Erotici Racconti

Smarrito e senza vitalità

Scritto da , il 2018-05-06, genere tradimenti

Io guardavo a lungo quelle lacrime che rigavano il suo viso, mi rendevo perfettamente conto che stava subendo un brutto e sgradevole momento, tenuto conto che le crollava in quel frangente il mondo addosso, ma era inevitabile e irreparabile che finisse in quel modo, perché la fiducia, la speranza e in ultimo la stima concentrata e benevolmente riposta in quella ragazza, era miseramente e penosamente giustappunto crollata la sera prima. L’idea di farle una sorpresa, infatti, andando a casa sua senz’avvisarla, in realtà era stata la mia credenza più futile, insulsa e salottiera che potessi compiere. In quel momento io avevo voglia di stare con lei, perché era tutto il giorno che mi girava per la testa la visione, l’intenzione e il profondo desiderio del suo corpo fremente sotto il mio, con tutte le apparenti e le visibili conseguenze di quegli esiti naturali che sarebbero in ultimo sopraggiunti.

Sul posto di lavoro, pur sforzandomi, non riuscivo a rimanere concentrato, mi perdevo in voli approssimativi e improvvisati, in quanto il traguardo finale era sempre lei, solamente lei. In questo modo, appena uscito dall’ufficio, comprai un mazzo di fiori e m’avviai direttamente verso casa sua per spartire con lei le mie angustie e i miei turbamenti quotidiani. La sua finestra era al piano terra di quell’appartamento, così per gioco non bussai e andai direttamente là davanti per eseguire le facce comiche e spassose sul vetro: Immaginate soltanto adesso il mio stupore, quando la vidi seminuda abbracciata e stretta al corpo d’un altro ragazzo. In quella circostanza io rimasi lì come un citrullo, palesemente irrigidito e totalmente neutralizzato da quell’inattesa e insospettata situazione, francamente bloccato squadrando irreparabilmente quello che avveniva là dentro quella stanza. Il primo pensiero in origine fu d’aver sbagliato casa, poi finestra, infine ragazza, malauguratamente però tutto coincideva. Io osservavo alquanto sgomento e apertamente turbato la mia ragazza spogliarsi e lasciarsi andare sotto le mani di quello sconosciuto, perché riconoscevo il suo corpo man mano che si denudava e soprattutto distinguevo quell’espressione erotica sulla sua faccia ogni volta che s’accingeva per fare l’amore.

In quell’occasione mi sembrava di vedere la scena d’un film: io ero uno spettatore nascosto d’un lungometraggio porno, mentre le luci leggermente velate giocavano creando figure d’ogni sorta nel vedere lei nuda e lui del tutto scoperto. Quando i loro corpi frementi s’unirono i fiori mi caddero dalle mani, così come sprofondarono i miei sogni irrimediabilmente infranti e per sempre spezzati per quello scenario al quale assistevo. Io ripensai ai nostri momenti di passione e in modo autolesionista li accostai speditamente paragonandoli con quelli del momento. Il dispiacere, la sofferenza e il tormento salivano sollecitamente così come i loro gemiti, giacché vedevo i movimenti sempre più decisi e definiti, guardavo agghiacciato e atterrito il corpo della mia ragazza aperta al massimo del piacere, le carezze sempre più voluttuose, i baci sempre più intensi, in quell’istante completamente avvilito e radicalmente demoralizzato me ne andai.

Quella notte fu atrocemente ed enormemente lunga, una notte zeppa di concetti, di pensieri e gremita di riflessioni, una ricerca continua, minuziosa e stracarica di malintesi e di scusanti per lei, traboccante di colpe e di errori per me. La luce del mattino mi ritrovò che stavo ancora pensando, ero distintamente spogliato e svuotato dentro come tutte le persone che allontanano dissipando radicalmente tutti i motivi di credere, in quell’occasione restai a letto e non andai a lavorare. Guardandomi allo specchio sembravo un morto vivente, tenuto conto che lo sguardo era inespressivo, scialbo e spento, gli occhi gonfi e la barba incolta. Mi squadravo attraverso quello specchio e ancora una volta cercavo rovistando mille giustificazioni, che però ancora una volta non trovavo. Io ero un tradizionalista, in principio di natura fedele, preciso e premuroso, ma dovunque girassi il coltello la lama era sempre e di continuo rivolta verso il mio cuore.

