Erotici Racconti

Non posso farne a meno

Scritto da , il 2018-04-12, genere sentimentali

Loro due si erano fissati l’appuntamento davanti a quello spartitraffico alle nove di sera. Lei lo aveva inaspettatamente riconvocato contattandolo svariati mesi più avanti, stante che quella telefonata era arrivata tanto emozionante ed esaltante quanto inattesa e sorprendente, poiché gli era bastato riascoltare il tono della sua voce, siccome il sangue gli affluisse cospicuo procurandogli perciò un rattrappimento quasi molesto e tormentoso al glande.

Nel momento in cui lui posava euforico il ricevitore del telefono, il mondo che lo circondava girava e si propagava intorno in modo folle e insensato: lui era felice e positivo per quell’appuntamento improvviso e alquanto impensato, tanto allegro e gaudioso da non rendersi conto che mancavano solamente un paio d’ore al confronto. Spense sbrigativamente il computer, dimenticandosi di salvare il documento sul quale stava accuratamente lavorando, però ci avrebbe pensato il mattino seguente per rimettere le cose a posto, perché l’unica molla adesso era lo stimolo di sfrecciare verso casa, sì, rapidamente a casa e pure alla svelta.

Lui recupererò frettolosamente l’autovettura parcheggiata fra tutte quelle nell’autorimessa della sua ditta, partì superando in fretta la barriera d’ingresso sbucando sulla via principale. Verso quale direzione doveva dirigersi? Lui doveva restare quieto e paziente, concentrarsi e mettere ordine nei suoi pensieri, eppure impiegò più di un’ora in mezzo al traffico, meno però degli altri giorni. Parcheggiò incautamente nello spazio riservato alle persone con l’handicap che abitavano nel suo stesso condominio: non farà né dirà niente, pensò, lo conosco assai bene, non se la prenderà se gli occuperò il posto per poco più di mezz’ora, sennonché entrò dirigendosi sollecito nell’atrio attendendo con lampante impazienza che l’ascensore arrivasse. Il suo innocente e sventurato stomaco al momento si contorceva mettendolo alla prova, perché quella specie d’insidioso colubro dell’apprensione prima e della trepidazione in seguito, gli restava spiccatamente appiccicato proprio lì, per l’appunto sulla bocca dello stomaco. Appena arrivò, scaraventò di getto buttando via la cartella sulla soglia facendo in modo di sfilarsi rapidamente gl’indumenti di dosso, successivamente aprì alla svelta il rubinetto della doccia e si lanciò dentro con il desiderio di placarsi, nel tempo in cui proseguiva speditamente a purificare un organismo che non percepiva giammai più suo come prima, poiché parecchia era l’impellenza di predisporsi per andare a spasso con lei, non essendo più abituato da parecchio tempo.

Dopo essersi lavato, s’asciugò i capelli e li aggrovigliò richiamando subito alla memoria che lei li preferiva piuttosto scompigliati, in quanto gli donava un’espressione dinamica e giovanile. In camera scelse con cura il vestito, perché lei adorava vederlo avvolto di un’eleganza disinvolta e spigliata. Si rese conto che lei era di nuovo al centro dei suoi pensieri, così intensamente e tormentosamente, giacché tutto era indirizzato e orientato verso di lei, persino il profumo, che lui non aveva mai cambiato in quegli ultimi anni, pure quello era lo stesso, tutto era rimasto come allora. Osservandosi si diede qualche ritocco, lusingandosi in ultimo con sé stesso per il risultato finale raggiunto.

Mancava pressappoco una mezz’ora, lui doveva uscire celermente per arrivare prima di lei all’incontro, così via di nuovo in macchina verso la rotonda, bellissimo, indimenticabile e magnifico angolo del loro amore. Arrivò che mancavano solamente esigui minuti, smontò dall’automobile, ispezionò la situazione distendendosi intimamente e perseguendo di non sottomettersi, evitando di piegarsi alla lusinga di voltarsi ripetutamente per guardarla sbucare, sennonché in ultimo stabilì d’accomodarsi su d’una panchetta accendendosi una sigaretta per attenderla. Il cielo era ormai diventato scuro, non la vide subito, però intuì in modo distinto il suo arrivo appena captò udendo il ticchettio delle sue calzature sul manto stradale, in quel momento si voltò e per poco non perse conoscenza per l’emozione: lei era incantevole, così attraente e abbronzata con quel portamento scansafatiche da regina, la sua regina.

