Erotici Racconti

Lucrezia

Scritto da , il 2018-04-11, genere etero

In questo preciso momento lui non la sta neppure degnando d’uno sguardo, eppure all’espressione vigile di Lucrezia non è sfuggito per un attimo quell’occhiata evocativa e simbolica che poco prima lui le aveva lanciato. Era come un’affilata lama di fuoco e di ghiaccio messe insieme, visto che le ha incendiato in un istante ogni tentativo di difesa, ogni residuo di cultura, di quella dottrina e di quell’istruzione peraltro bacchettona, puritana e rigida, che si porta ancora oggigiorno appresso dentro di sé. Il marito, che attualmente giace come d’abitudine stravaccato al suo fianco, per di più appisolato sullo sdraio vicino all’ombrellone nella pigra siesta pomeridiana, ha rinunciato ormai da diverso tempo di controllare il proprio aspetto fisico, per il fatto che adesso è diventato realmente un uomo obeso. Gli anni sono trascorsi, sono perciò rimasti soltanto quei due grandi occhi azzurri e chiarissimi, due pugnali uguali, quelli che vent’anni prima l’avevano trafitta al cuore immobilizzandola, mentre lui allora ben conscio del proprio fascino non aveva esitato un istante a infilarle le mani sotto la gonna. Birbante, maledetto e sciagurato.

Lei quell’istante se lo ricorda ancora nitidamente dopo tutti questi anni, però le viene anche da ridere, sperimentando e verificando come capita di pensare a un aggettivo ormai così fuori luogo e fuori tempo: maledetto, mascalzone e sciagurato per l’appunto. Ebbene sì, perché a ben vedere, in quell’occasione lui aveva pensato bene di metterla subito incinta e quella colpa, se di colpa si può soppesare, si era infissa nel cervello per tutta l’esistenza lasciandole concludere e intendere il sesso come un qualcosa di diabolico, di malvagio e di sporco, da eludere e da sfuggire con tutte le sue forze. A lei il sesso portava soltanto dispiaceri, guai e infelicità, infatti, a completare la misura per colmo d’ironia trascorso poco più d’un mese dalla nascita del primo figlio, il marito l’aveva immediatamente ingravidata una seconda volta cancellandole e sopprimendole definitivamente dal buonsenso anche il ricordo e il rimpianto delle discontinue e persino delle rare occasioni nelle quali lei era riuscita a godere.

Adesso rimanevano soltanto i fastidi, i guai, l’infelicità e le privazioni, perché per le loro già scarse finanze e due figli avuti nell’arco di così breve tempo, avevano dimostrato e rivelato la rinuncia per qualsiasi tipo di lusso, giacché il modo di vivere di Lucrezia si era ben presto condensato riducendosi a una ostinata, sgradevole e affannosa ricerca di giungere con oculatezza e con un’attenta vigilanza alla fine del mese. Lei in quella congiuntura, aveva pertanto deliberato e infine apertamente concluso, che l’atto sessuale poteva benissimo addirittura non intercorrere né sussistere, in quanto lo praticava soltanto raramente tra l’altro dietro l’assillante e talvolta la pressante insistenza del marito senza la minima complicità né alcuna partecipazione emotiva, sempre tesa a controllare ogni movimento per essere certa che tutte le precauzioni attuate, avessero lo scopo di renderle impossibile una terza e indesiderata gravidanza.

Lei era talmente convinta e si era radicalmente persuasa a fondo, che questo comportamento sarebbe stato giusto, poi quando si era accorta al di là d’ogni dubbio, che il coniuge rilevata la sua scarsità d’ardore aveva iniziato a dedicare le proprie residue energie, per soddisfare tutte le donne che trovava disponibili nei dintorni, senza la minima attenzione alla loro età o all’avvenenza, lei anziché infuriarsi e reagire con violenza o almeno con tristezza come le sarebbe stato più che lecito, a quel punto si era sentita quasi euforica come se fosse regolarmente scampata a un pericolo. E per non rischiare, che il marito sentendosi scoperto, rinunciasse alle sue ormai abituali avventure per tornare a dedicare a lei le proprie attenzioni, Lucrezia aveva finto con spudorata naturalezza d’essere all’oscuro di tutto, anzi, si era persino presentata un poco più dolce e disponibile del solito per fargli intendere che a lei in fondo andava benissimo così. Tutto questo continuò sino al giorno precedente quando arrivarono qua al mare, senza i figli ormai grandi per un ultimo scampolo di vacanza estiva, l’unica in verità, dato che potevano ancora concedersi considerate le loro esigue finanze. Lucrezia, invero, qualche limitata metamorfosi l’aveva avvertita intimamente qualche tempo prima, quando si era accorta che i quarant’anni erano ormai sopraggiunti: i fianchi stretti come quelli d’una ragazzina si erano malauguratamente arrotondati, il seno che nonostante le due gravidanze le era rimasto minuscolo, giacché senza un adeguato sostegno tendeva visibilmente ad afflosciarsi sul petto, dal momento che non c’era né esisteva pomata o crema che al mattino riuscisse più a cancellarle le rughe ai lati degli occhi e sul collo:

“Arrenditi, dai rinuncia, al presente non sei più una giovane” - aveva concisamente e sfortunatamente sbottato verso se stessa, mentre s’osservava scarna e senza vestiti di fronte alla specchiera, poi ripensandoci un po’ su aveva persino aggiunto con rammarico:

“La grossa fregatura è che in fondo in verità non lo sono mai stata” - perché questa era la reale, semplice e triste verità pensava segretamente in cuor suo.

Quella prima brutale, ignobile e manesca esperienza sessuale, vissuta quasi con rabbia, avvenuta sedici anni prima sui sedili posteriori di un’utilitaria parcheggiata al buio in un viottolo di periferia, aveva fortemente completato di condizionare influenzando sfavorevolmente le tappe bruciandone sennonché il piacere dei suoi futuri rapporti, perché tutte le volte che la faccenda si ripresentava la riportava immancabilmente indietro nel tempo in quella rievocazione, considerandosi addirittura apatica, frigida e insensibile. In effetti, però frigida non lo era per nulla, anzi, lei si sentiva dotata di un’intensa sensualità, che però aveva sempre bloccato e zittito con irritazione e con rabbia, attribuendosi inconsciamente ogni responsabilità dei propri guai. In fondo, se non si fosse subito arresa quella prima volta, se avesse posto un po’ di resistenza, se quel languore struggente non l’avesse subito avvolta, come un miele caldo togliendole ogni forza e portandola a dischiudergli senza pudore le labbra e le cosce, forse sarebbe finito tutto e lei non avrebbe mai sposato quell’uomo, che al momento vedeva brutto e grasso ronfando con la bocca aperta al suo fianco senza rispetto per lei, che invece rimaneva imbarazzata, insicura e alquanto vigile.

