Erotici Racconti

Ciclo dei Berlinali - 5 di 9 -

Scritto da , il 2018-02-12, genere dominazione



Midnight in Moscow

A volte capitano quelle giornate spente, morte, come le chiamo io. Il tempo scivola via pigro e tu ti trascini nell'inedia, senza riuscire a prendere una decisione chiara sul come portare avanti la giornata. Il tempo scorre lentamente, inesorabile, come sabbia tra le dita, e non puoi, non riesci a far nulla per cambiare le cose. Ti trascini svogliatamente dal letto alla doccia. Ti vesti con una lentezza fuori dal normale. Tutto scorre accanto a te, ma tu sei lento, fiacco, come se qualcosa ti rallentasse contro il tuo stesso volere. Vorresti fare mille cose, ma perché spendere tempo ed energie per farle oggi, quando potresti tranquillamente rimandarle a domani?
Così si fa l'ora di andare al lavoro. T’infili gli anfibi, indossi la fedele giacca di pelle ed esci in strada. Persino il tram sembra non averne voglia. Incede pigro, quel treno, con quei suoi grandi fari tondi che ti guardano e sembrano dire:
«Dai, non salire adesso, aspetta il prossimo trenino…»
E gli daresti anche ragione, tornando bello e tranquillo sotto il piumone, se non fosse che il lavoro chiama. Le porte del tram si chiudono alle tue spalle e la giornata, nel bene o nel male, ha inizio.
Il lavoro si dimostra come tutto il resto: pigro, lento, stanco, noioso. Il tempo non passa mai e fatichi persino a inventarti qualcosa per arrivare a fine servizio. Quasi gridi al miracolo quando si fanno le ventitré e finalmente te ne puoi andare.
Birretta? Casa? Guardi l'ora, pensi alla giornata appena trascorsa, così morta, così insulsa. Stai già pensando di andare a casa quando un pensiero...
"Che cosa vuoi che succeda stasera, in una giornata come questa?! Vada per la birretta..."
Non ci vuole molto per arrivare al solito club poco distante, dove ormai sei classificato come uno dei "best guest", a sorseggiarti il classico boccale post-lavoro. C'è poca gente persino al club, stasera. Decisamente una giornata morta.
Banco. Sgabello. Birra.
Visto il mortorio generale, tiro fuori dalla tracolla il mio simpatico compagno di avventure – il Kindle, che mi porto sempre dietro, pronto all'uso – e inizio a buttare giù qualche parola del prossimo racconto dei Berlinali.
Pochi minuti alla mezzanotte. Con un ultimo sorso vuoto il boccale e faccio un cenno alla barista di riempirlo nuovamente. Lascio il Kindle lì sul banco, in apparenza incustodito, ma so che è tenuto d'occhio. Tutto, oggi, va inevitabilmente a rilento. Non sarò certo io a rovinare questo ritmo.
Quando torno al mio solito sgabello, noto due facce nuove che stanno parlando tra loro. All'inizio lo sospetto solo, poi ne avrò la conferma: parlano in russo con l'altra barista, che già so essere russa. Mi siedo tranquillo e mi faccio gli affari miei, continuando il mio lavoro. Almeno fino a quando la barista, la mitica Iryna, parlando con i ragazzi, mi indica con uno sguardo e fa il mio nome. E ogni tanto mi lanciano sguardi. Grazie fanciulli, che parlate di me. Sorrido divertito, fin quando Iryna si avvicina e me li presenta come suoi amici russi in visita a Berlino. Al solito, i loro nomi sono una bolla di sapone per il mio povero, stanco neurone. Dopo una breve presentazione e un fugace scambio di sorrisi di circostanza, ognuno torna alle sue attività. Non so cosa Iryna abbia detto loro di me, non me ne curo nemmeno. Loro chiacchierano in russo con Iryna, io sorseggio la mia birra – la seconda – e scrivo. Dopo questa breve interruzione ed entusiasmante botta di vita, tutto torna alla calma piatta.
