Erotici Racconti

Capre e famiglia

Scritto da , il 2018-02-14, genere incesti

Ed io che temevo gli piacessero solo le capre! Ero nuda al lago a trastullarmi la figa, coi capezzoli tagliati dalla superfice dell’acqua nonostante fossi consapevole che mio figlio era acquattato a guardarmi. Sapere d’essere spiata da Jacques lasciava ribollire dentro di me una perversione feroce. Mi bagnavo i seni, li accarezzavo, rivolta nel punto in cui la sagoma di mio figlio compariva tra gli arbusti verdi della riva. Mi crogiolavo in quella perversione poi d’un tratto un pennuto s'alzò in volo annunciando il concitato arrivo di mio marito.

“Tesoro… tesoro… è successo un macello”, si rivolse a me in affanno. “Cosa è successo?”, spaurii. “Jacques... Jacques…”, seguitava col fiatone. “Jacques cosa?”, insistetti io. “Mi ha visto con Monique! E’ scomparso, non riusciamo a trovarlo… è mezz’ora che giriamo a vuoto!”. Guardai mio marito acquietando: “Ahh è scomparso?”. “Sì”, continuava ansante. “E ti ha scoperto con Monique?”. Annuì. “A far cosa? Racconta!”. “E’ entrato in camera non so per dirci cosa e l’ha trovata sul letto a… a galoppare. Era stupefatto, sapessi che cera! Ha sbattuto la porta ed è scomparso. Ci siamo fiondati dal letto per provare a parlargli ma… niente da fare, non lo troviamo!”. Sorrisi a mio marito beffarda e lo tranquillizzai: “Ci penso io, torna da Monique!”. Mi guardò stranito ed esitò: “Ho controllato tra le capre, ci sono tutte e lui non c’è”. “Insomma ho detto che ci penso io!”, spazientii. Lui serrò le labbra e girò le spalle tornandosene da dove era venuto.

Mi voltai di nuovo dove avevo prima individuato Jacques a spiarmi e con piacere lo scoprii ancora lì. Allungai le braccia nell’acqua e mi distesi nuotando serena e verso di lui. Si mosse nel verde, lo frenai con un richiamo suadente: “Amore mio... amore hai fatto spaventare tuo padre e tua sorella”. Si mosse ancora, temetti che potesse scappare e detti una bracciata robusta nell’acqua per poi galleggiare spedita sino alla riva.

“Eccoti”, sorrisi alla sua figura, intimidita e sopraffatta da tante emozioni, che, perfettamente immobile, giaceva tra ramoscelli e profumi umidi. Indossava solo dei pantaloncini, attozziti sul davanti, e probabilmente s’era masturbato guardandomi. “Tutto bene?”. Se ne stette muto. “Che succede?”. Persistette nel suo silenzio. “Dai dimmi tutto, sei arrabbiato con quei due?”, gli sorrisi restando distesa con le mani conficcate nel fondale e forse appena i glutei che foravano l’acqua. “Sai cosa fanno?”, parlò con inflessione roca. “Certo, ma perché reagisci così?”, lo incoraggiai e presi a risalire avanzando con le mani sul fondo. Non si scrollò di dosso quel torpore ma dilatò gli occhi in una espressione eccitata e vinta mentre io mi inerpicavo sulle sue cosce affiorando nuda dall’acqua. “Non dirmi che ti sconvolgi per così poco…”, ero persuasiva e laida con le unghie rosse sui suoi pantaloncini ed i capezzoli che gli si sfregavano addosso nella risalita. “Allora?”, sorrisi accoccolandomi col viso sul suo pacco. “Lasciati andare…”, sibilai adulando la sua erezione. Mi ci crogiolai, sfregai il viso saggiandone i lineamenti rocciosi e provai ancora a scalfire il suo imbambolamento: “Non pensavo ti turbasse l’incesto visto come mi spiavi…”. Niente da fare, se ne stava immobile, totalmente abbattuto dall’imbarazzo nonostante quell’erezione da capogiro parlasse chiaramente. Volli dargli allora uno scossone più energico: “Chissà se puoi far belare me come fai belare le nostre capre”. Tramortì.

“Le capre?”, pronunciò scioccato. Lo guardai col sorriso sulle labbra lasciandogli stare il cazzo. Scolorì, era spaventato, sembrava avesse visto un fantasma. Corsi ai ripari massaggiandogli lo stomaco. “Rilassati…”, provai a tenerlo calmo mentre il suo respiro conosceva un enorme trambusto: “Son cose normali, ciascuno ha i suoi interessi… credevi d’essere l’unico dissoluto qui?”. Mi fissò affranto e privo di forze ora che si scopriva senza segreti per me. Gli dissi allora che avrei tirato io su il suo morale, a modo mio.

Abbassai i pantaloncini e principiai un esuberante lavoro con la bocca. Lui balbettò incredulo. Lo masturbavo e lo succhiavo, lo sentivo duro indurirsi ancora, prepotente tra le mie mani, carnoso tra le mie labbra mentre prese a risuonare attorno a noi un naturale concerto di rane gracidanti.