Ecco, adesso mi sta guardando, intanto il cuore le sobbalza in petto, quei due occhi scuri e acuti come due spilli, così diversi da quelli chiari e languidi del marito, attualmente la stanno fissando con un’intensità tale da spogliarla. Non sono occhi, sono due mani che lei avverte sul corpo, mentre le stanno facendo scivolare dalle spalle il piccolo reggiseno arancione del costume per denudarle i capezzoli bruni, che a quel pensiero si sono induriti come il minuscolo sesso d’un neonato, mani che le abbassano lungo i fianchi lo slip, per spogliarle le natiche rotonde e il triangolo scurissimo e foltissimo del pube. Al pensiero lei si sente immediatamente avvampare in volto e le cosce s’inumidiscono di botto. Che cosa diavolo mi sta succedendo? Non mi era mai successo prima, nemmeno da ragazzina pensa lei, palesemente sconvolta senza trovare il coraggio di risollevare gli occhi, certa adesso d’incontrare nuovamente quello sguardo che la disorienta. Sarà la menopausa pensa lei senza convinzione, però sa perfettamente che non è così.

E’ stato lo sguardo penetrante che le ha lanciato quel giovanotto bruno, con quelle spalle larghe e il sorriso ironico perennemente sulle labbra, con la barba lunga d’alcuni giorni, nel momento in cui si sono incontrati davanti all’albergo tre giorni prima a mettere in moto il tutto. Il marito stava scaricando le valige dall’autovettura, lui era appoggiato con noncuranza al cancello e la stava guardando, dato che sembrava che fosse lì espressamente ad attendere il suo arrivo. A dire il vero, nessuno l’aveva più squadrata in quel modo da almeno quindici anni, da quando le vicende della sua vita l’avevano esclusa da tutto ciò che costituiva divertimento, piacere e svago. Non aveva più messo piede in una sala da ballo o in una discoteca, in un ristorante elegante o in una spiaggia alla moda, unici ambienti a lei noti dove l’arte della seduzione, specie se proibita e trasgressiva ricordava fosse praticata con disinvoltura. Non certo nelle misere pensioni da quattro soldi o nei campeggi popolari, che da allora era stata costretta unicamente a frequentare. Non che lì ci fossero soltanto esseri designati e votati alla fedeltà coniugale, tutt’altro, tradimenti erano praticati in abbondanza, però il modo era talmente diretto, grossolano, spoglio e volgare, privo perciò di qualsiasi forma di poesia o di buon gusto, d’avergli sempre in ultimo fatto apparire quelle vicende quasi nauseanti e miseramente rivoltanti. Non l’aveva mai sfiorata l’ipotesi d’esserne coinvolta e se sguardi invitanti o ammiccamenti evidenti nei suoi confronti c’erano stati, lei li aveva sempre sfuggiti come se fossero state volgarità pronunciate ad alta voce da un ubriaco. Questo sguardo però l’aveva colpita nel profondo, perforando la sua corazza e si era insinuato al di sotto, in quanto le aveva sfiorato il corpo come una calda carezza sensuale, togliendole le forze e facendole ritornare prepotente al cervello il desiderio, assieme al rimpianto nascosto lì da qualche tempo immemorabile d’essere corteggiata da un uomo.

Era stato uno sguardo così intenso e provocante, da costringerla immediatamente a distogliere il suo. Lei aveva proseguito con la testa bassa accanto al marito, verso la tranquillizzante penombra dell’atrio dell’albergo, in tal modo appena giunta in camera si era subito affacciata al terrazzino per cercare di rivedere quel giovanotto, che prima non era riuscita a osservare con chiarezza abbagliata dal suo sguardo di fuoco. Lui era ancora là, immobile, in attesa. Gli appariva dall’alto meno giovane di quanto la prima impressione non gli avesse suggerito; i capelli corti, radi e leggermente spolverati di grigio sulle tempie, l’abbigliamento ricercato ed elegante anche se sportivo, il tono d’estrema sicurezza che compariva dal suo portamento. Lei lo osservava imbambolata, rendendosi conto di quanto fosse sciocca, però insieme di come le piacesse farlo, lui si era voltato e calamitato dal suo sguardo aveva rivolto gli occhi verso il suo balconcino, incrociando immediatamente quelli di Lucrezia. Questa volta però, sentendosi protetta dalla distanza, lei non li aveva abbassati, bensì era rimasta lì inchiodata come un topolino di fronte a un serpente, che faccia della propria immobilità uno scudo. Anche lui era rimasto immobile a fissarla senza mutare l’espressione del viso, dato che gli era sembrato soltanto che le sue labbra si muovessero per sussurrarle qualche parola, che a causa della distanza lei non era riuscita correttamente a decifrare. Poi, prima che la voce del marito la distogliesse da lì, il giovane aveva dischiuso leggermente le labbra, lasciando sporgere la punta della lingua che aveva mollemente fatto roteare attorno alla bocca, con un modo di fare talmente erotico da procurarle un fremito, giacché avrebbe potuto intendere d’indignazione, se non fosse stata ben certa che fosse invece di piacere.

Come si permette costui, avrebbe voluto pensarlo, eppure non l’aveva immaginato per niente, anzi, rientrata in camera per non insospettire il marito si era subito chiusa in bagno per osservarsi allo specchio. Quello era stato il primo segno galante che le veniva rivolto da qualche tempo immemorabile, e cosa ancora più importante era il primo che lei si sentiva di gradire. Davanti allo specchio si era spogliata per osservare se il suo corpo maturo, però sempre giovane, potesse attrarre un uomo al punto da convincerlo a lanciarle messaggi erotici a distanza. Dopo aveva dovuto convenire, che così con i capelli scuri tagliati corti e l’aspetto sbarazzino, sembrava concretamente più giovane e molto graziosa. Lei poteva quasi sbilanciarsi e descriversi come una bella topa come si usa dire da queste parti, di certo non passava inosservata e appariva sprecata con un uomo come suo marito, che invece dimostrava vent’anni più di lei e affascinante non si poteva di certo definire. Lei aveva indugiato contemplandosi il corpo e il viso, mentre riempiva la vasca d’acqua calda per un bagno che le levasse di dosso la stanchezza del viaggio, soffermandosi con piacere ad accarezzarsi il seno ancora sodo ed eretto e il ventre piatto, sino a che aveva realizzato con imbarazzo di provare piacere in quei gesti. Quel piacere che da molti anni aveva cancellato revocandolo dal proprio cervello.

Lei si era sdraiata nella vasca abbandonandosi senza provare alcuna vergogna, come mai le era accaduto prima in vita sua. Avvolta nella schiuma profumata e nel silenzio rotto soltanto dal frusciare dell’acqua corrente, Lucrezia si era finalmente accorta di quanto il suo corpo e il suo cervello fosse ritornato a desiderare il piacere, quello fisico che troppo in fretta aveva dovuto accantonare rinviandolo troppo precocemente dalla sua vita. Lei non era rimasta per nulla turbata, anzi, la scoperta inattesa la proiettava in quel mondo insperato di gioie solamente immaginate in tenera età, quando la scarsa esperienza era stata capace di disegnargliele con contorni vagamente inquietanti, colorate dalle tinte piacevoli del proibito, soffuse di quel vago mistero, insomma in poche parole spaventosamente interessanti. Adesso, di colpo, tutto ciò che si era sempre negata, che neppure aveva voluto pensare al presente diventava importante, desiderabile e fortemente voluto, alla faccia del marito e dei figli. A quest’ultimo pensiero per la verità un po’ si era turbata, perché il balzo dal suo solito modo di ragionare ai desideri che adesso s’affacciavano in testa erano enormi, però l’idea di tradire il marito sino a quell’istante a lei totalmente estranea le appariva al momento non del tutto sgradevole, al contrario, a voler ben guardare considerando l’aspetto del giovane che questa vicenda stava causando in lei, le sembrava certamente desiderabile, così mentre con la mano indugiava ad accarezzarsi tra le cosce, architettava trame fantasiose che le potessero consentirle d’abbordare quell’uomo, per fargli capire come fosse disponibile e vogliosa d’incontrarlo.

