Erotici Racconti

Vallie

Scritto da , il 2017-01-11, genere dominazione

Una storia d'amore non convenzionale
Non starò qui a dirvi che è il più romanzo che possiate leggere.
Non sarò io a dirvi che questa storia vi coinvolgerà
o che vi farà emozionare.
Dovrete essere voi a dirlo a me.




1.

Come al solito - oserei dire immancabilmente - Trenitalia mantiene fede alla sua ben nota fama con un onesto dieci minuti di ritardo. Per chi viaggia spesso in treno, forse, non è nulla di eccezionale. Per chi, invece, non è abituato a spostarsi su rotaie, è tutt'altro che piacevole. Io sono seduto su una panchina in stazione, all'ingresso, ad aspettarti, buttando uno sguardo impaziente al cartellone elettronico degli arrivi.
Tutto è nato dai miei racconti. O forse devo dire dai tuoi? Probabilmente, a conti fatti, tutto ebbe inizio con quella mail che ti scrissi tempo fa, dopo aver letto un tuo scritto in cui raccontavi la tua ultima esibizione. Scoprii, così, che eri solita leggermi e godere delle mie parole. Iniziammo, allora, a scambiarci mail, non con ritmo serrato, ma con una buona frequenza. Da cosa nacque cosa ed il nostro rapporto epistolare si trasformò in una costante delle mie giornate. Fino a questo momento fatidico.
Ci siamo scritti a lungo. I giorni sono diventati settimane, le settimane mesi. Abbiamo fantasticato insieme, ci siamo eccitati a vicenda e, talvolta, ci siamo anche arrabbiati l'uno con l'altra. Abbiamo imparato a conoscerci, con i nostri pregi ed i nostri difetti. Tuttavia, senza mai incontrarci e con molti, molti chilometri a dividerci, siamo stati capaci di donarci momenti intensi e profondi.
Tu sei una bomba ad orologeria. Ti piace mostrarti, godi nell'esibirti, adori far morire gli uomini e vederli ai tuoi piedi privi di ogni decoro. Ti diverti in tutto quello che fai, senza provare la minima vergogna. Ti piace essere al centro del desiderio e delle attenzioni di chi ti circonda. Ti piace fare la star, avere gli uomini in pugno, giocare con loro come e quanto vuoi. Una femme fatale.
«Perché nessun uomo è mai stato capace di imbrigliare la mia anima.»
Come sostiene una mia cara amica, io ho l'indole del regista. Mi piace giocare e danzare insieme sul sottile filo della follia. Mi piace inventare, provare, sperimentare nuove situazioni in cui mettere alla prova i limiti di chi ho accanto. Non sempre con me stesso coinvolto. Amo vedere che quello che dico viene rispettato ed osservare i frutti delle mie decisioni è una grandissima soddisfazione.
«Voglio essere la tua marionetta. Le tue parole mi entrano in testa come quelle di nessun altro. Voglio essere un tuo spettacolo. Voglio essere il tuo spettacolo.»
Quelle parole, dette forse per scherzo, per gioco, convinta che mai ci saremmo presentati di persona, sono diventate un tarlo ed un'ossessione.
«Un week end.»
Ti ho chiesto di metterti a mia disposizione, totalmente e incondizionatamente, da sabato mattina a domenica sera.
«Chiedi tanto.»
Aut aut. Niente vie di mezzo. Non m'interessa minimamente cos'hai dovuto raccontare ai tuoi genitori, ai tuoi amici ed al tuo fidanzato. Non vedo come possa essere affar mio. L'unica cosa importante per me è che sono le nove di un fresco sabato mattina ed io sono qui, seduto ad aspettarti. E questo è sufficiente a capire quale sia stata la tua scelta.