Almeno fin quando Pol, il mio amico barista-dj-buttafuori, non mi chiama all'ingresso del locale. A quanto pare, a questa tarda ora della notte ci sono ancora italiani che hanno voglia di fare festa. Ed entro in gioco io, con la mia buffa funzione di traduttore simultaneo italiano-inglese-tedesco (poco). Restiamo io e Pol. È tardi. Sono passate le tre quando, finalmente, il gruppo di italiani se ne va. S’inizia a pulire e mettere ordine per la chiusura. Mancano solo i due amici di Iryna.
Finalmente ci raggiungono all'uscita mentre il ragazzo russo, visibilmente brillo, canta i Metallica – “Sad but True” – veramente fuori tempo, veramente male. Qualcosa di assurdo ma divertente. Lei, invece, si dimostra capace di sorprendermi.
«È ubriaco…» mi dice, come se non lo avessi capito già da solo.
Mi lascio andare a un sorriso di assenso senza particolare convinzione. Capirai che novità, un ubriaco a Berlino…
È castana, capelli lunghi e lisci. Viso dai lineamenti morbidi, con la mascella ben definita. Gli occhi sono anch'essi castani, ma illuminati da una luce viva e maliziosa. Le sopracciglia, lunghe e curate, contribuiscono a rendere il suo viso sfuggente e leggero. Se proprio vogliamo, l'unico difetto è una discreta assenza di seno. Credo che quando gli Dei lo stessero distribuendo, lei fosse momentaneamente assente. Ma devo ammettere che, nel complesso, è una ragazza piacevole alla vista.
Pronta per uscire, metà dentro, metà fuori dal locale, è ben chiusa nella sua giacca a vento. Altro che arrivo della primavera, qua siamo ancora in piena era glaciale.
D'un tratto, cogliendomi del tutto impreparato, allunga la mano con un gesto repentino, fulmineo, e mi sfila gli occhiali dal naso. Il suo inglese, quando parla, ha una cadenza tutta sua. Che dire… anche la mia cadenza e il mio accento devono suonare quanto meno particolari alle loro orecchie.
«Un regalo per me! Wow! Grazie!»
Io la guardo senza capire subito il significato delle sue parole, alzando il sopracciglio destro. Poi realizzo.
«No, non credo! Sono i miei e mi servono!»
«Ma mi piacciono! E adesso me li tengo!»
Rido davanti alla sfacciataggine della ragazza. Guardo il ragazzo, non mi è chiaro se stiano insieme o no. Poco importa. Sta parlando in tedesco con Pol, ignorando me e la sua amica. Torno a dedicarmi a lei.
«Non credo… non sono un regalo. Tu li hai rubati.»
Si rigira gli occhiali tra le mani, osservandoli, noto le dita lunghe e le mani curate, e se li mette sul naso. È un attimo. Il mio cervello ha già elaborato pensieri peccaminosi e proibiti, che quasi io stesso mi vergogno ad ammettere. Quasi. La mia espressione cambia in un istante e, credo che lei, da come ricambia il mio sguardo, abbia inteso benissimo i miei pensieri.
«Certo che sì!»
Mi guarda da dietro i miei occhiali portati proprio sulla punta del naso, come fosse una professoressa viziosa.
«Capisci il tedesco?»
«Purtroppo no»
«E il russo?»
Rido.
«Non capisco il tedesco, come puoi pensare che capisca il russo?»
E lei se ne frega. Inizia a parlare in russo, guardandomi dritto negli occhi da sopra gli occhiali. È qualcosa di davvero strano. Lei mi fissa. Io la fisso. Ha un modo di guardarmi, di muovere le labbra mentre parla, che non esito a definire conturbante, eccitante. Mi trattengo, lascio che reciti la sua poesia, attendo con calma che finisca. Devo distrarmi o rischio d'inchiodarla al muro. Qui e ora, senza curarmi di chi ci circonda. Qualcosa, in quegli occhi, è così dannatamente magnetico che mi risulta impossibile distrarmi.
Finisce di parlare. Silenzio.
«Carina, molto», dico io.
«È una poesia che amo», risponde lei.
«No, non la poesia. Tu.»
La sua espressione perplessa vale ogni mio sforzo per essere lì, a Berlino, in quel pub, ora. Eppure non risponde, senza distogliere lo sguardo.
