Erotici Racconti

Gemelle non sorelle 3°

Scritto da , il 2017-01-11, genere etero

Se ne stava li, nuda, sul divano, intenta a radunare con lussuria le banconote che avevo inserito in lei, estraendo con massimo piacere quelle che erano rimaste appiccicate alle pareti interne del suo sesso, a causa dell’umore rilasciato abbondantemente.
Anche se ero consapevole di avere di fronte a me una giovane ma navigata prostituta, i suoi tratti delicati, persino quando subiva stimoli sessuali prepotenti, avevano stravolto profondamente ogni mia concezione.
Non riuscivo assolutamente a diagnosticarla come facevo facilmente con le altre donne, perché lei, era diversa, unica, terribilmente procace e ardente fuori, sull’epidermide, come nell’interno dei suoi sensi.
Smentiva, con naturale charme, ogni mia diagnosi, senza infondermi sensazioni intime nauseanti, come di solito accade dopo essere stati con una di mestiere. E nemmeno dolore per il chiaro insuccesso sulla valutazione fatta nei suoi confronti.
“Torno in camera”, disse improvvisamente, ostentando vittoriosa la mazzetta di denaro che teneva in mano.
“Vado a vestirmi e a nascondere i soldi nella mia sacca …!”, aggiunse subito dopo, saltellando come una gazzella verso lo scalone che portava al piano superiore, vestita soltanto del suo mantello naturale.
Nell’attesa del rientro di mia moglie, che sicuramente non avrebbe tardato, visionai la seconda parte della registrazione accelerando le immagini tanto da rendere il filmato simile alle pellicole comiche di Ridolini, dopo di che, sostituii i dischetti con altri nuovi, di durata molto superiore, impostandoli in modo che, il secondo, iniziasse a registrare non appena il primo si fosse completato.
Ora che aveva scoperto tutto, di certo non avrebbe accettato di essere ancora ripresa, posare per la nostra videoteca privata, a meno che, non avessi maggiorato il prezzo per le sue prestazioni. Conoscevo assai bene quel tipo di ninfetta, ma la sensazione di sentirmi sfruttato cosi sfacciatamente, mi emozionava in modo particolare, diverso, ricercato, come il primo ed elettrizzante godimento avuto da ragazzo.
Preso com’ero dalla ridda di pensieri tutti riguardanti la mia ospite, mi dimenticai scioccamente di rinfrescare le bottiglie di champagne come mi aveva detto di fare Diana così, per rimediare, infilai un’intera cassa nel refrigeratore..
“Questa sera abbiamo ospiti”, mi aveva rammentato, prima di scendere dall’auto, mia moglie, diretta a fare shopping. “tuoi tre soci, ricordi?”
“Certo cara!”, avevo risposto d’impulso, mentendo spudoratamente. “Saranno lieti di conoscere la nostra amabile ospite, aveva aggiunto, poco prima di chiudere la portiera dell’auto. “Lo credo bene”, pensai, mentre riavviavo il motore per recarmi a Cinecittà.
Ero io a non esserne contento. Indubbiamente, covavo una sorta di gelosia così intensa da non farmi escludere nemmeno mia moglie, oltre il mio amico Riccardo, che, se non altro, almeno lui aveva il merito di averci portato una così incantevole puledra, tutta da domare, nonostante le prime sublimi competizioni già sostenute.
Mai avevo assaporato questa amarezza, nemmeno quando, nel bel mezzo di una festa, a casa di cari amici, avevo sorpreso mia moglie a letto con i nostri ospiti, oltre ad alcuni attori del film che stavo producendo. Segnò l’inizio delle nostre esperienze particolari di gruppo, con ampia partecipazione nostra, ma specialmente di Diana, che si sbizzarriva con sempre maggiore gusto alle diverse opzioni sessuali che si presentavano, e non solo, ma anche a inventarsi ricorrenze inesistenti al solo scopo di combinare serate orgiastiche: come probabilmente aveva fatto quel pomeriggio, in giro per la città, con la scusa di fare acquisti per la casa. Ero sempre meno persuaso di avere convocato i tre soci nei primi giorni dalla settimana, poiché, in genere, li dedicavo ad attività sportive, ed anche per vedermi in solitaria con un’attricetta carina, ma col pallino della riservatezza.
Il rientro di mia moglie coincise con quello di Ric , teso, visibilmente apprensivo, curioso di sapere dov’era la sua pupilla. “In camera sua, credo”, risposi, cercando di essere evasivo.
Il sorriso ironico di mia moglie, lasciava intendere tutto ciò che io tentavo di nascondere con malcelata indifferenza.
“Allora, vado da lei”, farfugliò Riccardo, in modo quasi incomprensibile, tanta era la voglia di rituffarsi fra le braccia della sua costosissima sgualdrina.
“Fai pure con comodo”, lo tranquillizzò Diana, “tanto, gli ospiti, arriveranno soltanto verso l’ora di cena”.
SARA***
Avevo appena finito di raccontare le mie esperienze a Tessi, in modo molto dettagliato, quando suo padre entrò in camera seguito dalla camicia svolazzante, trattenuta solo da un polsino che faticava a sbottonare. Prima che pronunciasse una sola sillaba, lo abbracciai con foga, incollando le labbra alle sue, sondando, con la lingua, tutta la corolla dentaria saporosa di brandy alla pesca. Non riuscii a fare altro che strappare il bottone per liberargli il braccio, che subito, mi strinse la vita sollevandomi energicamente, fino a farmi diventare una cosa sola con il suo corpo, già preda di sussulti che davvero non prospettavano alcun che di riposante!
“Mi sei mancata, piccola! Non ho fatto altro che pensare a te tutto il giorno”, mi disse, non appena ritornò in possesso del proprio alito.
“Anch’io, molto!”, azzardai, senza sentirmi minimamente in colpa per la parentesi aperta poco prima con Gianni, il mio munifico finanziatore, e altrettanto superlativo calmante dei miei sensi super vogliosi.
In effetti, varie volte il mio pensiero era volato a lui, e non soltanto quando ne parlavo al cellulare con sua figlia, ma anche nello stesso attimo in cui il piacere, sollecitato da Gianni, mi aveva rapita, portata in paradisi sublimi dove il traghettatore spesso aveva anche il suo volto, quello di Riccardo.
Stavo scoprendo un lato del mio temperamento diverso da quello che io stessa avevo sempre creduto di possedere. La vendetta, origine dell’accordo avuto con Tessi, perdeva interesse strada facendo lasciando posto a sentimenti meno cruenti, più compatibili con la mia natura sbarazzina, al diverso modo di vivere con passione tutto ciò che era gradito al mio intelletto, ed ora, anche al mio fisico.
“Ti desidero tantissimo!”, disse improvvisamente, slacciandomi la cintura che tratteneva l’accappatoio, liberando così il mio corpo, non più infreddolito, ma di nuovo divampante di quel fuoco che, dal giorno precedente, mi scottava l’anima determinando un solco nuovo nel mio futuro sessuale.
“Prendimi!”, sussurrai, mordendogli delicatamente il labbro inferiore, trattenendolo fra i denti come se fosse stato un trofeo al quale non volevo più rinunciare.
Diversamente da quanto credevo, dopo avermi sollevata con forza, si diresse nel vano doccia dove, con destrezza, e senza concedermi un solo millimetro di spazio, dopo avere azionato il gettito caldo dell’acqua, prese a insaponarmi tutta soffermandosi con insistenza fra le gambe, poi, con assoluta precisione, a rilasciarmi molto lentamente fino a quando, l’innesto dei nostri sessi, si completò con piacevole affinità, invogliandomi a cavalcare il puledro scalpitante con una foga da ninfomane, mai sazia.
Il precoce godimento del mio amante Ric, concluse soltanto la prima parte del nuovo contatto che si protrasse fino a quando, la padrona di casa, attraverso la porta della camera, ci invitò a scendere per la cena.
“Bisogna andare, tesoro”, mi sussurrò Riccardo, mentre detergeva la linfa sessuale che copiosa sgorgava dal mio ventre, ancora dilatato dall’amplesso.
“ Allora vai. Incomincia a scendere. Io arrivo fra un po’...”, lo incitai, spingendolo di forza fuori dalla doccia, con un tocco lascivo mirato ai suoi glutei temperati.
Quando uscii dalla doccia, Ric aveva appena finito di vestirsi con un abito fresco, di lino chiaro, che gli modellava egregiamente il fisico esile, dando risalto eccessivo alla sua parte più prominente e di chiara origine succosa.
“Scendo o ti aspetto?”, chiese, avviandosi verso la porta.
“Il tempo di vestirmi e arrivo”, aggiunsi io, mentre usciva.
GIANNI***
Quando Sara apparve in cima allo scalone, fasciata strettamente da un cortissimo tubino bianco, ben aderente, come una seconda pelle, e senza spalline, che copriva appena l’inguine, lasciando risaltare le sue lunghe gambe, perfette, velate da calze autoreggenti di un verde chiarissimo, che liberavano soltanto pochi millimetri di coscia, il mio cuore ebbe un tonfo e ogni muscolo prese a vibrare forte innescando sensazioni simili a crampi, e il sangue, a bollirmi nelle vene divenute cunicoli intasati di lava.
Era davvero un prodotto unico voluto dalla natura. Una moderna Afrodite, molto più trasgressiva e piena di aggressività: genuina nel vivere ogni attimo con gioia, assaporando il meglio concesso dal destino. Una giovane educanda in un vecchio lupanare, rimasta integra nei sentimenti come nell’espressione dolce; vogliosa nei sensi quanto sinuosa e leggiadra nel dispensare intimo piacere. Graziosa e serena, persino quando i suoi sensi venivano sconvolti dell’amplesso. Donna, ancor più donna nel concedersi a saffiche esperienze, a picchi di vero sadismo, accettato con piacere perché questa anomalia è nella sua natura.
Sfacciatamente altruista nello stuzzicare i suoi partner, nel dargli quiete psicologica in modo che il godimento gli sia spontaneo, senza timori né tabù. Una creatura che aiuta il piacere a germogliare senza lasciarlo scadere in banali ardimenti puramente sessuali.
La mia opinione nei confronti di Sara, prendeva una piega diversa da quella che mi ero imposto, in modo ottuso, limitando la mia capacità di valutazione, determinata unicamente dal desiderio e dal preconcetto che lei fosse una donnaccia. Attimo dopo attimo, scoprivo in lei pregi non bene definiti, i quali modificavano totalmente la mia prima impressione riguardante il momento in cui si era avvicinata a me, in macchina, ai bordi del campo di grano, con il viso disteso, sereno, soltanto un briciolo emozionata per la situazione che si era creata, ma comunque, dolcissima, naturale, molto eccitante e suadente nell’adoperarsi a darmi sfogo: impegnata come se io fossi il suo innamorato, e perciò, da soddisfare in modo completo, sessualmente.
“Ecco a voi Sara, la più bella Padana che esiste sulla terra!”.
La presentazione ai miei soci, rimasti letteralmente a bocca aperta, era stata fatta da mia moglie con un’ enfasi che mal celava i suoi personali interessi saffici.
L’attesa era stata ripagata abbondantemente dal fascino emanato dalla sua figura, dalla sua bellezza, al di sopra dei parametri stabiliti dall’estetica, e dalla disinvoltura con la quale s’era avvicinata a noi sorridente, gioiosa e comunicativa, suscitando in tutti pensieri irriverenti, oltraggiosi, oltre che molto indecenti.
“Che meraviglia!”, fu l’espressione trilaterale degli ospiti.
Nei miei ricordi di bambino, una discesa dello scalone fatta in modo così morbido, felino, eccitante ed irripetibile, veniva aggiudicato soltanto alla Wanda Osiris, della quale, indubbiamente, la nostra nuova star, aveva rubato il mestiere emergendo nel meglio, con molto più fascino dell’antica star, della soubrette più quotata del dopoguerra.
Passo dopo passo, gradino dopo gradino, ancheggiando come una libellula, aveva rallentato molto la discesa per tenerci sulle spine e aumentare il nostro altissimo grado di turbamento, sicuramente già oltre il tetto della fantasia, poi, quando finalmente giunse vicina, improvvisando un inchino da Geisha:
“Chiedo scusa, ma non sapevo cosa indossare”, si scusò, un po’ dispiaciuta, abbassando appena il tubino che le si era arricciato lievemente sul ventre.
“Per noi, potevi scendere nuda, sai ...; ti avremmo accolto a braccia aperte, cara”, scherzò Andrea, il socio più anziano del gruppo.
Una battuta che stimolò una risata generale alla quale partecipai per non dimostrare quella gelosia che mi rodeva ancor più tenacemente di quella provata quando Riccardo era salito in camera di Sara.
SARA***
“Se volete, per farmi perdonare il ritardo, faccio lo spogliarello, come aperitivo”, lo incalzai, sarcastica, lasciando tutti i presenti senza fiato, specialmente Andrea che, sopportando a stento il mio sguardo deciso, abbassò gli occhi mostrando una puerile vergogna.
Alex, il più giovane degli uomini, abbozzò un sorriso mostrando tutti quanti i suoi denti poi, servizievole, come forse non lo era mai stato con una donna prima di allora, scostò una sedia invitandomi a sedere a capotavola, il posto più onorevole riservato all’ospite.
“Si accomodi, bella signora!”, m’invitò, imitando un gentil uomo di altri tempi, al quale, il galateo, infondeva ancora il piacere di dispensare cortesie oggi ormai in disuso.
“Grazie, signore!”, risposi, rimarcando con inflessione da gran dama il periodo storico dove la vera galanteria era predominante.
Le bottiglie di champagne scolate senza moderazione durante la cena, avevano reso l’ambiente assai più accalorato, complice, aperto a scherzose battute sulle donne, senza scadere in volgarità gratuite; soltanto ironie sulle tante rifatte nel mondo del cinema e delle veline in genere, per poi finire a lodare le mie curve naturali, “ ben sagomate”, affermava Alex. “Ancora acerbe”, commentava Gianni, sempre più rattristato e pensieroso.
“Riccardo, raccontaci come hai conosciuto questa meravigliosa creatura!”, l’incitò Andrea, incuriosito come d’altronde lo erano tutti i presenti. Prima di rispondere, Riccardo, si prese del tempo, continuando a sorseggiare la coppa di champagne che le avevo passato poco prima.
“Sullo Star Milano Roma”, confidò, sottovoce, quasi come se non volesse essere inteso da tutti i commensali.
“E’caduta dal cielo, direttamente dentro il vagone su cui viaggiavo”, proseguì, mostrandosi in evidente difficoltà per il vino che aveva bevuto durante la cena.
“Forse inviata da San Pietro per … redimere … questo peccatore … incallito! “, riuscì a bofonchiare, trattenendo a stento un rutto digestivo.
“Il mio angelo custode!”, continuò, scuotendo le braccia come se fossero ali; brillo, ma non così tanto da rivelare tutta la verità.
“Chi vuole fumare una canna?”, domandò Diana, tentando d’ inserire una nuova conversazione visto che la vecchia rischiava di divenire monotona. Poi, senza attendere, ne accese una e, dopo aver fatto qualche tiro, me la infilò tra le labbra sussurrandomi, con la massima complicità: >, predisse, lanciandomi un sorrisino complice.
Anche se avvertivo già una certa eccitazione riscaldare la mia pelle, in corrispondenza della congiunzione inguinale, quel miscuglio di tabacco scuro e filamenti di buccia di banana, agevolò lo sciogliersi della inibizione che rallentava sempre i miei contatti iniziali.
Furono sufficienti poche boccate di fumo per avvertire l’insorgere d’un calore strano che avvolgeva il bacino, con sempre maggiore forza, mentre, tutto intorno, l’ambiente si colorava di grigio e nero intenso. I volti di quelli che stavano intorno, avvicinarsi tanto da sembrare enormi, ghignanti, e allo stesso tempo così arcigni da mettermi paura. Facce scure, determinanti a causarmi lo svenimento che mi consegnò nelle loro mani avide, completamente inerte, facile preda su cui sfogare i loro più bestiali istinti, senza ricevere alcuna negazione.
Quando mi svegliai, ebbi la percezione di ciò che mi era stato fatto dallo indolenzimento di alcune parti strategiche del mio intimo, dall’acre sapore che avevo in bocca, sulle labbra umide e scivolose. Però, continuai a fingere di non essermi ancora ripresa perché, prima di aprire gli occhi, volevo ben rendermi conto di dove mi trovavo e quali intenzioni avevano tutte quelle persone che frugavano in me senza rispetto, intenti a rivoltarmi come se fossi una bambola di pezza mentre loro affondavano le labbra su ogni centimetro della mia cute disponendomi infine in posizioni adatte a inserirsi in me con le varie appendici infiammate che pendevano dai loro corpi.