Non posso certo dire di essere tranquillo. Mentirei. Sono terribilmente eccitato per il nostro prossimo incontro e per l’averti, vera, davanti ai miei occhi. Sono in fibrillazione per il week end che passeremo insieme. Temo che, dal vivo, le aspettative crollino e tra noi non ci sia nulla. Ho il semplice timore che, da un momento all'altro, con uno scarno SMS, tu decida di non presentarti e tutti svanisca nel nulla.
In disparte, in trepidante, silente attesa, osservo la grande sala della stazione.
Mille persone vanno e vengono. Le porte automatiche del bar si aprono e si chiudono a ritmo serrato. La fila allo sportello sembra non finire mai e persino l'edicola ha il suo bel da fare.
Mi arriva un SMS. Mi sento veramente stupido mentre tiro fuori il telefono dalla tasca dei jeans e vedo il tuo nome comparire sul piccolo schermo. E se le mie paure diventassero realtà? Scaccio quei pensieri, quei timori così infantili, ed apro il tuo messaggio.
«Il treno è in ritardo. Ho paura.»
Sorrido. Mi fai tenerezza. È incredibile la facilità con cui tu riesci ad alternare il tuo lato dolce e affettuoso a quello sensuale e irresistibile. Adoro questo tuo aspetto.
«Ho visto. Trenitalia. Perché paura?»
«Già... perché alla fine non so nulla di te. Potresti essere un maniaco... un mostro... un killer...»
Mi lascio andare a una risata sommessa, divertito nel vedermi nei panni di un serial killer. Dovrei pensarci, a questo ruolo. Una vecchina vicino mi guarda perplessa e scuote la testa. Decido di metterla sul ridere con te.
«Un mostro sacro dei racconti erotici, l'hai detto tu. Quindi sì, sono un mostro. E ti mangerò. Tuttavia non è vero che non ci conosciamo. Solo non ci siamo mai incontrati.»
Capisco benissimo i tuoi timori e le tue paure, tutt'altro che infondate. Ogni giorno le cronache sono piene di ragazze violentate e persone scomparse. Devo riconoscere che, per quanto tu mi abbia quasi intasato l'hard disk con migliaia di foto, non hai mai voluto vederne nemmeno una di me. “Non voglio rovinarmi la sorpresa”, mi rispondesti quando te lo chiesi.
«Adoro come scrivi, riesci ad entrarmi in testa, a farmi sentire parte integrante della storia. È vero. Forse è proprio di questo che ho paura.»
Finalmente viene annunciato il tuo treno ed alzo gli occhi al monitor. Mi alzo, guardando verso l'orizzonte. Quando sono sulla banchina, lo vedo entrare in stazione.
«È la tua ultima possibilità per tornare indietro.»
«Tu lo vuoi?»
«Assolutamente no.»
«E io ti ho chiesto di essere la tua marionetta... scendo.»
L'aria si riempie del rumore dei freni ed il treno inizia a perdere velocità. Sembra impiegare un tempo infinito ad arrestarsi, quasi sapesse quello che sta per succedere e volesse impartirci una sadica attesa, ritardando l'incontro con ogni mezzo a sua disposizione. Finalmente si ferma. Ancora un istante e si aprono le porte. Getto un ultimo sguardo al telefono e lo faccio sparire nei jeans. Ora non mi resta altro che aspettare, guardando i passeggeri che scendono uno dopo l'altro e si infilano nel sottopassaggio. Tu sei là, tra loro, da qualche parte. Sento il cuore pompare sangue così forte da farmi male. Mi rendo conto di essere terribilmente emozionato, eccitato e spaventato.
Eccoti.
Ti vedo salire le scale ed entri nel mio campo visivo poco per volta. Avanzando con passi incerti giri il capo attorno a te, lo sguardo celato dagli occhiali da sole, forse in cerca di qualcosa o qualcuno da associare a me.
