Erotici Racconti

Il nostro gioco

Scritto da , il 2018-05-07, genere etero

Io m’aspettavo persino la luna, le stelle e i contorni vari, che cretina che sono stata, scegliendo d’anteporre il commiato da te per trattenermi in tranquillità gustandomi appieno in completo isolamento la stagione autunnale nell’alloggio nascosto dentro quella boscaglia. Per dirla tutta non sembrava, finché non ci sei concretamente dentro, eppure qua è un vero esilio, un isolamento, a tratti la morte civile in persona, sì ecco, continuiamo così, facciamoci del male a più non posso. Per quanto concerne l’abbandono la sensazione è davvero perfetta, dal momento che mi ritrovo coinvolta in un silenzio cupo, direi pressoché tombale. Perfino il mio cane m’ignora, in quanto dorme beato davanti al fuoco e se lo chiami sposta soltanto un sopracciglio, non apre nemmeno gli occhi, neppure accenna a drizzare le orecchie, perché sembra imbalsamato. Lui fa finta di non sentire per timore che io gli dica d’uscire, eppure è l’unica anima viva nel raggio di cinque chilometri da me, mentre io sono solamente un’ottusa e cretina, per nulla pazza.

Fuori naturalmente piove, tenuto conto che fulmini e tuoni avrebbero creato un’atmosfera un po’ noir e per di più tenebrosa generando una tensione insolita, un brivido strano. No, in verità è solamente una pioggia fitta e incessante, un muro d’acqua omogeneo lungo da qui fino al mare. Una noiosissima pioggia autunnale, visto che io non so più tremare, in quanto l’umidità sulla superficie del vetro sta velando anche l’infisso, in tal modo passo la mano per ritrovare la trasparenza, ma oltre il vetro c’è un’oscurità densa tale che non fa indovinare alcun orizzonte. Riesco a malapena a vedere il selciato intorno alla casa, un principio di prato, con la sagoma incerta dell’albero del melo, indago cercando d’adeguare le pupille per l’assenza di luce per esaminare le alture là in lontananza, malgrado ciò non individuo nulla. Accidenti pure a me, a quel giorno e alle mie manie campestri spropositate del cazzo, poiché Giuliano me l’aveva riferito:

“Non arriveremo prima di domenica alle undici. Dici seriamente? Perché vuoi andarci da sola? Correrai il rischio di suicidarti per la malinconia”.

“Mi prendi in giro? E da tanto che aspetto questo momento, suppongo che sarà incantevole e suggestivo. La macchia della boscaglia lassù apparirà presentandosi come un’esplosione multiforme di tinte e le ore notturne saranno favolose, dal momento che in seguito io farò da mangiare, mi rilasserò, mediterò e trarrò beneficio dalle fiamme del caminetto acceso” - ribattei io peraltro entusiasta, gioiosa e sorridente.

Io sono cretina, masochista e persino sciocca, in fondo, dentro casa c’è un calduccio gradevole da permettermi di restare senza calze né scarpe. E’ inutile che me la racconti cercando appigli e pretesti particolari, questa è una di quelle situazioni da cui si viene a capo unicamente con un’estenuante, una fiaccante e una voluttuosa maratona di sesso, la disamina del piacere, la rassegna della carnalità, la sagra dell’ardore, tutto compiuto in una notte per l’appunto. Al presente posso solamente rintronarmi bevendo, che cos’altro altrimenti? Naturalmente in questo cavolo di casa sperduta nel bosco non mancano di certo gli apribottiglie, in quell’istante acciuffo sennonché una bottiglia a casaccio impolverata che il mio fidanzato aveva portato tempo addietro e scopro che è un pregiato Nebbiolo invecchiato di tre anni. Lo stappo con cautela, il vino cade nel bicchiere, mentre osservo che la luce del camino ne esalta ravvivandone i suoi sontuosi riflessi rossi, intanto che dondolo lentamente il sedere e una voce, sì, perché quella voce mi riferisce che sono affascinante e benfatta. Io non sarò mai tua amica, tu volevi un gran finale: il carnivoro propone alla sua vittima un menù senza carne, perché la parte della vittima puoi mettertela dove dico io, caro signor coordinatore.