Il vasto drappo di seta nera, teso in modo impossibile, sul quale venivo rigirata oppure compressa secondo le intenzioni di chi mi stava manipolando in quell’istante, non ricopriva il materasso di un letto, ma la spessa moquette di una pedana con il baldacchino, al centro di una grande stanza, sospeso in aria come una piattaforma da lavoro, dentro una stanza immensa, semi buia e anonima; dondolante per effetto delle energiche spinte impresse all’alcova volante, dai focosi amatori, guidati dalla Diana, che indicava la successione e le modalità per scaricare dentro o su di me, il loro liquido seminale; approfittandone poi per detergermi parzialmente dalla linfa che mi ricopriva, o a sostituirmi nell’infondere nuovo ardore a chi, momentaneamente, prendeva una pausa.
Ai montanti del baldacchino, quattro piccole telecamere, filmavano la scena muovendosi come se a manovrarle ci fosse stato un regista.
Tutta quella alternanza di sensazioni nuove, combinazioni sessuali appena conosciute, molteplicità di mani, bocche e sessi che sostavano sulla mia epidermide o mi penetravano senza gentilezza nelle profondità del mio corpo, diede il via ad un tormentoso piacere che, dopo avermi sferzata fin dentro lo stomaco, prese a scuotermi in modo così violento da farmi vivere l’orgasmo per un tempo quasi interminabile.
“Allora sei viva!”, esclamò Alex piegandosi su di me, ancora in volo, schiaffeggiandomi con il pene energicamente.
“Lasciala respirare, Alex!”, lo redarguì Gianni, spostandolo dal mio viso sul quale aveva posato pesantemente il ventre e tutto ciò che da esso pendeva.
Sfibrata dal piacere raggiunto, per qualche istante rimasi ferma, con le palpebre chiuse, sdraiata nel limbo più assurdo, vittima dell’amplesso più devastante della mia vita.
La canna che avevo fumato, molto probabilmente, non era così innocente come l’aveva descritta la Diana. Sicuramente, nella mistura precedentemente dichiarata, aveva aggiunto qualche componente oppiaceo che mi aveva letteralmente collassata, mandata in una estasi pericolosissima, dalla quale, ero riemersa ancora integra psicologicamente, ma molto meno fisicamente.
“Mi hai fatto stare in pena, Sara”, commentò Ric, sdraiandosi al mio fianco, sovrastando in parte il busto di Diana, dedita a cibarsi dal mio ventre con la lingua, mentre le sue dita arrotolavano in trecce i peli scarmigliati del mio pube, leggermente dolorante, pertanto riconoscente alla Mantide che leniva quel lieve disturbo con la saliva. Di logica, avrei dovuto protestare per essere stata condizionata dalla droga e sottomessa ai loro egoismi sessuali sadici; ma, l’ottimo orgasmo appena avuto, contribuì a mantenermi vogliosa di scoprire piaceri sconosciuti, adattamenti che forse, nel prossimo futuro, non si sarebbero mai più ripetuti.
“Davvero eri preoccupato per me, Riccardo?”, domandai, avvertendo un certo patema d’animo, in attesa della sua risposta.
“Si, amore, moltissimo!”, rispose subito, senza un minimo di attesa.
A variare la mia emotività, era stato il sostantivo usato da Ric e il modo con il quale mi guardava negli occhi.
Parlare d’amore, in una situazione permissiva come quella che aveva favorito lui stesso, era proprio paradossale, fuori luogo; e nonostante avessi intuito nel suo sguardo, una vena di vero pentimento, ironizzai:
“Amore? E per quale, di voi uomini, sono l’amore …, se posso saperlo?”, chiesi, certa che una coltellata gli avrebbe fatto meno male.
Se fosse dipeso da lui, penso che avrebbe concluso subito l’orgia a beneficio di un testa a testa dove avrebbe potuto dedicarmi tutto se stesso, sicuramente ben ricambiato.
Ma ormai, l’andazzo, aveva preso quel senso e, a dispetto dei nostri pensieri, a ripetersi con rinnovata fantasia dei maschi assatanati di sesso che, certamente, non avrebbero permesso a Ric di appartarsi con me, portandogli via l’oggetto sul quale sfogare le loro perversioni, le energie indistruttibili con le quali continuavano ad abusare di me. Specie il più ben dotato dei soci di Gianni: William, che non aveva smesso di rigirarmi a suo piacere, senza indugi, procurandomi lievi dolori, subito compensati da piaceri assai intensi, che mi spingevano ad abbracciare Riccardo con maggiore forza, e a baciarlo con vero trasporto, beandomi del suo alito e di tutte le parti a portata delle mie labbra lasciando il resto del corpo in balia di quegli assatanati che facevano scempio degli spazi ancora disponibili.
Le telecamere parevano impazzite. Continuavano a filmarmi da tutte le angolazioni, zumando su di me quando la mia carne era più esposta, oppure, quando si spartivano, lottando con molta tenacia, il boccone più stuzzicante del mio corpo, contendendosi le due verginità, da poco perdute ma, ancora abbastanza strette, non dilatate da frequentazioni ripetute nel tempo. Quello che più mi preoccupava in quel preciso momento però, era il non sapere chi manovrava la consolle di ripresa, e chi aveva la possibilità di guardarmi; e se poi, avessi dovuto ripetere la performance con loro, sostituiti alla regia da quelli che, in quel momento, erano intenti a innestarsi dentro di me.
“Chi filma …?”, domandai a Diana, che si era inserita fra la mia bocca e quella di Ric, durante una breve pausa respiratoria, lesinandomi il fiato di recupero con le labbra carnose, calde e suggenti, incredibilmente dolci per il rivolo di sangue che arrossava la sua bocca, addentata dal marito stesso, che in quel preciso momento stava ripetendo la sevizia sul mio ombelico, unico spazio libero della mia epidermide, prima che lui, il sadico marito di Diana, l’impegnasse con assoluto piacere.
“Il maggiordomo”, disse, la padrona di casa usando un tono di voce fra il sussurrante e il confidenziale.
“Un buon amatore, credimi, anche se non più giovanissimo”, aggiunse dopo, senza curarsi del marito.
“Usa tecniche asiatiche molto piacevoli, da provare”, seguitò, compiaciuta nell’erudirmi circa le doti del filippino.
“Con lui, il desiderio sale, sale, sale senza mai raggiungere la vetta! Poi si trasforma e riprende a salire verso confini irraggiungibili, zeppi di piaceri costanti, interminabili!”.
Detto questo, senza darmi la possibilità di replicare, riprese a baciarmi il pube con foga, saltellando sovente sulle labbra di Ric, per nulla dispiaciuto per la condivisione spontanea, giungendo persino a unire le nostre lingue in un solidale intreccio.
La notte trascorse con sempre rinnovati arrembaggi, tutti mirati verso la preda designata, io, schiava volontariamente, incapace di sottrarmi poiché, avida di quel piacere che mi proiettava direttamente nell’universo.
Il mattino seguente quando la pedana si adagiò nuovamente sul pavimento, fermando il nauseabondo rullio che aveva condizionato il mio stomaco durante tutta la notte, le mie capacità motorie avevano perso qualsiasi energia. Ero rimasta sola, incollata sulla fredda seta della pedana dalle miriadi gocce di piacere ormai essiccate, altamente adesive per riuscire a liberarmi con esili movimenti.
Sembravo una mosca trattenuta dalla delicata ragnatela, sempre più avvolgente.
“Povela lagazza …!”, commentò una voce proveniente dall’angolo più buio della stanza.
“Ola io plendo cula di te”.
La strabiliante forza di quel piccolo uomo asiatico, oltre a stupirmi, mi infondeva anche un senso di sicurezza e di protezione. Mi aveva sollevata come un fuscello e trasportata in una vera camera da letto dove, appena dopo avermi distesa supina su un apposito sdraio, aveva iniziato a detergermi con batuffoli di cotone imbevuti di una sostanza profumata e refrigerante, con maestria e altrettanta delicatezza, soffermandosi maggiormente dove i deflussi seminali avevano attecchito con più forza. Il tutto, mostrando solo professionalità e nessun interesse sessuale, anche quando la bisogna l’aveva costretto a soffermarsi sulle parti più intime, adoperate senza risparmio: oppure nell’infilarmi sotto le coltri del letto sfiorandomi un capezzolo con il braccio.
“Peldonami, signolina!”, disse, prima di defilarsi silenzioso come era venuto.
Anche se la stanchezza mi aveva calata in un sonno profondo, gli incubi, presto, avevano preso il sopravvento agitandomi in maniera drammatica. Un numero impossibile di rettili mi aveva assalita, trascinata dentro una tana profonda, simile a un pozzo artesiano, privo di qualsiasi altra uscita. Soltanto il risveglio, a metà mattina, mi salvò dal soffocamento reale, ma non certo dalla sensazione di essere finita sotto un rullo compressore. Tutte le mie ossa erano indolenzite. Non potevo muovere un millimetro dei miei arti senza poi avvertire un intenso dolore. Il breve tratto che mi divideva dai servizi igienici, divenne un calvario in edizione moderna, inclusa anche la corona di spine intorno al capo mentre, la parte più centrale del mio corpo, mostrava dilatazioni non ancora rientrate nella loro sede naturale.
Soltanto il provvidenziale aiuto di Diana, bisognosa ella stessa dei servizi, mi permise di ritornare a letto senza cadere in terra, tanto la mia testa aveva preso a girare.
“Povera piccola!”, esclamò, mentre mi aiutava a rimettermi a letto.
“Ora ti mando Liao e vedrai che ti farà rinascere”, mi promise, prima di andarsene.
Non avevo dubbi su chi fosse il Liao citato dalla mia ospite pertanto, quando lo vidi entrare col suo solito sorriso stampato sulle labbra, evitai di coprirmi il seno, libero al di sopra del lenzuolo appena rimboccato da Diana.
“Desideli massaggio?”, mi chiese mentre posava un piccolo vassoio sul letto, pieno di tante boccette, tutte diversamente colorate.
“Ti prego, Liao…! Mi sento uno straccio!”, mi lamentai usando un termine a lui del tutto sconosciuto.
“Stlaccio?”, domandò curioso. “Cosa essele stlaccio?”.
L’unico esempio che mi venne spontaneo fare in quel momento, fu prendere un lembo del lenzuolo attorcigliarlo per poi lasciarlo andare sgualcito, tutto stropicciato.
“Avele capito…!”, confermò, rinforzando spontaneamente il già rassicurante sorriso.
“Tu chiudi occhi e limani felma. Io pensa a fale massaggio”.
Anche se l’avessi desiderato, fare un qualsiasi movimento, sarebbe stato assai doloroso, perciò chiusi subito gli occhi e mi affidai completamente alle sue mani, che subito presero a pizzicarmi molto delicatamente la pelle, seguendo un percorso insolito da quello che mi aspettavo.
“Lespila lentamente”, consigliò con un filo di voce sondandomi lo sterno come per ritmare il respiro secondo la sua volontà e, quando ritenne che mi ero adattata al normale condizionamento respiratorio, riprese a pizzicarmi con i polpastrelli spaziando su una superficie più ampia che però non coinvolgeva altro che l’ombelico e i polmoni, nella loro interezza.
Gradatamente, incominciai a sentire un certo rilassamento, come se Liao avesse spalmato sulla mia pelle un potente anestetico.
“Ola tu gilale, plego”, suggerì nuovamente.
Con enorme fatica, aiutata premurosamente da Liao, riuscii a voltarmi esponendo liberamente il corpo nudo alle sue mani elettrizzanti, vive come se fossero due vibratori sessuali, potenti ma allo stesso tempo delicate; gentili nel percorrere la mia epidermide e invasive quando i nodi muscolari stentavano a sciogliersi. Un massaggio ritemprante che ebbe il potere di restituirmi una splendida forma.
“Ola, fale Tzu-Tze” esordì l’asiatico, conservando la sua flemma.
“Tzu-Tze?”, domandai, curiosa, voltando appena il capo verso di lui che, subito, iniziò con lo spiegarmi la tecnica dello Tzu e poi dello Tze.
“Quando linea Tzu da luce, tu alzale dito indice destlo, oppule sinistlo pel Tze. Capito?”, disse brevemente.
“Penso di si, Liao. Credo”. Capii chiaramente non appena prese a tracciare una linea zigzagante sulla mia schiena nuda, usando il pollice della mano destra, lento come una lumaca, fino a quando, all’altezza di una vertebra, avvertii una leggera scossa elettrica. Di riflesso, alzai subito l’indice des-tro e, immediatamente entrò in funzione il pollice sinistro di Liao, direzionato verso le mie reni fino a quando una seconda scossa, molto intensa, mi spinse ad alzare l’indice sinistro. In quel momento, i due pollici, mossi in modo convergente, ricominciarono a solcare la mia pelle, tastare fra le costole fin quando si unirono producendo un’altra scossa, così intensa da farmi sussultare letteralmente, tale da strapparmi dal profondo del mio petto, un sospiro simile a un vero lamento. Ad ogni incontro fra Tzu e Tze, Liao segnava, con una matita per occhi, una ics, un numero, e piccoli cerchi secondo la intensità dei miei lamenti o dei brividi sulla mia pelle. Quando iniziò a pungere i segni che ormai mi disegnavano completamente il corpo, variando l’inserimento della profondità degli aghi secondo il tipo di segno incontrato, seguendo un percorso determinato dalla tecnica dell’agopuntura, ma anche dai miei innumerevoli sospiri che a tratti, non potevo trattenere, e in altri, si traducevano in gemiti d’ incontenibile piacere, compresi bene cosa intendeva dire Diana con “ il sale e poi scende …”, citato la notte prima. Ad ogni ago corrispondevano eccitanti stimoli che partivano dalla mia cute per dirigersi univocamente verso i miei centri sessuali, umettati, frustati, sollecitati, persino stravolti al parossismo. Specialmente quando tamburellava, ora su un ago e poi sugli altri, come se seguisse le note scritte su un pentagramma immaginario, mantenendo il tema, le pause ritmiche, i contrappunti, gli arpeggi e persino gli assolo, che poi, tutti raggruppati, innescarono in me morbosi messaggi sensuali.
Come se fossero stati soffioni boraciferi i polmoni iniziarono a pompare sospiri indicibili, gemiti non più soffocati dal pudore, e un tremore intenso elettrizzarmi i nervi, ritemprati, di nuovo pronti a uno stress a cui, non volevo certo rinunciare.
“ Ancora Tzu, Liao, ancora Tze, ti prego!”, mi sorpresi a elemosinare, non ricordo neppure più quante volte prima di superare il livello della trasgressione più incosciente, fino poi a sprofondare nel buio più assoluto.
DIANA***
Ero preoccupata per il fragile corpo inanimato che stringevo fra le braccia, non più tese con morboso e sensuale egoismo, ma candide e materne. La paura che avesse subito emozioni troppo forti per la sua tenera età, mi aveva intenerita, come mamma, e spinta a proteggerla, in futuro, da seri condizionamenti sessuali, alcuni persino esagerati, anche se lei mostrava di gustarli pienamente e senza alcuna riserva.
Era stato Liao ad avvisarmi, incapace di farla riemergere dal torpore nel quale Sara era sprofondata.
Il suo corpo inanimato, ancora cosparso di spilli che le perforavano i capezzoli, diventati ormai quasi bluastri, e il pube, rendendolo simile ad un istrice, aveva perso molto della sua temperatura iniziale, come se fosse caduto in una forma di tranche, da cui non si sarebbe più ripreso.
D’istinto, tolti tutti gli aghi, le praticai un lungo massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca, con il solo intento di rianimarla, ottenendo, dopo varie applicazioni, l’effetto che speravo di raggiungere.
“Ben tornata, tesoro!”, esclamai, felice, non appena le palpebre liberarono i suoi occhi meravigliosi.
Finalmente, si era ripresa riacquistando anche il suo naturale colorito ed il calore corporeo normale.
“Come ti senti?”, le chiesi, benché fosse visibilmente debilitata per il suo stato precedente, causato dallo svenimento.
“Cos’è successo …?”, domandò lei di riflesso, come se stesse uscendo in quel momento da un sogno senza incubi.
“Niente di grave! Forse, Liao, ha ecceduto con le sue sperimentazioni di “ Ago-Puntura ”, minimizzai, per non allarmarla.
Per un istante, mi parve di vedere un lampo nelle sue pupille, come se ripassasse gli ultimi attimi vissuti nelle mani dell’asiatico, sulla pellicola della memoria.