Alla fine, scacciato a malincuore quel sogno dal cervello, sollecitata a viva voce dal marito che reclamava il suo turno in bagno, poiché si era dovuta rassegnare a uscire dalla vasca non senza dedicare però qualche minuto a truccarsi, ben sapendo che presto sarebbe scesa in spiaggia. Naturalmente quando era uscita, fasciata nel suo costume più bello, il marito non l’aveva degnata d’uno sguardo convincendola ancor di più che quei pensieri di tradimento fossero più che legittimi. Il giovane sembrava attenderla sotto un ombrellone a pochi metri dal suo, questa volta però Lucrezia aveva retto spavaldamente il suo sguardo, anzi, fissandolo negli occhi gli aveva indirizzato un sorriso aperto, poi si era accomodata su d’uno sdraio in pieno sole voltandogli le spalle. Le era bastato un attimo per rendersi conto che così facendo non poteva vederlo e d’altra parte poiché amava il sole, non riusciva a inventarsi una scusa per giustificare al marito una modifica della posizione. Lei era rimasta lì sospesa in bilico, tra il desiderio di guardarlo e la paura di svelare al marito che per la verità non mostrava di preoccuparsene molto, intento com’era a fissare le ragazzine seminude ciò che le frullava in testa.

Lei non aveva retto a lungo. Vado a farmi il bagno pensò e senz’attendere risposta si era affrettata verso l’acqua voltandosi all’indietro a prima vista per interrogare con gli occhi il marito distratto, ma in pratica per osservare i movimenti del ragazzo bruno. Lui, evidentemente mi stava curando era stato il suo pensiero gioioso, si era subito alzato e con stampato sul volto un sorriso sottilmente ironico si era avviato per seguirla. Lucrezia rabbrividendo al contatto con l’acqua fresca si era resa conto che negli ultimi passi aveva palesemente accentuato il rotondo movimento dei fianchi. Adesso mi metto anche a sculettare a quarant’anni, era stato il suo pensiero divertito, in fondo non l’ho mai fatto prima, forse è arrivato il momento anche per me, giacché ridendo si era tuffata nella prima onda incurante dei brividi di freddo che l’avevano assalita. Di caldo adesso sentiva d’avere il cuore e non soltanto quello. Non nuotando bene, Lucrezia si era limitata a sguazzare nell’acqua bassa, mentre lui che oltre al fisico e ai modi malandrini sfoggiava uno stile di nuoto perfetto, con poche bracciate l’aveva raggiunta e nel passarle accanto l’aveva sfiorata senza fermarsi, lasciando dietro di sé una scia di schiuma come uno squalo, così come uno squalo in realtà che gira attorno alla sua preda pronto ad afferrarla. La sera si era truccata e aveva cambiato per tre volte il vestito prima di trovare quello adatto:

“Dove credi d’andare? Non siamo di certo all’Hotel Supreme baronessa. Questo è l’albergo Azzurra, due stelle, e persino regalate” - l’aveva apostrofata in tal modo impaziente e intollerante il marito.

Il termine baronessa, che il marito usava per prendere in giro i suoi modi distinti e raffinati in contrasto con i propri, l’infastidiva, la molestava e l’irritava di continuo, questa volta però aveva avuto un’insurrezione, una decisa e netta ribellione, che in qualsivoglia differente istante le sarebbe comparso smisuratamente eccessivo e sproporzionato.

“Piantala adesso. Attualmente sono davvero stufa d’essere solamente la serva di casa. Mi vesto come mi pare, anche se tu mi porti soltanto in luoghi come questo. Se non ti garba, puoi andartene già da subito per correre dietro a quelle troie sculettanti, che guardavi con tanto interesse in spiaggia. Credi che non l’abbia visto?” - gli aveva urlato addosso spiazzandolo e inveendogli contro.

La miglior difesa è l’attacco, lui punto sul vivo non aveva trovato di meglio che abbassare la testa e uscire in terrazza per fumarsi una sigaretta, giacché in camera lei glielo aveva proibito. Sulle scale si era soffermata a rimirarsi nello specchio, in quell’istante la piccola cameriera marchigiana che conosceva da anni si era avvicinata e badando bene che il marito non sentisse le aveva mormorato in un orecchio:

“Il signor Marco vedendo i suoi occhi, insomma quel bel moro con l’ombrellone vicino al suo m’ha chiesto il suo nome. Complimenti signora Lucrezia” - aveva aggiunto.

Lei era avvampata, mentre la cameriera le aveva strizzato l’occhiolino allontanandosi ridendo. Era entrata in sala tremando per l’imbarazzo, convinta che tutti si fossero accorti dei soliti occhi scuri puntati addosso a lei come due pugnali. Fortunatamente ognuno pensava ai fatti propri, marito compreso, che con modo di fare intontito cercava di leggere il menù senza gli occhiali ovviamente senza riuscirci. Lucrezia adesso capiva che quello non stava scherzando. Lui l’aveva notata mentre scendeva dall’autovettura, infastidita e stanca dal caldo, non certo seducente né provocante, eppure l’aveva subito posta al centro del proprio mirino. Marco la fissava sorridendo da un tavolo vicino, lei si era seduta in modo da poterlo guardare apertamente in volto, perché non voleva correre il rischio di restarsene sulle spine con quello sguardo fisso sulla nuca, che la faceva sudare e gelare al tempo stesso. Adesso preferiva averlo di fronte, come anteponeva avere di fronte il marito quelle rare volte in cui lei scopava con passione. Quello era stato capace di svegliarle dentro la “troia” che mai aveva sospettato ci fosse nascosta, ma ora che l’aveva provato non intendeva fermarsi prima della fine. Il marito era distratto da una coppia di ragazze appariscenti, certamente nordiche, già ubriache che mai si sarebbero sognate di degnarlo d’uno sguardo, per cui Lucrezia poteva dedicare la sua attenzione di lui, considerato che la guardava con il perenne sorriso ironico sulle labbra.

Lei si sentiva sciogliere dentro il pensiero di sfiorargli i capelli o i muscoli poderosi delle braccia nude e abbronzate, se poi si spingeva un poco più in là con la fantasia ed era lui a toccarla o a baciarla, meglio pensare subito ad altro, in quanto non era certa di poter rispondere delle proprie azioni. Doveva arrivare a quarant’anni d’età, per scoprire che cosa significava desiderare un uomo e per rendersi conto che le piaceva. Lei aveva immaginato per un attimo quelle braccia che la stringevano, quelle labbra che cercavano le sue, quelle mani che la spogliavano tastandole il seno, le natiche, il sesso, travolgendola in un crescendo al quale lei non si sarebbe mai sognata di porre la minima resistenza, anzi, lo voleva agevolare nei movimenti, spogliandolo a sua volta cercando in lui ciò che mai aveva desiderato nel marito.