A quel punto riguardai i miei occhi allo specchio, li vidi svuotati, privi di passione, inerti e inoperosi verso il futuro ed ebbi in quel preciso istante un gesto istintivo e spontaneo d’insurrezione e di profonda ribellione: pensai che Patrizia, la sua migliore amica sarebbe stata da sempre interessata a me, perché tempo addietro me l’aveva fatto capire in mille modi a volte anche sfacciatamente senza tanti fronzoli. La chiamai dicendole se avesse avuto piacere di venire a casa mia quella sera, per festeggiare un avvenimento particolare, in quanto sarei stato ben felice e lieto d’accoglierla. Quando lei mi chiese chi partecipasse alla festa, io le risposi con una voce che non ammetteva evenienze né possibilità d’incomprensioni né d’ulteriori malintesi:

“Il festeggiamento è solamente per te. A dire il vero ci fu un attimo di silenzio, poi un sospiro soffocato che annunciava la sua gradita presenza:

“Sì, va bene, dimmi per che ora?”. Il tempo di spiegarle i dettagli e farle un’ultima battuta:

“T’aspetterò provocante e seducente, solamente come tu sai essere, quando vuoi, il posto lo conosci”.

Io chiusi la conversazione e senz’aspettare alcuna risposta chiamai la mia ragazza.

“Gioia mia, t’attenderò in casa più o meno alle dieci, tu entra in segretezza e vieni in camera senza farti sentire, perché ho una magnifica e spettacolare sorpresa solamente per te”.

Io la convinsi a eseguire quello che dicevo, alludendo e insinuando una sorpresa incredibile e mirabolante. La vendetta in questo momento era cominciata. Patrizia arrivò puntuale alle ventuno, era splendidamente sensuale con indosso un vestito rosso leggermente trasparente, i seni liberi che spingevano prepotentemente contro la stoffa. S’intravedeva un piccolo slip, probabilmente un perizoma, visto che accarezzarle la pelle, le natiche chiaramente libere, per il fatto che questo bastava già per farmi indurire il cazzo. La sua bocca carnosa era un invito innegabile e lampante per i miei pensieri, visto che scaturiva sesso in ogni parte, nonostante la guardassi era veramente piacevole: il suo modo di parlare, di muoversi e di camminare era un erotismo allo stato puro. Nonostante ciò, non mi era mai piaciuta realmente a fondo, perché Susi, la mia ragazza, era molto meno provocante e probabilmente anche meno bella, però sino la sera prima aveva il fascino dell’animo e dello spirito incontaminato perlomeno per me. Quando guardavo Susi vedevo la madre dei miei figli, la compagna con cui invecchiare, non vedevo soltanto sesso, ma affetto, amore e presenza.

Pensando a tutte queste sfumature il dispiacere e la rabbia m’assalì di nuovo, cominciai a comunicare con un tono di voce mieloso, rauco e sensuale, non la feci mai sedere, perché volevo che capisse fin da subito che avrei voluto scoparla lì. Guardai l’orologio, erano le nove e quaranta, m’avvicinai, posai le mie mani sui suoi seni e nello stesso tempo le diedi un bacio infuocato e persino rabbioso. Le alzai la gonna andando direttamente sul piccolo lembo di stoffa a difesa del suo pube, spinsi forte sul suo monte di Venere e subito dopo entrai con le dita per cercare il suo miele: lei era certamente pronta per farmi entrare dentro di lei. L’entrata decisa delle dita le fece piegare le ginocchia, visto che un gemito soffocato nella mia bocca fu l’unica resistenza che trovai, così afferrai la sua mano facendogliela appoggiare sulla cerniera dei pantaloni, giacché il gonfiore che avvertiva era tutto un programma.

