenulo con la punta rigida della lingua, mentre con la mano gli massaggiava lievemente i testicoli. Umberto farneticava, sragionava, gli sembrava d’essere in paradiso, visto che quelle forti, trascurate e travolgenti sensazioni scuotevano febbrilmente il suo corpo, per il fatto che da qualche tempo non provava più un simile piacere del genere.

Eva lo avvolgeva lentamente infagottandolo dentro la sua bocca appassionata, poiché era come se gli carezzasse intimamente appieno l’anima, successivamente passava la lingua lungo l’asta e sul glande, infine di nuovo lo faceva scomparire tutto nella sua cavità, successivamente incominciò a scorrere su e giù sempre più veloce, mentre il piacere gradualmente aumentava. In ultimo gli sembrò che s’aprisse una diga, dato che avvertiva quell’onda liquida che saliva fino a esplodere nella bocca di Eva, accompagnata da un piacere fisico che gli attraversava tutto il corpo, come una scossa intensa da fargli emettere un grido soffocato quasi di liberazione, poiché era una sensazione troppo forte per essere sopportata e sorretta per lungo tempo. Alla fine lui si lasciò andare sul sedile dandosi per vinto a quel risultato finale e cedendo alla sua magnifica opera, bagnato di sudore e spossato mentre Eva non si fermava, poiché dopo aver deglutito per intero il suo liquido seminale, insisteva a leccargli il pene che stava nel frattempo perdendo la sua originaria consistenza e iniziò a raccogliere con la lingua le residue gocce di sperma sul glande e lungo l’asta, visto che sembrava non voler smettere più. Lui sarebbe rimasto lì così per sempre, godendo delle straordinarie e favolose sensazioni di piacere che la bocca di Eva gli procurava, svagandosi con il suo sesso come una fanciulla esultante, poi lei si risollevò:

“Adesso è ora che tu vada a casa, tua moglie ti starà aspettando. Credimi, è la cosa più onesta e sincera che tu possa espletare”. Lei non aveva ancora finito di parlare, giacché aprì rapidamente lo sportello e uscì nel buio, si rivestì velocemente e scomparve come inghiottita interamente dalla notte.

Umberto rimase imbambolato e immobile al posto di guida, stordito e quasi incredulo per quell’inattesa e per di più insperata avventura che gli era capitata, si tirò su gli slip e i pantaloni ricomponendosi. Là di fuori s’intravedevano le forme scure degli alberi che frusciavano piano nel buio, l’aria era pulita e frizzante, respirò a pieni polmoni e si sentì contagiare universalmente da una percezione originale di floridezza, di libertà e di vivacità. Squadrò le scarse stelle che sfidavano l’oscurità con la loro luce timida e lontana, osservò la sua casa illuminata a poche centinaia di metri da lui, perché tra poco sarebbe ritornato alla naturale normalità, all’abitudine giornaliera di quel vivere.

Tra poco, la moglie gli avrebbe aperto la porta con il suo sorriso sempre uguale, lui avrebbe dimenticato Eva, dal momento che sarebbe sparita per sempre svanendo nella notte dei ricordi, lasciandogli addosso forse la nostalgia, la mancanza tenera e impossibile d’una vita che non esiste, inattuabile, che sovente non si trova.

In seguito salì in macchina, mentre il rombo del motore, come un brusco e sgarbato risveglio del mattino sembrò azzerare, invalidare e sopprimere tutti i suoi sogni.

{Idraulico anno 1999}









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