“Ha deciso, gradisce da bere, che cosa le porto signora Lucrezia?” - la voce dall’accento marchigiano della cameriera l’aveva distolta e svegliata da quelle lascive considerazioni, con grande imbarazzo da quello stupendo sogno con gli occhi semiaperti.

Meglio così, perché chissà come sarebbe potuto finire. Adesso non riusciva nemmeno a mangiare, attenta com’era per non perdere un suo movimento, per non distogliere neanche per un attimo il suo sguardo da quegli occhi scuri. Lei si era subito arresa senza ritegno, incurante della presenza al suo fianco del marito. Che lo capissero pure tutti, perché adesso non le importava più nulla, dal momento che era troppo bello illudersi e lusingarsi una volta nella vita che fosse vero, visto che stavolta non ci avrebbe rinunciato per nessun motivo al mondo. La tortura, perché d’una soave tortura si trattava, in quanto non potendosi alzare per toccarlo e per baciarlo come avrebbe voluto, era proseguita per tutta la sera. Avevano terminato con lui, che sorbiva con lenti e delicati tocchi di lingua una coppa di gelato cremoso, sempre fissandola le sembrava di sentire quella lingua scivolare negli angoli più nascosti della sua appassionata ma celata femminilità. Di rimando, lei dopo aver afferrato dal cesto della frutta una banana, l’aveva sbucciata con incongrua lentezza, per poi riceverla tra le labbra quasi inghiottendola senza il coraggio d’addentarla. Più esplicito e sottinteso di così quel concetto non avrebbe potuto essere, perché se ne era accorto persino il marito:

“Che cosa fai? - l’aveva prontamente rimproverata lui, cercando di tenere la voce bassa per non farsi sentire al tavolo vicino però colpevolizzandola.

“Non mangiare la banana in quel modo”.

“Perché?”.

“Sembra che tu stia facendo un pompino”.

“Cafone, grossolano e volgare” - era stata la sua reazione stizzita.

In fondo sapeva però che tutto ciò era vero, per fortuna il marito l’aveva interpretato come un gesto eseguito senza malizia e non come l’invito che lei voleva che fosse, l’altro invece lo aveva capito molto bene. La sera mentre compiva il solito rito della passeggiata sul lungomare per adocchiare i negozi, si era presto resa conto di quanto complicato sarebbe stato per lei trovare una scusa per rimanere da sola con Marco, anche per una volta solamente. Per tradizione, al termine della passeggiata, rientrava in camera dovendosi preparare per la notte, intanto che il marito s’attardava al bar con la scusa di fumarsi l’ultima sigaretta, però in pratica per lustrarsi la vista osservava la grande marea di ragazze giovani che si muovevano senz’interruzione lungo il viale sino a notte inoltrata, tentando magari d’abbordarne qualcuna. Come poteva fare per ripagarlo almeno una volta con la medesima moneta?

Non era mai successo che lei uscisse da sola, questo era impensabile, scopriva con fastidio quanto fosse inesperta in queste cose, adesso doveva assolutamente inventarsi qualcosa. Aveva rispettato la regola non scritta rientrando in albergo, mentre il marito con una delle solite scuse alla quale neppure aveva prestato ascolto, si era fermato a un tavolino al bar, infine ritirata la chiave aveva risalito con lentezza le scale che la portavano al piano. Appena svoltato l’angolo nel corridoio semibuio lei lo aveva visto, lui era lì ad aspettarla. Il cuore si era fermato nel petto, aveva sentito le mani gelate e il volto in fiamme, mentre le ginocchia iniziavano a tremarle e una goccia di sudore le scivolava lungo il filo della schiena sino a raggiungerle il solco tra le natiche. Lei voleva correre via, scappare giù dalle scale, oppure infilarsi tra le sue braccia per dare finalmente forma ai sogni che avevano popolato la sua giornata, annientarsi chiudendo gli occhi per risvegliarsi poi altrove, oppure tenerli ben aperti per meglio gustarsi quel sorriso ammaliante. La confusione la rendeva incapace di muoversi e d’articolare una sola parola, anche la più insignificante. Il cuore le batteva in petto con un fragore rimbombante che si ripercuoteva nelle orecchie, dato che le pareva incredibile che a un simile rumore nessuno accorresse per vedere che cosa stesse accadendo nel corridoio, in quanto era peggiore d’un treno in corsa; lui di certo lo sentiva, perché si era mosso lentamente venendole incontro.

Tutto questo lo faceva in silenzio come un felino, con il volto indecifrabile e le mani abbandonate lungo i fianchi e con lentezza senza lasciar trasparire le sue reali intenzioni. Quando era giunto a non più di due passi, il viso gli si era aperto in un sorriso che nulla aveva d’ironico, le labbra si erano schiuse per scandire una parola, una sola: Lucrezia. Se lei non si fosse appoggiata al muro sarebbe scivolata per terra, lui aveva allungato una mano per accarezzarla scivolando poi sul profilo del collo e sulla spalla nuda. Al contatto di quella mano calda sulla pelle lei si era sentita bagnare in mezzo alle gambe, i capezzoli si erano irrigiditi sotto la stoffa leggera e lei non aveva potuto che protendere il volto verso di Marco socchiudendo le labbra. Quel bacio l’aveva raggiunta in modo forsennato e rabbioso, penetrandola come un membro che penetra in un sesso femminile dischiuso, invadendole ogni spazio, soffocandola, facendola sciogliere ed esplodere al tempo stesso. Lui aveva il sapore di tabacco e di menta, a quel punto lei si era aggrappata per non cadere, le mani dell’uomo le serravano le natiche stringendola contro di sé, dove una prepotente erezione le premeva sul ventre che lei sentiva sciogliersi come un gelato di crema lasciato fuori dal frigorifero, siccome quei fluidi le colavano senza controllo lungo le cosce. Non provava imbarazzo, le sembrava naturale abbandonarsi così, quasi come se si trattasse della conclusione logica di quello strano corteggiamento a distanza, perché lei era certa che se lui l’avesse rovesciata per terra e spogliata lì sul pavimento lei non si sarebbe opposta.

Le mani di Marco le avevano sollevato la gonna dal dietro e si erano infilate imperiose sotto lo slip cercandole il solco tra le natiche, lei aveva allargato le gambe per agevolarlo, ma in quell’istante all’improvviso le era parso di sentire un rumore. In quell’attimo lei si era irrigidita, con il cuore paralizzato dal terrore, però con la mente lucida era sgusciata via da quell’abbraccio, lui evidentemente sicuro di non trovare reazioni stava procedendo senza grande attenzione verso quello che reputava l’inevitabile finale, e si era perciò lasciato sorprendere da quello scatto imprevedibile. Lucrezia era schizzata in camera chiudendosi all’interno a chiave con la doppia mandata, era rimasta ansante appoggiata contro lo stipite con gli occhi persi nel buio ripensando all’incoerenza istintiva di quel gesto. Si mordeva le labbra per la rabbia, avrebbe voluto prendersi a schiaffi, addirittura riaprire subito la porta e correre fuori per cercarlo, per ritrovare il contatto di quelle dita che sfiorandola soltanto per un attimo il corpo le avevano lasciato addosso un’autentica scia di fuoco. Lei era rimasta invece immobile in quella posizione, mentre due lacrime salate le scivolavano giù dagli occhi, aveva teso le orecchie cercando di percepire il rumore dei passi nel corridoio, eppure non c’era riuscita. Nel letto aveva ripetuto più volte a ritroso con il pensiero quei rapidi istanti, arrivando a simulare con le proprie dite il tocco di quelle sue sulla spalla, tuttavia non era stata capace di riprovare quella sorta di scarica elettrica, ma indugiando con le unghie sulla pelle aveva finito per sentirsi eccitata. Era discesa per stuzzicarsi i capezzoli, che avevano subito reagito irrigidendosi al suo tocco leggero ed esperto, per scivolare dopo essersi succhiata l’indice sul ventre, dove tra il pelo arruffato del pube aveva ritrovato il sesso ardente e sodo, bagnato in attesa delle sue carezze.

