Erotici Racconti

Praticamente sorelle

Scritto da , il 2017-04-20, genere sadomaso

Questa è la prima parte di un racconto piuttosto lungo, motivo per cui già questa prima parte è parecchio lunga. Come sempre, buona lettura :-)

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Gli occhi azzurri di un ragazzo davanti a loro. Buio.
La testa che inizia a girare. Buio.
Le ginocchia che cedono di schianto. Buio.
L’asfalto che si fa sempre più vicino. Buio.
Mani che le afferrano prima che tocchino terra. Buio.
Il rumore di un motore che accelera lungo le vie della città. Poi solo un lunghissimo momento di buio.
Un attimo prima erano in piedi a bere e chiacchierare ed un attimo dopo erano sparite dalla terra. Svanite.

Chiara e Silvia dormirono un sonno senza sogni né incubi, buio e silenzioso come una notte di luna nera nel deserto, almeno finché non furono svegliate da una secchiata di acqua gelata. Destate in modo brusco e accecate da forti fari, ci misero diversi istanti a mettere a fuoco quello che c’era intorno a loro e non era qualcosa che conoscevano.
Sotto di esse non c’era altro che freddo e sporco cemento su cui erano proiettate ombre sottili che finivano per sovrapporsi. Nonostante la nausea ed il mal di testa capirono di trovarsi in una gabbia quadrata di metallo. Tre lati erano formati da sbarre tonde e spesse mentre la quarta era una lastra di metallo in cui si intuivano i contorni di alcune aperture.
Bagnate, infreddolite e terrorizzate, da un lato erano felici di non essere sole ma, dall’altro, si pentivano per questo pensiero assolutamente egoistico. Istintivamente si abbracciarono per cercare tepore e conforto ma l’unico risultato che ottennero fu di appiccicare ancora di più alla pelle i vestiti bagnati. Tranne le scarpe e le borse, che erano sparite, per il resto erano vestite come la sera precedente. Se qualcuno avesse abusato di loro, sicuramente non avrebbe perso tempo a rivestirle a questa idea un po’ le rassicurò.
Chiara e Silvia non erano sorelle, non geneticamente per lo meno, ma erano cresciute come tali. Avevano frequentato insieme tutti i cicli scolastici, dall’asilo al diploma, quindi erano cresciute insieme. Durante gli ultimi 18 anni avevano condiviso praticamente tutto, dalla scuola alla messa domenicale, dalle amicizie all’appartamento da universitarie. All’università le strade si erano leggermente divise ma solo per il tempo delle rispettive lezioni.
Negli anni ognuna aveva fatto le proprie esperienze, aveva avuto relazioni più o meno stabili, ma non permisero mai a nessuno di mettersi fra loro o, peggio, di giocare con loro. Dopo così tanto tempo sapevano che ognuna poteva contare sull’altra, senza se e senza ma, perché non avrebbero permesso a nulla e nessuno di dividerle. Mai.

Dopo essere state bruscamente svegliate non era successo più nulla. Fuori da quella gabbia non c’era nessuno o, per lo meno, loro non riuscirono a vedere né sentire alcunché. A circa 3 metri da ogni fila di sbarre era stato posizionato un faro puntato verso il centro della gabbia la cui luce, forte e intensa, le accecava tanto da non gli permettergli di vedere oltre. Fatta eccezione per i brividi di freddo che le percorrevano, era tutto così fermo ed immobile che il tempo sembrava aver smesso di scorrere.
Per questo sobbalzarono dal terrore ed emisero dei gemiti di paura appena udirono il clangore prodotto dall’improvvisa apertura di uno sportello nel mezzo della parete di metallo. Non sapendo cosa aspettarsi si spostarono istintivamente verso il lato opposto ma, poco a poco, la curiosità vinse. Nonostante Chiara le avesse bisbigliato di restare ferma, Silvia si alzò facendo segno all’altra di rimanere tranquilla. Quindi, con cautela e curiosità, si avvicino all’apertura.
Impossibile dire se rimase stupita o delusa dal trovarvi due bicchieri colmi d’acqua ed una scatola di pastiglie per il mal di testa. Senza pensarci molto li prese e tornò dall’amica a cui porse uno dei bicchieri. Guardarono con sospetto la scatola del farmaco.
“E se fosse altro?”
Era stata Chiara a dar flebile voce ad un pensiero comune.
“Tipo cosa? Droga?!
L’amica annuì.
“Allora non dovremmo neppure bere l’acqua.”
“Già, in effetti…”
“Comunque sembra che non sia mai stata aperta.”
Così dicendo aprì la confezione ed estrasse un blister perfettamente integro.
“Fanculo – continuò Silvia – vista la situazione in cui siamo…”
Non terminò la frase. Si gettò in bocca un paio di pasticche e le inghiotti con un sorso d’acqua. D’altra parte chi le aveva portate lì e rinchiuse in gabbia non avrebbe avuto difficoltà a fare ben altro senza ricorrere ad un sotterfugio come quello. Chiara imitò l’amica sperando che avesse ragione.
I minuti ripresero a scorrere lentissimi. Mentre aspettavano che il medicinale facesse effetto si strinsero nuovamente una all’altra nella strenua ricerca di quel po’ di calore che continuava a sfuggirgli. Nemmeno si accorsero che lo sportello si era richiuso, questa volta senza fare rumore, ma trasalirono non appena si aprì un’altra volta.
