Cinque anni così...

Scritto da , il 2017-12-15, genere sentimentali

Rabbia.
Per cinque anni non ho provato altro che rabbia.
Cinque anni d’inferno in terra, di occhiatacce, di bullismo, di torture psicologiche, di frasi di scherno e di oppressione.
Tutti parlano degli anni del liceo come gli anni scolastici più belli. Gli anni con più ricordi da portarsi sempre con sé. Ogni volta che uno dei miei coetanei parla di bravate a scuola, inizia la frase con “Quando ero al liceo...”.
Io non ne ho di questi ricordi da poter condividere, solo un muro di nebbia rossa.
Ma non venivo bullizzata dai miei compagni di scuola. Oh no. Da quelli mi autoisolavo io stessa con estremo piacere: troppa stupidità e superficialità che dilagavano tra loro.
Io venivo bullizzata dai professori.

Li chiamano “educatori”, ma io li descriverei come dei muli dalla testa china e con il paraocchi. E questi sono quelli che si salvano, che sono pochi. La maggioranza di professoresse che ho avuto in quegli anni...non saprei neanche come definirle.
Mi volevano impedire di leggere libri durante la ricreazione, non mi facevano uscire da scuola in anticipo quando avevo le visite mediche “Perché Alba mica ha il cancro.”, non accettavano il mio stile di vita al di fuori delle mura scolastiche, aggredivano la mia totale assenza di “qualità da leccaculo” che avevano invece i miei compagni. Queste sembrano piccolezze, ma in realtà non lo sono.
Immaginate il fiato sul collo da parte dei professori ogni giorno. Ogni giorno una telefonata a casa. Ogni giorno una nota disciplinare per qualcosa che TU hai fatto (e che se fatta da qualcun altro, non fa niente). Ogni giorno un insulto lanciato in maniera indiretta. E quando un giorno te sei in bagno che stai piangendo per una giornataccia o per altro, la tua professoressa chiama tua madre e le dice: “Ora che l’ho vista piangere sono soddisfatta.”.

Sapete che tra tutte queste cose, criticavano il mio modo di vestire?
Un giorno della terza superiore, ero vestita con una gonna a quadretti neri e rossi, una canottiera, una felpa di pile, delle parigine nere e degli stivali. Una classica tenuta da college inglese. La professoressa di italiano mi ha guardata schifata, piena di disprezzo: “Alba, ti sembra il modo di venire a scuola conciata così?”
Io, che non ne potevo più di provare a fare la brava studentessa che chiedeva sempre scusa per essere sé stessa, le risposi un secco: “Sì.”
“Mio Dio. Davvero sei certa che un abbigliamento del genere sia consono?”
“Se lei e gli altri vi vestite di merda non è colpa mia.”. Chiamata a casa. Mia madre mi dava ragione, dicendo che non vedeva il problema nel mio modo di vestire.
La risposta di professoressa e preside è stata: “Sua figlia si veste come una prostituta da marciapiede. Con quel poco dignitoso modo di vestire non varcherà la soglia della scuola, domani.”
Alla fine, dopo che mia madre ha minacciato di denunciarli, è venuto fuori che il motivo non era la poca dignità che potevo mostrare. Era perché i professori maschi mi guardavano.
Eccome se mi guardavano. Così come i miei coetanei. E alle professoresse gelose, vecchie e zitelle questa cosa non andava giù.
Ogni volta che indossavo un leggings, una gonna o qualcosa di leggermente più aderente (soprattutto sul culo), sentivo gli sguardi degli uomini della mia scuola addosso. Non me ne sarei fatta neanche uno. L’idea di scoparmi dei fossili viventi non mi allettava affatto.
Non mi vestivo da zoccola, non troieggiavo in giro. Semplicemente avevo la colpa di essere una bella ragazza che destava troppa attenzione.
Un mio professore, ogni volta mi mangiava con gli occhi. Mi chiedeva sempre se avessi bisogno di ripetizioni extra nelle ore dopo la scuola. E aveva sempre un certo rigonfiamento nei pantaloni. Quell’uomo con la fede al dito e tre figli a casa.
Mi ricordo che qualche deficiente di ragazzo mi chiedeva se volessi fare loro dei pompini dentro al bagno. Sapevano (ancora non so come) che quando andavo alla toilette mi masturbavo. Al quinto anno sono dovuta trasferirmi sulla scala antincendio per toccarmi in pace.
Un altro professore, ogni volta che ne aveva la possibilità, si avvicinava a me, aderiva con tutto il suo cazzo al mio culetto, mi tirava indietro i capelli e mi sussurrava: “Sei una studentessa con molte qualità.”.
Un altro professore ha cercato di “comprarmi” regalandomi un film, visto che mi piacciono tanto.
Il professore di ginnastica mi dava 10 “Perché hai un bel culo sodo.” e ogni volta che mi nominava capitano per lo stretching, si posizionava dietro di me mentre mi piegavo in avanti. Anche lui mi faceva sentire quanto ce l’aveva duro e diceva sempre: “Molto bene. Stai andando molto bene.”

E io non lo facevo nemmeno apposta a destare la loro attenzione.

“Se sei vestita così di giorno...di notte come ti vesti?”
“Ma fai qualche lavoro notturno?”
“Ma i tuoi genitori non ti dicono niente di quegli stracci che hai addosso e che non coprono niente?”
“A scuola si deve venire come fanno le tue compagne: senza trucco, con i jeans o la tuta e le scarpe da tennis.”
“Sono stata informata che tu indossi i tanga. Alla tua età? Sei ridicola e patetica, solo in cerca di attenzione.”
“Davvero credi che nella vita otterrai risultati solo attraverso il tuo aspetto fisico?”
“Esci con i ragazzi più grandi? C’è qualcosa che non va.”
“Ho sentito che hai avuto il tuo primo rapporto con un ragazzo. A 14 anni. Non ti senti sporca? Non ti vergogni?”
“Hai letto Cinquanta Sfumature di Grigio. Sei deviata sessualmente. Hai bisogno di uno psicologo.”
“Perché rimani in bagno così tanto?”
“Una ragazza che cerca attenzione dagli uomini come te fa schifo.”
“Vestita così e con questo tuo atteggiamento sei la vergogna del genere femminile.”

“Sei una poco di buono. Non combinerai mai niente nella vita. Il massimo che mi aspetto è vederti attaccata a qualche vecchio con i soldi.”

Cinque anni così.

Mi sono rotta il cazzo.

Ma si fottano. Tanto loro hanno fatto così perché si annoiano nella loro vita vuota di merda ahahahah!

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