Lucrezia non era abituata a masturbarsi, poiché le era accaduto raramente, però questa volta si sentiva bruciare dentro con un’intensità tale da non potersi sottrarre a questo richiamo primordiale; aveva affondato le dita a fondo nella vulva finendone subito sopraffatta, in un attimo aveva raggiunto l’orgasmo e nello stesso istante aveva percepito un bussare alla porta. In quel momento avrebbe voluto piangere per la frustrazione e per l’insuccesso: era il marito che rientrava da una serata fatta di sguardi rivolti peraltro verso femmine irraggiungibili e di fantasie insoddisfatte, allora rientrava, perché in momenti così anche una moglie è pur sempre meglio di nulla. Lucrezia aveva reagito con rabbia, cercando di sottrarsi ai suoi abbracci indesiderati, però lui non si era arreso insistendo con brutalità, stringendola sino a farle male, schiacciandola sul letto, annientandone la volontà sino a che lei rassegnata era stata costretta a subire. Lui le aveva afferrato i capelli costringendola a scendere con il viso sino all’altezza del suo ventre ormai flaccido, dove si era parato davanti a un sesso duro con la punta violacea e vibrante come una bestia feroce pronta ad aggredirla, spaventoso anche per lei che dopo tanti anni avrebbe dovuto ben conoscerlo. Lucrezia aveva chiuso gli occhi sforzandosi di pensare all’altro per cancellare la desolazione e lo squallore che si sentiva dentro; all’ordine perentorio del marito lei lo aveva accolto in bocca cercando di frenare il disgusto che saliva dallo stomaco, Lucrezia aveva finto partecipazione, muovendosi rapida e aiutandosi con le dita lo aveva portato in un attimo al margine dell’orgasmo, sino a che sfruttando l’allentamento della stretta sulla sua nuca, era sgusciata via afferrandogli il sesso con le mani e facendolo finire. Il getto di sperma l’aveva raggiunta sulla guancia mentre si voltava all’indietro, per non essere colpita in volto ed era proseguito a lungo, mentre il marito rantolava come se stesse soffrendo. In seguito svuotata dall’energia e avvilita aveva cercato di sfuggire in bagno, ma lui l’aveva bloccata:

“Adesso tocca a te” - senza lasciarle il tempo di reagire l’aveva abbattuta sul letto disfatto.

Lui brutalmente le aveva spalancato le cosce penetrando con il volto sudato sino nella sua più segreta intimità, incurante e insensibile d’ogni reazione sino ad afferrarle tra i denti il clitoride eretto, per poi possederla con profonde lappate d’una viscida lingua, che le sembrava raggiungesse dimensioni mostruose tanto le invadeva il sesso in ogni anfratto. La barba mal rasata le raspava dolorosamente l’interno delle cosce, le dita callose che le frugavano il buchino del sedere la turbavano, eppure una forza inspiegabile le impediva di ribellarsi come aveva sempre fatto in simili situazioni, poiché si era abbandonata alle reazioni del suo corpo eccitato e mordendosi le labbra per non ululare il piacere che stava provando. Lei aveva chiuso gli occhi immaginando che dentro di lei ci fosse Marco, e quando il marito aveva giudicato che fosse pronta si era sollevato sostituendo la lingua con suo membro. Aveva goduto ripetutamente sentendosi inondare dai propri fluidi, mentre si torcevano le budella con gli spasmi che dall’interno del ventre s’irradiavano sino alla punta delle dita delle mani e dei piedi. Lei aveva pregato che non finisse più, ma alla fine era quasi svenuta per il piacere e per lo struggimento, successivamente si era vergognata, come se avesse compiuto un tradimento nei confronti dell’altro. Non era riuscita a chiudere occhio per tutta la notte, ossessionata dal ricordo di quel bacio e di quel caldissimo amplesso così diversi tra di loro, ma che nel suo cervello avevano un unico soggetto, perché in cuor suo chi l’aveva cavalcata regalandole quel godimento estremo non era certo il marito, giacché di questo ne era ben certa. Il mattino dopo si era ritrovata davanti allo specchio con due occhiaie violacee, impresentabile e aveva addirittura pianto guardandosi:

“Che cazzo succede? Che cosa c’è adesso? Possibile che con te non si possa stare in pace un minuto. T’inventi sempre qualche cazzata nuova, anche in questi quattro stracci giorni di vacanza” - l’aveva apostrofata irritato e risentito il marito.

Quando lei gli aveva fatto notare il disastro che si ritrovava in viso con quei due solchi scuri attorno agli occhi, lui aveva reagito con una risata rozza, scortese e volgare:

“Se trombassi con regolarità, tutto ciò non t’accadrebbe, perché saresti abituata e preparata”.

Quella trombata abbondante di godimento della serata precedente la faceva sentire in colpa, perché si sentiva in dovere di fare qualche cosa per l’altro, al fine di ricompensarlo per ciò che sentiva d’avergli sottratto. Che assurdo e insensato pensava dentro se stessa, il fatto stesso che lo pensi toglie qualche cosa a mio marito, non certo a lui, ma per contraddire questo pensiero si era subito premurata d’osservare come il profilo del seno risaltasse ben eretto in quel costume e quanto provocante fosse il minuscolo slip che doveva indossare con la massima attenzione, per essere certa che qualche ciuffo di quei peli scuri del pube non rasato non fuoriuscisse.

“Potevi comprarlo più piccolo, così sembri nuda” - aveva affermato il marito. Lei era avvampata di piacere, eppure lui non la degnava neanche d’uno sguardo.

“Mi sta male?” - gli aveva chiesto incuriosita e provocante, poi si era dovuta affrettare per uscire, perché dall’inequivocabile gonfiore che aveva notato nei suoi pantaloni aveva capito quali erano le sue intenzioni.