“Ho fame!”, esclamò improvvisamente, generando in me un rilassante sospiro.
“Ti avevo portato del te con biscotti, ma ora, sarà quasi freddo, dopo tutto il tempo che ho passato a soffiarti aria nei polmoni!”.
I tratti del suo volto, sempre più gentili e innocenti, davano un senso di calma, di estrema tenerezza al mio cuore. Le varie esperienze lesbiche avute, non avevano determinato una tendenza vera verso il mio stesso sesso, anche se non nego di aver gustato, con le mie simili, piacevolezze più conturbanti di quelle provate con gli uomini. Ma lei, acerba, neo praticante del sesso, era riuscita a calamitare ogni mio pensiero, sconvolgere tutti gli equilibri che, in una femmina di mezza età, dovrebbero essere forti, stabili, controllati, e non certo suscettibili a sbalzi così repentini. Invece, Sara, aveva attratto tutta la mia attenzione, la mia curiosità e accentuato, con il suo garbo estetico e sensuale, ogni mia naturale emozione, tante fantasie che desideravo sperimentare con la mitica “Saffo”, risorta, mi venne da pensare.
“Anche freddo, mi va bene, Diana”, rispose, giocando con la voce come fosse stata una tenera bambinetta.
Nonostante l’eccitazione causata dai miei stessi pensieri, con uno sforzo immane imposto alla mia volontà , la sistemai sotto il lenzuolo, seduta con le spalle rivolte verso la testiera del letto, coprendo solo la parte inferiore, e dopo aver recuperato il vassoio che avevo lasciato sul comò, appena dopo l’entrata nella stanza, istintivamente presi ad imboccarla come facevo con la mia sfortunata figliola, quand’era ancora piccola e richiedeva sempre le mie attenzioni per qualsiasi cosa la impegnasse per più di qualche secondo, come per esempio, suggere lo spaghetto al sugo, oppure comporre una torre con i tasselli di plastica della Lego.
Improvvisamente, l’eccitazione iniziale, lasciò posto a emozioni meno morbose, a materni comportamenti che mi riportarono alla memoria tragici momenti, che neppure l’eccitazione ha il potere di adombrare.


SARA***
Sentirmi adorata in modo filiale e sensuale nel contempo, alimentava in me sensazioni che proprio non sapevo catalogare. Il dilemma che mi confondeva era se ricambiare l’amore materno o se preferire quello fisico.
Un dilemma molto difficile da risolvere, in quel momento. Così ambiguo da farmi ricorrere alla mia unica e affidabile confidente, perciò, appena rimasta sola, inviai un sms a Teresa.
( Seguito tuo esempio. Rotti intoppi vaginali, e non solo! Ora, sono contesa da tuo padre, dall’amico e anche dalla di lui consorte; molto affascinante quanto materna. Cos’altro mi consigli? TVB, Sara).
Un messaggio breve ma che lei avrebbe compreso in tutta la sua complessità.
( Libera pure la fantasia erotica ), era stata la risposta di Tessi, in tempi record, ( ma non scordarti il nostro accordo …) ( Io, un poco t’invidio! Sono stata soltanto di tuo padre, per il momento. Sappi però che conto di rifarmi al più presto, se tu lavori bene e celermente ... Anch’io, TVB, Tessi ).
Alle elementari, la prima volta che condividemmo il banco di scuola, una forte reciproca antipatia, aveva brigato in modo che nemmeno ci rivolgessimo la parola, ma poi, eravamo divenute molto amiche, quasi inseparabili, a tal punto da avvertire l’esigenza di conoscerci, ormai quindicenni, anche sessualmente. Per un breve periodo infatti i nostri incontri saffici erano serviti ad acquisire una certa esperienza, capire meglio quali fossero le nostre vere esigenze, quale indirizzo sessuale prediligere per il futuro.
Un’intensa relazione saffica, ma non sufficiente a compensare pienamente il nostro vero bisogno di sesso alternativo, etero: la dilagante voglia di amare un uomo vero, col corpo, ma anche con la mente, prima di affidargli il cuore. Avevamo intuito che la strada sessuale avrebbe riservato varianti non comuni, sentieri da esplorare; biforcazioni misteriose da percorrere, e ambiti sconosciuti, affascinanti e forse anche appaganti, come quello che ci aveva spinto ad esibirci in pose oscene mentre ci baciavamo sulle labbra, fingendo un atteggiamento furtivo, non osservato da una platea estranea che avevamo sicuramente incuriosito noi, faticosamente, segnando l’habitat in cui ci trovavamo, come leonesse a caccia. Oppure quando, in discoteca, condividevamo il cubo, succinte, in atteggiamenti eccessivamente morbosi, che ci procuravano un piacere inspiegabile, oltre alla gioia di guadagnare degli extra per acquistare il superfluo, come per esempio, dei capi intimi sexy, che poi esibivamo in altre occasioni, come per esempio, nelle feste private, in case di amici, oppure nei mega party, sulle spiagge, durante le vacanze estive.
Tutte esperienze che qualche volta ci sfuggivano di mano mettendoci in una situazione pericolosa, come quella che aveva portato me e Tessi, in un Privè della nostra città, frequentato, secondo una nostra amica, da uomini in vista, non più giovanissimi, i quali prediligevano incontri sexi con delle ragazzine facili, senza inibizioni; essenzialità utile per recuperare facilmente del denaro.
“Vi assicuro una notte di fuoco, sempre che riusciate a trovare una scusa per assentarvi da casa. Guadagnerete centinaia di euro, se non farete le difficili”, aveva prospettato con euforia, Giulia, una nostra compagna di liceo.
“Io, in pochi mesi, ho messo da parte un bel gruzzolo”, aveva continuato, stuzzicando la nostra curiosità, sino a farci decidere d’affidarci a lei perché prendesse accordi con chi l’aveva introdotta in quell’ambiente. “ Vi avviso però che il mio gancio, pretende il quaranta per cento di quanto si guadagna nella serata”, aveva riferito a scanso di equivoci, nella convinzione che anche io e Tessi l’avremmo fatto per lo stesso suo fine, esclusivamente per i soldi che si potevano guadagnare, senza nemmeno supporre i nostri innati ardori di femmine, profondamente corrotte nell’animo.
Il nostro debutto, da novelle prostitute, lo concordammo per il sabato seguente, facendo combaciare l’andata in discoteca con l’appuntamento trasgressivo nel privè menzionato.
“Poi, mamma, mi fermerò anche a dormire, da Teresa”, avevo mentito io spudoratamente, ricevendo pure il suo fiducioso benestare.
La porta di sicurezza situata nel cortile, alle spalle del Privè, immetteva in un sottoscala, alla fine del quale, una camera buia, ci dava la possibilità di guardare, attraverso un finto specchio, all’interno del locale notturno, pieno zeppo di uomini e donne, di tutte le età, poco vestiti.
“Come compenso fisso, riceverete duecento euro a sera, più i soldi che saprete guadagnare con le vostre prestazioni, il tutto, defalcato del quaranta per cento, a mio favore, per avervi procurato tanti buoni clienti. Se non vi piacciono queste condizioni, è meglio dirlo subito per evitare poi spiacevoli, anzi, bruttissime conseguenze!”, ci ricordò, il pappone, guardandoci in modo torvo, quasi cattivo.
“Prima d’introdurvi fisicamente, voglio che guardiate bene tutti i presenti per accertarvi che non vi sia qualcuno che non desiderate incontrare”, consigliò, lo sfruttatore, per salvare la sua attività, prima di noi, da incontri sconvenienti.
“Cielo, mio padre!”, esclamò Tessi, trattenendo a stento un grido di sgomento, e portando immediatamente le mani alla bocca per bloccare il turbamento vocale che, di sicuro, non sarebbe stata in grado di attenuare.
Il bel Riccardo, infatti, se ne stava seminudo avvinghiato a due giovani ragazze, con un’età probabilmente simile alla nostra, sdraiato su un divano mentre loro si univano a lui come fosse un salsicciotto nel mezzo di un panino imburrato. Sconvolta, Tessi, fuggì attraverso il corridoio fino alla porta d’uscita, inseguita da me, trafelata per l’improvvisa corsa che ebbe fine soltanto alla fermata più vicina della metropolitana.
La prima frase che riuscì a dire, quando ormai eravamo giunte in prossimità del Duomo, fu: “ E’ solo un porco!” e subito dopo “Se penso che la mamma ama quel pervertito …! Mi viene la voglia di raccontarle tutto”.
“Non farlo, Teresa. Non subito, almeno …!”, le consigliai, vedendo in quale avvilimento emotivo era sprofondata. Pur sapendo che suo padre non era uno stinco di santo e che di sicuro cornificava sua madre, aveva conservato almeno un minimo dubbio. Ora invece era certa dell’infedeltà del genitore, e per di più con delle ragazze giovanissime.
Domani ne riparliamo con tranquillità e, se necessario …”, le dissi, prima che si decidesse a salire sulla carrozza del metrò che ci avrebbe riportato a casa, decideremo cosa fare, come comportarci, e se riferirlo a tua madre …”, terminai, sperando che avrebbe ascoltato il mio consiglio e accettato poi il progetto di vendetta che mi era frullato subito nella mente, ma che non le avevo ancora esposto.
Il mattino seguente, poco prima di entrare a scuola, Giulia, l’amica con la quale avevamo preso accordi, si avvicinò guardinga e: “Ho saputo, ragazze. E mi dispiace molto per tuo padre, Sara!”, disse, sorniona, e con velata ironia.
“No, ti stai sbagliando! Era il padre di Tessi, non il mio!”, precisai subito.
“Oh, scusami, Sara! Ho preso un abbaglio!”, si scusò, con premura, lanciando a Teresa uno sguardo di sott’intesa che non lasciava presagire nulla di buono, visto che Lei e Giulia, avevano percorso insieme la strada che le conduceva alla scuola.
“Devi dirmi qualcosa che non so, Tessi?”, l’interrogai, improvvisamente, augurandomi che non fosse ciò che immaginavo, dovuto allo scambio di persona avvenuto poco prima.
“Si, che anche tuo padre frequenta il locale e, per giunta, si è fatto anche lei!”.
“Chi, Giulia …?”, domandai, nonostante avessi capito benissimo.
Credo di avere provato lo stesso patimento della mia amica, se non più intenso, perché, poco prima di dormire, quella sera, avevo ripensato alla scena vista nel Privè e rapportato le assenze frequenti di mio padre, tutte di sabato, combinazione, e al suo rientro mattutino adduceva le scuse più risibili.
“Allora, quando Giulia si vantava di avere avuto rapporti con tuo padre, forse non mentiva, non credi …?”, domandai a Tessi, pur conoscendo già la risposta.
“Alla luce dei fatti, penso proprio di no, Sara”.
Fu allora che ideammo la vendetta Una rivalsa che, oltre a vendicare le nostre mamme, avrebbe poi messo i nostri padri di fronte a una dura, crudele realtà e, nello stesso tempo, fornito a noi l’alibi per esternare la prorompente sensualità che stazionava segretamente ed incontenibile nei nostri corpi.
TERESA***
Il messaggio di Sara, breve ma indicativo, aveva suscitato in me curiosità e una certa invidia, riguardante le molteplici esperienze che Sara si era potuta concedere in così breve tempo.
E’ vero, Maxi mi aveva appagata e goduto di me nelle forme più classiche ma anche con sadismo, (come piace fare agli uomini quando sono certi che tu gli appartieni! ).
Il messaggio della mia amica però, aveva stuzzicato in me la voglia di acquisire stimoli nuovi, esperienze diverse dall’ordinario amplesso; aggiornare rapidamente le mie modeste capacità fino a raggiungere destrezze superlative; bruciare le varie tappe con la fretta e l’estrosità che distingue le matricole.
“ Perché aspettare il loro ritorno per mettere in pratica l’ultimo atto della nostra vendetta? ”, mi domandai mentalmente. La risposta giunse direttamente dalla telefonata fatta da Sara.
Perché non vieni a Ostia? Sono certa che mio padre sarà felice di accompagnarti, sempre che tu gli prometta una settimana di piacere intenso”, propose lei, rafforzando ancora di più il mio primo pensiero.
“Ho parlato con Diana, e lei, è disposta ad agevolarci nel nostro intrigo. Pensa che ha già persino preparato la dependance dove potrete alloggiare fino a quando sarà necessario”, proseguì con fervore.
“Sei certa della sua fedeltà?”, le domandai, ansiosa.
“Come della tua. Sembra che si sia innamorata di me … pertanto, reggerà il nostro gioco!”
“Okay Sara! Dammi il tempo per contattare tuo padre, poi ti dico. E, vai piano con l’adulta. Ricordati sempre che il nostro legame morale e fisico è suggellato dal patto che abbiamo fatto, per tutta la vita”, le ricordai, gelosa, ben consapevole delle tendenze bilaterali di Diana .
La conversazione era terminata con i soliti baci e abbracci, ed anche con la promessa di azionare tutto il mio charme al fine d’imporre a Max la mia volontà, in modo da giungere a Ostia il più presto possibile.
RICCARDO***
Stranamente, la telefonata che mi aveva portato nella capitale con urgenza, pareva non avere un preciso responsabile. Ad una mia specifica richiesta, la segretaria di produzione aveva risposto di non essere stata informata e che, per saperne di più, dovevo contattare livelli superiori. Il direttore di rete poi, anche lui allo scuro di tutto, mi aveva poi trattenuto il tempo necessario a definire i dettagli del programma che avevo ideato io, ma che poi era rimasto in sospeso per mesi. Il giorno dopo, infatti, ero stato convocato per decidere quali attori contattare.
Era trascorso poco tempo da quando avevo raggiunto gli studi televisivi, e già sentivo la mancanza della deliziosa fanciulla che aveva sconvolto il mio pensiero completamente, scomposto il criterio che mi permetteva di agire con il buon senso, quello scalfito dallo sguardo di lei velato da minime porzioni di lacrima che rendevano i suoi occhi simili a smeraldi, riflettenti raggi di luce che stemperavano la mia mente lastricandola di egoismo. La sua figura, scolpita nella mente in modo indelebile, aveva seguito i miei passi, spinto a girovagare per la città alla ricerca del dono più appropriato a coronare tanta bellezza …; adatto a dimostrare quanta riconoscenza era germogliata dentro di me dall’istante in cui avevo posseduto la sua casta femminilità, e quanto ero dispiaciuto per avere permesso che lei diventasse un tempio del sesso, dove tutti potevano sia venerarla che oltraggiarla.
La sua, non era leggerezza, anche se il comportamento tenuto poteva motivare questa opinione in noi che, infatti, l’avevamo trattata come se fosse stata una prostituta. Tanto meno era un’assatanata ninfomane. Aveva soltanto un’innata predilezione per il sesso e tanta voglia di dare e riceve piacere. Era estremamente duttile a stimoli sensuali, ad ogni carezza violenta o estremamente delicata che la facesse sentire il fulcro del vero piacere, la fonte estrema da cui attingere ogni emozione erotica.
Più pensavo a lei e più avvertivo crescere la nausea per me stesso. “Come avevo potuto condividere un fiore così candido, zittendo l’egoismo imperioso che prevale in me per qualcosa che sento mio?”, chiesi a me stesso valutando diverse risposte, tutte inique, che mostravano in modo molto chiaro la mia pochezza d’animo, pur essendo genitore di una ragazza sua coetanea. Avevo agito da immondo ed esecrabile pedofilo, forse soltanto perché, il tutto, era accaduto troppo velocemente o, solo perché la sua naturale richiesta di sesso, mi aveva trattenuto dall’ascoltare il buon senso invece d’inseguire il mio infame egoismo che, seppure già in parte appagato, continuava a fustigare la mia coscienza tan-to da cancellare ogni rimorso.
Distratto da quei pensieri e impegnato in congetture varie, mi accorsi di essere arrivato nuovamente alla villa del mio amico produttore quando il taxista in perfetto dialetto romano “Semo rivati, ecelenza! La corsa so ottanta euri. Je faccio a fattura, dotto?”, chiese, senza nemmeno accennare a compilarla.
“Non ce n’è bisogno …, grazie”, risposi, mentre radunavo i vari sacchetti degli acquisti fatti nelle varie boutique del centro città, ben consigliato dal personale dei negozi circa la moda attuale adatta ad una quindicenne che affermavo essere mia figlia.