Sei lì, pochi metri davanti a me. Jeans stretti, chiari, che fasciano le tue gambe e, immagino, il tuo sedere, in maniera tale che sia impossibile ignorarti. Un maglioncino da cui spunta il colletto di una camicetta, scarpe da ginnastica e una borsa a tracolla con il cambio e il necessario per dormire. Almeno stando a quanto mi hai detto per mail. Mi stupisco a trovare sensuale ogni tuo passo ed a pensare alle tue curve sotto quei vestiti.
Mi piacevi in foto, mi piaci dal vivo.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo, mi alzo dalla panchina e ti vengono incontro. Solo all'ultimo noti la mia presenza e ti giri verso di me.
«Se vuole, madame, le posso portare la borsa fino all'auto.»
Tu sei seria, io ho il mio mezzo sorriso spavaldo ed irritante.
«Sei... sei il Ronin?»
Mi esibisco in un leggero inchino.
«Se tu sei Vallie, io sono il Ronin.»
Mi guardi, il tuo capo si piega verso il basso e si alza lentamente. Nonostante gli occhiali da sole è chiaro che mi stai scrutando da cima a fondo. C'è tensione tra noi, o forse è solo una mia impressione. Questo è il momento della verità.
«Non so...»
Inizi a parlare, girandomi intorno quasi mi stessi facendo un esame ai raggi x. Ed è strano che stia accadendo, dal momento che dovrei essere io a farlo a te e non viceversa. Quando rientri nel mio campo visivo, seria, davanti al mio mezzo sorriso irriverente, mi nasce il sospetto che non sarà affatto un facile week-end di sesso.
«Non mi sono mai aspettata un figlio di papà tutto curato e fighetto. A quanto pare non lo sei proprio.»
Non riesco ad interpretare correttamente il senso delle tue parole. Non so capire se tu sia rallegrata o amareggiata da questa constatazione. L'unica cosa che mi sento di fare in questo momento è allungare la mano e prendere la tua borsa.
«Mi auguro che la cosa non ti dispiaccia.»
«No, direi di no. Sei carino. I jeans ti disegnano un sedere interessante.»
Lasci il bagaglio nelle mie mani e, con te al mio fianco, mi incammino verso l'atrio della stazione, scuotendo la testa.
«Carino...»
Pochi passi e, quando mi accorgo che non mi stai seguendo, mi giro e ti osservo con sguardo incuriosito. Sei lì, braccia larghe, palmi verso l'alto ed espressione sorpresa. Non capisco.
«Non vieni?»
«Tutto qui? Niente baci? Niente abbracci? Andiamo così, alla macchina?»
Le ultime parole le dici facendomi il verso. La premessa per questo incontro, ripetuta svariate volte prima che tu prendessi quel treno, era che tu fossi semplicemente la mia marionetta. Il mio ignorarti è stato voluto, proprio per chiarire questo concetto fin dall'inizio. La tua reazione, forse anche cercata, non mi stupisce. Quasi mi fa piacere. D'altra parte, tuttavia, la trovo assolutamente fuori luogo ed inopportuna. Non siamo amici, non siamo fidanzati. Siamo solo una marionetta ed il suo burattinaio. Per gioco, certamente, ma questi sono gli accordi e voglio che siano chiari fin da subito.
Divento serio e pianto gli occhi su di te. Il tuo entusiasmo ti abbandona e c'è qualcosa di tenero nell’osservarti abbassare le braccia e vedere, dalla tua espressione, di aver appena commesso un errore. Ti bacerei, ma i ruoli che abbiamo scelto per questi due giorni, in questo momento, me lo impediscono.
Lascio cadere a terra la borsa, che impatta la lucida superficie del pavimento con un rumore sordo, forte quel tanto che basta per attirare l'attenzione di tutti i presenti su di noi. Torno sui miei passi e mi metto esattamente di fronte a te, distante solo pochi centimetri. Respiro il tuo profumo. Sei un poco più bassa di me, una decina di centimetri. Con un gesto lento e misurato accarezzo la tua guancia, morbida, e con due dita salgo fino all'orecchio, scostandoti una ciocca di capelli. Mi avvicino ancora di più e la mia voce è solo un sussurro. Non ammette repliche.