Sulla spiaggia si era sistemata sulla sedia a sdraio di fronte a lui, al momento erano a circa sei metri di distanza, lui che la stava aspettando da qualche tempo si era aperto in un largo sorriso, accennando anche un piccolo inchino con la testa, lui fingeva di leggere ma gli occhi erano sempre puntati sul corpo di lei. Lo accarezzavano con dolcezza, lei approfittando del paravento degli occhiali scuri poteva goderselo senza distogliere neppure un istante i suoi occhi da quel corpo muscoloso, da quelle braccia aggraziate e da quelle labbra di cui ardeva dal desiderio di gustarne ancora il sapore. Dopo un’ora di quel gioco, quando la calura era amentata, lei si era avventurata in un gesto che doveva cancellargli ogni dubbio nonostante il suo illogico rifiuto della sera precedente. Si era sfilata con lentezza gli occhiali e tenendoli con la mano sinistra ne aveva succhiato una stanghetta, mentre con la mano destra s’accarezzava leggera la coscia, quindi con l’arte d’una spogliarellista aveva divaricato le gambe sino ad appoggiare un tallone sul bordo del sedile. Si trovava in quel modo con le cosce spalancate di fronte a lui, con il sesso mascherato soltanto da pochi centimetri di tessuto leggero, quindi affinché anche gli eventuali ultimi dubbi fossero spazzati via, si era tolta gli occhiali dalle labbra portandoli sul ventre, facendo in modo che la stanghetta appena succhiata s’adagiasse proprio sul sesso che si sentiva inumidire.

Lei avvertiva un desiderio dissennato di masturbarsi, o meglio che fosse stato lui a compierlo, quei due occhi briganti erano fissi su di lei, non sul volto ma tra le cosce, dove spavaldamente lo aveva astutamente invitato. Era riuscita a resistere soltanto per pochi secondi, poi temendo che altri individui potessero scorgerla in quella posa si era prontamente ricomposta, ma con il ventre ormai in fiamme per il desiderio non aveva trovato nulla di meglio che tuffarsi subito in acqua. Lei si era spinta più al largo del solito, senza voltarsi mai indietro certa che lui comunque l’avrebbe seguita. Quando si fermò accertandosi di toccare a stento il fondo con la punta dei piedi, nel momento in cui si voltò per riavvicinarsi alla riva si era trovata di fronte quegli occhi, che ormai avrebbe riconosciuto tra mille altri:

“Lucrezia, perché mi provochi e poi scappi?” - domanda alla quale lei non seppe rispondere, in quanto aveva reagito con una risatina isterica che di colpo si era trasformata in un rantolo, perché distratta dell’acqua alta ne aveva inghiottita una sorsata.

Lui si era affrettato immediatamente nel sorreggerla per un braccio, lei si era subito aggrappata a quelle mani. Fammi quello che vuoi, tanto questa volta non scappo aveva pensato, incapace però di trasformare in parole questo pensiero che gli attraversava il cervello. Lei non aveva neppure il coraggio d’alzare lo sguardo, figuriamoci di parlargli, visto che annaspava senza riuscire a formulare un solo pensiero sensato. Finalmente si era decisa e gli aveva sgranato addosso due occhi luminosi, ingenui e teneri di quelli capaci di sciogliere la scorza più dura. Lui però non si era lasciato incantare, l’aveva circondata con un braccio robusto come una trave e l’aveva attirata verso di sé, ripetendo la domanda alla quale lei non avrebbe mai potuto rispondere:

“Lucrezia, perché mi provochi e poi scappi?”.

“Chi provoca?” - era stata la sua stupida quanto tentatrice risposta.

Lui allora le aveva scostato il reggiseno scoprendole due capezzoli irrigiditi come quella verga che lei si sentiva premere sul ventre. Il contatto dei suoi polpastrelli su quelle due sensibili estremità le scatenava scariche elettriche in tutto il corpo, dato che si sentiva dilatare il sesso dalla sua voglia, pur essendo immersa nell’acqua sino al collo avvertiva il suo nettare colarle in mezzo alle cosce, perché giammai il tocco di suo marito le aveva provocato nulla di simile. Il respiro era diventato affannoso, le mani guidate da una volontà che le pareva non le appartenesse erano scese rapide sott’acqua ad afferrare il membro duro, estraendolo dallo slip ormai troppo piccolo perché riuscisse a contenerlo. Non era di certo una maestra in quello, lei si era sempre rifiutata di masturbare il marito anche nei periodi in cui lei gl’imponeva una forzata astinenza, durante il ciclo o le gravidanze, però adesso Lucrezia lo voleva decisamente, quasi desiderasse in qualche modo sdebitarsi liberamente con questo sconosciuto per tutte le sensazioni intense e sconvolgenti che le aveva trasmesso:

“Dai, su così, bella troietta” - aveva sussurrato lui strizzandole le tette fino quasi a farle male:

“Fammi sborrare, perché è da troppo tempo che aspetto”.

La voce era affannata e roca, lei però non era abituata a quel linguaggio mediocre e popolare, in quanto in un’altra occasione si sarebbe indignata, però adesso le andava bene così, dal momento che non voleva nulla di diverso, muoveva frenetica in alto e in basso la mano serrata su quella verga pulsante che le sembrava non cessasse mai di crescere tra le dita. Poi finalmente lui aveva avuto uno spasmo, aveva serrato ancor più le dita sulle sue tette facendola quasi gridare per il dolore e spingendosi verso l’alto quasi come se volesse raggiungere il viso con la punta del membro le aveva bisbigliato all’orecchio:

“Sì, dai brava, così che godo, sì, ecco sborro, prendi”.

Nell’acqua limpida si erano staccate dalla cappella due grandi bolle di sperma, poiché si erano sfilacciate mentre ondeggiavano venendo a galla. Soltanto in quel momento Lucrezia si era resa conto di ciò che aveva fatto:

“Mio Dio, se m’ha visto qualcuno” - era stato il suo primo angoscioso e tormentoso pensiero, mentre aggiustandosi il reggiseno sulle tette doloranti con un guizzo era sgusciata via da lui, giacché annaspando più che poteva si era allontanata velocemente ritornando verso la riva. Adesso era fuori pericolo.

Le era stato sufficiente ritrovare la sua posizione sicura sullo sdraio accanto al marito, per bestemmiare e per maledire la sua scelta d’un attimo prima. Perché sono scappata anche questa volta? Quella domanda era comprensibilmente rimasta senza risposta. Erano ormai due giorni che in sostanza non aspettava altro che lui arrivasse per metterle le mani addosso, per stringerla tra quelle braccia poderose e nel momento in cui protetti dalla complicità dell’acqua alta, lui era arrivato addirittura a prenderle tra le dita i capezzoli, lei incredibilmente non aveva trovato niente di meglio che masturbarlo per poi scappare. Che stupida era stata, non poteva aspettare un attimo e attendere che lui avendo incominciato il gioco, si premurasse di far godere un poco anche lei. Con queste convulsioni mentali era andata avanti a lungo maledicendosi in ogni istante, ma senza essere capace di trovare il modo adatto per rimediare. Alla sera la sua confusione mentale era persino peggiorata, giacché Lucrezia non aveva trovato nulla di meglio che restarsene seduta in una gelateria accanto al marito, che probabilmente non desiderava altro che liberarsi della sua presenza, per abbordare qualche tedesca disponibile e il bel moro di sicuro la stava aspettando in agguato in albergo.