Fu sempre Silvia ad alzarsi e, mossa dalla curiosità, a sbirciare nell’apertura. All’inizio non vide proprio nulla ma poi scorse un foglio.
“Col cazzo!” esclamò a beneficio di chiunque potesse sentirla.
“Silvia?!? Che c’è?” chiese l’amica con un filo di paura nella voce.
“Leggi.”
Prese il foglio con la mano leggermente tremante. C’erano scritte solo tre parole in uno stampatello molto chiaro e dai caratteri aguzzi: “VESTITI PER ASCIUGAMANI”.
“Cosa … cosa significa?” chiese Chiara.
“Tu cosa credi?” rispose l’amica evidentemente stizzita.
“Credo che… beh… vogliono che ci spogliamo?”
“Appunto… fottetevi!!!” urlò un’altra volta sapendo che qualcuno l’avrebbe sentita.
“Io… io credo che… forse dovremmo pensarci.”
Chiara non ne poteva più di sopportare quel freddo. Vestiti bagnati per asciugamani puliti poteva essere uno scambio vantaggioso, tutto sommato.
“Tu sei matta, io non mi spoglio di sicuro.”
“Ma… stiamo morendo di freddo… Silvia, io sto morendo di freddo.”
Tanto era ferma Silvia, tanto era implorante Chiara. Erano come sorelle ma caratterialmente non potevano essere più diverse anche se questo non era necessariamente un male. Molte volte l’impulsività di una era stata smorzata dalla riflessività dell’altra e viceversa. Alla fine erano caratteri complementari e questo aveva cementato la loro amicizia negli anni.
“Resisti. Vieni vicino a me e scaldati.”
“Siamo entrambe bagnate dalla testa ai piedi. L’acqua che ci hanno dato era solo acqua e le pastiglie per il mal di testa idem.”
Entrambe rifletterono su questa semplice constatazione.
“E poi l’hai detto tu prima. Se volessero farci qualcosa…”
Terminare la frase non era necessario perché l’unica triste verità in quella situazione era la loro totale impotenza.
Chiara fu la prima e levarsi gli abiti zuppi. Togliersi la biancheria, per quanto altrettanto bagnata, era assolutamente fuori questione. Lo sportello si richiuse non appena anche i vestiti di Silvia furono al suo interno.
I secondi scorrevano nel silenzio assoluto e, dall’altra parte di quella fredda parete di metallo, sembrava esserci solo il nulla. Entrambe le ragazze si strinsero le braccia al corpo, un po’ per il freddo un po’ per celarsi alla vista. Entrambe erano alte poco meno di un metro e settanta ed avevano un fisico longilineo seppure le curve di Chiara erano più pronunciate. Rispetto all’amica aveva un seno un po’ più abbondante ed anche i fianchi erano più tondeggianti. Dal canto suo, Silvia aveva un viso più dolce e meno spigoloso in cui spiccavano occhi color nocciola e labbra piene.
Qualche istante più tardi lo sportello si riaprì ma le ragazze poterono solamente maledire sé stesse perché gli asciugamani non c’erano. Al loro posto c’era l’ennesimo foglio di carta su cui la stessa mano aveva vergato altre tre parole: TUTTI GLI ABITI.
“Va bene, stronzo – inveì Silvia all’oscurità intorno a loro – vuoi giocare? E allora fatti vedere testa di cazzo!”
Chiara la guardava con sgomento temendo che tutto ciò potesse solo peggiorare una situazione già ben poco piacevole e rassicurante. Per questo le posò una mano sull’avanbraccio ma l’amica la respinse.
“Allora?!? – continuò a tuonare al nulla – Mi senti schifoso pervertito? Hai finito di giocare con me perché io non ci sto! Quindi puoi andare a fare in culo!”
“Silvia… calmati”
“Ma anche no che non mi calmo! Me ne frego di cosa vuole perché io non lo faccio.”
Chiara comprendeva l’amica ed il suo sfogo ma in quella situazione le scelte erano limitate e rimanere in biancheria intima in un ambiente così freddo e umido era fuori discussione. Seminascosta dal corpo di Silvia, per quanto non sapesse da dove la stessero osservando, si levò la biancheria, la gettò nello scomparto e, pudicamente, si coprì con le mani. Sapeva che Silvia non avrebbe approvato ma in quel momento le sembrava la cosa più sensata da fare. Prima che l’amica potesse obiettare, lo sportello si era già richiuso.
Questa volta si riaprì velocemente ed un sospiro di sollievo uscì dalle loro labbra. Chiunque ci fosse dall’altra parte era quantomeno una persona di parola perché al posto della biancheria c’era un asciugamano grande, caldo e, soprattutto, asciutto. Chiara lo prese e, senza pensarci due volte, si asciugò la pelle umida prima di porgerlo all’amica che, però, rifiutò scuotendo la testa.
“Silvia – insistette con tono quasi implorante – prendilo e asciugati. Non puoi rimanere così.”
Il freddo vinse l’ostinazione e lo prese senza pensare che avrebbe lasciato l’amica completamente nuda. Fu scossa da un tremito appena le fredde mani di Chiara le sfiorarono la pelle ma la lasciò fare. Nascosta sotto l’asciugamano rimase anche lui nuda mentre la sua biancheria seguiva lo stesso destino di quella dell’amica.
Pochi istanti più tardi erano entrambe avvolte in asciugamani sufficientemente ampi da coprirle ma non da scaldarle. Se volevano scaldarsi un po’ avrebbero dovuto trovare un’altra soluzione e non ci volle molto. Misero a terra uno degli asciugamani e si strinsero l’una all’altra, pelle contro pelle, coprendosi con l’altro.