«Ascoltami bene, troietta esibizionista. Io non sono qui per fare il morto di figa ai tuoi piedi, come quelli a cui ti mostri davanti alla tua webcam. Non sono qui per pregarti di venire a letto con me. Non mi interessa cosa ti aspetti da me. Tu - pronuncio quelle due parole puntando l'indice nel mezzo del tuo petto - sei qui come mia marionetta, mia schiava, con l'unico fine di fare quello che voglio io, quando voglio io. Spero di essere stato chiaro e che il tuo stupido verso non si ripeta.»
Resti in silenzio. Io attendo qualche istante, così che le mie parole ti entrino bene in testa, mi giro, ignorando qualsiasi tua reazione, e riprendo il cammino, fermandomi solo un istante a raccogliere la borsa. Alle mie spalle un “ok” appena accennato, a cui non concedo attenzioni.
Ora mi segui. Sento sull’asfalto il rumore dei tuoi passi, poco lontani da me. Arrivato all'auto, ci infilo la borsa e apro lo sportello lato passeggero, facendoti cenno di salire.
«Prego madame, si accomodi nella Roninmobile.»
Osservo ogni tuo passo, ogni tuo gesto. Sei seria. Ho l'impressione che tu stia sulle tue, quasi offesa? Di certo non ti ho riservato il benvenuto che ti aspettavi. Sei bella, sensuale, sei abituata ad avere uomini che ti ronzano intorno come api sul miele, pronti ad esaudire ogni tuo desiderio solo perché tu li possa degnare di uno sguardo. Sei abituata a spogliarti davanti ad una webcam, ad avere l'attenzione di tutti su di te. Sei abituata a fare ed essere la principessa di turno. Non sarà così questa volta. Non ho dubbi che tu ci sia rimasta male per il benvenuto distaccato che ti ho riservato prima, in stazione. E la puntualizzazione sul tuo ruolo in questo week-end, di sicuro, ha rincarato la dose. Esattamente quello che volevo.
Aggiro l'auto e salgo al tuo fianco, infilando la chiave nel cruscotto.
«Fame? Andiamo a fare colazione?»
Togli gli occhiali da sole e mi fissi, seria ed impassibile. Ci scambiamo un lungo sguardo, decisamente intenso. E in un attimo tutto va a fare in culo. Siamo uno accanto all'altra, lontani da webcam, pc e dannate mail. Mi scappa un sorriso davanti al tuo viso serio e la mia mano passa tra i tuoi capelli, senza che accenni il minimo movimento.
«Non fare quella faccia offesa, signorina, abbiamo trentasei ore a disposizione e tante, troppe cose da fare.»
Mi osservi impassibile ancora un attimo. All'improvviso allunghi il collo e in un istante mi baci l'angolo della bocca.
«Beh - mi dici con un sussurro malizioso - allora andiamo a casa a farle.»
Sorrido soddisfatto. Il ghiaccio è rotto.
«E chi ha detto che dobbiamo farle a casa?»
La tua espressione sorpresa non ha prezzo. Accendo l'auto e mi avvio verso il mio solito bar. In macchina c'è silenzio e tu guardi fuori dal finestrino, osservando una città che non conosci ed in cui non sei nessuna. Un vantaggio da non trascurare. Parcheggio a pochi i passi dal locale e Marco ci accoglie con calore. Impossibile non notare come sgrani gli occhi quando ti vede ed il suo sguardo fermarsi sulle tue curve.
«Marco, questa è Vallie. Vallie, questo è Marco.»
Presentazioni, saluti, ordiniamo e ci sediamo in uno dei tavolini sotto la loggia. Poche parole nell'aria ed io mi compiaccio nel vedere le tue espressioni che si susseguono sul volto. Quando il barista ci porta i cornetti, il caffè per me ed il cappuccino per te, lo ringrazi con un gran sorriso.
