Erotici Racconti

In totale discrezionalità

Scritto da , il 2018-05-08, genere etero

“Allora, siete tutti d’accordo? Stasera si andrà alla Bussola” - esclamò Piero, il robusto e simpatico pistoiese che si era auto-nominato proclamandosi in ultimo come boss della banda dei festaioli alloggiati all’hotel, mentre noi ribadivamo in coro che eravamo tutti d’accordo con la sua richiesta.

“L’albergo è a quattro stelle, spero non vi faccia schifo, me lo auguro. Vi faccio altresì notare, che è situato proprio davanti ai celebri locali vicino alle Focette di Marina di Pietrasanta”.

Io e mia moglie, giacché siamo sposati da otto anni trascorriamo da sempre le vacanze estive in Versilia, essendo sua madre di Viareggio. Da quando ci siamo conosciuti anch’io ho imparato ad amare e a stimare progressivamente quei posti, come di consueto anche quest’anno siamo accurati e puntuali al nostro appuntamento estivo, stante che siamo arrivati poco prima di Ferragosto, dal momento che ho ottenuto le ferie prima del previsto e non abbiamo prenotato nelle abituali pensioni familiari, cosicché dopo aver girato come disperati e sventurati riceviamo finalmente una stanza all’Hotel Savoy. I prezzi sono da capogiro almeno per le nostre asciutte e magre finanze, però ormai siamo in ballo e ce ne freghiamo se svuoteremo il nostro limitato e piccolo conto corrente.

Piero il pistoiese è un furbacchione e conosce in sostanza tutti, perché i biglietti d’ingresso alla Bussola e le consumazioni sarebbero impensabili senza il suo benefico ausilio, totalmente irrealistiche e proibitive per noi, ma anche per le altre coppie del nostro gruppo, però niente paura, tenuto conto che Piero ci farà entrare come le altre volte dalle cucine del noto locale, dato che una bevanda alcolica ce la possiamo permettere, in tal modo la serata è garantita. Tra il pubblico ci sono diverse celebrità come di consueto con svariati gruppi di amici e di amiche, queste ultime poi sono delle sventole da sballo. Per farla breve mia moglie non sopporta né tollera in alcun modo le occhiate furtive che lancio alle ragazze poco vestite, cosicché mi pianta il muso delle grandi occasioni. E’ notte fonda quando rientriamo in albergo, per il fatto che il broncio di Annarita non fa intuire né presagire nulla di buono: ripensandoci bene devo ammettere che ha però ragione, ho esagerato comportandomi da screanzato e da villano, malgrado ciò non voglio ammetterlo, sennonché comprensibilmente litighiamo per l’accaduto. Il mare mi ha sempre reso esuberante e nervoso, alla fine per porre fine alla discussione che sta degenerando decido d’andare a prendere una boccata d’aria, salgo sulla mia automobile e imbocco il viale sul lungomare in direzione di Forte dei Marmi.

In quell’occasione c’è abbastanza animazione e un fitto viavai quando sono nei pressi di Cinquale, una frazione del comune di Montignoso poco prima di Marina di Massa Carrara. Al momento mi sto scocciando di girare a vuoto e cambio la direzione di marcia per tornarmene in albergo, faccio un’inversione e mi fermo nei pressi d’uno spiazzo davanti alla spiaggia. Scendo dalla macchina e mi siedo sul cofano per fumarmi l’ultima sigaretta, mentre osservo che sopra una panchina a pochi metri da me c’è seduta una ragazza. Prima al buio non l’avevo notata, mi pare che stia piangendo, perché il suo corpo minuto è scosso da continui singhiozzi:

“Signorina va tutto bene?” - le chiedo io avvicinandomi.

Lei non mi risponde, io le rinnovo la domanda e finalmente alza lo sguardo su di me. Squadrandola bene mi sembra la copia esatta di Audrey Hepburn, l’attrice dei film di “Vacanze Romane”, “Sabrina” e “Colazione da Tiffany”. E’ bruna, esile, con i capelli corti e due grandi occhi scuri, indossa una camicetta rosa senza maniche e una minigonna nera, avrà suppergiù una ventina d’anni, non di più, in seguito s’asciuga il naso con un fazzolettino appallottolato e mi fissa:

“Mi lasci stare per piacere, non ho bisogno di niente”. La sua voce però è tremolante, io non demordo, tant’è che insisto:

“Le è successo qualcosa? Non abbia paura. Posso aiutarla?”.