Durante tutto il viaggio di ritorno ad Ostia, ero stato assillato da una strana sensazione, dal sospetto che qualcuno avesse tramato contro di me, fatto intervenire nella capitale per un arcano disegno. Un rebus che cessò di assillarmi quando, la cristallina risata della bella Sara, echeggiò per tutto il parco, fra gli alberi che contornavano l’intera struttura della casa in stile, e la giovane Venere, corrermi incontro gioiosa, e felice di vedermi dopo ore di assenza per un lavoro che invece non c’era stato. In compenso, avevo trascorso il tempo a far shopping, in via Condotti, scegliendo vestiario, più o meno sexy, con la speranza che venisse gradito dalla deflagrante ragazza che aveva sconvolto ogni nano secondo della mia esistenza, dal momento in cui l’avevo incontrata. “Sei tornato, finalmente!”, esclamò contenta, avvinghiandosi a me con braccia gambe e labbra, fino a limitarmi il respiro, già precario, per l’inattesa accoglienza, ma soprattutto per la mise indossata: una mia camicia in seta, chiusa sull’ombelico, da un bottone che non lasciava spazio ad alcuna deduzione nel riflesso riportato dal vetro di una vicina finestra della dependance, che, per effetto delle braccia alzate, strette intorno al mio collo, aveva accorciato l’orlo mostrando i suoi glutei in tutta la loro liscia consistenza; sodi come i seni che mi premevano sul petto, vicinissimo ad esplodere per l’effetto embolia.
Sara, riusciva a sorprendermi sempre, mettermi in situazioni molto difficili, variando il suo comportamento secondo le emozioni che provava in quello specifico momento, motivata soltanto dall’istinto, e da quella sua innata esuberanza che io subivo e che non lasciava alcuna alternativa alla gestione della mia volontà. Cosa che avveniva nel momento in cui, per una questione di animosità maschile, avrei preferito condurre il gioco, divenuto anche lui una sua prerogativa.
Il colmo era che la nuova condizione attizzava i miei desideri attenuando la mia gelosia come se fosse un male secondario, non determinante a farmi pretendere la sua fedeltà, anche se d’istinto le avevo chiesto: “Mi sei stata fedele, oggi?”, mentre ultimavo i metri che ci dividevano ancora dall’ingresso della villa, sostenendo il peso del suo corpo che non aveva lasciato la presa per un solo istante, fino a quando la posai scompostamente sul divano del salone di fronte al TV al plasma, che trasmetteva un vecchio film di cappa e spada.
“Quasi completamente!”, mormorò, stringendosi nella camicia come avesse avuto un brivido di freddo. “Sarebbe come dire che non hai concesso interamente il tuo corpo?”, chiesi, molto teso.
“Intendo dire che hanno usato metodi diversi da quello che pensi tu, e che già ti gonfia la patta del pantalone”, rispose, fissandomi negli occhi, come per scrutare il mio disagio.
“E, non ti hanno soddisfatta?”, replicai evasivamente, mentre fingevo di scrutarmi intorno con il solo intento di sfuggire il suo sguardo inquisitore.
Per la prima volta, una donna, poco più che bambina, era riuscita a confondermi, suscitare in me un senso di timidezza che non sapevo di possedere, o che fosse così doloroso.
“Si, certo, ma in modo diverso; anche se devo ammettere molto intrigante, unico, nel suo genere!”.
SARA***
La mia risposta, l’aveva ulteriormente agitato. Il divano in pelle, sul quale si era seduto, pareva che scottasse, tanta era l’agitazione e i suoi frequenti cambiamenti di posizione. Incominciavo a gustare un nuovo tipo di piacere, una vera sensazione di onnipotenza, di padronanza assoluta dei desideri di lui, intimidito, prostrato al mio volere fisico e, forse, anche mentale.
Aveva individuato facilmente il mio riferimento a Diana, per la parte sessuale saffica ma, la sua vera curiosità, circa l’amante maschile, non gli dava tregua, così, per non farmi delle domande dirette, prese a tergiversare rodendosi in modo evidente.
“E’ ovvio che un uomo usi anche le mani per stimolare i desideri sessuali di una donna, ma poi, alla fine, deve completare con gli attributi forniti dalla natura, per saziarla come Dio comanda!”, continuò, non molto convinto di quello che stava dicendo.
“Gianni, è molto bravo in questo genere di effusioni!”, disse, subito dopo, impedendomi di ribattere. Il riferimento al suo amico voleva essere un sondaggio per scoprire l’identità dell’uomo da me citato, ma io, vigliaccamente, cambiai discorso.
“Quand’è che agevolerai le mie aspirazioni?”, domandai, con noncuranza.
“Oggi stesso. Mi sono accordato con degli amici che ti faranno un provino solo per motivi di visibilità tanto per non essere accusati di imparzialità o di scelta programmata!”, rispose, confermandosi uomo di parola.
Il mio interesse verso la possibile fama, non aveva cambiato la mia ambizione, essendo essa solo la scusa per attrarlo a me. Ma in quel momento, non lo nego, venni assalita da una impellente curiosità che mi spinse a fantasticare su quelle che potevano essere le nuove esperienze da diva.
“Bene, allora portarmi in città a fare spese. Voglio comprare qualcosa di carino da mettere per l’esibizione”, lo sollecitai, nascondendo pudicamente un capezzolo che si era liberato dalla camicia.
“Guarda in quelle borse”, disse lui, indicando le buste lasciate sul divano accanto a me.
Agitata come una scolaretta al suo primo dono importante, presi a frugare fra i diversi indumenti acquistati da Ric, alcuni in doppia taglia. Venni attratta, particolarmente, da un vestito leggero, molto scollato, con due bretelle fini, a cordicella, che sostenevano appena le coppe del seno, a balconcino, un bel decolté, assai procace, per una con le mie misure pettorali. Aderente come se fosse una seconda pelle fino alla vita, e poi, nel cortissimo gonnellino, leggermente svasato, all’inizio, per allargarsi in modo più energico verso l’orlo inferiore; un facsimile, per certi versi, al tutù di una ballerina di danza classica, soltanto un briciolo più lungo
Dopo averlo indossato, corredandolo con un ridottissimo tanga di colore bianco, infilato con esasperante lentezza, presi a girare su me stessa per mostrarmi a lui, visibilmente compiaciuto con se stesso per il buon gusto dimostrato nella scelta dei vari indumenti acquistati. “Come mi trovi?” domandai, piroettando in punta dei piedi per dare slancio alla mia figura.
“Meravigliosa!”, rispose, confermando con le parole tutto ciò che la sua espressione aveva già stabilito.
“Sei così bella da mozzare il fiato …!”, continuò, estasiato da quanto gli occhi imprimevano nella sua memoria.
“Dici davvero …?” domandai, pregustando ciò che avrebbe ancora detto di esaltante nei miei confronti.
“Sei la donna più bella e sexy che io abbia mai conosciuto! Femmina a tal’ punto da farmi dubitare che tu esista davvero. Un sogno da cui non voglio assolutamente destarmi per il resto della mia vita!”.
Non aspettavo certo tanta esaltazione, nei miei confronti, così, tanto per stemperare un po’ l’atmosfera che mi aveva messa a disagio, variai il discorso portandolo sull’orario in cui ci saremmo recati negli studio per il provino.
“Sul tardi, dopo la cena che consumeremo soltanto io e te!”, mi confidò, avvicinandosi in modo che non sentisse Diana, entrata nel salone proprio in quel momento.
Il leggero abbassare delle palpebre, confermò la mia complice approvazione.
L’unico timore, era di metterlo in grande difficoltà se avessimo incontrato qualche persona di sua conoscenza.
“Ci comporteremo come se fossimo padre e figlia ”, mi suggerì Riccardo, come se avesse letto nel mio pensiero, mentre la padrona di casa, nell’angolo opposto ai divani, si versava un drink dal mobile bar.
Sorrisi, addizionando all’espressione una dose spontanea di affetto poi, presi i sacchetti al volo e scappai nella mia stanza per indossare le scarpe con il tacco altissimo che mi aveva prestato Diana, la sera precedente; perfette da calzare con l’abitino che indossavo. I doni ricevuti ma soprattutto le parole piene zeppe di ammirazione da parte del padre di Teresa, mi avevano emozionata al punto da dovermi rifare il leggero trucco di matita agli occhi, prima di ripresentarmi a lui, nel salone, dove, seduto vicinissimo alla nostra ospite, dialogava con lei con aria misteriosa.
“Io, toglierei le autoreggenti, Sara”, mi consigliò Diana, quando giunsi accanto a loro.
“Roma è una città aperta, ma non così tanto da sopportare la presenza di una figlia, a cena, insieme ad un padre troppo permissivo sull’abbigliamento della propria bambina …”, aggiunse, strizzandomi l’occhio.
Ovviamente, accettai di buon grado la sua indicazione tanto da coinvolgerla in prima persona.
“Aiutami, ti prego! Sono così giuste che faccio fatica a sfilarle”, le dissi, appoggiando un piede sul suo grembo. Anche se non commentò, era evidente quale piacere provasse nel far scendere il pizzo nero che fasciava la mia coscia, accompagnandolo lentamente fino alla caviglia e sotto il piede, accarezzandolo fino alle dita; ripetendo poi di nuovo la stessa operazione con l’altra calza.
“Così, sei più conforme a una ragazza della tua età”, terminò, dandomi una leggera pacca sui glutei.
“Ora, potete andare. Siete perfetti!”, sentenziò, con massima ironia, Diana, addrizzando il nodo della cravatta di Riccardo che, nel frattempo, aveva cambiato abito con un fresco in lino, di colore grigio chiaro, stropicciato leggermente, che lo rendeva ancor più attraente di quanto non lo fosse già al naturale.
“Ce se rivede è, Dotto?” esclamò il taxista, sceso ad aprire servile la portiera posteriore del suo Taxi, mostrando una galanteria interessata. “ C’avete davvero ‘na bella figlia, Dotto! ”, continuò, appena dopo avere fatto l’inversione di marcia per tornare alla capitale.
“ Tutta suo padre …, ti assicuro ”, lo schernì Riccardo, accennando appena un sorriso.
“Er vostro ritratto, Dottò. Preciso-preciso!. Du’ gocce d’acqua”, azzardò il tassista, molto meno ingenuo di quanto mostrava di essere. Per farmi salire sull’auto, aveva aperto poco la portiera in modo da indurmi ad allargare le gambe eccessivamente, mostrandogli buona parte del tanga.
“Ndo ve porto, ecelenza?”, domandò, quando ormai eravamo già nel centro della città.
“Al delfino Bleu. Sai dove si trova…?”, gli domandò Riccardo, senza lasciare intendere se lui conoscesse o meno l’ubicazione di quel famosissimo ristorante, uno dei più rinomati della capitale.
“Certo, Dottò. Ce porto sempre lla ggente come voi, a magnà. E’ uno deli mejo de Roma”, concluse, annusando come se pregustasse l’odore delle cucine, benché a distanza, e ne fosse rimasto inebriato.
Giunti a destinazione il tassista si precipitò nuovamente ad aprirmi la portiera dell’auto in modo non del tutto agevole, trattenendo lo sportello con la scusa che avrebbero potuto sopraggiungere altre macchine, costringendomi ad allargare ancor di più le gambe per poter scendere, mostrandogli ampiamente ciò che lui voleva assolutamente vedere.
“Comunque, lui, non è affatto mio padre, ma soltanto quello che con l’uccello gusta ciò che tu hai assaporato solo con gli occhi ”, gli sussurrai, in tutta fretta, prima di prendere il mio accompagnatore sottobraccio e dirigermi con lui verso l’entrata del ristorante.
Anche senza voltarmi, avvertii la sua salina presenza, dietro di noi, cristallizzarsi oltre ogni limite, e sono certa che sarebbe passato molto tempo prima che la statua impertinente del tassista si fosse finalmente sciolta del tutto, tornando al naturale.
In effetti, il locale si presentava bene, sia come ambiente che come varietà di persone, tutte in abito elegante e manierate a tavola in modo tale che io, forse, non ne sarei mai stata capace.
Il tavolo che ci era stato riservato, in una specie di salottino, non indipendente dal salone stesso, ma solo un po’ adombrato da una tendina in seta nera trattenuta a mezz’aria da una spessa cordicella, ci poneva in una condizione di privacy a nostra discrezione, che io rifiutai energicamente. Per me era un’esperienza nuova vedere tutta quella varietà di persone: snob, attori, letterine, registi famosissimi e persino qualche personaggio che aveva partecipato all’ultimo “ grande fratello.” Com’era anche una novità la grande varietà dei piatti che lo chef ci proponeva, tutti così elaborati da farmi temere di non sapere quali posate adoperare.
Vedendomi in difficoltà, Riccardo intervenne in mio favore.
“Per me, va benissimo l’antipasto fantasia marina e il riso mare e monti, per ora …”, ordinò deciso.
“Anche per me …”, mi affrettai a dire.
E da bere, cosa desideri, tesoro?” , mi chiese, premuroso Riccardo.
“Una coca?”, azzardai, guardandolo negli occhi per capire se il mio era un bere indecente con una cena simile e fra persone che pasteggiavano con lo champagne.
“Forse, un vino bianco non troppo secco, è il più indicato”, propose, rivolgendosi allo chef. Poi, prima che si allontanasse. “Porti comunque anche una coca cola, in lattina, per mia figlia”, ordinò Riccardo, con un tono di voce superiore a quello che aveva usato fino a quel momento. Per un attimo, lo guardai fisso negli occhi, ravvisando in lui una dolcezza che m’intenerì in modo quasi incontenibile. L’avrei baciato con tanto ardore da scandalizzare tutti i presenti; ma il buon senso, riuscì a frenare la mia foga impulsiva.
“Dopo cena, facciamo l’amore, papi?” , gli domandai, abbassando la voce per evitare che mi sentissero i due che cenavano al tavolo più vicino al nostro. L’assordante mormorio dei vari commensali, unito al ritmo latino suonato dall’orchestrina all’altro lato del salone, attenuarono appena il rumoroso deglutire del mio partner, nel frattempo divenuto cereo in viso.
“Se non mi farai morire prima, certamente …!”, rispose, appena il colpo di tosse gli liberò il canale dell’aria dal sorso di aperitivo deglutito nel contempo della mia battuta impertinente e sfacciata.
Era la prima volta che cenavo così tardi, oltre le 22, l’ora in cui servirono i primi antipasti, divorati da me, letteralmente, innaffiandoli con dell’ottimo vino bianco, leggero e amabile. Con i piatti, il cameriere posò anche una meravigliosa rosa rossa, ammiccando verso il ragazzone palestrato che sedeva nel salottino dopo il nostro, attorniato da due famose letterine, le quali, sembrava che sbavassero entrambe per lui.
“La manda il signor Pietro”, mi bisbigliò, all’orecchio, con l’intento di escludere il sentire di colui che pensava fosse mio padre.
“Parli pure in modo normale, per favore”, s’intromise Riccardo, scuro in viso.
“Tanto, non ho segreti di sorta, con mia figlia”, aggiunse, visibilmente infastidito, molto di più per il sorriso spontaneo di ringraziamento inviato da me al bellimbusto, piuttosto che per il bisbigliare dell’incolpevole cameriere.
RICCARDO***
Tutto d’un tratto, il boccone, il cameriere, il locale stesso, mi erano diventati indigesti; e non tanto per come lo sbruffone tutto muscoli continuava a lanciare sguardi languidi a Sara, che se la rideva divertita per la situazione che s’era venuta a creare in modo così burlesco, il che confermava una volta di più la mia inspiegabile gelosia, ma per l’erosione che sotto la pelle mi devastava i nervi, passando per la bile fino a giungermi nel cervello.
“Mi piaci, quando fai il geloso, Riccardo”, disse, porgendomi il calice del vino, vuoto.
“La tua gelosia ha una doppia valenza: “quella tipicamente filiale, che risalta come naturale protezione di un padre “, e la più intima, di cui solo noi siamo consapevoli protagonisti”, terminò, serena, certa che avrei compreso chiaramente il suo acuto discorso. Cosa che invece non era avvenuta perché, la mia mente, era in conflitto interno con me stesso, e impossibilitato a connettere in modo più umano.
“Comunque, non temere. Sei insostituibile!”, continuò, mentre il suoi occhi mi fissavano come se volessero entrarmi dentro, scrutare nel profondo della mia anima.
Nonostante la sua amabile conferma, il mio umore non era più quello di prima. Continuavo a spiare di nascosto ogni movimento del bulletto impegnando l’attenzione di Sara con un continuo parlarle del provino che avrebbe fatto appena dopo la cena, e di quali possibilità avrebbe avuto, nello spettacolo, se soltanto lasciava a me carta bianca nel programmare la sua entrata nel mondo televisivo, prima, e poi, magari, anche in quello cinematografico.