“Cosa ci succederà?” chiese Chiara.
“Non lo so.” rispose l’amica con un tono che aveva perso tutto l’impeto di qualche minuto prima.
“Da quanto siamo qui?”
“Probabilmente ore.”
Silvia sottolineò queste parole con un sospiro di rassegnazione.
“Ricordi qualcosa?”
“Poco… qualche sprazzo… un viso… mi sembra che stavamo parlando con qualcuno e poi il buio. Tu?”
“Praticamente nulla, il vuoto totale.”

Senza nulla che lo scandisse, il tempo sembrava dilatarsi all’infinito e non scorrere mai. Rannicchiate in un nudo abbraccio potevano solo aspettare che succedesse qualcosa su cui, in ogni caso, non avrebbero avuto alcun controllo. Grazie all’eco dei suoni avevano capito di trovarsi in un ambiente molto grande, probabilmente un capannone o qualcosa di simile, di sicuro un posto in cui non erano mai state prima e in cui non avrebbero mai voluto trovarsi. La loro testa era preda di un mulinello di domande a cui era inutile cercare una risposta.
Quando successe fu molto veloce. Nel tempo di un respiro le luci si spensero lasciandole nel buio più profondo in cui udirono un netto “clac” seguito da un sinistro cigolio. Ansia, sgomento, paura e panico si susseguirono in un crescendo inarrestabile mentre le due ragazze si strinsero l’un l’altra con maggiore forza. Eppure non successe nulla tranne il fatto che erano completamente al buio.
“Silvia…”
“Zitta!”
“Silvia…” ripeté l’amica scuotendole il braccio.
“Che c’è?” chiese con tono spazientito
“Guarda” le rispose girandole dolcemente la testa verso la parete di metallo.
I loro occhi si erano abituati al buio quel tanto che bastava da distinguere un tenue bagliore ai piedi della parete. Le ragazze si alzarono e, coperte dagli asciugamani, andarono a tentoni verso quella luce. Quando posarono le mani sul centro della parete, un pezzo di essa cedette girando sui cardini posti all’esterno. Qualcuno aveva aperto una porta.
Fu Silvia la prima a sbirciare nell’apertura ma senza vedere granché. Spinsero per aprire quel varco quanto bastava per infilarci la testa. Poco a poco Silvia iniziò a scorgere i muri di quello che sembrava un corridoio piastrellato. Nulla di particolarmente bello o elegante, ma solo un corridoio lungo e scarsamente illuminato da una sola lampadina posta all’altro lato.
“Allora?” chiese l’amica alle sue spalle.
“Un corridoio.”
“E?”
“E nulla, è solo un corridoio.”
“Fammi vedere.”
“Che facciamo?” chiese all’amica dopo aver constatato che non c’era altro.
“Io non mi muovo” fu la risposta perentoria di Silvia.
“E cosa pensi di fare? Rimanere qui in eterno aspettando che qualcuno ci trovi per caso?”
“Se necessario sì!”
“Silvia… – e il tono era basso, un sussurro – non possiamo stare qui in eterno.”
“Preferisci fare quello che vuole lui, Chiara?”
La frase fu pronunciata a denti stretti. Silvia aveva già dichiarato che non intendeva giocare e non aveva cambiato idea.
“Abbiamo alternative in questo momento?”
“Sì! Rimanere qui!”
“Mezze nude e al freddo? Senza niente da bere o mangiare? A me non sembra una soluzione.”
Nessuna delle due era realmente convinta ma in quel momento le alternative latitavano. Tenendosi per mano fecero alcuni passi lungo il corridoio rimanendo addossate ad una parete. In meno di un minuto avevano percorso i trenta metri che separavano le due estremità trovandosi di fronte ad una porta scura.
“Pronta?” chiese Silvia che aveva ripreso il comando del gruppetto.
“Pronta.”
La maniglia girò senza fare rumore e la porta si aprì facendo uscire un’aria calda che accarezzò la loro pelle. Mano nella mano varcarono quella soglia con il cuore che batteva a mille. Sotto i loro piedi le piastrelle si trasformano in qualcosa di più caldo e soffice come della moquette o un tappeto. L’unica luce proveniente dal corridoio non gli permetteva di vedere bene ma, poco a poco, scorsero un bagliore qualche metro avanti a loro.
Quello che successe dopo accadde in un attimo. Chiara lasciò la maniglia della porta che si richiuse da sola alle loro spalle. Lame di luce verde comparvero nella stanza mentre due coppie di mani grandi e forti si serrarono su ognuna di loro. Urlarono entrambe ma nessuno di quelli che le sentirono aveva la benché minima intenzione di accorrere in loro aiuto, anzi.
Urlanti e scalcianti furono spinte a terra, la faccia premuta contro il suolo, mentre prima all’una poi all’altra fu strappato l’asciugamano. Ormai nude e immobilizzate non poterono opporre resistenza mentre polsi e caviglie venivano cinti. In meno di trenta secondi i loro peggiori incubi erano diventati realtà.
Entrambe furono sollevate di peso e spostate qualche metro più in là dove, finalmente, furono rimesse a terra. Di chiunque fossero, quelle mani le costrinsero ad inginocchiarsi prima di armeggiare alle loro spalle e svanire con la stessa rapidità con cui erano comparse.