Per tutta risposta lei scoppia a piangere con dei singhiozzi che susciterebbero tenerezza perfino a una suora ospedaliera, siccome io non sono una suora, però mi sento con l’animo del buon samaritano e del sir lancillotto del lago messi insieme le porgo un fazzoletto e mi siedo accanto a lei sulla panchina. La ragazza getta a terra il suo fazzolettino ormai zuppo di lacrime e accetta il mio. Onestamente mi rendo conto che è meglio lasciarla sfogare senza parlarle, infine lentamente si calma. Io le offro una sigaretta, lei la prende mormorando un grazie e mentre le accosto l’accendino mi sfiora le dita. Vedo che i suoi occhioni scuri sono arrossati e gonfi, aspira boccate nervose dalla sigaretta, dal momento che si capisce subito che è una fumatrice occasionale, allora riprovo:

“Se la sente di parlare e di raccontarmi che cosa le è capitato?”.

Lei tira su con il naso facendo cenno di sì con la testa, evidentemente il mio aspetto e i miei modi la rincuorano, così comincia a parlare come un fiume in piena. Era uscita con il suo ragazzo conosciuto peraltro da pochi giorni sulla spiaggia di Viareggio, sono andati a ballare e dopo anziché riportarla a casa lui l’ha portata su d’un tratto di spiaggia libera verso la foce d’un fiumiciattolo, l’ha palpeggiata mettendole le mani addosso cercando di violentarla infine lei s’è dibattuta e ha urlato, in seguito poiché il giovane non la smetteva l’ha graffiato e l’altro le ha mollato un ceffone, scaraventandola successivamente giù dalla macchina ed è ripartito lasciandola da sola. Lei non ha ritrovato la borsetta che il farabutto ha scagliato lontano prima di andarsene, nel frattempo io mi offro d’accompagnarla per cercare di rintracciare la borsetta:

“Grazie davvero. Non ho molti soldi, ma là dentro ci sono i miei documenti, la patente di guida e le chiavi di casa” - mi risponde lei angosciata e demoralizzata.

Io vado a prendere la torcia che tengo sempre nel cruscotto della macchina e ci avviamo verso l’arenile pressoché deserto, faccio poche decine di metri e riacciuffo la borsetta: nel volo il suo contenuto si è sparso attorno, però progressivamente recuperiamo tutto. Adesso la ragazza è calma, io le ispiro fiducia e mi sorride. Lei è così tenera, indifesa e inerme, che mi suscita un mare di tenerezza e una gran voglia di stringerla al petto, eppure mi trattengo riconoscente del fatto che sono un cavaliere senza macchia, dato che non oso pensare come sarebbe se ritornassi da mia moglie con il volto graffiato dalle unghiate. Al presente guardo l’orologio: sono quasi le tre del mattino, torniamo allo spiazzo con la panchina e ci sediamo per fumarci un’altra sigaretta, in quell’istante ci presentiamo, lei si chiama Miriam e ha ventidue anni, in modo inatteso nota la mia fede nuziale:

“Sei sposato? Così giovane già sistemato?” - si stupisce la ragazza.

“Ho trentadue anni, ma sono già sposato da cinque anni” - le rispondo io con tutta franchezza. Miriam fa qualche commento brioso e spiritoso sul matrimonio, poi mi chiede:

“Dov’è tua moglie adesso?”.

Io sto per raccontarle una bugia, poi ci ripenso e decido di dichiararle la verità, lei si mette a ridere e mi prende in giro, il suo sorriso è contagioso e finisco per ridere allegramente anch’io:

“Forse è meglio che torni da tua moglie. Volevo domandarti questo: me lo daresti un passaggio fino a Viareggio?”.

“Hai ragione, dai vieni, sali su” - le agguanto la mano e l’accompagno alla mia macchina, eppure prima di salire lei mi guarda a lungo sussurrandomi:

“Sei un bravo ragazzo” - dandomi un bacio sulla guancia.

Per fortuna il buio non lascia intravedere l’improvviso rossore che m’avvampa alla svelta le guance, cosa rarissima per me. Finalmente partiamo, io guido molto lentamente e conversiamo, lei vive e abita a Viareggio, tuttavia non è una villeggiante come avevo pensato, in quanto si è appena diplomata al liceo artistico di Lucca:

“Perché non prendi l’Aurelia? Facciamo prima ad arrivare a casa mia” - mi suggerisce Miriam.

Io mi stupisco, perché conoscendo bene le strade della Versilia credo che allungheremo il percorso, sennonché svolto a sinistra e lascio il viale del mare, perché la strada che conduce alla statale si snoda tra la pineta e la campagna in quanto adesso è assolutamente buia.