“Non dimenticare che mi sono messa nelle tue mani fin dallo stesso giorno che ci siamo conosciuti”, puntualizzò lei, guardandomi in modo interrogativo.
“Si, è vero … ma io … intendevo dire … che …”, farfugliai, senza senso, sconclusionato dalla gelosia che mi faceva straparlare; fortunatamente interrotto da una voce conosciuta che proveniva dalle mie spalle.
“Oh Riccardino …! O cche ttu ffai … , in codesto lupanare, coo n’Angelo siffatto bene ? “, scherzò, Leo.
“Tentavo di cenare in pace, prima che arrivassi tu …!”, lo beffeggiai, conoscendo bene l’innata ironia del mio amico regista attore.
“Non mi dire che, codesta “Madonnina”, è la tu figliola …? “, chiese, mentre si chinava a baciare la mano di Sara, incredula di essere adulata da un così famoso personaggio come quello che le aveva posato le labbra sul dorso della mano, soffermandosi lungamente.
“Infatti non lo dico“, replicai, tagliando corto, certo che la sua perspicacia l’avesse già reso edotto sulla situazione anomala in cui mi trovavo.
“Sei solo?”, domandai, tanto per spezzare l’emozione che aveva assalito Sara e rivolgere verso di me l’attenzione di Leo, incantato dalla sua bellezza.
“Non più, se tu voi che ti aiuti a corteggiare da vicino codesta Venere …”, rispose con una certa enfasi, accomodandosi subito al tavolo senza togliere lo sguardo dal decolté di Sara che, stranamente, s’era scomposto tanto da lasciar apparire l’alone che contornava il suo capezzolo destro.
Inevitabilmente, il contesto che si era venuto a creare, accentuato sicuramente dal paio di bicchieri di vino ingeriti, avevano complicato parecchio la mia concentrazione.
Sara, invece, pareva a suo agio, ed anche molto felice di avere un nuovo corteggiatore, soprattutto di quel calibro, seduto di fianco a lei, allo stesso tavolo in cui erano puntati gli sguardi di molti curiosi. Si sentiva al centro dell’attenzione e, conoscendola, ormai, ero certo che la combinazione di notorietà, tanti occhi che la spogliavano, e vino eccellente, la stavano esaltando ed eccitando in modo superlativo, stratosferico.
“Se insisti ‘osì, mi sa, che non ho ddandà via, allora?”, domandò Leonardo, facendomi poi l’occhiolino.
“Devi chiederlo a Sara, non a me”, replicai, visibilmente scocciato, anche se con Leo non avrei dovuto avere di questi risentimenti, visto che ci eravamo scambiati parecchie partner.
Per tutta risposta, Leo, senza farselo ripetere, dopo avere preso la mano di Sara e essersi subito inginocchiato, servile, e con il capo ricurvo: “Madonna …, se voi mi permetterete di cenare al vostro cospetto, ve ne sarò infinitamente grato!”, esclamo, parafrasando i nobili d’altri tempi, divertendo in modo visibile la nostra ospite che, forse, per il vino, oppure per l’ebbrezza del momento, aveva assunto un rossore che la rendeva più candida e attraente del solito.
SARA***
L’orologio a pendolo, sulla parete del salone, segnava ormai la mezzanotte, coinvolgendo con i suoi rintocchi, vari, sempre diversi di tono, i tanti commensali che ancora si attardavano, come noi stessi, a parlare di cose presso che inutili. Il nostro ospite, si era mostrato un personaggio davvero speciale, unico, modesto, proprio come appariva nelle trasmissioni televisive in cui era intervenuto per fare reclame a un suo film. Davvero molto simpatico, tanto da mettermi subito a mio agio, nonostante il primo impatto, con gente così famosa, mi avesse inibita parecchio.
“Sicché t’andrebbe da fa la velina?”, mi chiese, squadrandomi tutta per l’ennesima volta, mentre Riccardo, era andato a trattare la restituzione di alcune fotografie, scattate poco prima, da un paparazzo camuffato da cliente, fatte mentre brindavamo, con lo champagne, offerto da Leo, subito dopo il dessert.
“Si, se quel signore non mi stronca la carriera ancora prima d’incominciare, pubblicando la foto su un settimanale che legge mia madre …”, risposi, senza perdere di vista il padre di Teresa, teso nel discutere con il fotografo che sembrava non avere alcuna intenzione di perdere lo Scoop.
“I tuoi non sanno che sei a Roma?”, mi chiese Leo.
“Assolutamente no! Credono che io sia a Firenze”, l’informai, ansiosa, mostrandomi anche parecchio intimorita dall’accaduto.
Nel frattempo, Ric era tornato, imbestialito più che mai, inveendo all’indirizzo del fotografo e alla legge sulla privacy che non tutela quando ti trovi in un locale pubblico.
“Non sente ragione …” si lamentò, rivolgendosi a Leo.
“E’ di un settimanale, di quelli che fanno cronaca scandalistica a buon mercato”, continuò, sempre più indignato. La mia posizione, non era certo delle migliori, ma comunque, il massimo che mi poteva accadere, avrei dovuto dare spiegazioni solo ai miei genitori. Lui, invece, si trovava davvero in pericolo penale: oltre a sua moglie e, alla stessa Teresa che, nonostante tutto, avrebbe dovuto fingere stupore e indignazione, per non scoprirsi.
Dopo aver parlato brevemente all’orecchio di Riccardo, e lui annuito con cenni del capo, guardando me, fisso negli occhi, Leo si alzò e si diresse sicuro dal paparazzo che parlava tranquillamente con gli amici con i quali aveva cenato. L’aveva invitato a sedersi con lui ad un altro tavolo, poi, con estremo garbo, gli aveva parlato, quasi bisbigliando, fino a quando il fotografo aveva infilato una mano in tasca ed estratto subito dopo il rullino chiuso nel suo astuccio, passandoglielo sottobanco, furtivamente.
Dopo non molto, Leo, tornò sorridente stringendo in mano il contenitore di pellicole con gli scatti incriminati.
“Tu non ci sai fare, Riccardino! ”, lo canzonò Leo, bonariamente. “Non usi mai argomenti convincenti”, proseguì, porgendogli l’astuccio.
L’ammirazione che avevo per lui si era persino raddoppiata. L’avrei addirittura baciato per la determinazione mostrata nel risolvere quello che avrebbe potuto diventare un dramma per me e Tessi. Il paparazzo, dopo un primo fermo rifiuto, aveva cambiato atteggiamento e colore del viso, nell’ascoltare quello che gli diceva Leo e, subito dopo, aveva consegnato il rullino chinando il capo come fosse un cane bastonato.
“Ora sei in debito, Bischero …, ricordalo!”, disse, all’indirizzo di Ric, puntandolo con il dito indice.
“Anch’io lo sono?”, domandai, curiosa, atteggiando il volto in modo sottomesso.
“Certo …, ma con te, il debito sa dda ambià di specie …!”, puntualizzò, senza rivelare il genere di pegno che avrebbe preteso dalla sottoscritta.
Non ci voleva una scienziata per capirlo e, d’altronde, cos’altro avrebbe potuto desiderare da me, un uomo, se non la parte fisica, visto che non aveva certo perso tempo a sondare quella intellettiva?
Prospettando una disarmante ingenuità, continuai con ulteriore ingenuità.
“Quello che desideri, Leo!”, risposi, mostrandomi puerile e poco perspicace. Una bambola senza cervello, insomma, il che, lo fece visibilmente attizzare a livello del sotto cintura.
Nella mia breve esperienza, con l’altro sesso, mi sono più volte chiesta perché, gli uomini adulti, si sentano attratti da wamp sbiadite, senza materia grigia, in un primo momento.
Ma poi, a giochi conclusi, pretendono che spunti loro anche un minimo di cervello!
“Oh …, bambina …!”, esclamò, portandosi una mano alla bocca, per impedirsi di parlare.
“Tu mi tenti …!”, disse, mordicchiandosi poi l’indice della mano sinistra che aveva posato fra i denti.
Una tentazione che avevo cercato con determinazione, mostrandomi a Leo estremamente disponibile, poiché desideravo certo stimolare in lui appetiti sessuali irrefrenabili, desideri morbosi che mi avrebbero permesso, in seguito, di affondare le dita in quei suoi riccioli ribelli, pettinati dal vento; liberi di contornare quel suo volto, sempre sorridente, birichino e al tempo stesso, maschio e molto volitivo. Non bellissimo, ma estremamente sensuale nel suo profilo, morbido, dallo sguardo che prometteva l’infinito e il reale insieme. La sola nota stonata, era Riccardo. Il suo atteggiamento era diventato indifferente, non più così geloso, come si era mostrato durante metà della cena prima dell’arrivo del suo amico regista, cosa che mi aveva infastidita parecchio. Sembrava che io non gli interessassi più. Era diventato assai evasivo, distratto, completamente assente, come se i suoi pensieri fossero altrove, intenti a programmare il proseguimento della serata senza attendersi consensi da parte nostra, specialmente la mia.
Infatti, improvvisamente, era andato a pagare e poi aveva stabilito che ci recassimo in un famoso locale del centro, dove lo aspettavano due selezionatori delle nuove ragazze per il programma “ la notizia striscia.
Francamente, l’incontro notturno con quelli che avrebbero dovuto lanciarmi nel tortuoso sistema di Veline, non mi eccitava come la curiosità di scoprire se, il “regista attore” che ammiravo tantissimo, corrispondesse a ciò che la mia fantasia aveva elaborato.
“Tu ffa cche vvoi…, ma non scordare mai i paparazzi … Lì, dove vuoi andare, pernottano sempre in agguato, molti di quegli scatta foto a tradimento”, lo avvertì Leo, preoccupato.
“Non posso mancare!”, osservò mestamente Riccardo. “Mi stanno facendo un eccellente favore”.
“Sai che si fa?” propose Leo. “Andiamo da me, poi, tu, con la mia auto, vai a prenderli e li porti a casa mia, dove potranno farle tutti i provini che vogliono”, si inventò, lì per lì, Leo, senza far trasparire minimamente quello che gli frullava per il capo, pregustando di sicuro qualche diavoleria.
“Ok. Va bene! “, aveva accettato, frettolosamente, Riccardo, mettendosi subito al volante dell’auto del regista toscano, guidandola senza indugio attraverso il centro città fino alla casa romana di Leo, un grazioso e accogliente Piede-a-Terre, alla periferia sud della città dove, scesi noi, lui ripartì senza attesa, come se stesse fuggendo.
“Una bicocca modesta, che mi serve quando sono a Roma, in forma privata …”, mi spiegò Leo, appena entrati nell’ampio monolocale, grazioso ed accogliente; arredato con un gusto prettamente maschile, ma comunque adatto alla bisogna per la quale era stato concepito. Un grande divano letto matrimoniale, già disteso, che occupava gran spazio del lato destro della camera, suddivisa a metà da un basso muretto che delimitava uno spazio adibito a salotto, dotato di frigorifero, mobile bar con ripiano, ben fornito di liquori vari, e di due alti sgabelli, oltre i quali, iniziava un’alta parete in vetro zigrinato, semi trasparente, chiusa da una porta scorrevole dove s’intravedeva chiaramente il vano doccia ed i servizi igienici. D’istinto, mi venne da sorridere, pensando alla mancanza di privacy del bagno, e a quale mente contorta potesse averla concepita.
Come se mi avesse letto nel pensiero: “Ho unito l’utile al dilettevole alla tranquillità”, aveva suggerito, candidamente, mostrando una convinzione disarmante. Per quanto mi sforzassi non riuscivo a capire il nesso che c’era con la tranquillità, ma Leo, con la sua solita ironia.
“Una mia amica, aveva scelto il mio bagno per tirare di coca e, per poco, non tirava anche le cuoia”, mi spiegò, abbandonando per un solo istante quel sorriso accattivante, prima di promettermi: “Ma se tu desideri farti una doccia, accomodati pure. Io chiuderò un occhio, lo giuro! Ti spierò soltanto un pochino”, aveva detto, mentre nascondeva un occhio dietro il palmo della mano sinistra. Quella sua inflessione dialettale, lo rendeva ancora più tenero di quanto già non lo fosse, per i miei gusti.
“Ne avrei davvero bisogno. Mi è rimasta addosso tutta la puzza di pesce del ristorante”, approfittai, prontamente.
“Ma c’è un problema!”. “Quale?”, domandò Leo, pensieroso. “Gli uomini che Riccardo è andato a prendere. Penso che fra non molto ritornerà con loro”, prospettai, come fossi intimorita, mentre invece la cosa non mi preoccupava affatto. La sera precedente mi ero resa conto di quanto io fossi naturalmente ricettiva, e quanto mi fosse gradita, nell’atto sessuale, la promiscuità.
“Si vede che non conosci Roma, Baby. Il locale di cui parlava Ric, si trova dall’altra parte della città, e questo significa, tradotto in tempo, almeno un’ora prima del suo ritorno”. Per tutta risposta, senza indugi, iniziai a spogliarmi ancor prima di varcare la soglia del bagno, intenzionata a prendermi la parte di intimo piacere stimolato dall’esibizionismo, unitamente al suo fascino ironico, gioioso, tenero, estremamente fanciullesco. In quel preciso istante, compresi che il mito a cui avevo da sempre guardato con tanta reverenza, altro non era che semplice carne fremente, ansioso e ben disposto ad appagare i miei evidenti bollori, anelando piaceri che sapeva non gli avrei certo negato, anche se, per ottenerli, avrebbe dovuto stuzzicare la mia fantasia a livelli erotici impossibili.
Da Lui pretendevo sesso esasperato, fuori dai soliti canoni. Qualcosa di diverso, artistico, in linea col suo personaggio, poeticamente dissimile da tutti gli altri registi. Stravagante, almeno quanto lo erano le pellicole da lui impressionate: sublimi, come il sentimento che da esse ne avevo tratto.
“Ti regolo il gettito dell’acqua della doccia?”, chiese, facendo capolino nel bagno, in modo improvviso, mentre adoperavo i servizi.
Riuscii a stento a celare quel senso di vergogna dovuto alla non idilliaca posizione in cui mi aveva sorpresa.
“Ti ringrazio, ma la preferisco fredda …”, sbottai, piuttosto innervosita.
“Come vuoi” rispose, continuando a spiarmi senza ritegno per almeno un altro minuto.
“Te ne vuoi andare …?” lo minacciai, fingendo di lanciargli il rotolo di carta igienica.
“Come desidera, Madonna. Tanto, “ un vedo nulla …! “, disse, ritirandosi rammaricato.
Mentre ero sotto la doccia, lo sentii gridare: “Puoi usare il mio accappatoio di spugna, se non ti va di rivestirti subito. Tanto, siamo alti uguale, senza i tuoi undici centimetri di tacco. Le infradito, le troverai nel mobiletto bianco delle scarpe che c’è alla tua destra, appena esci dal box doccia”, concluse, dopo avermi spiata attraverso lo scorrevole lasciato un po’ socchiuso, corrispondente a quello del box della doccia che, guarda caso, era difettoso, e rimaneva aperto di almeno dieci centimetri buoni.
“Grazie, Leo! Farò come dici tu”, risposi, alzando io stessa la voce, come se non sapessi che lui era appoggiato allo stipite dello scorrevole e mi guardava con eccitazione massima mentre, volgendogli le spalle, insaponavo la peluria del mio ventre, ridotta a triangolino da tanga.
“Posso chiederti una cosa, Leo?”, gli domandai, sempre con tono sostenuto, fingendo di credere che lui fosse all’altro lato della stanza. “Sicuro, bambina. Tutto ciò che tu desideri”, rispose subito allontanandosi in punta dei piedi verso il divano letto.
“Hai preso accordi con Riccardo?”
“Accordi di che genere, bella?”, si affrettò a chiedermi, insospettito.
“Che riguardano me?”
“Assolutamente no! Credi forse che io abbia bisogno di questi espedienti?”, rispose, con una punta di amarezza nella voce.
Mi pentii subito di avere fatto quella domanda e, per farmi perdonare, proposi a me stessa di fare meno la preziosa quando lui avesse iniziato a farmi delle avance.
“Un asciuga capelli, dove lo posso trovare …?”, chiesi, avvicinandomi a lui stringendo con poca forza la cintura dell’accappatoio, prevedendo di scioglierlo poi con semplici e leggere mosse opportune. Nel frattempo, Leonardo, si era seduto comodamente sull’ampio divano letto.
“Vieni, siedi qui vicino. Penso io ad asciugarteli”, propose, come se avesse il fon a portata di mano. In breve, inginocchiato alle mie spalle, prese a soffiarmi sui capelli, a dividerli e a carezzarli con delicatezza: a pettinarli con le dita nel verso originale, dall’attaccatura in giù.