«Dove dormi?», insisto vedendola esitare.
«Poco lontano da qui. Divido la casa con lui.»
«È il tuo ragazzo?»
«Sì.»
Risposta secca, ma lei non cambia sguardo e continua a fissarmi. Ormai sono in gioco. Lascio il campo a Ronin. Spingiamo sul pedale dell'acceleratore.
«Voglio fotterti mentre indossi i miei occhiali.»
Lei sembra quasi irrigidirsi per un attimo. Vedo benissimo come lei scorra lo sguardo tra me e lui e poi di nuovo da lui a me. Accenna un sorriso provocante e divertito.
«Puoi accompagnarci a casa, se vuoi.»
La osservo… il suo viso, i suoi movimenti, il fatto che regga senza problemi il mio sguardo, tutt'altro che innocente. Guardo lui, che probabilmente non si sta nemmeno rendendo conto su quale pianeta si trovi e cosa stia succedendo tra me e la sua fidanzatina.
«Ok. Andiamo.»
Poco dopo stiamo camminando per la Schönauser Allee sorreggendo, in mezzo a noi, il ragazzo ubriaco.
Aveva ragione, non andiamo lontano, neanche due fermate di U-bahn. La ragazza sta aprendo la porta di un piccolo appartamento al terzo piano, rigorosamente senza ascensore, mentre il suo ragazzo è ormai tra le braccia del Signore dei Sogni e si regge a stento in piedi.
«Aspetta qui.»
Mi dice una volta dentro casa, con la porta che si chiude dietro di noi.
Si appoggia il ragazzo su una spalla e sparisce dietro un'altra porta con lui. Mi guardo attorno, mi sfilo la giacca e la appoggio su una sedia. Un ambiente spartano, ridotto al minimo, ma decorato con cura. Alla finestra tende con la porta di Brandeburgo stampata all'infinito. Nell'aria una leggera fragranza di agrumi e una nota dolciastra che non riesco a definire. Mi viene in mente quando, da piccolo, nella casa in campagna di mia nonna andavo a caccia di lamponi selvatici in mezzo ai rovi tornando pieno di graffi.
Quando la ragazza torna, chiudendosi dietro la schiena la porta di quella che immagino essere la camera da letto, inizia a spogliarsi. In poco tempo rimane solo con le mutandine, viola, decorate da un fiocchetto bianco centrale, e il reggiseno nero. È giovane, avrà qualche anno meno di me, un fisico asciutto e sodo. Poco seno, ma due gambe snelle, forti. Una vita stretta.
«Che cosa stavi dicendo poco fa al club?»
Mi guarda dritto negli occhi mentre si avvicina lentamente a me. Sorrido. Mi sta simpatica.
«Dicevo… voglio fotterti.»
Si mette a ridere, divertita, imbarazzata e provocante. Io le prendo il viso tra le mani e la bacio senza aspettare oltre. Le nostre labbra si aprono e in un istante giocano tra loro, cercandosi, stuzzicandosi. Il suo bacio ha il sapore dell'assenzio. Le mie mani scivolano sul suo corpo, sulla sua schiena. Tolta la maglia, le slaccio il reggiseno con un gesto semplice, rivelando due seni piccoli e sodi e due capezzoli che svettano orgogliosi. La mia mano le afferra un seno, lo stringe, lo accarezza. Poi è il turno del capezzolo. Inizio piano, accarezzandolo e stuzzicandolo lentamente. Fino a quando lei non mi morde la lingua, prima, un labbro poco dopo.
«Ehi!»
Lei mi guarda con uno sguardo strano. Una luce di follia nei suoi occhi. M’intriga. Ho il sospetto che sarà una notte pericolosa.
«Che c'è?»
Il suo capezzolo tra le mie dita sembra fatto d'acciaio.
«Non si morde.»
«No? E perché?»
«Perché è pericoloso. Potrei morderti anch’io.»
Mi guarda con i suoi occhi castani e la follia che si cela in essi mi fa venire in mente quelle giornate di sole in cui si vede la luna alta nel cielo. E il suo bacio, all'assenzio, è così pericolosamente irresistibile.