Nel frattempo avvicino il bicchiere al viso e aspiro il suo poderoso aroma. Al naso è coinvolgente e intrigante, cosiffatto sbarro le pupille e riassaporo inspirando le qualità aromatiche della tua epidermide, quelle acute, incolte e penetranti del tuo cazzo per la precisione. E’ uno spasimo schietto, è fluido e limpido, convertendo l’intelletto in un notevole mucchio confuso e indefinito. Dopo li riapro, allo sguardo quel vino è d’un colore rosso che ti domina, luminoso con dei riflessi marcati difficili da scordare. Dentro il palato è marcato, persistente e vivo, graduale nel darsi, tuttavia il tempo non mi manca di certo, perché ne ho a disposizione un’infinità. Lì, in quell’istante, io rivedo il tuo sorriso fortemente predatore, la maschera utile alla sopravvivenza quotidiana e dentro quell’immagine la disillusione del tuo io che non sa credere, in quel momento ristudio i tuoi occhi profondi e scuri come quello che viene dopo: il buio, il nulla. Io t’invidio per quello che t’ho regalato, bevo un sorso, il gusto è marcato, è articolato, energico, infinito, accattivante e pronto per conquistare e per incantare, sì, precisamente così come il nostro appassionato passatempo, che non decadeva in nessun caso per requisito né per dileggio né per partecipazione, tanto da sembrare un’equivalenza prescelta, a me però, sì, scusa: sembrava solamente a me.

Tu sei dunque l’organizzatore, quello delle strategie e delle tattiche mirate, quello che riesce sempre a dissimulare mimetizzando le proprie intenzioni, i nascosti intenti, quello che irrompe addentrandosi nelle cose soltanto se sa molto prima come uscirne. Un altro sorso invade la bocca in modo attenuato, perché dona la percezione di offrirsi maggiormente con superiore entusiasmo, aggiungo io senza dubbio alcuno. Quella sapidità avvolgente che percorre la lingua senza mai smettere d’imporsi al palato, visto che erode scanalando in profondità le sue essenze. Io schiocco in conclusione la lingua sul palato, giacché è un gesto che mi piace, in quanto ricorda la golosità, la leccornia e la voglia: Dio com’ero ghiotta e insaziabile: sovente te lo succhiavo per ore meravigliandoti.

“Che fortuna che mi ritrovo: sei una gran succhia cazzi, sì, la mia succhia cazzi preferita che mi fa sragionare, solamente mia però” - mi ribadivi tu ogni volta accalorato e galvanizzato più che mai.

Tu non hai mai saputo opporti né resistere ai luoghi comuni dell’eros, tu volevi solamente una preda, un trofeo di caccia d’appendere sul camino agganciandola per millanteria, nelle sere in cui resti a far la guardia davanti a un focolare ormai spento, sì, perché è chiaro che non ti bastano i tuoi sogni a occhi aperti, no, tu devi mettere in atto il cinema. Ancora un sorso, l’ultimo che il bicchiere contiene, lasciando che la mucosa del palato s’impregni adeguatamente. E’ comunicativo, morbido, rotondo, non ha nessun cedimento, mentre il calore lo rende avvolgente smussandone in ultimo gli eventuali toni duri. Il finale è lunghissimo con quei ritorni coerenti e conformi all’olfatto.

Io in quell’occasione, giacché tu m’appari lì davanti, ti tenevo il cazzo tra le mani mentre tu sborravi di gusto rantolando e dimenandoti, intanto che mi facevo eiaculare placidamente sulle tette così come piace a te, giacché mi piace molto ammirare attentamente il maschio che sborra, pronunciando infine il mio nome. A differenza delle mie amiche, che loro sostengono dichiarando che è qualcosa d’indecente, di sozzo e di spregevole, io viceversa, manifesto che mi dà un gran gusto accogliere il tuo candido seme sulla pancia, sulla fica e dove capita. Al momento nella stanza s’avverte spiccatamente e tipicamente l’essenza odorosa del sesso, quello degli amanti, il liquido nel frattempo scivola nel calice e assume dei riflessi color granata, perché ha respirato abbastanza ed è levigato, quasi principesco, vistoso.

Nel frattempo io svuoto il bicchiere. Io volevo che tu m’inculassi, che mi scopassi per bene come si deve, malgrado ciò tu mi hai soltanto preso per il culo. A dire il vero non sono nemmeno sicura che tu conosca la tangibile differenza né la palpabile difformità. Finirà questa bottiglia, ne sono certa, finirà senza dubbio pure quest’autunno.

{Idraulico anno 1999}



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