Erotici Racconti

Pomeriggio messicano

Scritto da , il 2018-04-16, genere sentimentali

La schiacciante, la soffocante e la vessante arsura di quelle inesauribili giornate di battaglia di bella stagione, potenziavano rafforzando in lei la sete e il desiderio tenuto nascosto. Accomodata alla meglio, sopra una seggiola costruita con dei giunchi attorcigliati, avvertiva molto bene i rilievi e le sporgenze aderire sulla sua personale sagoma, dal momento che per mezzo di essa abbozzavano e tratteggiavano marcate incisioni così come delle lesioni illusorie.

Si dice e si precisa, che il caldo dilati ed espanda l’aggressività, la furia e l’irruenza negli individui, certo, però anche la lussuria, la sensualità e la voglia di sfregarsi contro un corpo. Le sue riflessioni procedevano e sboccavano in quel senso, nel momento in cui la sua sbirciata si poggiava su quelle suggestive aiuole fiorite e prospere del vivaio, una conseguenza peraltro eccezionale e sorprendente di quell’ingegneria di tubature tenacemente voluta da suo nonno per ricreare un luogo appartato simile a un eden arboreo in quella campagna brulla, inaridita e infeconda, dove le parti migliori dei cactus emergevano e spiccavano qua e là tra i sassi della sierra.

Lei rimaneva immutabile, era statica nella penombra della sala della grande casa signorile ornata con dei magnifici addobbi e ricercati ricami intrecciati abilmente e accortamente a mano, dove la preziosa e unitaria parvenza pressappoco mortale, era quella vecchia corazza di metallo collocata in piedi a un lato del focolare che irradiava un’abbagliante e distaccata freddezza. Una lucertola s’arrampicò d’improvviso sulla grata dell’apertura restando esitante se infilarsi, poi con un balzo scese sulla soglia infuocata e di lì piombò nel parco occultandosi sotto un masso. A dire il vero, la sua non era effettivamente un’attesa, perché non si può accudire né dedicarsi a qualcheduno senza un accordo, un benestare, o un’intesa, nell’arco d’un giorno o di un’ora. Quello che lei sperimentava, invece era un ardore e un impeto energico, che talora si concretizzava dal momento che lui sbucava guardingo e previdente nella sua dimora e nella sua esistenza, perché in quell’istante non c’era alcuna occorrenza di dirsi niente o preferibilmente non ce n’era realmente il tempo. Ciascun istante di quei laconici e stringati incontri, era per di più dedicato e riservato al conoscersi e allo sfidarsi nei loro fisici, mentre i sensi arroventati dicevano ed esprimevano tutto quanto era doveroso e necessario per placare e stemperare l’ansia e la sete dell’uno verso l’altro. Anna, nipote di Don Jorge, la giovane donna più ammirata e venerata nel sud della regione di Zacatecas, altezzosa, sprezzante e pressoché inanimata e insensibile nell’espressione, sebbene di modi affabili, cortesi e raffinati, fosse in realtà una creatura afflitta, inquieta e alquanto angosciata e travagliata nell’animo e nell’indole.

Su di lei si formulavano e si teorizzavano svariate ipotesi e parecchie convinzioni, come su tutte quelle ragazze che non si offrono né si propongono, eppure la maggior parte degli individui sarebbero ben presto rimasti fortemente sconcertati e stupiti, sapendo della sua vera natura molto carnale, sensuale e voluttuosa, persino ai limiti dell’oscenità e della volgarità. Lei s’alzò e fece qualche passo, il monile prezioso attaccato alla caviglia sinistra a quel punto risuonò, dopo acciuffò un registro dei famosi melodrammi di Cervantes dalla libreria e ritornò a sedersi. Quella pace ormai massima, fu infranta solamente dalla risonanza d’un fiammifero che s’accendeva. Lei sollevò gli occhi e lo scrutò nella penombra, in quanto l’uomo aveva arrotolato una sigaretta e ora aspirava brevi e nervose boccate.

L’odore acuto e penetrante del tabacco s’aggiunse e si mescolò a quello del tè nella scodella di terracotta sopra il ripiano della sala, visto che non si spostò e restò a squadrarla. Anna abbandonò quel noioso registro, le sue labbra s’aprirono non per dire qualcosa, ma come per voler imprimere e trasmettere un cenno d’esortazione, d’invito. L’uomo avanzò di qualche passo e si collocò di fronte, in quell’istante lei issò per bene la capiente sottana pigmentata e allargò le sue magnifiche gambe, in seguito lei cominciò a toccarsi delicatamente sugli slip di seta nel tempo in cui insisteva ad adocchiarlo. Rapidamente la seta divenne sugosa, visto che mostrò candidamente la boscaglia offuscata di quel peloso inguine.

Lei in quella circostanza diffuse un lieve lamento, in quel momento lui l’innalzò e la sbaciucchiò intanto che le toglieva la fascia dalla chioma, dopo l’allontanò inaspettatamente di fronte alla cancellata. Al momento lei era pressata tra quella ferraglia e in mezzo al fisico dell’amante, in tal modo Anna avvertiva chiaramente le due superfici compatte sul suo corpo, per il fatto che quest’avvenimento ampliava la sua bramosia, a quel punto fece passare la mano cercando d’estrarre il cazzo, sennonché lui le impedì quel gesto. In seguito con un atteggiamento fulmineo fece transitare la fascia di sbieco alla cancellata stringendole insieme i polsi. A questo punto, inaspettatamente attualmente era in sua incondizionata padronanza, fissata, disadorna e indifesa e da sola con un individuo di cui era all’oscuro non conoscendo le generalità né l’identità. Al momento tante emozioni e numerosi sentimenti contraddittori, discordanti e incoerenti combattevano e si scontravano in lei. Voleva tutto questo oppure lo subiva? Oppure entrambe le cose? Eppure lei sapeva con certezza, qual era il confine tra il bene e il male.