Immerse nuovamente nel buio pesto, i loro respiri affannosi iniziarono a calmarsi pian piano. Erano nude ed immobilizzate ma, per lo meno, ancora vive. Intorno a loro era tornato l’assoluto silenzio tanto che pensarono di essere nuovamente sole. Ovviamente non era vero, come avrebbero scoperto di lì a poco.
Una luce calda e tenue iniziò a diffondersi sulle pareti ed il buio lasciò spazio a lunghe e scure ombre di oggetti che non riuscivano a mettere a fuoco. Le teste smisero di muoversi a destra e sinistra per fissare quello che poco a poco si palesò davanti a loro lasciandole letteralmente a bocca aperta.

Nella penombra iniziarono ad intuire i tratti spigolosi di un viso da cui due occhi grigi e scintillanti le stavano scrutando. Con un po’ più di luce furono in grado di distinguere la figura dell’uomo, vestito di nero, seduto in una poltrona di pelle posta leggermente più in alto di loro. Già questo sarebbe bastato a spaventarle ma non era nulla a confronto di quello che venne dopo.
Accanto alla poltrona c’era quello che inizialmente gli sembrò un tavolino. Solo dopo si accorsero che le gambe di quel tavolino erano un po’ strane, molto somiglianti a… agli arti di una persona messa carponi. Considerando le dimensioni dei polsi doveva trattarsi di una donna o, al massimo, di un uomo molto esile. Anche questo contribuì a stupirle ma non era ciò che le aveva lasciate a bocca aperta.
Sia a destra che a sinistra di quello strano trono si stagliava una coppia di uomini, immobili in una posizione tanto solenne quanto minacciosa. Superavano tutti il metro e ottanta e la pelle scura era lucida e tesa nello sforzo di contenere gonfie fasce muscolari. Osservando quell’ammasso di muscoli gli fu chiaro perché erano state sollevate quasi fossero fili d’erba. Pur impaurite le ragazze non poterono che squadrarli dalla testa ai piedi notando che erano adornati da strisce di cuoio borchiate e collegate fra loro fino a formare una sorte di corpetto. Non che servisse a nascondere qualcosa perché era tutto in piena vista, organi genitali compresi. Fu questa la visione che le lasciò di sasso.
“Benvenute” disse una voce profonda che le fece trasalire e tornare alla realtà.
“Spero che il vostro soggiorno sia stato abbastanza confortevole fino ad ora. In caso contrario vedremo di mettervi maggiormente a vostro agio.”
“E tu chi sei?!?”
Silvia si pentì appena sentì il suo sguardo trafiggerla come una lancia.
“Alle domande arriveremo dopo, Silvia, con calma.”
Sentirsi chiamata per nome da quello sconosciuto la fece tremare.
“Visto che finalmente siete arrivate iniziamo dalle cose che dovete sapere. Per vostra fortuna sono solo tre quindi non avrete difficoltà ad impararle.”
Fece una pausa lasciando che le parole aleggiassero nella stanza.
“La prima è che voi – disse indicando le due ragazze – farete esattamente quello che vi viene detto, quando vi viene e come vi viene detto. Se vi viene fatta una domanda diretta, rispondete. Se vi viene detto di saltare, saltate. Non importa cosa pensate, basta che lo facciate. La seconda è che vi è proibito fare qualunque cosa senza autorizzazione, tranne respirare.”
Un sorriso beffardo gli si dipinse sul volto ma fu il suo unico movimento.
“L’ultima è probabilmente anche la più importante: una è responsabile dell’altra.”
Sul volto delle ragazze si dipinse un’espressione dubbiosa. Il senso di quelle parole gli sfuggì ma non ebbero il coraggio di chiedere spiegazioni.
“Ora, per rispondere alla tua domanda – indicò Silvia – utilizzando le tue parole, io sono lo schifoso pervertito che hai mandato a fare in culo. Ci sono altre domande?”
Un pugno allo stomaco le avrebbe fatto molto meno male. Quelle parole le erano uscite in un momento di rabbioso impeto ma, di sicuro, non le avrebbe mai ripetute in quel momento.
Chiara era rimasta muta ed impassibile per tutto il tempo, sconcertata dalla piega che avevano preso gli eventi. Tuttavia era decisa a sfruttare quella possibilità quindi si fece coraggio.
“Cosa… cosa volete da noi? Cosa volete farci?”
L’uomo seduto sulla poltrona sorrise come se avesse appena sentito una battuta divertente.
“Siete legate ed inginocchiate ai miei piedi e avete di fronte quattro adoni dalla pelle scura che non nascondo nulla della loro possanza quindi devo dedurre che deficiti di fantasia oppure di intelligenza. Voi siete qui per obbedire e soddisfare, in questo preciso ordine.”
Le spalle di Chiara si abbassarono e lei finì quasi per accartocciarsi su sé stessa. Nonostante tutto quello che avevano vissuto fino a quel momento aveva conservato un briciolo di speranza ma lui l’aveva spazzata via.
“Se non ci sono altre domande sciocche, tornerei a te.” disse riportando la propria attenzione su Silvia.
“Convieni con me di avermi definito in modo poco educato e del tutto gratuitamente visto che non ti ho fatto nulla?”
Rapirle, rinchiuderle in gabbia e farle morire di freddo non era esattamente “nulla”. Tuttavia la ragazza non osò dar voce a questo pensiero e si limitò ad un cenno di assenso.
“Quindi converrai anche che una simile offesa meriti una punizione?”
“Le… Le chiedo scusa. Non accadrà più.”