“Sono così belli che non dovrò adoperare tanto fiato”, commentò, compiaciuto per il lavoro che stava facendo alla mia capigliatura.
LEONARDO***
La stupenda creatura che per sorte si trovava alla mia mercé, riusciva a rendere piacevole tutto: un gesto, una sillaba, un sospirò, un sorriso accennato. Farmi sentire emozioni che mai avrei gustato in modo spontaneo. In nessuna delle attrici dei miei film, avevo ravvisato una vitalità cosi marcata, così tanto charme da inibire persino la mia aperta esuberanza, in genere incontrastabile in situazioni esaltanti come quella, vicino ad una giovane donna che sprigionava femminilità da ogni millimetro della sua pelle; capace di emettere una varietà di esaltanti odori, così profumati ed avvolgenti, da sconvolgere il metabolismo a un essere umano ibernato. Il gioco puerile che le avevo proposto al solo scopo di avvicinarmi a lei il più possibile, era diventato un serio impegno, svolto con dedizione e fomentato da una forza interna che m’incitava a essere sempre meno refrattario alla natura che si adattava a me favorevolmente, alle mie mani; rifletteva il mio alito trasformandolo in esche calamitate, tutte concentrate ad attrarmi in modo irresistibile nella sua sfera di vera perdizione.
Imperterrito, continuavo a scioglierle i capelli soffiando su di loro con forza, con tutta la potenza permessa dai miei polmoni, integri dal fumo, aderendo con maggior sensibilità i polpastrelli al suo bel capo liscio e a tratti ruvido per effetto dei brividi di piacere che si alternavano sotto le mie dita, sempre perdute nella sua folta chioma, elettrizzante molto di più di un corto circuito, scossa positiva dalla quale attingevo ardori di un’impetuosità, a dir poco, strabiliante.
Per effetto del mio laborioso massaggio ventilato, l’accappatoio, non più trattenuto dalle sue mani, perse lungo i fianchi, in posa rilassante, si era aperto mettendo in mostra una piccola parte di seno, la stupenda appendice che già avevo ammirato ampiamente mentre si faceva la doccia, ora vivo e fremente, a pochi centimetri dalle mie mani indecise, per un assurdo timore, a infilarsi dove il mio cocente desiderio avrebbe voluto perdersi veramente incontrastato, spaziare libero su quel corpo che mi veniva offerto senza alcuna remora, in ansiosa attesa di sentirsi palpare teneramente, forse anche selvaggiamente, a giudicare dall’ingordo sguardo ingordo, quasi famelico, ostentato dalla stupenda Tessi in aggressivo atteggiamento, semplicemente desiderosa di scatenarsi in amplessi senza regole, senza esclusioni di colpi.
SARA***
L’atmosfera, si era fatta davvero incandescente. Il ritardo di Riccardo aveva favorito ardori trattenuti a stento da entrambi, nati per colpa della situazione che si era creata fra noi, ma soprattutto, dalla mia vera incontenibile e insaziabile voglia di sesso, l’imponente e acuto desiderio, trattenuto a stento, per attenermi a quella forma etica che lascia ad un uomo, la priorità del primo passo.
Tutto di Leo, mi era gradito. Particolarmente quel suo caratteristico intercalare dialettale zeppo di ironia, i suoi riccioli ribelli, lasciati liberi d’incorniciare un ovale essenzialmente gentile, estremamente delicato ma, soprattutto, il sorriso espressivo, fra il triste e il faceto, che suscitava in me una sottile e magica attrattiva. Ma anche un’ intensa curiosità verso quel mito che da tempo mi stuzzicava la fantasia con i suoi film social popolari, divertenti e velatamente sensuali.
“Perché prima mi hai fatto quella domanda, Sara?” mi domandò, mostrandosi ampiamente interessato.
“Ho avuto la sensazione che il ritardo di Riccardo, fosse intenzionale”, rivelai, sostenendo a lungo il suo sguardo.
“Inoltre, non essendo la prima volta che mi concede agli amici …, pensavo …!”, continuai, esaltandomi in modo evidente.
“E a te, questa situazione, dispiace?”, chiese, incuriosito.
“In parte sì, ma se ciò gli procura un piacere supplementare, credo sia doveroso da parte mia, soddisfare ogni suo desiderio”.
“Doverosamente giusto? “, replicò, stupito.
“Gli appartieni in modo così schiavizzante?”, chiese, mostrandosi incredulo .
“Non esattamente … Diciamo che la situazione stuzzica in modo positivo anche il mio innato senso di sottomissione psicologica.
“Ne trai piacere? >> domandò, mostrando molto interesse.
“Credo proprio di si, Leo. Probabilmente, è nella mia natura!”.
“Allora, se io confessassi che Ric ti ha ceduta a me, tu, ti sentiresti in dovere di ubbidire ai suoi ordini?”.
“E’ così che è andata, Leonardo?” domandai, certa della sua risposta affermativa.
“Se ti rispondo dopo avere fatto all’amore, cambia qualcosa, Sara?”.
“Si, il modo di deliziarti per dovere, diverso da quello che invece potrei procurarti perché è mio intimo desiderio farlo”, risposi, lasciandolo attonito, bloccato a scrutarmi direttamente negli occhi per tentare di capire il senso della mia risposta.
Dopo avere chiuso gli occhi e scrollato energicamente il capo, per scacciare una tensione che forse gli impediva ulteriori pensieri, Leo iniziò ad accarezzarmi tutt’e due i seni, con entrambe le mani, e a stuzzicarmi delicatamente i capezzoli, divenuti subito di pietra, senza mai levare i suoi occhi dai miei, scrutandomi con profonda penetrazione, tanto da farmi sentire persa in un labirinto surreale dove, forze invisibili, mi palpavano lussuriose. Più lo stimolo m’inondava di sensazioni strane che si espandevano in tutto il mio corpo sconvolgendomi in modo fantastico, e più le sue calde carezze si estendevano verso le labbra intime, allagate di umore, e anche verso quelle della bocca, dischiuse lievemente dalle sue dita, e poi, soffocate da un bacio così gradevole da stordirmi, fino a lanciarmi, per attimi interminabili, al limite della soglia della pazzia sessuale.
LEONARDO***
Ogni muscolo mi doleva per la tensione che mi aveva sorpreso l’attimo dopo che le avevo palpato il seno. Il suo corpo inerte fra le mie braccia, sembrava disarticolato come un bambolotto di pezza, senza però aver perso quell’energia interna che lo faceva sussultare, fremere per un piacere incomprensibile, come se fosse stata presa in un vortice di infernali sensazioni, dal quale non sarebbe più riemersa.
Era la prima volta che vedevo una donna godere in modo così particolare, quasi inumano, o, quanto meno, perverso, assatanato, privo di riscontri e di aggettivi validi, per definirlo in modo pressoché inequivocabile.
Il suo corpo, improvvisamente, era diventato di mia proprietà. Pur se incosciente e poco vigile, mi aveva donato tutta se stessa attendendosi chissà quali eccitazioni che io, in quell’istante, non ero in grado di procurarle. Continuavo a scrutare attonito il suo bel corpo, ormai privo dell’ involucro da bagno, ancora umido, mostrato senza pudore in tutta la sua scultorea genuinità, e la sola cosa che riuscivo a fare era di frammentare la frase: “Quanto … sei …, quanto sei … bella Sara!”.
Un Robot, avrebbe certo avuto una reazione più umana della mia. Praticamente, io l’avevo fra le braccia, in spontanea offerta, fremente, in attesa di sentirsi manipolata con ardore, e invece, l’artefice di tali eccitazioni non sapeva fare altro che accarezzarla e a commentare, con frasi insulse, la stupenda, strepitosa regalità della sua epidermide.
SARA***
Con mio immenso stupore, ma soprattutto con grande rammarico suo, da vero suicidio, nonostante avessi manovrato in modo per aderire completamente a lui, stuzzicandogli in modo deciso il sesso, era rimasto estraneo al clima eccitante nel quale pensavo di stare navigando, ed il suo viso, immerso nel disagio più totale, aveva subito iniziato ad arrossire in modo tale da darmi la sensazione che il suo rossore, fosse anche dolorosissimo, come lo era il fuoco che avvolgeva un condannato al rogo.
Avessi mai raccontato della defaillance del povero Leonardo, il grande regista, che aveva descritto amori fantastici nei suoi film, e situazioni sessuali scabrose, avrebbe certamente perso la credibilità di maschio latino, come si era definito in alcune interviste da Gossip.
“Non so cosa mi sia accaduto …!”, si scusò, sconfortato, al limite della disperazione.
“Ti assicuro che è la prima volta che mi succede”, ribadì, affranto, nonostante i miei vari tentativi per rincuorarlo.
Non mi ero mai trovata in una situazione così incresciosa. Temevo perfino di parlare per il timore di dire qualcosa di sbagliato. Fortunatamente, la suoneria del cellulare di Leonardo, ruppe per qualche istante la gelida atmosfera che si era venuta a creare.
“Era Riccardo”, m’informò, appena finì di parlare al telefonino.
“Fra non molto arriva”, ribadì, dispiaciuto.
“Con gli esaminatori?” domandai, senza interesse alcuno, solo intenzionata a diversificare un po’ il discorso, che sentivo stava distruggendo l’amor proprio di Leonardo.
“ No, da solo. Non si sono trovati, rispose, senza alzare lo sguardo. “Riccardo è arrivato in ritardo all’appuntamento”, concluse, direzionando lo sguardo ovunque nella stanza meno che su di me.
Il ritorno di Riccardo, in un primo momento anelato, alla luce di quanto era accaduto, mi aveva però messo in difficoltà, facendomi sentire responsabile per non aver impegnato in modo ottimale, la mia femminilità, curando solo la sua eccitazione fisica e non quella della mente, non meno importante in un rapporto sessuale fra due persone, la priva volta, a tal punto da frenare in lui ogni baldanza erotica. In quel preciso momento, capii quali erano le mie insufficienze, i miei limiti nell’avvertire lo scompenso psicologico, e magari prevenirlo, come avrebbe certamente fatto una donna con molta più esperienza della mia: una vera femmina da letto, non soltanto una ragazzina alle prime armi che tentava di spacciarsi da femmina fatale.
Nell’attesa che arrivasse Ric, avevamo continuato ad accarezzarci reciprocamente, senza pretendere di stimolarci. Leo poi si era addossato alle mie spalle aderendo completamente a me, avvolgendomi con le braccia, nervosamente, sussurrandomi parole dolci alternate a ironiche battute sulla sua imbarazzante battuta d’arresto.
“Domani, vado dal mio medico per farmi prescrivere una tonnellata di Viagra …”, scherzò, soffiandomi sul lobo sinistro, vicinissimo alla sua bocca. “Poi, dopo, dovrai supplicarmi di smettere …”, esagerò, trattenendo a stento un’ambigua risata.
“Non penso tu abbia bisogno di quel palliativo”, lo confortai, avvertendo un certo sensibile risveglio della sua natura, aderente ai miei glutei, piacevolmente accarezzati dalla massa carnale che riprendeva animosità, calore, e una specie di frizzante rullare, molto simile a un vibratore con delle batterie ben cariche.
Per accertarmene, lasciai andare una mano a tastare il virgulto che stava sbocciando con sempre maggiore veemenza, scacciando ogni dubbio sul susseguirsi della possibile nuova estensione. In breve tempo aveva assunto dimensioni e consistenza tale da ridestare tutti i desideri che avevo accantonato fino a poco prima.
Senza quasi accorgermene, iniziai a muovere il mio bacino in modo ritmico, accentuando l’inarcamento verso il ridestato fiore, il quale, espandeva con autorevole forza i suoi petali vellutati. Per non perdere l’attimo più che favorevole, dopo essermi girata verso di lui, presi a scivolare lentamente giù, lungo il suo corpo, aderendo la lingua al suo petto villoso, e poi a leccargli l’ombelico, senza mai scostarmi, fino a raggiungere il suo sesso, ormai acciaio temperato, accogliendolo tutto in un solo boccone, causando a Leonardo un sussulto di piacere, espresso con mugolii che aumentavano d’intensità a seconda dell’ingordigia con la quale lo suggevo.
Nel breve volgere di pochi attimi, tutto l’ambiente risuonò di sospiri, urla mie, improvvise, smorzate a tratti da intrusioni sessuali soffocanti, impedimenti talvolta innaturali che però aumentarono in entrambi un godimento superlativo, immodesto d’intensità e di durata.
Quando squillò il citofono, il cuore mi balzò in gola. Anche se atteso, il ritorno di Riccardo mi agitò in modo incomprensibile. Non perché mi sentivo in colpa per la situazione nella quale mi ero tuffata volontariamente, dedicandomi all’affascinante amico suo, con tanto ardore, ma per quel senso di pudore dovuto alla fase avanzata di un’eccitazione che ci lasciava completamente indifesi, di fronte a lui, non ancora addentrato in confini accalorati spontaneamente dalla nostra ingorda sessualità. Fortunatamente, pensò Leo a risolvere la situazione, mostrando una sfacciata indifferenza sul poco casto abbigliamento.
“Non trarre conclusioni affrettate”, l’investì subito, appena Riccardo entrò e mi vide nuda sul letto con lui.
“Le asciugavo soltanto i capelli”, confessò, innocentemente, strizzandogli l’occhio.
“Ovviamente, la mia sessualità non è certo refrattaria alla visione di un corpo così perfetto” continuò, approfittando del fatto che lui non aveva aperto bocca. “Ma ti assicuro, che fra di noi, non è accaduto un bel nulla. Lei è completamente vergine, per quanto mi riguarda …”, affermò con vero sarcasmo, trattenendo a stento un sorriso, celato in parte dalla posizione che aveva subito ripreso alle mie spalle aderendo a me più strettamente di quando ancora eravamo soli.
“Tu mi conosci bene, Riccardo”, seguitò poi. Non ti farei mai un torto, lo sai, vero?.
L’effetto procurato dall’autoironia ma soprattutto dalla mia vicinanza, lo avvertii dallo scatto in salita del suo membro che, come un dardo infuocato, si era incuneato prepotentemente fra le mie gambe, giungendo a solleticarmi il clitoride e ad emergere svettante oltre la lieve peluria del mio ventre, come un’appendice aggiunta fra le mie gambe, che tentavo invano di stringere per celare la visione ambigua al padre di Tessi, il quale, era rimasto interdetto ad osservare la scena.
Per la prima volta, da quando era iniziata la mia avventura sessuale, accusavo una specie di intima vergogna, più per i pensieri che vedevo scorrere chiari, come in una pellicola in cinemascope, negli occhi di Riccardo, che per un personale pudore.
RICCARDO***
In quel frangente boccaccesco, mi era tornato in mente ciò che Gianni mi aveva confidato riguardo Sara, la sua convinzione che la ragazza fosse interessata soprattutto al denaro, ma comunque, anche alla fama.
“Ti sbagli, credimi”, avevo protestato caldamente. “ A te lo posso confidare. Non è una di quelle ragazze che si conoscono casualmente. E’ l’intima amica di mia figlia, Teresa”, avevo confessato a Gianni ed anche a Leonardo.
“E tu … ti sei fidato …?”, commentò incredulo, Leo. “Per me, sei matto!”, aveva concluso, scuotendo il capo mentre, come se nulla fosse, seguitava a coccolare Sara e a innestarsi in lei nel modo più classico.
Vederla nuda fra le sue braccia, aveva ridestato in me il sospetto che, forse, il mio amico, avesse ragione. Troppe cose si erano dimostrate strane, a partire dalla telefonata che mi aveva fatto venire a Roma con urgenza, e della quale, nessuno sapeva nulla. Al destino che, guarda caso, aveva messo nello stesso scompartimento e nello stesso giorno, me e l’amica di mia figlia. Come anche la sua disponibilità a lasciarsi usare, come se davvero fosse una donnaccia. In fine, il feeling che aveva subito trovato con Leo, anche lui regista e scopritore, non solo cinematografico, di nuove star.
Nel vortice di quei pensieri, istintivamente presi a spogliarmi, come se mi venisse imposto dal clima che si era creato. Poi, con bieca intenzione, mi sdraiai di fronte al viso di Sara per farle chiaramente capire che avevo intenzione di tapparle la bocca, scaricare in lei il risentimento di chi si sente offeso e ingannato, visto che, finalmente, avevo capito quale donnaccia fosse. Un rancore strano, che si era subito mutato in piacere intenso appena lei aveva aderito, consenziente, la bocca al mio sesso umido di umore, sgorgato ancor prima che Sara suggesse tutto il contenuto bollente fluito precocemente da me, rispetto alla mia stessa volontà.