Nel momento in cui le mie dita violavano il suo fiore, sentii la cerniera scendere e il mio cazzo fu stretto da una mano calda. Patrizia cominciò a muoverla per tutta la lunghezza del mio membro donandomi brividi di piacere estremi, poi sapere che a momenti Susi sarebbe entrata e avrebbe visto la sua amica scopare con me, mi donava nel contempo un eccitamento anomalo, insolito e a tratti pazzesco. Cattiveria, crudeltà, durezza e sadismo: forse erano le parole di quella giusta miscela, tuttavia erano dei termini che fino alla sera prima non avevano mai fatto parte di me. A quel punto spostai Patrizia portandola al centro della stanza, là accanto c’era un tavolo vecchio ricoperto con un drappo verde, il suo vestito rosso contrastava con quell’arredamento: io l’invitai a sedersi sopra e misi le mie gambe tra le sue, feci scendere le spalline del vestito e misi in libertà i seni, giacché quei capezzoli tesi erano il segno visivo e innegabile del suo eccitamento. Il vestito sollevato sui fianchi metteva in mostra le gambe abbronzate, il perizoma rosso con gli orli ricamati era veramente uno spettacolo, tuttavia resistette soltanto il tempo d’essere strappato dal mio desiderio.

Io la guardai negli occhi e m’immersi nella sua passionale e pelosissima fica entrando facilmente dentro di lei: le sue gambe s’attorcigliarono attorno alla mia schiena e iniziarono a darmi calci focosi quando io mi spingevo in modo deciso. Io percepivo la risonanza dei testicoli scontrarsi con i suoi folti peli, le sue mani stringevano forte i miei capelli. Noi avevamo smesso di baciarci, il sudore bagnava i nostri vestiti, le parole diventavano infuocate, lascive e sboccate, le frasi sempre più sconce, oscenamente licenziose e volgari. Io le misi una mano sulla bocca per non farla urlare, adesso era giunta era l’ora di Susi. La porta s’aprì in maniera silenziosa, ordinatamente la vidi entrare, il suo sorriso divenne repentinamente una maschera di cera. Io avevo organizzato tutto in modo tale che in una frazione di secondo lei vedesse e avesse un’esplosione visiva al massimo. Quando la vidi entrare uscii completamente da Patrizia e poi guardandola mi spinsi completamente nel suo fiore aperto. Patrizia aveva gli occhi chiusi, dato che non si era accorta di Susi, sino a quando non l’aveva sentita urlare.

In quel preciso istante vidi comparire l’angoscia, l’avvilimento e la disperazione completa nei loro occhi e improvvisamente mi resi conto di quello che avevo compiuto. In maniera composta girai con accortezza Patrizia nascondendola agli occhi di Susi facendole cadere il vestito, dopo uscii da lei rivestendomi. Susi restò visibilmente attonita, era rimasta concretamente impietrita, effettivamente sconcertata e assai turbata davanti a quella scena, giacché solamente le lacrime facevano intuire che era diventata una statua vivente.

Il sapore della rivincita, di quella vendetta divenne aspra, brusca, cattiva e poi infine amara, molto cocente e spiacevole. Io afferrai sgarbatamente Susi conducendola nell’adiacente sala, dal momento che sembrava seriosamente distrutta, manifestamente accigliata, persa, svuotata e senz’anima. La feci freddamente e ruvidamente accomodare spiegandole il perché e il gesto di quella cattiveria e di quella tale malvagità.

Patrizia nel frattempo era sgusciata in silenzio, lasciandoci nel nostro assoluto, insopportabile e radicale imbarazzo.

{Idraulico anno 1999}

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