“Non ti ho chiesto di scusarti. Ti ho chiesto se sei d’accordo sul fatto che una simile offesa meriti una punizione.”
“Io… non… la prego…”
L’uomo sulla poltrona fece un cenno col capo ed il primo energumeno alla sua destra andò verso Silvia fermandosi proprio di fronte a lei che, istintivamente, abbassò la testa per non trovarsi proprio davanti l’inguine nudo dell’uomo. Lui la afferrò per i capelli, gliela fece piegare all’indietro e le assestò uno schiaffo. Poi, come se nulla fosse successo, tornò dov’era prima.
Silvia rimase inebetita ad incapace di proferire parola, bloccata dallo shock causato da quel gesto. Non era stato particolarmente forte e la guancia le formicolava più che bruciare.
“Quando faccio una domanda esigo una risposta chiara. Non un silenzio, non una preghiera e neppure un mugugno ma una risposta. Lo dico per il vostro stesso bene perché ho un pessimo carattere. Quindi?”
Chiara continuò a postare lo sguardo dall’uomo all’amica. Desiderava intervenire in aiuto di quest’ultima ma sentiva che avrebbe solamente peggiorato le cose. Si rassegnò a fare da mera spettatrice.
“Ha ragione” bisbigliò Silvia.
“Non ho capito. Alza la voce.”
“Ho… ho detto che ha ragione.”
“A che riguardo?”
Continuava ad incalzarla senza lasciarle tregua.
“La punizione” bisbiglio la ragazza sapendo che si sarebbe pentita.
“Perfetto, ora non ci rimane che trovarne una adeguata, sei d’accordo?”
Stronzo, pensò, sei ancora più bastardo e pervertito di quello che immaginavo. Avrebbe voluto rispondere che non era affatto d’accordo ma contrariarlo non le sembrò una buona idea.
“Sì.”
Gli occhi dell’uomo la abbandonarono giusto il tempo di fare un cenno agli assistenti. Come quattro statue riportate improvvisamente in vita, gli uomini sparirono fra le ombre. Le ragazze chinarono mestamente il capo.
Qualche secondo dopo riapparve il primo che riprese il suo posto tenendo in mano un sacchetto di pelle. Altri due arrivano insieme e ognuno di essi aveva in mano qualcosa che non riuscirono a mettere a fuoco. Un minuto più tardi si palesò anche l’ultimo che posò davanti a loro una solida e pesante struttura in legno.
“Ora – disse l’uomo seduto davanti a loro – facciamo decidere al caso l’entità della tua punizione.”
Senza che dicesse altro, uno dei colossi si avvicinò a Silvia, le girò intorno e le liberò le mani. Quindi le mise davanti il sacchetto di pelle che lei fissò per qualche istante in cerca di una via d’uscita che non c’era. Rassegnata, vi infilò una mano che affondò in mezzo a delle palline. Ne prese una a caso e la estrasse tenendola chiusa nel pugno con tanta forza da penare di poterla ridurre in polvere. Ovviamente non avvenne perché fu prontamente sollecitata a dare lettura del responso.
“Venticinque”.
Evidentemente soddisfatto, l’uomo fece un cenno e due dei marcantoni si avvicinarono a Silvia. Tanto belli quanto inquietanti nella loro nudità, protesero le mani verso di lei per mostrarle ciò che erano andati a prendere qualche minuto prima. Il primo reggeva un frustino lungo e scuro con un manico a rombi sovrapposti che terminava con un piccolo fiocco; l’altro mostrava con orgoglio un oggetto in legno lungo settanta centimetri, largo una quindicina e dotato di manico che le ricordava vagamente le assi su cui alcuni bar e ristoranti servono assaggini.
La vista di quegli strumenti di dolore mozzò il fiato in gola ad entrambe. Faticavano a rendersi conto che quello che stava accadendo era tutto reale, tutto maledettamente vero, e non un brutto sogno. Quei due oggetti così sinistri, pensati e costruiti per causare dolore, erano solo l’ultima goccia di un vaso già ricolmo. Fu per questo che le parole dell’uomo scivolarono nell’aria senza essere udite. Un altro schiaffo riportò Silvia al presente.
“Non ho intenzione di ripetertelo: scegli.”
Silvia continuò ad osservare ora l’uno ora l’altro, incapace di scegliere fra due cose che le avrebbero fatto molto male seppure in modo tanto diverso. Non aveva mai provato sulla sua pelle né l’uno né l’altro ma era abbastanza sicura che quella sorta di asse avrebbe causato un dolore più sordo mentre il frustino uno più sottile e bruciante. Per rispondere dovette fare appello a tutto il suo coraggio.
“Qu… qu…. quello” disse indicando il paddle di legno.
L’uomo misterioso non mostrò reazioni particolari quasi come se la scelta lo lasciasse indifferente. In realtà era indifferente solo perché conosceva già il risultato. Tutti i risultati.
Lo sconosciuto spostò lo sguardo da una all’altra ragazza poi si rivolse al colosso alla sua sinistra.
“Procedi” disse facendo un cenno col capo.
Sotto lo sguardo terrorizzato delle ragazze – più di Silvia che di Chiara – l’uomo si mosse velocemente ed agilmente nonostante la mole. Portatosi alle spalle di Silvia armeggiò qualche secondo per poi rialzarsi. Quindi si spostò di pochi passi fino a trovarsi dietro Chiara e sganciò le caviglie dai polsi. Con enorme sorpresa di lei, la sollevò da terra con la stessa facilità di una borsa della spesa.