Lei lo aveva adeguatamente appreso e ben assimilato negli anni di praticantato nel collegio femminile di Santa Cruz, dove quelle pazienti e rigide suore l’avevano istruita e preparata sulle virtù morali e sui precetti religiosi, giacché erano discipline e lezioni da qualche tempo ormai declinati e ben presto rimpiazzati con analisti e indagatori che sbraitavano del soprannominato “io” e del “corpo”. Lei, nell’intimità e nella profondità di quelle letture aveva identificato e riconosciuto sé stessa. La libera determinazione e la fermezza della propria volontà, decidere per sé, senza costrizioni e senza imposizioni di che cosa realmente si vuole ottenere. Era stata così fin da bambina, inducendo e suscitando le apprensioni e i timori dei genitori, per una figlia che non cresceva con le preoccupazioni conformi e proporzionate di una donna, senza la docilità e la remissività che le è propria, così come non aveva mai accettato né approvato d’accostarsi alla comunione coprendosi con il velo bianco ricamato, dal momento che aveva respinto e rifiutato il corteggiatore.

Il maschio le sradicò barbaramente la blusa denudando le tette esordendo peraltro a poppare e ad addentare ingordamente. I suoi capezzoli erano divenuti rigidi e bagnati di saliva e si tendevano verso di lui. Lui le tolse gli slip da sotto la sottana, le sfioro le estremità, appresso s’inerpicò lento, ma appena arrivato al vertice si bloccò e la squadro. L’ardore in lei si era fatto acutissimo e insopportabile, lei chiedeva d’essere presa e averlo presto dentro di sé, per placare quel brivido tormentoso che avvertiva intimamente nel suo sesso. Si sentì colpita e ferita nel corpo e nell’orgoglio, sì, perché quell’alterigia e quella superbia che l’intralciava e l’ostacolava di rivendicare e che l’obbligava a sostenere e a tollerare quel duello. Lei ambiva per baciarlo e per ingiuriarlo nello stesso momento, perché bramava essere lei a gestire e regolare quel divertimento e allo stesso tempo sottoporsi per assoggettarsi, giacché le andava a genio accorgersi d’essere allacciata restando remissiva, eppure cercava di sciogliere il nodo e di ribellarsi.

L’uomo sembrava aver compreso saggiamente captando in ultimo i suoi pensieri e prolungava quegli attimi con maestria, evitando di velocizzare il compimento finale, volendo significare e dando a intendere che il loro confronto potesse perdurare ancora. Lo sguardo intenso si trasformò in un leggero sorriso e la tensione di entrambi sembrò allentarsi per un attimo, in quel momento lui la denudò del tutto. Il fisico di Anna si manifestò nella sua totale e strabiliante magnificenza. Lui la esaminò svelando una poderosa trepidazione, lei se ne accorse e sperimentò una stilettata d’inatteso piacere. Non era ambizione né vanità la sua, bensì l’intenzionalità della lussuria che attizzava e che istigava negli uomini, l’aspirazione e la volontà d’accoppiarsi per possedere una donna armonica, benfatta e deliziosa, di perdersi in lei, d’offrire e di dedicare qualsiasi cosa pur di poterla avere.

Lei era consapevole e informata di questo suo potere fin da ragazza, naturalmente ancora meglio, da quando aveva acquisito e capito nel distinguere l’impaccio e l’irrequietezza, che suscitava sovrapponendo le gambe alla presenza di estranei, ma a volte anche solamente accomodandosi con astuzia la sottana oppure sopportando l’occhiata di chi l’adocchiava. La sua vita era stata una continua e insistente sfida alle convenzioni e alle usanze del suo mondo, il suo carattere irriducibile e ribelle aveva con il tempo formato una donna autonoma e aperta di cultura perfino superiore alla media di tutti quegli individui d’alto lignaggio con la brillantina che nel periodo frequentava.

L’uomo arretrò di qualche passo e acciuffò dalla sua bisaccia di cuoio una borraccia di tequila, ne versò un poco sulle mani e cominciò a frizionarle le tette, poi scese fino alle natiche. L’alcool le provocò un gradevole brivido di freddo, poi giocò con la lingua, assaporando la sostanza alcolica mescolata alla sudorazione dell’organismo, da ultimo la sbaciucchiò sovvertendo nella bocca fremente di lei il sapore dell’alcool e del suo stesso corpo.

Lui si staccò nuovamente da lei e si denudò sfilandosi inizialmente le calzature e dopo la blusa, infine slegò il groviglio della fascia, dopo la spostò verso il tavolato e la cavalcò. Lei divaricò le cosce accogliendo dentro di sé quel cazzo eretto. L’uomo si mosse in maniera convulsa e scomposta, mentre lei lo cingeva con le braccia. Successivamente uscì e concesse il cazzo alla sua bocca, lei lo afferrò con la mano, guidando quella di lui tra le sue cosce. Lei ebbe l’orgasmo un attimo prima di percepire lo spruzzo appassionato e fulmineo dello sperma sul suo viso e per ambedue fu come una sospirata affrancazione e un sollievo da un dolore misto al piacere fortissimo e sublime.

Quando divenne nuovamente sera, entrambi si amarono facendo l’amore nell’identico ambiente dove erano rimasti inizialmente per svariate ore. Questa volta però pigramente, sussurrando oziosamente piano le parole, dato che si persero nell’ombra e si confusero con il rumore delle foglie di magnolia scosse e trascinate dal vento.

{Idraulico anno 1999}





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