Accavalli le gambe, affondi la pasta nella schiuma della tazza davanti a te e l'addenti con gusto. Ti copri la bocca con il dorso della mano prima di parlare.
«Devo aver già letto di questo Marco, da qualche parte.»
«Sì, probabile. In effetti parlo troppo di me nei miei racconti, dovrei smetterla ed essere più impersonale.»
«Perché? Ti riesce bene e a me piace. Sei coinvolgente.»
Quando allunghi la bocca verso la brioche ed esponi il collo, con quella curva così invitante, mi viene voglia di morderlo. Posso quasi sentire il calore del tuo corpo, avvertire il sangue pulsare sotto la tua pelle delicata. Un brivido mi attraversa le fasce nervose dalla mano fino alla mandibola e devo reprimere il ringhio e la voglia di chiudere la mia bocca sulla tua carne.
«Tutto bene?»
La tua voce mi riporta alla realtà più in fretta di quanto i miei neuroni possano fare. Mi schiarisco la gola e mi sfogo sulla brioche.
«Certo, perché?»
Hai un sorriso semplice, sincero.
«Leggendo i tuoi racconti mi sono immaginata quella tua espressione mille volte, e ho pensato a cosa si potesse provare... sì, cosa si potesse provare a viverla. E ora che me la trovo davanti... mi spaventa e mi affascina allo stesso tempo. Invidio Sam, Elena, Francesca, tutte le donne dei tuoi racconti.»
Resto un attimo in silenzio. Non so cosa rispondere alle tue parole. Scrivo per diletto personale, sapere che le mie parole piacciono e sono gradite è la soddisfazione più grande. Osservo il tuo viso, la curva della spalla, le linee delle tue mani e i tuoi polsi delicati. Troppe voglie, troppe idee di cosa ti farei.
«Alla fine di questo week-end mi dirai se preferisci la parte che ti spaventa o quella che ti affascina.»
Sorridi maliziosa.
«Sono qui. Credo che tu sappia già la risposta.»
Touché. Chino il capo. Questo round è tuo.
«Probabilmente hai ragione.»
Finisco la mia brioche e mi metto a mescolare il caffè. Un attimo dopo, finito di servire un paio di clienti, spunta Marco, intento ad accendersi una sigaretta. Vi lascio chiacchierare amabilmente del nulla mentre io sorseggio il liquido scuro dalla mia tazza. Osservo sia te, con la tua grazia ed eleganza, che lui, palesemente interessato alle tue curve, ma comunque con un certo distacco. Lo sa che sei mia e non si permetterebbe mai di mettersi in mezzo. Attendo con calma che facciate conoscenza. Infine mi alzo.
«Marco, noi ora ti dobbiamo abbandonare, abbiano alcune commissioni da svolgere.»
«Sei sempre il benvenuto» e poi, rivolto a lei: «è stato un piacere conoscerti.»
Ti alzi mentre mi scambio una stretta di mano con il barista.
«Val, saluta Marco a modo.»
Mi guardi per un istante con espressione interrogativa, prima che la malizia illumini il tuo sguardo. Ti avvicini a lui, lo abbracci e lo baci alla francese. Al mio sguardo non sfugge la tua mano che scivola lenta sul suo cavallo. Sorrido e scuoto la testa, passando un braccio attorno al tuo fianco, mentre camminiamo verso l'auto.
«Sei proprio una troia.»
«Lo sapevi anche prima, ma per questo week-end sono la tua troia.»
Quelle tue parole scatenano, in troppo poco tempo, un secondo, potente brivido d'eccitazione. Non so se definirti folle, incosciente, stupida o tutti insieme.
«Così sia.»
Ti spingo con le spalle contro lo sportello e la mia lingua si fa largo nella tua bocca.
«Bene. Iniziamo a giocare allora.»
Saliamo in auto ed esco dal parcheggio con una manovra veloce.



Questo era il primo capitolo in anteprima. La storia completa qui:
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