Tuttavia, lei non dice nulla. La assecondo quando mi toglie la felpa e la t-shirt. La sua mano scivola sulla mia pelle fino al braccio tatuato, e mi accarezza il disegno seguendone i contorni e le linee. La sua bocca si avvicina al mio collo e inizia a baciarmi dal lato del "Ronin".
La sua voce è un sussurro:
«Mi piacciono i tuoi tatuaggi…».
Io ho una strana sensazione di déjà-vu e le mie dita tornano attorno al suo capezzolo. Un attimo dopo sento i suoi denti.
«Se mordi, io stringo.»
E lei accoglie le mie parole come un invito. Che non è esattamente quello che volevo intendere io. Forse.
I suoi baci sono sempre più morsi. Non stringe i denti, ma me li fa sentire chiaramente. Gioca sul mio collo, attorno al tatuaggio, morde la pelle, morde il muscolo. Scariche adrenaliniche mi arrivano dritte al cervello, attraversano il mio corpo e, inevitabilmente, l'erezione mi esplode potente. Io sono di parola. Ogni volta che i suoi denti stringono la mia carne, le mie dita si chiudono intorno al suo capezzolo. E più stringe lei, più stringo io.
Poi i suoi denti si chiudono sulla mia carne con più forza, più decisione, e sento una fitta di dolore puntarmi dritta al cervello. Ringhio. Giro di scatto la testa verso di lei mordendole la guancia e stringo il suo capezzolo. Lo afferro con le unghie e stringo.
La sento irrigidirsi.
Stringo.
La sento fremere.
Stringo.
Sento che trattiene il fiato.
Stringo sempre più forte.
«Please…»
«Please? What?»
«Please stop…»
Non stringo più, ma mantengo la pressione per un lungo istante. Lascio andare.
«Danke.»
Sussurra piano prima di prendermi la mano che stava torturando il suo capezzolo e guidarla fin sopra le sue mutandine. Sono bagnate. Molto. Le massaggio il sesso da sopra l'indumento, lei sospira, ansima, geme e gode. Io mi diverto. I suoi umori colano e impregnano il tessuto. Spingo il medio dentro di lei. Mutande incluse. Entra una buona metà, nonostante il tessuto che ostacola i movimenti. Lei ansima, le sue mani si aggrappano alle mie spalle, allarga le gambe e gode. Muove il bacino, viene incontro al mio dito. Una piccola bestiolina che vuole godere. Spingo ancora e lei allarga ancor di più le gambe. Tolgo il dito, entrato per una buona metà, e mi sembra di avere i suoi umori fino al polso. Ma deve essere solo un'impressione, non può bagnarsi davvero così tanto. Sta colando come non avrei creduto possibile. Scivolo con la mano sotto il suo indumento, cerco il suo clitoride e lo accarezzo con due dita.
Lei gode e stringe ancor di più le mani sulle mie spalle. Domani avrò i segni. Come se fosse la prima volta… ormai ci sono abituato, da quando sono in questa maledetta città. Prendo il suo clitoride con le unghie, senza stringere.
«Tu stringi… io stringo…»
Glielo sussurro piano. In fondo, nell'altra stanza, c'è pur sempre il suo ragazzo, anche se probabilmente è svenuto.
Per un attimo lei lascia andare la presa ma, quando io torno a stimolare il suo sesso, lei stringe come prima. E allora io chiudo il suo bottoncino tra le mie unghie e stringo. Non le chiedo il permesso, non le chiedo se le piace, non le chiedo se le fa male. Stringo e basta. Lei si stringe a me più forte. Diventa una sfida. Il suo clitoride tra le mie unghie, sempre più forte.
Cede. Lascia andare la presa e piega la testa in avanti, appoggiandola al mio petto. Trema. Io non mollo la presa. Sta facendo tutto Ronin. Lo lascio fare.
«Ti faccio male?»
«Sì…»
Con l'altra mano scivolo sul suo sesso, dentro al suo sesso, affondando due dita. È talmente bagnata che entro senza sforzo, quasi mi risucchia. Un piacere dei sensi!