Seguendo la mia precoce eiaculazione, anche Leo rilasciò tutto il suo piacere, fra le cosce e la peluria di Sara, anche se il suo intendimento primario era quello di entrare molto più profondamente in quella che per lui era ancora il bocciolo posteriore dell’amore della piccola Sara. Evidentemente contrariata dalla nostra brevissima prestazione, Sara fuggì in bagno, senza proferire una sola parola, sbollendo, sotto l’acqua fredda della doccia, la sua prima e cocente delusione di carattere orgiastico.
Quando uscì, vestita di tutto punto, si diresse velocemente alla porta d’uscita e se ne andò lasciandoci come due merluzzetti, ancora nudi, seduti sul letto, intenti a scambiarci i nostri pareri sul disonorevole rapporto sessuale avuto nei suoi confronti.
SARA***
Mai, come in quella sera, mi ero sentita un oggetto usato per infondere soltanto piacere, senza che i miei partner si sentissero in dovere di ricambiarmi per la gioia sessuale che avevo donato con il mio solito impegno. Nemmeno la fuga nel bel mezzo della notte, in periferia di una città sconosciuta, aveva frenato la mia rabbia.
Continuavo a camminare seguendo le indicazioni stradali verso san Pietro, alla disperata ricerca di un taxi per fare ritorno ad Ostia, continuamente importunata da automobilisti di passaggio che mi chiedevano quanto costassi e quali fossero le mie prestazioni.
“Mille euro”, mi sfuggì di dire, a uno che m’importunava già da parecchio tempo, anche se non l’avevo degnato di un solo sguardo.
“Va bene. Sali”, mi aveva risposto, sorprendendomi, e allo stesso tempo, stuzzicando la mia vanità per essere stata valutata meritevole di un esborso così oneroso, al solo scopo di potermi ottenere.
“Forse nemmeno ce l’hai in tasca …”, avevo rilanciato, per farlo desistere dal continuare, se non altro, a seguirmi, anche se dovevo ammettere che l’offerta aveva stuzzicato la mia curiosità, come pure il mio innato senso di donnaccia.
“Guarda!”, disse, mostrando una mazzetta arrotolata di banconote, di diverso taglio.
“Sono poco meno di diecimila Euro …”.
Soltanto in quel momento notai che, il mio possibile cliente, mi seguiva con una Mercedes nera da sballo. Guardandolo meglio, il suo volto non mi era del tutto nuovo. Assomigliava come una goccia d’acqua a un attore di Soap Opera: brizzolato, sulla quarantina, con il sorriso che pareva stampato, molto simile ad una paralisi facciale. Uno di quegli strapazza femmine osannati dalle varie riviste scandalistiche.
Curiosa, mi fermai al limite del marciapiede.
“Ma, tu, sei Edo?”, domandai, rendendomi subito conto dell’incresciosa posizione assunta, appoggiata al finestrino in atteggiamento specifico, in una strada che molto probabilmente veniva percorsa da donnine allegre in cerca di amore pagato, mercenario.
“No, purtroppo!”, si affrettò a smentire. “Magari! Se fossi colui che pensi tu, con tutte le sue donnine, potrei avere un Arem, e non sarei costretto ad andare a baldracche …!, continuò, confermando per l’ennesima volta che la bellezza nulla ha da spartire con l’intelligenza, ed il buon gusto. D’altronde, nelle brevi apparizioni televisive, aveva già dato molto risalto ai suoi limiti etici e pure morali. Anche se negava, ero certissima che lui fosse il personaggio da me indentificato. Evitai però di ribadire la mia verità e di controbattere all’insulto gratuito subito perché era divenuta una mia priorità togliermi da quella strada così pericolosamente trafficata, in tarda ora.
“Poi, però, mi accompagni fino ad Ostia!”, gli imposi, mentre salivo in auto, già predisposta a pagare pegno, anche se il pilota non mi era particolarmente simpatico. Inoltre, avvertivo un certo languore sessuale che mi tormentava dal momento in cui ero fuggita dal piede-a-terre di Leonardo.
“Ad Ostia?”, replicò, guardandomi con curiosità. “Abiti Laggiù?”, chiese, pensieroso.
“Si. Sono ospite del regista Gianni B, o meglio, di sua moglie”, dissi, senza pensarci sopra, evitando però di menzionare il resto del cognome.
“Diana?”, chiese, istintivamente, tradendosi.
“Proprio lei. Perché, la conosci?”.
Non di persona. L’ho vista sui settimanali che parlano di mondanità”, rispose, cavandosela in corner.
Avevo appena chiuso la portiera dell’auto quando, dall’angolo del corso, svoltarono due pantere dei carabinieri che, con una manovra azzardata, ci bloccarono letteralmente la strada, intimandoci l’alt con la paletta d’ordinanza. Un momento davvero tragico, per me, ma anche per lui. Mi vedevo già additata come prostituta ed il povero Edo, tartassato dai giornali scandalistici, oltre che dall’autorità giudiziaria.
“Favorite i documenti”, chiese il graduato che, nel contempo, si era avvicinato all’attore, anche lui di gran lunga spaventato, e che prontamente aveva consegnato la patente e il libretto di circolazione dell’auto.
“Io non c’è l’ho dietro i documenti ”, confessai, rammaricata. “Devo averli lasciati nell’altra borsetta, quella da giorno”, risposi al carabiniere, fingendo di cercarli nel piccolo borsellino da sera che avevo in mano.
E i preservativi pure li hai dimenticati nell’altra borsetta?”,chiese il brigadiere, confermando quali fossero i suoi logici dubbi.
“Lei ha certamente frainteso, ispettore”, mi lamentai, offesa, aumentando vistosamente, e di proposito, il suo pur modesto grado.
“Edoardo mi ha trovata in difficoltà, per strada, e visto che non passava nemmeno un taxi, si è offerto di portarmi fino ad Ostia, dove sono ospite di amici”, dichiarai ad alta voce, in modo che Edo memorizzasse la mia difesa verbale, mentre cercavo di chiamare Diana, con il cellulare, per metterla al corrente di quanto stava accadendo. Dopo diversi squilli, finalmente, rispose.
“Pronto? Chi è?”, domandò, con la voce impastata dal sonno.
“Sono io, Diana. Scusa se ti ho svegliata, ma sono stata fermata dai carabinieri e vorrei pertanto che tu confermassi che sono da te, per un periodo di vacanza. Mentre tornavo da ballare, ho litigato con Riccardo, il mio ragazzo, e quel deficiente, mi ha lasciata a piedi in piena notte”, le raccontai, senza mai diminuire il tono della voce in modo che anche il mio accompagnatore prendesse ampia consapevolezza di come erano andate le cose. Poi, senza attendere, passai il telefonino al graduato che, dopo avere ascoltato e annuito in continuazione, senza dire una sola parola, restituì a me il cellulare e la patente ad Edo, consigliandoci di andar via subito da quella zona, molto pericolosa e non certo idonea a delle persone per bene come noi.
“Probabilmente, il nostro intervento è stato richiesto da una prostituta o dal suo magnaccia temendo che qualcuno le usurpasse il posto di lavoro”, commentò il carabiniere, prima di salutarci militarmente e tornare alla volante.
“Non dubiti, ispettore, ce ne andiamo subito”, confermò Edo, molto più rilassato.
Quando risalì in macchina, mi guardò con una strana espressione, mentre rapido riavviava il motore dell’auto, che stentava a ripartire, probabilmente ingolfata, visto che Edoardo era andato letteralmente nel panico e l’aveva lasciata spegnere con la marcia inserita.
“Fammi capire: ma tu chi sei …?”, domandò, mentre azionava i fari abbaglianti sul cartello che indicava la direzione per Ostia.
“Certamente non quel tipo di donna che volevi pagare …”, risposi rallegrandomi per averlo messo in vera difficoltà e per l’ottima risoluzione ottenuta con i rappresentanti della legge.
“Perché allora sei salita in macchina?”, proseguì.
“Volevo togliermi dalla strada”, confessai, innocentemente. Poi aggiunsi: “ E anche perché, il ruolo di prostituta che mi attribuivano tutti quelli che mi hanno avvicinata, incominciava a stuzzicare la mia fantasia perversa.
La mia risposta l’aveva sconcertato tanto da lasciarlo senza parole fin quando arrivammo nei pressi della strada privata che conduceva alla villa, che lui aveva subito trovato anche senza le mie indicazioni.
“La signora è arrivata a destinazione”, ironizzò, mostrando disappunto, ritenendo che io l’avessi preso in giro. In fondo, ero dispiaciuta che si fosse offeso.
“Dai, non prendertela, Edoardo. Sai, se non fossero arrivati i carabinieri, avrei continuato a fare la parte della puttana sino in fondo”, tentai di rincuorarlo, senza pensare che invece l’avrei stuzzicato maggiormente.
“Davvero? Vuoi dire che avresti continuato la recita fino alla sua logica conclusione?”, chiese, mostrandosi interessato.
“Certamente!”, confermai.
“E avresti anche preteso il denaro, poi?”.
“Ovvio, se volevo essere credibile”, ammisi, sfrontatamente.
“Accontentandoti dei mille euro, oppure avresti preteso di più?”
“Sicuramente, avrei tentato di spillarti più soldi possibili; d’altronde, una vera prostituta si sarebbe comportata così, immagino.
“Ma tu, come fai a sapere tutte queste cose sulle prostitute? Mi sembri troppo giovane per essere così bene informata sull’argomento”, domandò, spiazzandomi parecchio.
“Ho letto molto”, risposi sinteticamente, in chiara difficoltà. Mi guardava incredulo. Aveva pesato la mia frase scuotendo la testa come per smentirmi, però senza avere il coraggio di farlo con le parole, poi, messa la mano in tasca, la ritrasse stringendo in pugno una grossa mazzetta di soldi, nuovi di zecca, e me la getto in grembo.
“Prendi tutto il denaro che pensi di valere …”, disse, con lo sguardo perso fra le mie cosce, strette istintivamente a bloccare la mazzetta di denaro che mi aveva colpito l’inguine.
Il calore che avvertivo avvamparmi il viso, nulla aveva da spartire con la vergogna. Nasceva dentro di me cagionandomi reazioni inconsuete, tali da farmi temere ogni futura azione.
“E allora? Cosa aspetti …? Prendi il compenso che ritieni più confacente al tipo di servizi che pensi di essere in grado di elargire …”, mi punzecchiò, in modo subdolo, facendomi contorcere le budella da uno stranissimo desiderio.
“Dai, su, togli la fascetta ai soldi, e comincia a quantificare quanto valgono le tue intime prestazioni. E non ti dimenticare mai che io sono molto esigente. Da una troia, pretendo tutto, anzi, molto di più di quello che voglio da una donna comune, visto che la pago”, mi sollecitò, evidenziando con la voce tremula una crescente eccitazione.
“Perché invece non sei tu a chiedermi cosa desideri, posando sulle parti del mio corpo che vorresti prendere, un numero di banconote equivalenti al servizio che ogni volta paghi?” lo stuzzicai, già estremamente eccitata.
Accettò di buon grado e, dopo avere recuperato la mazzetta di euro ed averla privata della fascia, con mio stupore, iniziò a posare delle banconote nella mia mano più vicina a lui, attendendo il mio cenno di sufficienza. Alla quarta banconota da cento euro, annuii.
“Bastano. Cosa vuoi che faccio?”, chiesi, già inerpicata sul monte del piacere più eccelso.
“Lascio a te la scelta. Tutto ciò che ritieni possa compensare appieno il prezzo che ti ho pagato, usando soltanto la tua mano sinistra”, disse, allargando le braccia in segno di chiara sottomissione.
“Abbassa lo schienale fino ad essere quasi sdraiato”, lo invitai, mentre mi avvicinavo con fare felino a lui, ancora impegnato a premere il pulsante elettrico di comando del sedile.
Dopo avergli abbassato la cerniera dei pantaloni, infilai la mano annaspando all’interno fino a quando riuscii ad estrarre il suo sesso, molto più simile ad un grosso porcino, che ad un membro; totalmente ornato da una peluria albina, che lo contornava abbondantemente, rendendomi quasi problematico manovrarlo con facilità.
Quando iniziai ad accarezzarlo la sua consistenza raddoppiò quasi, dimostrando che il mio tatto era di suo gradimento.
“Si, così!” lo sentii ansimare, e subito dopo, le sue dita, divaricarmi le labbra, la bocca, con la chiara intenzione di infilarmi altre banconote, arrotolate, in numero così consistente da sembrare un tappo da champagne. “Ora riscaldalo un po’ con la bocca, vacca!”, esclamò estasiato.
“Non hai ancora pagato abbastanza, per questo servizio”, lo ammonii, allontanando la sua mano con il rotolo di denaro.
Senza attendere oltre, prese a infilarmi una più consistente mazzetta di soldi fra le labbra, appena un po’ dischiuse, premendo lo stesso su di esse, sui denti che iniziarono ad aprirsi al quel passepartout, di gran lunga più dirompente di un grimaldello in durissimo acciaio temperato, così stimolante, irresistibile, contenente almeno tre mila euro, attrezzo utile per riuscire a scassinare anche la più inespugnabile volontà.
“Ora ti ho pagata. Fai il tuo dovere; succhiami tutto, battona!”.
La mia eccitazione, aveva raggiunto un livello quasi insopportabile. Anche se Teo non mi avesse pagata, nel breve volgere di qualche secondo, mi sarei avventata spontaneamente su di quell’attrezzo che fremeva fiero nelle mie mani, animato da un vulcano interno che desideravo intensamente spegnere.
“Così va bene?” chiesi, dopo essere riemersa, per respirare, dal succulento virgulto, fiorito, in tutta la sua magnificenza, e che aveva impegnato appieno la mia bocca, evocando un grosso biberon sgorgante umore. “Si, ma non usare le mani”, borbottò, in modo quasi incomprensibile.
L’interno dell’auto, nel breve volgere di pochi istanti, divenne rumoroso e saturo di uno stimolante odore di sesso, emergente in gran parte dalla mia secrezione vaginale, sempre più umida e desiderosa di partecipare al banchetto sessuale che si avveniva in superficie, confinandola in un lago di umore, molto più cocente di un mare di magma.
“Magnifico! Sei davvero una strepitosa sanguisuga, bambina”, commentò, fra vari sospiri e lamentevoli mugolii, così intensi da preludere ad un suo imminente godimento, che frenai mordendolo senza troppa forza, ma in modo che il dolore lo facesse desistere dal versare il liquido seminale che da solo non sarebbe stato in grado di trattenere.
“Brutta troia!”, esclamo d’impulso, portando le mani a protezione del virgulto ferito.
“Volevi evirarmi?”, domandò, drizzandosi a guardarmi così da vicino da sfiorare il suo naso con il mio.
Non riuscii a trattenermi dall’aderire le labbra alle sue sfiorandole con la lingua per gustare sapori che ero certa di trovare, in quella sua bella bocca, appena socchiusa, irrorata da un rivolo di saliva sceso a inumidire le labbra nervose, tremule di rabbia per il minimo dolore che le avevo procurato gratuitamente, e non certo prevedibile.
“Desideravi forse che ti lasciassi morire così velocemente?” domandai, staccando le mie labbra dalle sue. Poi, riprendendo delicatamente il bacio: “Non desideri provare anche le mie delizie più intime?”, lo stuzzicai, mentre gli prendevo una mano e la posavo sul mio pube, per fargli tastare il fradicio slip che aderiva al mio sesso.
“Si, lo voglio!”, sospirò mentre seguitava a palparmi in modo indecente, tentando di entrare con l’indice in ciò che ancora non gli apparteneva, e che gli avrei concesso soltanto dietro l’esborso di un’altra cospicua somma di denaro.
“La vuoi?”, gli domandai, con voce suadente, imitando una pornodiva di un filmino a luci rosse visto con Tessi, a casa sua, mentre i suoi genitori erano assenti.
“Certo che la voglio”, pretese, strappandomi con forza il triangolino che mi copriva il sesso.
“Allora …, devi pagare. Ricordi il patto?”, dissi, mentre respingevo il suo dito che cercava un rifugio caldo e umido, fra le labbra della mia intimità.
Senza attendere oltre, recuperò il denaro rimasto incustodito sul cruscotto, arrotolò alcune banconote, da duecento euro, credo una ventina, le legò strettamente con ciò che restava dello slip, e, con una mossa a sorpresa, mi rigirò in modo che le voltassi la schiena poi, quasi con violenza, infilò il tutto fra le mie labbra intime ormai disposte a ricevere di tutto, qualsiasi cosa potesse attenuare il tormento cagionato dallo sfrenato ardore che stava devastando le vene, i muscoli, i pensieri ed ogni altro centimetro di epidermide vicino o no al punto di sfregamento.