“Ti dispiace se ci fermiamo un attimo?” - mi chiede Miriam, indicandomi un praticello circondato da alti e folti rovi:

“Devi fare la pipì o vuoi che andiamo a raccogliere le more?” - le chiedo sorridendo nel tempo in cui fermo la macchina:

“Dai, sciocco. Ho voglia d’essere un po’ coccolata, ecco tutto. Se non ti va puoi benissimo ripartire”.

Io non ci penso per niente ad andare via da quel posticino delizioso, giacché dopo quell’invito sono lusingato e perfino un po’ teso, in quanto non m’aspettavo che Miriam volesse appartarsi con me, almeno non subito dopo quello che l’era successo. Certo, lo ammetto, sono sincero, la ragazza mi piace moltissimo, tuttavia non avrei mai osato sperare in un’offerta così chiara e netta, o forse falsamente in cuor mio la desideravo, in ogni caso poiché avevo assunto i panni del buon samaritano e del cavaliere senza macchia né paura, non mi sarei mai permesso di fare un approccio né di guastare l’opinione che Miriam si era fatta su di me, in tal modo nel tempo in cui rivango tra questi pensieri la ragazza s’accosta e mi guarda, perché al momento ha un volto dolcissimo, quasi da madonnina. Io provo una tenerezza infinita, nello stesso momento però ho l’ennesima erezione di quella calda notte d’agosto, rapidamente l’abbraccio stringendola amorevolmente. I suoi capelli corti profumano di buono, la bacio sulla fronte e lei m’offre subito la bocca socchiusa, le sue labbra sono morbide e la sua lingua cerca la mia. In quell’attimo ci baciamo lungamente con delicatezza, intanto le slaccio i bottoncini della camicetta rosa e le tocco lievemente i piccoli seni sodi e già eretti. Lei affonda le dita nei miei capelli, io divento più audace e inizio ad accarezzarle le cosce, lentamente salgo con la mano sino a sfiorare il pizzo delle mutandine e Miriam mi bacia l’orecchio annunciandomi volutamente:

“Fa’ adagio, sono ancora vergine, ti prego” - mi sussurra lei senza malizia né scaltrezza.

“Sta’ tranquilla, non ti farò del male, te lo prometto” - la rassicuro io nel frattempo consolandola.

“Toccami però, sì toccami, perché ne ho tanta voglia” - mormora ancora la ragazza.

Io per gradi le abbasso le mutandine e inizio ad accarezzare il ventre e la morbida peluria scura del pube, il suo pancino piatto è teso, i suoi genitali sono congestionati, progressivamente glieli esploro con la mia solita curiosità, lei geme deliziosamente sotto il tocco delle mie dita e intanto m’abbassa la chiusura lampo dei jeans, avverto le sue lunghe dita affusolate che m’afferrano il pene duro e pulsante. Ambedue ci baciamo con una violenza selvaggia mordendoci le labbra e la lingua, mentre ci masturbiamo. Io capto distintamente bocca il sapore dolciastro del sangue, che temperamento ragazzi, in quanto mi rendo conto che Miriam non ha molta esperienza in fatto di effusioni: troppa furia, troppa voglia di godere subito, allora rallento i miei movimenti e l’invito con un gesto lieve a fare altrettanto:

“Dai, non fermarti, prosegui” - mi supplica lei accalorata più che mai.

Io mi rendo conto che il suo orgasmo è ormai vicino e velocemente la porto in paradiso, mentre lei gode mi morde la lingua stringendomi il pene con violenza fino a farmi male, dopo inizia un lamento prolungato che diventa un urlo quando è all’apice del godimento e si spegne in una specie di risata gorgogliante. Io continuo a sollecitarla con movimenti sempre più lenti fino a stringerle la fica con la mano aperta, lei è umida dei fluidi che abbondanti le colano dalla vagina, la bacio con tenerezza, le accarezzo tutto il corpo e la preparo per un’altra estasi. Mi chino in seguito su di lei, le bacio i seni, le succhio i capezzoli duri e infine affondo le mie labbra sulla sua fica gonfia e odoroso di sapori muschiati. La mia lingua assorbe quei nutrimenti, poi si sofferma sul clitoride, però improvvisamente Miriam ha un sussulto, in quanto giunge un altro orgasmo fulminante, poderoso e rapido, in quell’occasione le succhio le grandi labbra e me ne riempio la bocca, finalmente lei cade esausta sullo schienale ribaltato dell’automobile:

“Che bello, che meraviglia, non avevo mai provato nulla di simile” - continua a ripetermi lei incredula e sbigottita.

