Erotici Racconti

Guernica

Scritto da , il 2018-02-12, genere incesti

Mi destai dal sonno con i soliti torbidi brusii nelle orecchie e sollevai il capo in mezzo all’ennesima notte di riprovevole lussuria. Dormivamo su stracci sudici, stipati in spazi stretti e scomodi, con tutte le nostre fragilità, la nostra disperazione, i nostri segreti: di giorno eravamo normali fratello e sorella, mamma e figlio, padre e figlia, di notte la nostra umanità cercava il ristoro nel vorticoso piacere di corpi, gemiti soffusi e vocalizzi concitati.

Vivevamo in dodici nell’angusto e lercio capanno. Non c’era una famiglia completa, ciascuno aveva perso qualcuno nei bombardamenti su Guernica che ci avevano costretto a trovare riparo lì. Non riuscivo ancora a capacitarmi di tutto, e forse ciò valeva anche per mio padre: ci rispettavamo troppo per accettare un destino tanto sordido.

Come ogni notte, mi ritrovai con gli occhi sgranati sulle sagome grigiastre ed i profili bruni che si mescolavano nel sesso, gioendo sottovoce. Proprio accanto a me lo stavano facendo una mamma con suo figlio. Lei cavalcava lui ed ansimante si insaccava sulla sua erezione. Tutt'intorno abbracci indecorosi e movimenti sconci.

Provai a spostarmi un po’ da quei due per assicurarmi che avessero sufficiente libertà di movimento e finii involontariamente contro mio padre che era steso sul fianco alle mie spalle. Non dormiva. “Tranquilla Mercedes”, sibilò palpitante a me che gli spingevo la schiena sul petto nudo. “Papà…”, sussurrai accalorandomi. Chiusi gli occhi, li riaprii con la sua mano che mi stringeva al suo corpo pressandomi allo stomaco. Ridiventammo muti spettatori di quella lascivia brunastra che amalgamava figlie e padri, mamme e figli, fratelli e sorelle. Restammo in balia nella nostra concitazione. Percepivo il suo respiro caldo ed invogliante sul mio collo e la mano bramosa sulla mia pancia, poi, sfiorandola coi glutei, scoprii la sua puntuale erezione.

Non mi mossi, neppure lui osò farlo. Mio padre era preda di una violenta libido tutta racchiusa nel pantalone ma ben slanciata. Restò immobile per amore, per non turbarmi, per proteggermi; si lasciava divorare dalla voglia ma oltre quel contatto non ardiva d’andare. Col suo cazzo duro sul mio culo, tornai a fissare gli abbracci indecorosi e le sgroppate lascive tra familiari, quelle ombre nel buio che si scuotevano e si intrecciavano. Le ragazze erano tutte mie amiche ed erano lì coperte dalle tenebre a donarsi ai loro padri o ai loro fratelli. Guardai l’angolo più lontano, quello dove s’era distesa a dormire Oneka col padre e distinsi chiaramente il loro amplesso; fissai Raquel, prossima alla porta, a quattro zampe con suo padre che la prendeva alle spalle; Ane invece subiva, quasi al centro della stanza, l’agitato dimenarsi di quel fusto del fratello. Era tutto così indecoroso e immorale eppure mi accalorava. Sarebbe finito presto ed io avrei usato le mani per darmi pace, come sempre.

Papà però mi stupì. La sua mano dal petto si spostò tremante su un mio seno. Stupefatta, trattenni il respiro con gli occhi ancora sgranati sullo spettacolo d'ombre nel campanno. Era la prima volta che papà faceva così. Mi teneva il seno con leggerezza, sembrava assaporare il calore della mia carne. Individuò il capezzolo, se lo centrò nel palmo e distese le dita sulla mia pelle. Non poteva essere vero, no! Papà mi stava palpando, papà sta prendendosi il mio corpo! Mi baciò il collo, io rabbrividii e, con un sussulto, mi allontanai da lui. Non so bene per quale motivo, non ero affatto disgustata, forse ero spaventata sì ma solo dal piacere che stavo conoscendo. Cosa diavolo avevo fatto?! Perché! Attorno a noi il trambusto andava quietandosi mentre io, sfuggita a mio padre, mi consegnavo pensierosa ad una notte insonne e senza masturbazioni.

Fu così anche per papà. Lo vidi alzarsi all’alba ed uscire. Solo allora riuscii a chiudere occhio.

Mio padre era stato con le Brigate, aveva patito tra proiettili rombanti e schegge d'acciaio, fango, pidocchi, fame. Era stato l’unico del villaggio a correre contro i franchisti, un eroe! Era riuscito a tornare, rintracciandomi sui monti con qui sopravvissuti e l’aveva fatto solo per me, saputo del bombardamento che aveva portato via mia madre. La città era stata devastata, non avevo altri familiari. Era il mio unico appiglio, la mia unica sicurezza. Evitava di parlarmi della guerra ed io, per non ferirlo e per non mostrargli la mia tristezza, avevo iniziato ad evitare ogni riferimento a mamma, a quelle campane che suonarono preannunciando il passaggio degli aeroplani, all’inutilità della corsa al rifugio, al suo corpo esanime sotto le macerie… In quella situazione assurda forse era giusto che il nostro rapporto cambiasse, che il nostro legame divenisse più intenso.