Pur continuando a mantenermi in quella posizione, a carponi, sul sedile abbassato da lui, per avere più libertà di avvicinamento, non avvertivo altro che il rotolino sondarmi, a volte in superficie, altre, più nel profondo, senza che avvenisse la sostituzione con la carne viva, virgulto che continuavo a bramare da quando mi aveva girata e fatto appoggiare le mani sullo sportello, ed il volto, a stretto contatto con il vetro laterale dell’auto.
“Ora sei perfetta. Non ti muovere. Aspetta soltanto un attimo, ti prego!, scongiurò, mentre tentava autonomamente di riportarsi in durezza, in modo da scongiurare ogni difficoltà.
Il rotolo di banconote, continuava a sfregarmi su e giù con ritmo sincrono a quello della mano che massaggiava velocemente il suo sesso. Soltanto quando sentii cadere il denaro fra le mie ginocchia, capii che, finalmente, era giunto anche il mio momento. Un secondo dopo, mi afferrò per le anche ed iniziò a premere con forza fino a quando s’inserì in me, sbagliando l’antro che avevamo pattuito in precedenza, senza che io mi lamentassi per l’errore, tanto era il gusto che mi aveva pervasa, e del quale, pretendevo di abusarne fino all’orgasmo.
“Ora, voltati e sdraiati mostrandomi viso”, disse improvvisamente, togliendosi da me con una certa rudezza.
Senza fiatare, ubbidii, curiosa di vedere cosa avrebbe poi escogitato per variare quella posa che io avevo gradito tantissimo.
Diversamente da come aveva iniziato, divenne molto delicato nel coprirmi, chiedendo più volte se fosse entrato in me, questa volta, per via naturale; poi, avuta da me la conferma, con molta dolcezza, prese a baciarmi gli occhi, e poi il viso sfiorando gli zigomi, il naso, fino a posarsi ancora più dolcemente sulle mie labbra, divaricate con una lieve pressione della sua lingua, inserita dentro la mia bocca, fino a legarmi a lui con in un bacio esaltante, caldo e devastante, come può esserlo soltanto un bacio dato fra innamorati.
Quell’aspetto sconosciuto del suo agire, mi sorprese in tal modo da favorire una adeguata risposta, spingendomi a ricambiare, con il medesimo piacere, il bacio, avvalorandolo con quel romanticismo innato che poco tempo prima mi aveva procurato un’amarezza cocente, ma che, in quel momento, ritenevo indispensabile per il buon esito del rapporto sessuale in atto, dove, Edoardo, mi penetrava con una lentezza esasperante, assaporandomi come se fossi un delizioso manicaretto, cotto in modo ottimale.
“Così ti piace? O desideri che rallenti la penetrazione al ritmo della risacca del mare?” mi chiese, ammorbidendo il tono della voce fino quasi a sussurrare.
“Rallenta pure”, risposi, senza avere capito benissimo cosa intendesse significare con il termine rallentare.
Lo capii solo quando il già lento andirivieni dentro di me, rallentò in maniera spasmodica, maniacale, per poi ricominciare a ondeggiare fino a schiaffeggiare le pareti interne del mio sesso, folgorato da un vero e inarrestabile orgasmo, ripetuto un’infinità di volte.
Non avrei mai pensato che anche la dolcezza, dopo avere provato il piacevole brivido che infonde la violenza sessuale, stimolasse ugual piacere, anzi, persino maggiore.
“Sei stato meraviglioso, Edo !”, lo ringraziai. “Credo di non aver mai goduto, prima di oggi, con una simile intensità”, continuai, appena riuscii a riacquisire un po’ della voce che il piacere mi aveva estirpato dalle corde vocali.
Invece di commentare, posò nuovamente la bocca sulle mie labbra, disunendole, e con la sua lingua trasferì la saliva sulla mia continuando a miscelarla e a risucchiarla con vera maestria, da abile baciatore laureato all’accademia della sensualità. Subito dopo prese a muovere il bacino ancora più lentamente, a sollevarsi e abbassarsi sempre mantenendosi dentro di me ancora pieno di energia e di quel seme che, ancora non mi aveva scagliato contro, perché desiderava lo facessimo in completa sincronia.
“Desidero esplorare il paradiso nell’attimo più propizio della nostra intesa, che sarà certo, celestiale”, disse, manifestando una serietà davvero ingombrante, vista la condizione sessuale in cui ci eravamo trovati, molto più attinente all’accoppiamento fra una prostituta ed il suo cliente, piuttosto che alla piacevole unione fra due esseri umani, che si gustano entrambi in modo consenziente.
“Ma perché ciò avvenga, dobbiamo unire le nostre menti, oltre i sessi. Condividere l’ardore fisico all’amore più intenso ”, continuò, serio, amplificando il pensiero direttamente nel mio orecchio.
“Amare a comando? Fingere un sentimento che non ha basi reali? Ma com’ è possibile? “, chiedevo a me stessa. Però, lo assecondavo ricambiando i baci con passione vera, più di quanto credevo fosse possibile. Ripetevo le frasi da lui sussurrate con la stessa dolcezza, oppure, cedevo alle sue voglie, senza mai negarmi, per il gusto di appagarlo ma anche perché lo sentivo spontaneo, naturale, come se in me, fosse germogliato un qualcosa di diverso, non più solo carnale.
L’abitacolo dell’auto aveva assunto la stessa complicità che avremmo avuto in una suite all’Hilton Hotel, la medesima poesia di una alcova in un castello feudale; e le sue baraccia, un cesto zeppo di piume, dove mi cullava a suo piacere, gioiosa e sottomessa come una femmina domata dal maschio dominante.
Oltre un’infatuazione morbosa nei confronti di Tessi, limitata nel tempo, non avevo ancora provato quello sconvolgimento cruento, denominato amore; e la mancanza di paragone, non delineava con chiarezza ciò che mi stava invadendo in modo esagerato, i brividi che mi percorrevano tutto il corpo dall’attimo stesso che il mio invasore si era fuso con le pareti interne dalla mia vagina, con i sospiri sempre più unisoni ai miei, accelerati da una strana eccitazione crescente, divenuta maggiore d’ intensità per ragioni che ancora non capivo, ma che somigliavano parecchio ad un nascente e confuso sentimento.
“Si, è questo che intendevo”, disse piano, mentre scendeva lentamente sul mio corpo senza mai staccare le labbra dalla mia pelle, fino a quando, dopo una brevissima ma impegnata sosta sui mie capezzoli, proseguì fino a raggiungere l’ombelico, circondandolo con la lingua calda e umida in una spirale che, dopo alcune soste in punti sensibili, di particolare effetto, riprese il suo cammino verso il centro del mio universo, lanciandomi nell’oblio più esaltante per l’ennesima volta.
“Ti … ti adoro ...!”, balbettai, inconsciamente, mentre scivolavo verso un baratro di piacere interminabile.
L’esclamazione, uscita dalla mia bocca spontaneamente, solo leggermente modificata da una intima vergogna, ed in parte anche dal delizioso piacere vaginale dovuto alla lingua di Edoardo, ebbe uno strano effetto sul mio occasionale amante, estremamente impegnato ad appagare degnamente le mie voglie insaziabili.
“Mi adori? Soltanto? Niente di più?”, chiese, mostrando tutto il suo rammarico, in parte velato dal sarcasmo.
Il tono della sua voce, aveva avuto un abbassamento singolare. Sicuramente, attendeva da me quello che io intimamente sapevo di provare ma che non riuscivo a esternare nella forma più semplice con una frase certa. D’un tratto, smise di leccarmi e, sollevandomi come un fuscello, mi posizionò con il volto contro il vetro della portiera dell’auto, protetto a fatica dalle mani puntate sul bordo in plastica della portiera.
I suoi modi gentili, avevano lasciato posto a pressioni maldestre, come se avesse voluto mostrarmi tutto il suo disprezzo. Pressioni non più piacevoli, anzi, molto dolorose, fatte con assoluta prepotenza.
Poi, come se fosse stato vinto da una strana idea, smise di leccarmi e, quando ritrovò la mazzetta del denaro, caduta sul tappetino dell’auto, dopo averne arrotolato una grossa porzione, pretese di infilarmela nel sito per il quale non aveva ancora pagato il pedaggio, pur avendone già usufruito con evidente piacere.
Dopo molti tentativi, impediti dallo spontaneo restringimento dei muscoli anali, abbandonò l’idea lasciando di nuovo cadere il denaro fra le mie ginocchia, e iniziò a possedermi con tale foga bestiale, nel modo più innaturale che un uomo possa pretendere di abusare di una donna, sia essa prostituta o meno.
“Puttana!”, urlò, mentre mi possedeva con selvaggia violenza, procurandomi un infinito piacere, ma anche un leggero dolore: disagio che però non mi procurava affatto nessun disturbo collaterale, anzi, stuzzicava alla base la mia predisposizione alla sofferenza durante l’atto sessuale.
“Dovevo immaginarlo, quando ti sei dichiarata ospite di Diana e Gianni. Le loro abitudini trasgressive e le ambigue amicizie, fuori e dentro l’ambiente cinematografico, la dicono molto lunga”, dichiarò, mostrandosi polemico verso coloro che mi ospitavano.
“Non sono come tu dici”, tentai di contrastarlo, ricevendone, in risposta, pericolosi e ogni volta differenti innesti che mi spingevano sempre più contro il vetro dell’auto.
“Taci, sgualdrina!”, esclamò, proprio mentre vicino all’auto stavano passando due ragazzi che, avvertito l’urlo, si avvicinarono curiosi.
“Waoh! Stanno scopando!”, gridò, quello che aveva osato avvicinarsi tanto da scrutare dentro l’abitacolo dell’auto, aiutandosi con le mani messe a forma di campana.
“Anvedi, ao, quant’è bona sta … !”, aveva detto il secondo, leggermente più spostato a destra, proprio dove il mio viso premeva sul vetro.
Soltanto in quel momento mi accorsi di essere completamente nuda. Edoardo mi aveva spogliata fra una carezza e un bacio, fra un palpeggio e una penetrazione, senza che me ne rendessi conto, tanto ero presa dal morboso calore che mi aveva stravolta.
Infervorata oltre ogni umana possibilità, e senza fingere vergogna verso quei i due che continuavo a guardare con ingordigia il mio corpo, avvertii il vulcano in me esplodere in milioni di piccolissimi frammenti incandescenti che, nella ricaduta, ricoprivano il mio corpo rendendolo più rovente di una colata d’oro.
“Ora, hai pure gli spettatori …, troia!”, esclamò ad alta voce, mantenendo freddezza nella voce.
“Come una diva da film porno”, continuò, devastandomi dentro con spinte feroci, sempre commentando ciò che poi mi avrebbe fatto, di lì in avanti, dopo avere abbassato di non molto il vetro del finestrino, lasciando cosi che i due guardoni, oltre a vedere ciò che succedeva nell’abitacolo, potessero anche udire ed eccitarsi ancor più con i miei lamenti lussuriosi.
“Quando avrò finito di sollazzarmi io, sbloccherò la chiusura delle porte e li farò entrare in modo che anche loro abusino di una baldracca così costosa …!”, ribadì, in modo che anche i guardoni sentissero chiaramente ciò che diceva.
“Sei forte, Edo!”, lo esaltarono, confermando così il mio giusto intuito su chi veramente era lui.
“Lasciaci entrare subito, dai, che la sistemiamo noi la puledra”, lo supplicarono i ragazzi, di già vistosamente arrapati.
Il sapere di dovere affrontare anche i due ragazzoni palestrati e, da una veloce sbirciatina, assai ben dotati, più che terrorizzarmi, aveva contributo a sollecitarmi l’ennesimo orgasmo, tanto intenso da farmi ululare come un animale in calore.
“Dai, Edo, lasciaci entrare ora…”, supplicavano infoiati, tentando d’inserire le dita nello spazio lasciato dal vetro abbassato, senza venire ascoltati da lui che seguiva attonito le contorsioni del mio corpo, scosso da tremori violenti, sconvolto da spasimi inarrestabili che mi cagionarono persino uno svenimento.
Quando riaprii gli occhi intirizzita e in preda a una forte emicrania, pensai di avere sognato e, il mio primo impulso, fu quello di fuggire, prendere le distanze da quel antro buio che mi avvolgeva come un sacco di iuta, fornito soltanto di due buchi per gli occhi.
“Buona, piccola. Sei al sicuro fra le mie braccia. Non devi temere nulla. Siamo soli, io e te”, mi sussurrò piano, Edoardo, mentre le sue braccia protettive mi stringevano a lui tentando di coprire il più possibile la mia pelle, celata sommariamente dalla gonna e dalla T-Shirt. Il tanga, inservibile ormai, era rimasto appeso allo specchietto retrovisore, di fianco ai due grossi cornetti scaramantici.
“Sembri un ghiacciolo”, mormorò, modulando la voce con una dolcezza tale da farmi quasi venire i brividi, ma non più per il freddo.
“Cos’è accaduto?”, domandai curiosa, e allo stesso tempo confusa, preda di un vuoto di memoria terribile.
“Sei svenuta di colpo”, rispose, mostrandosi mediamente preoccupato.
“Allora mi sono subito spostato in un luogo dove tu potessi riprenderti senza che ci fossero dei guardoni in agguato, pronti a saltarti addosso”.
“Per quanto tempo sono rimasta priva di sensi?”, domandai, curiosa.
“Abbastanza: tutto il tempo utile a quei due atletici ragazzi per sfogare su di te tutte le loro voglie giovanili, e credimi, erano davvero tante!”, commentò con sarcasmo, evidenziando il piacere del guardone, nell’aver assistito a tale pratica, diletto che è comune a tanti uomini.
“Non più di due minuti. Il tempo di spostarmi sul retro della villa di Gianni”, si smentì, subito dopo, ridacchiando della mia sciocca credulità.
“Quella è la villa?”, domandai, indicando i due alti pioppi che si ergevano al di là del muro di cinta che s’intravedeva fuori dell’abitacolo, oltre il finestrino dell’auto, ermeticamente chiuso. Di notte, la villa aveva un altro aspetto, diverso da quello che aveva notato quando era arrivata a bordo della macchina di Gianni.
“E i ragazzi?”, ritornai a chiedergli, con un interesse del tutto personale, unito alla curiosità pura.
“Seminati con una ripresa alla Schumy ”, rispose, molto meno preoccupato di quando aveva visto il mio volto subire una variazione di tonalità che andava dal roseo al cereo, per effetto dello svenimento.
Era una bella sensazione sentirmi cullare dalle sue braccia possenti, mentre accarezzava con tanta delicatezza mio il corpo. Mi sarei addormentata, in quella posizione, rannicchiata contro il suo petto, mentre la sua voce risuonava come una nenia.
“Ripetimelo, Edo: davvero non hai permesso che i ragazzi abusassero di me?”, gli chiesi nuovamente.
“Assolutamente no!” , esclamo, mostrandosi offeso ma in modo non troppo convincente.
Perché mi rifai questa domanda? Chi credi io sia...?”, rispose, con una nota amara nella voce.
“Mi sembra di essere rimasta svenuta molto più a lungo di quanto mi hai affermato tu. L’orologio sul cruscotto, segna quasi le cinque del mattino”, gli feci notare.
“Non ha mai funzionato bene, quello …”, affermò, guardando il suo orologio da polso.
“E’ sempre andato avanti. Sono appena le quattro e due minuti”, puntualizzò, senza farmi poi vedere direttamente l’ora.
“Credevo che essere guardata, non ti dispiacesse affatto …, suppose, maliziosamente, ad alta voce.
“E’ vero, ma subire violenza da due sconosciuti, mi terrorizza. Sai, con tutte le malattie che esisto in giro …”, mentii, per velare la vera ragione della mia precedente domanda.
Sapevo fin troppo bene che l’orgasmo provato era stato causato dai loro accordi verbali riguardanti il mio eventuale stupro, al quale, mi sarei sottomessa ribellandomi solo con poche energie, giusto lo stretto indispensabile per farli sentire dei bruti veri, malgrado sapessi di rischiare di farmi infettare con qualche patologia pericolosa.
“ Penso sia meglio che io rientri in villa, ora. Diana potrebbe impensierirsi se non mi vede arrivare dopo la telefonata di prima”.
“Certo. Mentre ti rivesti, riordino i sedili”.

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