Mi fermai e risalii ancora col corpo sino al punto giusto. “Papà e Monique stavano facendo questo?”, domandai lasciandomi irrompere la figa dal suo randello.

Osservava le cime alte del mio petto, le acciuffò, tintinnarono, me le compresse nelle dita mentre io mossi i fianchi immorale. “Sì mamma… così…”, biascicò trasognante. “No, conoscendola bene la posizione era questa…”, e con un movimento agile me lo traghettai nell'ano, restando a carponi su di lui.

Sgranò gli occhi impazzito capendo cosa avevo combinato e, impugnandomi ancora i seni rozzamente, quasi a stritolarmeli, scagliò un assalto inatteso con colpì prepotenti nel mio culo, da sotto. Urlai per quel magnifico tormento. Mi fotteva con fervore, mi graziava il culo con colpi arditi del bacino, martellante, indomito, esplosivo. Gli occhi brillanti di impudicizia, il cazzo rovente di piacere, scalmanato ed ingordo. Belai, fui io la sua capretta, belai a tutto volume zittendo le rane, vivendo un putiferio di piacere. Spingeva, mi martirizzava con bordate sbizzarrite ed insistete imperterrito fino a quando mi mandò in visibilio ed i miei gemiti caprini culminarono in un amplesso spruzzato contro mio figlio che, sbalordito, scarcerò i miei seni: “Ohhhhhhhhhhhhmmm”. Mi corressi: “Mbeeeeeee”. L’annaffiai, lo cosparsi del mio godimento, lo infangai, fu lordato del mio latte caprino. Soddisfatta scoppiai a ridere mentre lui si prese una pausa.

“Allora vedi che sei capace di far godere anche le donne?”, proferii sinuosa muovendomi col bacino. “Ma tu… come sai delle capre?”, farfugliò. “Se ricordo bene era mattino presto, il giorno prima tua sorella aveva sostenuto a pieni voti un esame... Monique era da poco venuta a farci visita. Volli assicurarmi che eri già a lavoro e così, sollevandomi per dare un’occhiata alla tua camera, finii a guardare alla finestra…”. “E.. mi hai visto?”, barbugliò godendo dei miei movimenti. “Ti abbiamo visto tutti…”, confermai rimembrando quel giorno. Mi passarono alla mente in pochi istanti un coacervo di ricordi: Jacques che, fiero, con gli occhi fatui e le braghe abbassate, col torace pulsante ed i muscoli delle braccia intagliati nello sforzo, brancava una capra alle cosce, sollevandola con le zampe da terra e fottendola impetuoso e saettante; la capra che impazziva e tumultuava; mio marito e Monique alla finestra con me a guardare quello spettacolo indecente fino alla fine, senza parole, senza commenti; Jacques che si sollevava le braghe, svuotato, e poi la frase di mio marito: “Pensavo fossero solo dicerie sui caprai… roba d’altri tempi”. Zittii l’arroganza impiegatizia di mio marito con un’occhiataccia mentre mia figlia si rituffava a letto: “Bhe avete sempre detto che il nonno si scopava le capre no? Tra tante dissolutezze, Jacques ha ereditato le sue”.

Ritornai a lui, ridestata dalle sue mani di nuovo serrate sulle mie tette e da quel cazzo che mi si schiantava nel culo feroce e baldanzoso. Jacques aveva preso da mio padre sì, si fotteva le capre sì, e come lui un domani avrebbe diretto al meglio la nostra azienda di latte e formaggi caprini. Jacques, il mio Jacques, oh finalmente era anche mio!! Messa da parte la zavorra della costernazione e della timidezza, mi ramazzò come scopava le capre. Imbaldanzito, tornò a sparare raffiche di colpi, mi scalfì l'ano, lo devastò ferocemente, senza tregua, senza pace, latrò sillabe crude e sbilenche poi crepitò, virulento e triviale, zampillando sperma nel mio culo. “Si amore siii”, mi strinsi a lui mentre veniva col suo respiro spasimante.

Gli baciai la bocca poi mi sollevai. Dal culo precipitarono effusioni stillate: “Devo riprende i miei abiti… sull’altra sponda… ”. “Va bene”, rispose rimettendosi in piedi. Fu così che imboccammo la strada del ritorno. Camminammo lievi e spensierati. Attraversammo il sentiero che si snodava tra le erbe ed un fitto nugolo di arboscelli. Ricomparì poi la nostra fattoria in quello spicchio incantevole della Val de Loire e ci sorridemmo fissando all’orizzonte le forme biforcute delle capre che ruminavano svogliatamente.

“Amore.. siamo rientrati, Jacques è qui con me!”, annunciai prossima all’entrata. La porta si spalancò davanti a noi di botto. “Come è andata? Tutto risolto?”, mio marito, preso alla sprovvista, si risistemava il cazzo barzotto nei pantaloni mentre mia figlia, alle sue spalle, appariva seccata dalla nostra apparizione. Risi. Nel frattempo una capra ci raggiunse. Si strusciò sulle cosce di Jacques. Lui la scacciò. Felice, lo baciai con la lingua poi rassicurai Monique e mio marito: “Tranquilli, continuate pure, tutto risolto”.

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