Mi risvegliai col profumo di caffè nelle narici. Tutti erano già in piedi e si comportavano col partner della notte come se niente fosse. Le mamme facevano le mamme, i padri facevano i padri, i figli erano tornati ad essere figli come le sorelle che non erano altro che sorelle.

Era tutto surreale, così strano che le prime volte avevo addirittura pensato d’aver sognato. Confusa come sempre me ne stavo a guardarli spossata quando Raquel mi raggiunse con una ciotola di latte. Si mostrò a me con un sorriso naturale, io mi forzai in una espressione serena ma lei percepì subito che ero inquieta. Per giunta si accovacciò accanto a me senza accorgersi di mostrare la sua nudità macchiata della sborra paterna rattrappita. Mi parlò, io le risposi svogliata fissandole l’intimità imburrata. Parlò ancora, fece domande, ebbe risposte spiccissime poi la interruppi: “Raquel pensi che dovrei anche io farlo con mio padre?”. Lei trasalì: “Come scusa? Non… non l’hai ancora fatto?”. Negai col silenzio e lei, sconvolta e divertita, chiamò Oneka e pure Ane. Accorsero come galline in cerca di pettegolezzi a bisbigliare ciascuna la sua: "Ma sei idiota? Ma li hai o no vent'anni! Cosa ha fatto per meritarsi questo?". Nessuna poteva credere al fatto che ancora non mi fossi concessa a mio padre e quante parole di biasimo ebbero per lui, per la sua tempra, per l’indole riguardosa che aveva per me. Insomma mi fecero sentire in colpa.

Quando si aprì la porta e papà apparve sulla soglia con due secchi d’acqua nelle mani, le mie amiche si defilarono, io restai al mio posto. Si liberò, salutò tutti, salutò anche me: “Kaixo!”. “Perdonami papà…”. “Cosa dici amore?”. Mi guardò, ero ancora sul giaciglio e frignai come una stupida: “Barkatu... perdonami per stanotte”. Lui sorrise teneramente poi imbarazzato chinò lo sguardo: “Perdona tu la mia mano scapestrata… non so cosa mi sia preso... sentitzen dut.”. Cercai i suoi occhi, fu inutile: “Papà voglio che tu sia felice qui con me, nonostante tutto”. “Se sei felice tu, lo sarò anche io”, si curvò nascondendomi delle pere sotto il giaciglio di stracci. Tacqui con l’appetito che mi squarciò lo stomaco. Mi stesi e, furtiva, mangiai le pere.

Il giorno andò via tra racconti e monotonia con Oneka, Raquel e Ane che non mancarono di punzecchiarmi per le mie “mancanze”. E tornò la notte ed io non chiusi occhio. E tornò lo scompiglio ed io aprii le cosce.

Sì, ero decisa a donarmi a mio padre.

“Papà vieni su di me”. Lui tentennò: “Tesoro, cosa dici…”. “Vieni, ti prego… ti voglio”, gnaulai e fu letteralmente sopraffatto dall’eccitazione. Silente, si erse nel buio, si fece largo tra le mie cosce e si posò su di me. In pochi attimi finii col suo cazzo in figa, abbandonata al piacevole oblio dell’incesto. Si scatenò la sua fame di sesso accumulata in quei mesi di guerra, ingorda, delirante, selvaggia. Fui scombussolata dai suoi affondi. Gemetti a bocca aperta con dei prolungati vocalizzi che risaltarono sulle effusioni degli altri, lui mi richiamò: “Mercedes!”. Io mi ritrovai bagnata. Mi aggrappai al suo tronco, cinturandolo con le cosce e riprese a fottermi. Mi adeguai alle mie amiche mordendomi le labbra, vibravo vittima dei continui colpi d’amore che papà riversava dentro di me. Muta, ero sbaragliata dal piacere che mi riempiva. Papà colpiva, io gli rubavo orgasmi su orgasmi. Giacevo trafitta in figa dal suo cazzo, con le mani sulla sua schiena. Mi scappò qualche gemito, era un nuovo orgasmo. Mi lasciai andare e lui liberò il so bacino appropriandosi delle mie caviglie. Continuò a fottermi, bello ed imperioso, diede ancora qualche sferzata con prepotenza poi cadde su di me, reggendosi appena con le braccia, soffocando l’armonia di spruzzi focosi e collosi.

Attorno a noi c’era il silenzio. Non sapevo da quanto tutto si fosse acquietato. Rimuginai guardandomi attorno con papà che già mi si assopiva accanto. Sorpresa, intravidi i profili cinerei di Oneka, Raquel ed Ane rizzati a fissarmi. Mi sorrisi e chiusi gli occhi.

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