Improvvisamente si ricorda d’avere ancora saldamente in pugno il mio membro gonfio e pulsante dagli spasmi del desiderio, cosicché io le guido la mano insegnandole quello che piace a me. Sinceramente Miriam è un’allieva accomodante, docile e pronta, a un tratto mi sorprende baciandomi il pene e prendendolo goffamente in bocca, perché si stacca un attimo squadrandomi con quell’espressione tipica che assumono le donne durante un amplesso soddisfacente:

“Ti piace così?” - mi sussurra.

“Moltissimo” - le rispondo per non deluderla, dal momento che Miriam è sensibile e sembra leggermi nel pensiero:

“Sai, questa è la prima volta che lo prendo in bocca, non l’ho mai fatto prima d’ora”.

Io sono emozionato e alquanto intenerito dalla candida ingenuità della ragazza, per l’occasione le accarezzo i capelli e le guance, ancora una volta la guido, prima la mano, poi la testa e lei capisce al volo: Dio com’è bello adesso. La giro delicatamente su d'un fianco per poterla toccare agevolmente, mentre lei si occupa con visibile soddisfazione del mio amico, io parto dai seni, scendo sui fianchi e sulle natiche sode, con un dito le sfioro ripetutamente il buchetto del sedere, poi quando tento di penetrarla leggermente lei di colpo s’irrigidisce:

“Non temere, non ti farò del male. Lasciati solamente andare e non stare tesa”.

Io inumidisco il dito nella prima parte della vagina, ricca delle sue secrezioni e con estrema cautela lo infilo nello sfintere: attualmente so che prova un po’ di dolore, però resiste, poi quando ho guadagnato un paio di centimetri inizio un lento va e vieni con il dito premendole leggermente la parete che separa la vagina dal retto, dato che m’accorgo che adesso le piace, perché inarca il delizioso culetto inghiottendo un’altra porzione del dito. So che presto succederà qualcosa, così tento di concentrarmi al meglio per non eiaculare ritardando perciò l’amplesso finale, eppure è tutto inutile, Miriam sovreccitata per quello che le sto facendo sembra una furia e mi fa esplodere in un orgasmo spettacolare che le inonda la bocca di sperma, in quanto lo schizzo violento le fa mancare per un attimo il respiro e di colpo si blocca facendomi imprecare e sacramentare mentalmente:

“Continua con la mano, non ti fermare proprio adesso”.

Esattamente in quel momento tocca a lei decollare per un’altra estasi, tenuto conto che agita freneticamente il sederino e gode ridendo, poi quando l’ebbrezza si placa mi getta le braccia al collo e mi bacia, quasi per farmi capire che ha ingoiato tutto il mio seme per manifestarmi il suo totale appagamento. Restiamo stretti in quell’abbraccio e in quel bacio ansanti, dimenticando il tempo e tutto il resto del mondo.

“Mi dispiace, non sono stata brava e t’ho lasciato a metà strada” - mi sussurra. Io cerco di rassicurarla che è stato tutto bellissimo, ma lei insiste:

“Voglio farti godere ancora, ti prego. Dai cerchiamo di partire insieme”.

Quelle inattese e insperate parole mi animano caricandomi ed eccitandomi da morire, lei m’afferra il pene e dopo avermelo baciato ripetutamente inizia a masturbarmi con vigore:

“Più piano tesoro, fa’ con calma” - la invito io.

Con la mano libera Miriam m’accarezza i testicoli e me li stringe in modo assai gradevole, così quando m’ accorgo che sto lucidamente per sborrare, inizio anch’io a praticarle un sapiente e delicato ditalino:

“Forza cazzone mio, su, dai sborrami addosso, voglio farti godere tanto” - continua a ripetere accalorata ed euforica la ragazza aumentando notevolmente il ritmo.

“Godi anche tu, dai partiamo insieme” - le rispondo con io con la voce strozzata, in conclusione godiamo con un infrequente e per di più raro sincronismo assaporandoci appieno il culmine di quell’intimo piacere.