Lei si fermò di fronte con quel sorriso impudente e svergognato che lui aveva tanto ammirato, mentre ancora incerto e goffo avrebbe voluto di certo abbracciarla, eppure inspiegabilmente si trattenne per vedere che cosa lei avrebbe compiuto. Semplicemente alla buona e senza malizia, lei gli protese la mano trainandolo alla volta di sé: quell’azione repentina gli procurò un’inattesa ventata di frescura e di giovinezza, dal momento che lui non riuscì a ricambiare però il bacio, perché al contrario, penetrante e perspicace, fu invece quello di lei da non lasciargli il tempo per rendersene conto. Rammentò quel segnale così fermo, lineare e semplice, eppure alquanto femminile d’accavallare sovrapponendo le gambe, malgrado ciò, senza dubbio, quello suo possedeva una particolarità unica: la gamba destra sulla sinistra e il piede destro posizionato ad abbracciare la caviglia destra.

“Sembra precisamente come un serpente che sibila attorcigliandosi muto intorno” - ripensò lui.

Tutto gli balenò bruscamente in mente, quelle gambe sottili che si serravano tutt’attorno per imprigionarlo dentro di sé, il suo torrente in piena per l’appunto. In quell’istante iniziarono a conversare senza chiedersi né pretendere né rivendicare alcun perché di quell’appuntamento, discussero del loro modo di vivere, ragionando e riflettendo di quanto si fossero potenziate ampliandosi dal momento in cui si erano lasciati, conversarono dialogando dei loro progetti, discutendo dei loro sogni, parlando delle loro aspettative e persino riflettendo a fondo delle loro intrinseche paure, fino ad arrivare quasi senz’accorgersene a discorrere di loro, dei loro numerosi perché, quella storia fosse terminata all’improvviso facendosi del male irrevocabilmente a vicenda. Bastò sennonché uno sguardo, uno soltanto a dire il vero, per il fatto che durò per un tempo impreciso e indefinito, perché si ritrovassero uno nelle braccia dell’altro, con quelle labbra che si schiudevano amabilmente sotto la sollecitazione e lo stimolo innato della carne d’entrambi. Prima che se ne rendessero conto, lì, su quella panchetta le loro mani s’inseguivano frugandosi, mettendo in mostra quella naturale complicità, quella partecipazione e tutta quella passione giammai placata né sopita dal tempo. Quelle di lui nel frattempo, penetravano amabilmente nella sua scollatura, dove la schiena era alla portata delle sue carezze, a tal punto libera da ogni indumento, dato che la pelle era liscia e calda visto che si lasciava accarezzare. Dalla schiena lui passò ai fianchi fino a toccare i seni: eccoli qui, ripeté a sé stesso, mentre l’ardore consumava vivamente le loro anime, in quell’istante il suo cuore quasi si fermò. Accarezzò i dolci pendii che ritrovò splendidi nel suo ricordo reale, mentre quei capezzoli formosi gli chiedevano soltanto d’essere manipolati e stuzzicati.

Lei abilmente con la lingua girovagava autonoma su quell’epidermide tanto adorata: piccoli colpi, dolci, che assaggiavano le fattezze di quel viso che pensava d’aver dimenticato e persino seppellito nei meandri della sua memoria. Al momento era già scesa l’oscurità: la panchetta era esattamente situata a meraviglia nella sagoma scura della notte, poiché il lampione era completamento spento, adesso loro due erano lì da soli, il mare a due passi e nessuno in giro, davvero una perfetta notte di rimembranze da riportare in superficie, poiché niente e nessuno adesso poteva fermarli. Con mani sapienti lui s’introdusse tra le sue cosce, in quanto non trovò nessuna resistenza, anzi, le carni s’aprivano al passaggio delle sue dita che incapparono prestissimo nelle mutandine della regina, la sua regina.