Lei era rientrata appesa al braccio del coniuge, visibilmente contrariato, incapace di giustificare anche verso se stessa quel comportamento indubbiamente assurdo. E’ più forte di me, era l’unico pensiero coerente che riusciva a formulare, mentre percorreva a occhi bassi gli ultimi metri che la separavano dalla sua camera. Con la coda dell’occhio aveva intravisto Marco seduto sullo sgabello del bar che la seguiva con lo sguardo, evidentemente lui era rimasto lì tutta la sera ad aspettarla. Si era spogliata e infilata velocemente nel letto. Il marito dopo qualche timido tentativo di ripetere la prodezza della sera prima, subito frustrato da lei con un secco rifiuto motivato dal solito illusorio e inesistente mal di testa, si era voltato sul fianco e aveva ben presto cominciato a russare. Lei era rimasta immobile, attenta per non risvegliarlo senza riuscire a prendere sonno, delusa e frustrata da se stessa, incapace di trovare una giustificazione e ancor meno un rimedio al suo capriccioso, ma incontrollabile e ostinato comportamento. Le mani le erano quindi scivolavate inarrestabili a sfiorarsi i capezzoli eretti e verso la peluria umida e riccia del pube. Lei cercava di levarle da lì, ma non appena il pensiero ritornava nei confronti di Marco con quelle spalle robuste e al suo sesso che aveva stretto tra le mani, quelle ripartivano incontrollabili quasi fossero animate da una volontà propria in evidente contrasto con la sua. Lei era arrivata addirittura a infilarsi due dita unite, prima delicatamente inumidite con la lingua tra le labbra calde del proprio sesso, mentre con il pollice si solleticava il clitoride eretto avvertendo un’ondata di piacere che era riuscita a placare soltanto digrignando i denti, serrando le gambe, bloccare ogni movimento e ritraendo prontamente la mano, infine lentamente era riuscita a scivolare nel sonno.

La stanza al momento è in penombra, Lucrezia non riesce a distinguerne i contorni anche se le appare vagamente domestico e per un istante le sembra addirittura che si tratti della sua camera da letto in città. E’ soltanto molto più grande, il letto è un piazzale, il doppio di quello in cui è solita dormire ricoperto da un lenzuolo rosa arricciato sui bordi, di quelli che si vedono solo nei film americani degli anni sessanta. Lei indossa una camicia da notte diversa da quella di cotone, soffice e vaporosa come una nuvola del medesimo colore rosa delle lenzuola, che lei non si è mai comprata. Lei di sotto è completamente nuda, inconsueto per lei, in quanto freddolosa come poche, dato che è abituata a dormire con la maglietta e gli slip anche in estate quando si soffoca per il caldo, eppure adesso si sente perfettamente a proprio agio, adagiata su quel cumulo di grossi cuscini appoggiati alla testata imbottita di velluto di quel mastodontico letto. Saranno almeno quattro piazze come usano in America, sorprendendosi e pensando in maniera divertita. Chi mai potrebbe dormire qui dentro? Ben presto s’accorge di non essere per nulla imbarazzata nell’occupare quel posto che certamente non le appartiene. Adesso sembra come una regina adagiata sul trono, di fronte a lei sulla parete c’è un gigantesco specchio che le rimanda la sua immagine. Sarà la penombra o forse un alone d’irrealtà che le aleggia intorno, tuttavia si vede bellissima molto più di quanto non lo sia mai stata:

“Con il tempo miglioro, divento come il buon vino. Se io fossi un uomo non mi lascerei indubbiamente sperperare né sprecare una gnocca simile” - spettegola lei toccandosi delicatamente l’abbondante chioma.

Lei non ha mai parlato così prima d’ora in modo sboccato e scurrile. Alla destra della parete c’è nascosta per tutta la sua larghezza una tenda del medesimo incredibile colore rosa del letto e della sua camicia, non vede nulla al di là, ma è certa che nasconda qualcuno che sta per entrare in camera, qualcuno che lei aspetta serena senza ansia né timore. Lei che per pudore ha l’abitudine di non mostrarsi nuda neppure al marito, non si è mai fatta vedere in mutande persino dai figli anche quando erano piccini, adesso s’accorge di non provare alcun imbarazzo, poi nel momento stesso in cui le pare d’essere lei stessa a decidere quasi ci fosse una ben orchestrata regia, la tenda si scosta e lui entra. A quel punto intuisce chi è prima ancora di scorgerne il volto e il sorriso, dato che lo stava aspettando da sempre, in effetti, la sua vita sino a oggi le appare come uno scherzo, uno stupido e inutile motteggio costruito unicamente per prepararla a questo momento. L’imbarazzo, i timori, il senso di colpa che ha sempre guidato le sue azioni, la paura sua perversa consigliera sono di colpo dissolti e svaniti in questa stanza, cancellati ed evaporati senza traccia. Oggi lì c’è la vera Lucrezia, quella forte e decisa, quella fiduciosa, sicura e speranzosa di ciò che vuole, una Lucrezia rigenerata, finalmente se stessa, la donna che sino a ora lei non aveva mai avuto il coraggio né la totale spregiudicatezza d’essere. Lei rimane immobile, lo guarda senza pensare neppure per un istante di coprirsi, ne fissa le spalle e le braccia muscolose, le mani che tra un attimo si poseranno sul suo corpo caldo, il torace peloso, il ventre piatto coperto da un minuscolo slip nero, sotto il quale intuisce senza bisogno di possedere molta immaginazione un sesso già in poderosa e prepotente erezione.

Gli ormoni che ha in circolo nel sangue le hanno già scatenato una tempesta nel corpo, il sesso gonfio ed eccitato le pulsa come se la lingua di lui lo stesse sfiorando, guardandolo in volto Lucrezia s’allarga le grandi labbra sino a scoprire le ali di farfalla celate all’interno e dischiude anche quelle invitandolo. Fluidi fragranti le colano abbondanti sulle dita, lui in silenzio s’inginocchia sul bordo del letto di fronte a lei e protendendosi in avanti le accarezza dolcemente un piede, il palmo della mano è caldo ma asciutto, capace di trasmetterle un brivido intenso. Gli occhi che si fissano nei suoi le trasmettono una voglia bruciante, vorrebbe fare le fusa come una gatta sotto quel tocco abile che inevitabile le sale lungo le caviglie, sui polpacci dalla pelle di seta per fermarsi infine nell’incavo delle ginocchia. Come mi piace pensa Lucrezia, bagnandosi con la punta della lingua le labbra che sono divenute aride come il deserto, mio marito mai m’ha accarezzato così, lui vuole subito toccarmi le tette e poi scopare. Anche lei adesso allunga un braccio sino a che le sue dita arrivano a sfiorare i capelli di Marco, duri e forti come filo di ferro, le piace ma è scomoda, allora desiste e s’abbandona nuovamente sui cuscini lasciando fare a lui che ha iniziato la lenta risalita lungo le cosce. Il contatto è divenuto più deciso, non è più una carezza, perché si tratta adesso d’una presa di possesso, non è l’esplorazione, ma la conquista d’una terra che lui attualmente sente d’appartenergli.