Le tengo il clitoride stretto e intanto la fotto con due dita. Ansima. Ma ogni volta che prova a muovere il bacino, il clitoride si tende e deve farle male.
Gioco con il suo corpo, divertendomi a darle piacere e dolore a mio piacimento. Sono io, ora, a decidere per lei. La ragazza russa si tiene stretta a me. E, a giudicare dalla quantità di umori che colano dal suo sesso, il trattamento che le sto riservando fa effetto.
«Fottimi…»
È quello che sussurra tra un sospiro e l'altro.
Non ho bisogno che me lo chieda. Ho un'erezione potente e una voglia che mi annebbia la vista, ma non voglio avere fretta. Voglio godermi a modo mio questa cagnetta. In questo momento non m’interessa nulla del suo nome, del suo ragazzo, della sua nazionalità. M’interessa solo del suo piacere, del suo dolore. E capisco cosa voglio. Voglio sentirla urlare. Voglio che il suo ragazzo la senta urlare.
Estraggo le dita dal suo sesso e allento la presa sul clitoride. Solo per un attimo. La sento prendere fiato, nella speranza che questa tortura sia finita.
«Rilassati.»
«Come?»
«Rilassati. Rilassa il tuo corpo.»
Posso sentirla mentre esegue il mio ordine.
«Guardami.»
Alza il viso e punta i suoi occhi nei miei.
«Vuoi giocare con la Bestia?»
E di nuovo quel suo guardarmi come una pazza, quella luce così selvaggia, così piena di follia, nei suoi occhi.
«Oh… sì…»
E senza distogliere lo sguardo, nello stesso tempo, stringo la sua carne e affondo dentro il suo sesso.
Lei sgrana gli occhi e spalanca la bocca, sento le sue unghie aggrapparsi a me e stringere.
Di colpo interrompo tutto e la spingo con la faccia contro il muro. Le scappa un gridolino, più per la sorpresa e lo spavento, credo, e in un attimo le sono addosso, sono contro di lei, schiacciandola con il mio corpo contro il muro. Cerca di opporsi, portando le mani all'altezza delle spalle e spingendo. Cerca di farsi spazio, di prendere spazio e allontanarmi.
Sento la bestia crescermi dentro. E allora ringhio. Ringhio vicino al suo orecchio. Mordo. Lei prova a spingere ancora e la sua ribellione non fa altro che eccitarmi ancor di più. Non può non sentire la mia voglia contro le sue natiche. Sussurra qualcosa, cerca di opporsi. Ancora. E mentre le mordo, senza controllo, orecchio, collo, spalla, lei ansima, geme, guaisce.
Basta giocare.
In un attimo i miei pantaloni volano lontani. Lei approfitta del mio momento di distrazione per tentare ancora di liberarsi. Io non ci vedo più. Le afferro i polsi, portandoli sopra la testa. È mia. Le tengo fermi i polsi senza curarmi di non farle del male.
La mano libera scivola sul suo sesso. Un sesso che cola umori senza risparmio.
Entro dentro di lei. Con foga, con rabbia, con forza.
La prendo così, in questa stretta di forza, contro il muro.
Ansima.
Gode.
«Grida.»
La mia voce è più un ringhio.
Scuote la testa.
«Urla il tuo piacere.»
«No…»
«Non te lo sto chiedendo.»
«No…»
E intanto la posseggo, la faccio mia, affondo dentro la sua carne più tenera traendone un piacere animalesco, primordiale, dannato.
A ogni affondo un morso sul suo collo.
A ogni affondo un gemito, un sospiro da parte sua.
«Ora urlerai.»
«No…»
E accompagna le parole con un leggero ma deciso movimento del capo.
«Io penso di sì…»
Le dita della mano libera si chiudono sul suo clitoride. Ha capito. Cerca di opporsi ancora, spingendo il bacino contro il muro, ma sono già sul suo sesso, dentro di lei. Ora è soltanto la mia preda.
A ogni affondo, le mie unghie si chiudono sul suo clitoride.
«Urla.»
Affondo e stringo.
«Urla.»
Affondo e stringo.
«Urla.»
Affondo e stringo.
Fino a quando non china la testa, cerca di resistere ancora.