“Lasciami!” gridò Chiara a cui fece eco Silvia chiedendo lo stesso.
“Lasciami! Non toccarmi!” continuò la ragazza senza sortire effetto alcuno.
Alla fine lui la lasciò ma solo per posarla con il ventre sulla parte superiore di quella struttura in legno di cui le ragazze non avevano ben compreso l’utilizzo. Quando i piedi di Chiara toccarono terra si sentì sollevata ma fu una sensazione che durò poco perché le poggiò una mano nel centro della schiena per tenerla schiacciata in quella posizione.
Nel frattempo un altro degli uomini si era avvicinato e le aveva liberato i polsi ma solo per fissarlo nuovamente ad appositi ganci. Quando ebbe terminato, fece la stessa cosa con le caviglie che furono fissate alle gambe in legno. Ad opera compiuta, Chiara era piegata in avanti, il ventre scomodamente appoggiato alla tavola di legno duro ed impossibilitata a fare qualunque movimento degno di questo nome.
In tutto questo tempo le ragazze non avevano smesso di gridare e protestare ma era come se non fosse importato a nessuno e, in effetti, era proprio così. Silvia tentò di alzarsi ma l’unico risultato fu cadere su un fianco, impotente.
“Avete urlato e vi siete agitate per nulla. Avete fatto baccano e vi siete dannate con l’unico effetto di creare chiasso. Credevo foste più intelligenti…”
I due uomini di colore attesero un cenno di assenso per ritornare al loro posto. Fu quindi il turno di quello che reggeva in mano lo strumento prescelto. Lo pose a terra, davanti a Silvia, quindi si portò dietro di lei liberandole mani e caviglie. Infine anche lui tornò al suo posto.
Silvia era confusa. Lei era quella che l’aveva definito schifoso pervertito quindi lei era quella che avrebbe dovuto essere punita; sempre lei aveva estratto la pallina e scelto il paddle, quindi perché avevano preso Chiara e l’avevano immobilizzata? Più cercava di capire, meno comprendeva quello che stava succedendo.
“Cosa… perché…?” sibilò nell’aria.
“Non ti è ancora chiaro?” chiese lui con tono beffardo.
“N… no.”
“Eppure è così semplice. La tua punizione per avermi dato dello schifoso pervertito è davanti a te: dovrai colpire venticinque volte la tua amica con il paddle che hai davanti.”
La mente di Silvia si rifiutava di unire i puntini ma era chiaro.
“Ma io… io non posso.”
“Oh sì che puoi. Anzi, devi.”
“Io non voglio.” Fu la sua sussurrata supplica.
“Quello che vuoi o non vuoi poco mi importa” il tono era calmo e profondo ma proprio per questo ancora più inquietante.
“Tu farai quello che devi perché, in caso contrario, uno di loro lo farà al posto tuo. Poi, finito con la tua amica, prenderesti il suo posto ma per te il conto salirebbe a cinquanta. Infine, piagnucolante e dolorante, saresti sodomizzata da ognuno di questi miei cari amici. Quindi, come vedi, lo farai.”
Silvia non aveva motivo di dubitare che quella non era una minaccia bensì una promessa. Eppure anche solo l’idea di fare del male all’amica fraterna le faceva contorcere lo stomaco. Non poteva e non voleva ma non c’era modo di evitarlo e questa era l’unica conclusione possibile. L’unica scelta che aveva era colpirla lei stessa o farlo fare da uno di quegli energumeni a cui, ne era certa, non difettavano né il desiderio né la voglia… e poi sarebbe stato il suo turno.
“Silvia…”
Lo sguardo delle due ragazze si incrociò.
“Non voglio” bisbigliò sottolineando le parole con uno scuotimento del capo.
“Silvia, è meglio così.”
Chiara non era per nulla contenta ma era molto più realista dell’amica. Non le piaceva l’idea di dover subire quella dolorosa punizione, tanto più che non era stata sua la colpa, ma nelle loro condizioni era sicuramente il male minore. Per quanto l’amica potesse essere forte, era semplicemente imparagonabile anche al più piccolo di quei quattro colossi.
Sottili lacrime rigarono il viso di Silvia, incapace di accettare quella realtà senza cercare un’inesistente alternativa. Nonostante le parole di Chiara fossero suonate come una preventiva assoluzione, il suo cervello continuava a rifiutarsi di ordinare ai muscoli di muoversi.
“Non intendo aspettare oltre.”
Le parole di lui ruppero quel silenzio attendista. Chiara era rassegnata ma per questo pronta, tuttavia sperava che l’amica rinsavisse quanto bastava per capire che doveva muoversi. Quasi avesse sentito la sua preghiera, Silvia allungò la mano verso il manico dell’arnese. Le sue dita affusolate si strinsero attorno al ruvido legno per poi sollevarlo. Pesava almeno un paio di chili ed impugnarlo non era facile, almeno per lei.
“Bene – la incoraggiò l’uomo mentre lei si alzava – Ora portati alle spalle della tua amica e fai qualche prova per prendere le misure. Quando sei pronta inizia pure ma sappi che se non la colpirai con forza dovrai ricominciare da capo. Se passeranno più di cinque secondi fra uno e l’altro, come sopra. Se fai qualunque altra cosa che non sia farla urlare, idem.”
Quel modo distaccato e freddo, quasi gelido, la immobilizzò. Poteva anche aver capitolato all’idea di colpire l’amica ma le parole di lui la fecero vacillare nuovamente. Teneva lo sguardo era fisso sui glutei candidi e sodi dell’amica che si contraevano senza soluzione di continuità cercando un modo per non farlo. Poi la colpì.