I baci si fecero più accaniti e appassionati, staccandosi e riprendendosi in un attimo a cercarsi, giammai soddisfatti del loro contatto. Lui iniziò ad accarezzarla attraverso la stoffa, le sue gambe erano ormai divaricate sopra di quelle di lui, lei drasticamente dimessa, interamente arresa, però ben predisposta a ospitarlo rendendogli piacere nella stessa misura. Lui captava chiaramente la stoffa bagnarsi a ogni sua carezza e delirava di desiderio, poiché avrebbe voluto possederla lì, subito, però voleva godersi ogni attimo di quel momento sperato per troppo tempo. La sua mano si collocò sulla sua e lo guidò nel movimento sul suo sesso: a ogni carezza lei aveva un sussulto mentre lo implorava d’introdursi all’interno: no, non era giunto il momento.

Lui capì di possedere una capacità notevole, quella dell’attesa, del saper aspettare per poter poi esplodere sfogandosi in tutta la sua completezza con lei. Attese perciò ancora, continuando a sfiorarle il sesso attraverso la stoffa, lei gemeva ed era conscia che il suo orgasmo l’avrebbe raggiunta in pochi attimi, sbottonò i suoi pantaloni traendo dall’ammasso di quella stoffa il suo pene bello carnoso, poi tolse la sua mano dal suo sesso per piegarsi golosa all’altezza del suo sesso. Appena lo sfiorò, un fiotto di sperma uscì abbondante tanta era la voglia d’esplodere e di perdere il controllo, tuttavia non era ancora tempo, non ancora, almeno non in tal modo. Lei lo ingoiò dopo aver giocato con il suo glande, dopo averlo leccato golosamente tutto da ogni parte e lungo l’asta, mentre le sue mani gli accarezzavano i testicoli, mani così giocose e nervose come ricordava lui. Era stata la sua allegria, la sua festosità ad attrarlo particolarmente, quella sua caratteristica bramosia nell’amore da renderlo sempre così pronto ai mutamenti e alle trasformazioni improvvise di lei, questa volta però era lui a voler svagarsi.

Nel momento in cui sollevo la faccia della donna la baciò a lungo facendole assaggiare il gusto del suo pene, in seguito la fece accomodare sullo schienale della panchina e inginocchiandosi davanti a lei fece in modo che il suo cazzo gli arrivasse direttamente sul viso. Lei nel frattempo aprì le gambe, collocò le mani sullo schienale della panchina per non cadere, lui a quel punto iniziò a leccarla attraverso la stoffa degli slip già bagnati, lei cominciò a muoversi così libera di farlo in quello spazio che sembrava loro senza confini né restrizioni. Man mano che lui procedeva sentiva prepotente il bisogno d’assaggiare le grandi labbra di lei e lentamente si fece spazio, lei s’aprì così voluttuosa alla sua lingua, così innocente nella sua offerta d’amore da farlo quasi urlare di desiderio. La lingua s’insinuò intrufolandosi tra le grandi labbra, un movimento lento eppure implacabilmente sempre più profondo, lì trovò il suo clitoride ben elevato da rassomigliare a un ridotto membro, nel tempo in cui udiva la sua voce indirizzare parole d’amore verso quell’essere che racchiudeva in sé l’essenza e la sintesi della femminilità.

Nel momento in cui il suo orgasmo gl’inondava il viso allagandolo, lui accarezzò il suo membro quasi a provare lo stesso apice di piacere della sua regina. Con una manovra pressoché inconscia la fece calare dalla panchetta e la collocò dall’altro versante dove c’era lo schienale. Lei si piegò leggermente in avanti, divaricando il suo sesso per ospitare quello bramoso e svettante di lui: in tal modo lui iniziò a penetrarla con dovizia, accarezzandole nello stesso tempo i seni attraverso il vestito, alla fine esplosero simultaneamente e continuarono a baciarsi dopo l’atto d’amore.

Loro due avevano finalmente assimilato e percepito che non si sarebbero più lasciati abbandonare né avrebbero rinunciato né sarebbero giunti a ulteriori patti nel mare particolareggiato della vita. Si sarebbero però ritrovati lì, più precisamente ogniqualvolta che il loro desiderio si sarebbe fatto sentire imperioso e prepotente l’uno per l’altra, esattamente nel gioco dell’amore, che considera e che ritiene il sesso come un frammento, un ritaglio e una parte innata e inerente di sé.

{Idraulico anno 1999}













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