E poi esplode.
Inizia a muovere il bacino come una pazza. Un attimo dopo la sua voce rompe il silenzio.
Urla.
Sta urlando.
Io non ci vedo più.
Le ringhio nell'orecchio e lei urla di dolore e piacere.
Tutto esplode. I nostri piaceri si mescolano e restiamo fermi, come aggrappati al muro, lasciando che il piacere si plachi e il nostro battito si regolarizzi.

Quando mi riprendo, ritorno in me, la gola mi brucia e fatico a deglutire.
La ragazza si è accasciata a terra, tra le mie gambe, in posizione fetale. Io la domino appoggiandomi con una mano al muro.
La guardo. Non è per niente una brutta ragazza.
Mi sposto e mi rivesto nel silenzio del piccolo appartamento. E se il suo fidanzato non ha sentito questo caos, deve essere sordo. Mi butto addosso la giacca prima di abbassarmi davanti a lei, accarezzandole il viso.
L'espressione da pazza è passata, mentre io mi rendo conto che la sto ancora guardando come una preda da sbranare.
«Grazie.»
La sua voce è bassa bassa, quasi tenera.
«Non è andata come avevo pensato.»
Sorride. Allunga il collo per lasciarmi un piccolo bacio.
«A me è piaciuto. Tremo ancora. Mi hai… presa.»
«Sì… credo si possa dire così».
Sorrido. Sorride.
«Ma senza occhiali.»
«Pazienza…»
«Dovremmo rifarlo.»
Mi scappa un mezzo sorriso e chiudo gli occhi per un istante, scuotendo il capo.
«No… non credo.»
Mi guarda perplessa. Io cerco le parole per spiegarmi e ci rinuncio.
«Diciamo che… ho sentito dire che è meglio stare lontani dai russi. Sono pericolosi.»
Lei mi guarda con un'espressione indecifrabile.
«Io ti sembro pericolosa?»
Rido.
«Assolutamente sì. Spero di non averti fatto male. E, a ogni modo, tu hai il ragazzo.»
Scivola con una mano sul suo sesso.
«Mi farà malissimo. Per una settimana non potrò scopare…»
«Mi spiace.»
Lei sorride, di nuovo con quegli occhi da pazza. Sappiamo entrambi che ho mentito.
«A me no. È stato così… forte, animalesco… lui non è come te.»
Il suo sguardo corre verso la porta della camera da letto. Non è amore quello che c'è nei suoi occhi in quel momento. Sembra più… disprezzo. Io non giro il capo, per un attimo ho l'impressione di essere stato usato, di essere io la preda e lei la cacciatrice.
In fondo, non è stata lei a venire da me? Per un attimo sento la rabbia salire. Poi rido.
«Ti strapperei il clitoride con i denti.»
E quando lei allarga le gambe, guardandomi con quegli occhi da folle, in una silenziosa sfida, capisco che è giunto il momento di andare. Mi alzo. Lei ci rimane male.
«Non vuoi fottermi con gli occhiali sul naso?»
Le passo una mano tra i capelli e le regalo il mio mezzo sorriso.
«Spero non mi verrai a cercare tra nove mesi.»
Si lascia andare a una risata divertita.
«Non voglio bambini.»
Quando sono sulla porta, con la mano sulla maniglia, la sua voce mi ferma:
«E sono sana. Di solito non faccio queste cose. Ma quando ti ho visto mi hai ispirata. Non ho saputo trattenermi. Sono felice di non essermi sbagliata.»
Le sorrido e apro. Non mi sono mai piaciuti gli addii. Non fanno per me.
«Mi toccherò spesso pensando a questa notte.»
Sorrido, pensando che lei sarà una delle mie storie.
Esco. La porta sta per chiudersi alle mie spalle. Non ce la faccio. Nell'ultimo, fugace istante, getto un'occhiata verso la porta della camera da letto. Lei è ancora dove l'ho lasciata. Ma quella porta, ora, è socchiusa. E io sono dannatamene certo che prima non lo fosse.

Questo racconto di è stato letto 6 5 0 volte

Segnala abuso in questo racconto erotico

commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.