Lo schiocco che seguì riempì la stanza seguito da un lungo ed acuto gemito. Nella sua totale inesperienza Silvia non aveva tenuto conto della massa dell’attrezzo che, di conseguenza, aveva colpito più in basso di dove voleva. Ecco spiegato perché il legno morse la carne delle cosce invece che i glutei.
Chiara sentì il fuoco prendere vita poco a poco ma, per il momento, si trattava di un fiammifero. Tuttavia, intravide presagi funesti ma non poté fare altro che rassegnarsi a sopportare due minuti di dolore. Due minuti, ripeteva fra sé e sé, due minuti e sarà tutto finito. Per distrarsi continuava a ripetere a mente il calcolo: un massimo di cinque secondi fra ogni colpo, ventiquattro pause…. cinque per ventiquattro fa centoventi… centoventi secondi sono due minuti… solo due cazzo di minuti.
Silvia aspettò, si riempì i polmoni e alzò il braccio la seconda volta. Quando calò seguirono un altro schiocco, altro dolore, un altro urlo. Poi ancora una volta e un’altra ancora mentre la pelle di Chiara iniziava a mostrare i chiari segni di quel doloroso trattamento. Se Silvia si fosse fermata sapeva che non sarebbe riuscita a ricominciare, quindi continuò ritmicamente a ripetersi ignora i lamenti, alza il bracco ed inspira, abbassa il braccio ed espira, ignora i lamenti, conta fino a due, alza il braccio…
I colpi ricevuti avevano fatto divampare un incendio che Chiara sentiva in ogni fibra di sé. Il fondo schiena doleva e bruciava fra uno squassamento e l’altro. I calcoli mentali furono presto soppiantati dal conto alla rovescia dei colpi ma lo zero sembrava essere sempre troppo lontano. Pur sapendo che vi era stata obbligata, odiava l’amica perché lo stava facendo ma le era anche grata perché stava accelerando i tempi.
Se fu una coincidenza o meno non è dato saperlo ma copiose lacrime attraversarono il viso di entrambe le ragazze più o meno nello stesso momento. Per una erano lacrime di dolore, per l’altra di colpa.
Il conto di Silvia era arrivato a ventuno ma sentiva un certo irrigidimento del braccio. Sforzandosi di ignorare lamenti ed urla dell’amica, continuò a far schioccare quei glutei ormai perennemente contratti e rossi come il fuoco. Venti secondi, mentre il pianto singhiozzante di Chiara rimbalzava sulle pareti, il pezzo di legno cadde sul pavimento con un tonfo sordo. Anche le gambe della ragazza cedettero e così si ritrovò inginocchiata sulla moquette, stanca ed in lacrime.
Le lacrime di Chiara, invece, avevano bagnato la tavola di legno. Esausta e dolorante aspettava in grazia di essere slegata ma nella stanza era calato un silenzio rotto solo dai suoi singhiozzi. Né l’uomo sullo scranno né i quattro ai suoi lati si erano minimamente mossi. Poi una voce ruppe quell’immobilità.
“Quindi? Pensi di aver finito?”
“Co… come? Io l’ho fatto!”
“Cosa avresti fatto?” le chiese con un tono molto meno che rassicurante.
“Quello che ha detto! Venticinque colpi… li ho contati.”
“Fra il primo ed il secondo sono passati sette secondi invece che cinque. E gli ultimi colpi erano carezze.”
Chiara assisteva alla conversazione completamente inebetita. Non aveva contato i secondi ma carezze non ne aveva sentite.
“Io, no… non è possibile… lei mente!”
“Mi stai dando del bugiardo?”
L’uomo non si era scomposto ma quelle parole erano graffianti come il ringhio di un pitbull.
“No no, non volevo. Mi scusi” si affrettò a rispondere Silvia temendo la sua reazione in caso contrario.
“In tal caso riprendi in mano il paddle e fallo.”
“NO!” esclamò Chiara ancora dolente.
“La prego! Basta! Non ce la faccio più!”
“La prego…” bisbigliò anche Silvia per sottolineare la richiesta dell’amica.
“Ho tanti pregi ma la compassione non è fra essi. Per come la vedo io, vi state già lamentando troppo quindi o tu raccogli quel paddle e fai quello che ti è stato ordinato oppure prendi il posto della tua amica. Tuttavia, visto che mi avete contraddetto e vi siete lamentate fin troppo, al posto di venticinque i tuoi saranno cinquanta e dopo… il dopo lo sai già.”
Entrambe le ragazze rimasero senza fiato come se fossero state colpite da un diretto allo stomaco.
“Non puoi farlo – piagnucolò Chiara – Ti prego. Non ce la faccio più, Silvia.”
L’amica non si mosse, incapace di decidere fra procurare un dolore indicibile a quella che considerava una sorella oppure accettare che un esito ancora più infausto per sé stessa. Le implorazioni ed il pianto sommesso dell’amica rendevano tutto più difficile ma l’idea di essere messa al suo posto, percossa e stuprata era semplicemente terrificante.
“Scu… scusa” balbettò prima di chinarsi a raccogliere il paddle ringraziando il cielo di non poter vedere il volto dell’amica.
Nel momento in cui capì, Chiara odiò Silvia con tutta sé stessa come non aveva mai fatto prima di allora. Odiò l’amica ed il suo egoismo, maledicendola per quel carattere impetuoso che le aveva fatto pronunciare quell’insulto quando erano nella gabbia.