Quando tutto è finito ci abbattiamo esausti, placati e sazi, in un ennesimo abbraccio. Lei mi dice quanto sia stato bello, incantevole e vistoso, io le rispondo che è stato meraviglioso, davvero nobile e sublime. In quell’istante ci accarezziamo dappertutto, ci scambiamo numerosi e teneri bacini, ci mordicchiamo le orecchie. Io mi sento svuotato, piccolo e leggero, mi pare di potermi innalzare nell’aria, sono felice, sono fiero di me, mi sento fortunato e lieto d’aver appagato caldeggiando i sensi di questa deliziosa creatura dal viso angelico e dal temperamento di femmina, sì, decisamente ardimentoso d’averlo fatto senza averle squarciato l’ipocrita e il pudico velo della verginità, nel tempo in cui mi compiaccio con me stesso con la tipica vanità post coito del maschio, Miriam in maniera inattesa mormora qualcosa leggendomi quasi nel pensiero:

“Sai tesoro, devo confidarti una cosa. E’ stato così bello e tu sei così caro e dolce, che vorrei fossi tu il mio primo uomo, intendo il primo a sborrarmi dentro, capisci? Non adesso però né qui in macchina, perché vorrei che fosse una cosa speciale in un posto esclusivo. Vuoi?”. Certo che voglio rispondo io mentalmente.

“Miriam, davvero desideri intensamente che sia io il primo?”.

“Oh sì, voglio te, soltanto te. Tu sei così comprensivo, indulgente e tenero, poi sei proprio bravo, perché sono certa di potermi fidare e sono sicura che sarebbe stupendo, così com’è stato meraviglioso farlo con te stanotte”. Appresso però improvvisamente si ricorda annunciandomi:

“Come facciamo con tua moglie? Pensi di poterti liberare? Potremo vederci ancora?”. La sua voce è un po’ spaventata e tremante, io m’affretto rassicurandola manifestando la mia intenzione:

“Troverò un modo, sta’ tranquilla, fidati”.

Miriam mi sorride, lei è la mia piccola Audrey Hepburn. Io mi sciolgo come un pezzo di burro nella padella e non resisto alla tentazione di baciarla ancora. Accidenti, ma ho fatto sesso o mi sto innamorando seriosamente di questa ragazza? Quello che avverto, che colgo e che sento non è soltanto un desiderio carnale, è attenzione, passione e tenerezza assieme, è un sentimento viscerale che mi fa sentire caldo nel petto facendomi battere il cuore a mille, eppure non posso lasciarmi vincere da impulsi affettivi e premurosi così forti, in fondo l’ho conosciuta da poche ore, poi amo mia moglie, anche se non sono proprio un bell’esempio di dedizione né di fedeltà coniugale:

“Che cosa stai pensando?” - mi manifesta lei, distraendomi per qualche istante e scuotendomi rapidamente dai miei autocompiacimenti mentali. Io pensavo a te, a noi due, su come agire per rincontrarci ancora e al più presto. Non è proprio una bugia, perché conoscendomi so che nulla al mondo mi tratterrà dal rivederla. In lontananza un lieve chiarore si diffonde dalle Alpi Apuane, un gallo canta, in quanto è l’alba, guardo l’orologio, sono quasi le sei del mattino:

“Adesso dobbiamo andare piccola” - e ci ricomponiamo.

Venti minuti dopo la lascio a un paio d’isolati da dove alloggio. Adesso ho il suo nome, il suo indirizzo, il suo numero di telefono e lo stabilimento balneare che frequenta.

“Chiamami presto, ti prego” - mi comunica prima di lasciami.

“Ti telefonerò oggi stesso” - le assicuro io confortandola.

Un bacio fugace mentre la seguo con lo sguardo fino a quando svolta l’angolo agitando la mano per un ultimo saluto. Mancano pochi minuti alle sette del mattino quando rientro all’hotel Savoy le giovani e graziose cameriere stanno terminando le pulizie mattutine nel giardino antistante all’albergo, mentre m’osservano divertite ridendo tra di loro. Che cosa avranno da guardare mi chiedo, poi mi rendo conto che loro fissano con insistenza la patta dei miei pantaloni. Accidenti, ho la chiusura lampo dei jeans ancora abbassata, la tiro su con falsa noncuranza e m’avvio molto dignitosamente verso la mia camera.

Che cosa m’aspetterà? Come mi giustificherò con Annarita? Qualcosa m’inventerò, non è forse la mia specialità? Nel pomeriggio mi metterò in contatto con Miriam, mia moglie domani andrà a visitare i numerosi parenti di Viareggio come da tradizione, in quanto io ho sempre detestato e disapprovato quelle consuete e tediose visite, infine accompagnerò mia moglie di mattino e tornerò per prenderla nel tardo pomeriggio, così come gli scorsi anni, giacché avrò dieci ore circa di libertà tutte per me.

Sono più che certo che mi basteranno, per far diventare donna la mia piccola Audrey Hepburn viareggina, perché questa invece è un’altra storia.

{Idraulico anno 1999}



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