Lucrezia s’abbandona senza ritegno, allarga le gambe, il suo corpo troppo a lungo represso reagisce da solo, incurante dei comandi che il cervello vorrebbe imporgli. Le sue mani scivolano sui fianchi sollevandole la camicia proseguendo sino a sfilargli l’indumento sopra la testa, lei solleva le braccia e lui la stringe forte alla vita baciandola sotto un’ascella. Lucrezia scopre in quell’incavo un’incomparabile e una straordinaria zona erogena, sente accendersi nel cervello una miriade di fuochi d’artificio, uno spasmo di piacere la trascina quasi all’orgasmo, le inonda il sesso e un rantolo di godimento le sale in gola. Lei, la timorosa, la repressa Lucrezia per la prima volta nella sua esistenza non si sforza di soffocarlo, anzi, lo lascia esplodere, lo espelle a gola spiegata come se si trattasse d’un boccone amaro che troppo a lungo è stata costretta a inghiottire. Lui le afferra le natiche, sollevandola dal letto la serra con forza senza lasciarle alcuna possibilità di divincolarsi, ma non la sfiora neppure il pensiero di farlo, affonda le unghie nelle sue spalle, sente sotto i polpastrelli, i muscoli duri come l’acciaio, la pelle ruvida, percepisce nelle narici un odore maschio di tabacco e di cuoio che emana da quel corpo. La lingua saettando a esplorarle la sua più nascosta femminilità le provoca un nuovo violento spasmo di piacere, però subito lui si solleva e incurante delle sue proteste sale per baciarla sul collo, sotto l’orecchio sinistro e procede ubriacante a solleticarle il lobo.

Le sensazioni che vive sono ondate successive alle quali si è ormai arresa, tutto il corpo le brucia, gli arti le tremano, il fiato le sibila roco e affannoso dalla gola. Prende l’iniziativa, scivola con i palmi delle mani aperti lungo la sua schiena sino a raggiungere l’elastico dello slip che tira risoluta verso il basso, l’ostacolo del sesso eretto le impedisce di completare l’operazione come vorrebbe, allora lui si scosta e senza parlare, ma con il perenne sorriso traditore sulle labbra se li sfila fissandola negli occhi. Lo guarda con gli occhi sgranati dal desiderio. E’ grande e arcuato verso l’alto, quasi a puntarle il seno con quella florida cappella che sembra fissarla con l’unico occhio, il sacchetto peloso dello scroto sparisce, quasi ritratto di sotto il membro che sembra invadere tutto il suo spazio visivo; la peluria arruffata che lo circonda lo rende simile come un fiore sbocciato tra l’erba d’un campo. Lei è affascinata, lo sfiora, è caldo e docile al tatto, allunga entrambe le mani e lo afferra con delicatezza, accarezzandolo lentamente come se si trattasse d’un piccolo animale domestico. Lui si è seduto con le cosce larghe di fronte a lei, adesso si fronteggiano senza parlare intenti a scoprirsi reciprocamente il corpo. Quando l’uno agisce, l’altro aspetta il proprio turno e viceversa, adesso spetta a Lucrezia. La pelle del sesso è asciutta, sente fremere milioni di muscoli e tendini lì sotto mentre con la punta delle unghie affilate ne studia i contorni, indugiando nei punti più segreti, quindi chiude le mani a coppa sui testicoli e si protende in avanti ricevendolo nell’incavo tra i seni. E’ caldo e vibrante, le sue tette morbide lo accolgono come in un nido tiepido, le serra ai due lati per farle aderire meglio, lui s’appoggia all’indietro reggendosi sulle braccia tese dietro alla schiena e mugola di piacere:

“Dai bella, sì, continua così. Fermati però, soltanto quando te lo dirò io” - mormora lui con la voce alterata e snaturata dal desiderio.

“Questo non l’ho mai fatto a mio marito, anche se lui me lo ha sempre chiesto. Non mi piaceva, almeno lo pensavo sino a oggi, adesso toccami tu, perché voglio sentirti tutto” - le sussurra lei sragionando.

Lui non se lo lascia ripetere due volte, l’avvolge e se l’affagotta in una stretta, giacché letteralmente la solleva dal letto e l’innalza sino a che il suo ombelico non si viene a trovare di fronte alla bocca. In seguito lecca dolcemente con lentezza scendendo di qualche millimetro a ogni colpo, mentre le mani sono scivolate dietro alle natiche per allargarle le cosce. Lucrezia si è ritrovata in piedi di fronte a lui che le affonda il volto nel pube, è bagnata, inumidita di secrezioni incontrollabili causate dal piacere, vorrebbe allontanarlo per asciugarsi, però non ha la forza, il piacere che l’invade l’abbraccia ormai come una coperta calda, un’ondata di schiuma leggera, una sottile brezza che s’insinua in ogni angolo del suo corpo. Allora è questo il sesso si domanda lei angosciata e perfino travagliata. E’ questo che mi sono stupidamente negata respingendolo fino a oggi? Non riesce a darsi pace, allora lo comprime e ansimando grida:

“Scopami, sì dai Marco, scopami adesso. Infilamelo, perché non resisto più, sto delirando”.

Lui a quel punto l’accontenta, la solleva cingendola in vita, l’adagia tra i cuscini, le allarga le cosce, indugia con una lunga e penetrante carezza tra il clitoride eretto e quella vulva umida e rovente, quindi impugna il proprio cazzo quasi si trattasse d’una spada e con decisione gliel’infila in una lunga, lenta e irresistibile penetrazione:

“Dio, fa’ in modo che non finisca più” - grida Lucrezia scompigliata, invece finisce subito, visto che c’è qualcuno che la scuote violentemente per un braccio, perché lui la sveglia bruscamente:

“Che casino stai facendo. Stai male? Te l’avevo detto ieri sera di non mangiare tutto quel gelato”.

Così com’erano arrivate, sono istantaneamente svanite quelle luci soffuse, quel letto rosa e quell’uomo abbracciato concentrato nel possederla. E’ rimasto soltanto il volto insolente, ottuso e preoccupato del marito che la osserva da un palmo di distanza:

“Ti è passato Lucrezia?”.

Era soltanto un sogno, uno splendido e verissimo sogno, talmente vero che lei s’accorge d’aver realmente goduto, d’essere bagnata in mezzo alle gambe, balza dal letto imbarazzata e corre velocemente a chiudersi in bagno. Rimane lì seduta sulla tazza con la fronte appoggiata al davanzale della finestra, la camicia da notte sollevata sul ventre, le mutandine ormai bagnate e inservibili abbassate alle caviglie, con le mani serrate e strette tra le cosce per placare soffocando quell’ardente desiderio che ancora rotola nel ventre. Se avesse voce, anche questa mia seconda bocca urlerebbe implorando e supplicando clemenza e pietà pensa, mentre il marito preoccupato e trepidante le chiede da dietro la porta come stia. Alla mattina successiva il bel moro non c’era più.

“Signora Lucrezia, devo comunicarle che il signor Marco è partito questa mattina presto, lui ha già finito le sue vacanze. Tenga, quassù m’ha lasciato per lei una busta, c’è il suo personale cartoncino da visita che le consegno. Là dentro ci sono tutti i suoi contatti, questo e per lei, lo custodisca con cura. Davvero complimenti ancora signora Lucrezia” - le sussurra gentilmente in maniera allusiva e maliziosa, stringendole la mano e strizzandole l’occhio, augurandole infine ogni bene la piccola cameriera marchigiana.

Giorni fiammanti, inediti e speranzosi l’attendono di certo. La riconquista, la rifioritura e la rivincita di Lucrezia sono dietro l’angolo: potrà e saprà stavolta concretamente approfittarne?

{Idraulico anno 1999}







Questo racconto di è stato letto 1 6 2 1 volte

Segnala abuso in questo racconto erotico

commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.