Anche Silvia odiò sé stessa per quello che stava per (ri)fare ma l’alternativa era sicuramente peggio. L’unico pensiero che la consolava era la convinzione che, a parti invertite, Chiara avrebbe fatto lo stesso. Non era un grande sollievo ma era pur sempre meglio che darsi della codarda.
Nella totale impassibilità dei cinque uomini davanti a loro, Silvia ricominciò a colpire l’amica ripetendo il mantra di prima e cercando di ignorare urla ed imprecazioni di Chiara. Cinque, dieci, quindici volte si sentì maledire e maledì sé stessa senza tuttavia smettere. Per paura di sbagliare ancora, l’intervallo fra uno e l’altro era ridotto al tempo strettamente necessario a caricare il colpo successivo mettendo in ognuno di essi la forza di cui era capace.
Né l’una né l’altra potevano vedere la faccia dei cinque uomini ma, se avessero potuto, vi avrebbero letto dei compiaciuti sorrisi. Se, poi, avessero abbassato lo sguardo fino all’inguine, oltre ai sorrisi avrebbero trovato altri inequivocabili segnali di compiacimento.
Un minuto, tanto ci volle a Silvia per portare a termine il supplizio dell’amica. Un lunghissimo minuto di agonia e dolore capace di distruggere anni di amicizia ed affetto. Sessanta interminabili secondi di odio, amore, sensi di colpa, lacrime ed urla a squarciagola.
Poi, come tutto era iniziato, così finì. Silvia si lasciò cadere a terra affranta ed emotivamente esausta. Qualcosa dentro di lei si era rotto e gli spigoli aguzzi le trapassavano la carne. Mentre Chiara passava dal pianto al singhiozzo, le emozioni ebbero la meglio sull’amica che iniziò a piangere a dirotto. I cinque uomini rimasero imperturbabili come se quello che stava accadendo davanti a loro non fosse che normale amministrazione e, forse, in fondo in fondo un po’ lo era.

Dopo qualche minuto gemiti e lacrime avevano lasciato posto a respiri più regolari. Ad un cenno del direttore di quel concerto uno dei molossi andò a liberare Chiara. Sganciati polsi e caviglie, la sollevò come un fuscello per poi adagiarla a terra accanto all’amica. Istintivamente la ragazza provò a sedersi in ginocchio ma trasalì per il dolore appena i glutei si poggiarono sui talloni. Imprecò dentro di sé ma non osò dire nulla.
“Bene, risolte le questioni preliminari, direi che è il momento di fare conoscenza.”
Il modo in cui lo disse era stranamente pacato e, forse per questo, ancora più oscuramente minaccioso.
“Chi voi siete – proseguì l’uomo seduto – ovviamente lo sappiamo già altrimenti non sareste qui. Quanto a me, il mio nome non vi serve saperlo. Potete chiamarmi Signore se proprio ne avete bisogno e, come avrete capito, esigo assoluto rispetto ed obbedienza.”
Le ragazze ascoltarono in silenzio.
“Quanto a loro – indicò gli uomini a lato – sono qui per eseguire i miei ordini, più o meno come voi. Visto che starete qui per un po’, potete chiamarli Uno, Due, Tre e Quattro, come il rispettivo numero di borchie inserite nelle strisce di cuoio che hanno sul petto.”
Vista dall’esterno avrebbe potuto apparire una situazione surreale ma questo pensiero non le sforò. No, nella mente di entrambe risuonavano altre sensazioni, tutto fin troppo reali.
“Direi che è tutto… portatele via.”
Uno e Quattro le misero in piedi con modi alquanto spicci e gli ordinarono di seguirli. Onde evitare tentennamenti o altri spiacevoli equivoci, Due e Tre si misero alle spalle delle ragazze per chiudere le file. Nella penombra gli uomini procedettero a passo veloce e sicuro verso una parete sulla sinistra. Quando si fermarono, le ragazze fecero lo stesso ma trasalirono appena percepirono sulla schiena e sui glutei il contatto con i due uomini alle loro spalle. Per quanto ne sapevano, potevano fargli qualunque cosa ivi compreso gettarle a terra e prenderle seduta stante. Tuttavia i loro timori non si concretizzarono, non in quel momento per lo meno.
Aperta la porta, il gruppetto riprese a muoversi varcandone la soglia. Più che trovarsi in una stanza, erano in un corridoio lungo pochi metri i cui lati erano fatti di sbarre che andavano dal pavimento al soffitto. A metà due porte di metallo permettevano di accedere a quelle che sembravano delle celle.
Mentre Uno stava aprendo la porta della cella di destra, Silvia toccò la mano dell’amica un paio di volte. Chiara, che era ancora risentita, inizialmente la ignorò ma quando il tocco divenne più insistente si girò verso l’amica. Silvia le fece un cenno col capo e solo allora Chiara la vide. Nella cella a sinistra una ragazza se ne stava seduta su un giaciglio piuttosto scomodo con le gambe rannicchiate contro il petto e la testa appoggiata alle ginocchia. Anche lei, come loro, sembrava essere completamente nuda e la pelle mostrava chiazze più scure. Prima che potesse vedere di più, una grossa mano la spinse dentro la cella seguita da Silvia. La pesante porta si richiuse dietro di loro e, per la prima volta, entrambe rimpiansero la cella in cui si erano svegliate poche ore prima.

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