Erotici Racconti

La confessione di un’insegnante costretta a - 2

Scritto da , il 2017-01-04, genere dominazione

(La prima puntata: https://www.eroticiracconti.it/racconto/25740-la-confessione-di-un-insegnante-costretta)

Nei giorni seguenti mi sono ripromessa di non rispondere più alle telefonate di Francesco (nell’ultima settimana ne erano arrivate tre) e di rimetterlo al suo posto, cioè quello di un giovane studente qualsiasi alle prese con un unico problema: passare indenne tra le mie grinfie e superare l’anno scolastico…
Dopo 10 giorni dall’ultima telefonata, rientrando a casa una sera trovai, dopo aver acceso il mio MacBook, a sorpresa, una email di Francesco (non gli avevo mai passato il mio indirizzo personale di posta!).
Rimasi sulle prime molto incuriosita (anche se cercavo di non ammetterlo) e lessi le sue parole, un testo oltremodo lungo.
Già dopo le prime righe però mi accorsi che lo scenario era cambiato… c’era un 'qualcosa' nel modo di esprimersi e nel suo modo di scrivere, un 'qualcosa' che mi è difficile da spiegare anzi, ecco, direi che si trattava di un vago atteggiamento di superiorità con una velata aggressività (come una specie di tracotanza), un fare, come dire, secco, tagliente, senza fronzoli che se da una parte mi innervosiva, dall’altra aumentava la mia curiosità (o era qualcosa di più?). Non potevo mettere a fuoco esattamente quello che ‘sentivo’, ero come ‘in stand by’, sensazione per me questa quasi sconosciuta.
Eppure, appunto, continuavo a leggere...
Un passaggio mi fece sentire il cuore batter più veloce: “Lei per me è veramente un’ancora di salvataggio, sento il dolore affievolirsi quando la vedo in classe o semplicemente la chiamo, è come se la conoscessi da tanto tempo, come se nei suoi occhi vedessi qualcosa di familiare, qualcosa che mi turba… Il suo profumo – mi scusi tanta audacia ma non ce la faccio a non dirlo – mi entra nella mente, la occupa profondamente”. E aggiunse: “avrei qualcosa di importante, da dirle, ma non lo farò se lei non me lo chiede, non ho il coraggio…”.
Rimasi immobile: perché stavo ad ascoltare queste parole? Perché sentivo dentro di me qualcosa che assomigliava ad un vago turbamento che mi faceva circolare nel sangue un qualcosa che non volevo accettare (quasi si trattasse di una sostanza proibita, forse ‘velenosa’)?
Evidentemente essere stata mollata dal mio fidanzato, essere rimasta sola per quasi un anno stava procurandomi una serie di conseguenze, pensai: solitudine e frustrazione, essenzialmente, per le quali le parole di un qualsiasi ragazzino diventavano interessanti, emozionanti e penetranti.
Nel mio ossessivo dialogo interno che certe volte, per mancanza di condivisione alcuna, rischiava di divenire quasi follia, emerse una forte sensazione che mi attanagliò: quale continuo abisso sentiamo noi donne quando non siamo ‘riempite’ di affetto, di attenzione, di premure? Che cosa ci fa più paura veramente? La bruttezza, la violenza, la bellezza che va via con l’età, o…. No, è il 'vuoto' la risposta, è solo questo che ci terrorizza: il vuoto che talvolta prende il nome di abbandono (e noi sole conosciamo sino in fondo il significato profondo e devastante di questa parola). E allora, ritornando al momento presente, pensavo tra me e me: proprio quando, qualcuno questo vuoto, anche maldestramente e goffamente (ma non tanto in fin dei conti, nel caso di Francesco) riesce in qualche modo a riempire, ci troviamo, contro la nostra stessa volontà, indifese, completamente scoperte e troppo facilmente penetrabili….

Non risposi a quella email, feci finta di non vederla.

Ma il giovane aveva dalla sua la testardaggine e l’incoscienza caratteristiche dell’essere giovani: passati pochi giorni, mi richiamò e anche se le conversazioni aveva iniziato sotto una luce amichevole, si trasformò ben presto in un discorrere più profondo. Gli dissi più volte di smettere di domandarmi cose così personali, ma, non capendo bene il mio stesso comportamento (era come se nel mio cervello si fosse innestato il pilota automatico) offrii altri particolari del mio dolore, della mia persona a quel giovanissimo che, ragionando a mente fredda, non aveva certamente l’esperienza per essermi veramente d’aiuto (a mente fredda, appunto… cosa che non avevo più!). Però, nello stesso momento, mi sentivo come risollevata nel parlare con qualcuno anche se ero turbata dal fatto che era un mio studente. Ero consapevole dei possibili (gravissimi) pericoli di questa situazione ma malgrado ciò scivolavo piano piano, di telefonata in telefonata, in uno stato di leggero intontimento e felice spensieratezza: sentivo di abbassare la guardia sempre di più e mi trovai a sorridere quando, nell’ultima telefonata, Francesco mi confidò che la sua ragazza, prima di lasciarlo, gli aveva confessato che c’era un altro uomo ora nella sua vita, un uomo forte a cui piacevano molto ‘legarla’… E aggiunse di non comprendere bene queste ultime parole... Beata ingenuità, pensai!

Si arrivò ad una sera in cui, dopo quasi un’ora che eravamo attaccati al telefono, rimasi completamente spiazzata (ma anche molto turbata...): sentii la sua voce un po’ imbarazzata ma comunque anche molto impertinente, farmi questa domanda (non avrei mai pensato che così poche lettere potessero sconvolgermi): ”Posso chiederle in che modo si masturba?”. Sentii il sangue andarmi alla testa e risposi con una voce così carica di odio (ma anche così estranea a me stessa che mentre la emettevo non ne riconoscevo la provenienza) e gridai: “Non ti permetto più di telefonarmi, di fare domande, di condividere la tue stronzate e la tua stupidità ed anche la tua protervia di piccolo uomo impotente (non sapevo veramente quello che stavo dicendo): fine, stop, basta! Hai superato tutti i limiti ed ora pagherai con la fine immediata dei nostri colloqui al di fuori della scuola. Fineeeeee!” (mi sentii gridare) sbattendo la cornetta.

Si stava avvicinando il Natale con tutte le tristezze e reminiscenze che questa festa, come nessuna altra, sa far venire a galla a chi ha problemi, a chi è solo o semplicemente a chi ha una ferita ancora dolente… La vita scolastica continuava sui soliti binari anche se mi accorgevo di essere meno aggressiva e, addirittura, in occasione di un colloquio con i genitori, di avere avuto parole di soccorso e di comprensione verso uno studente di una classe inferiore che invece avrei dovuto soltanto punire più severamente. Ma si sa come funzionano le cose nella vita di una ‘carogna’: è proprio quando si abbassa la guardia e si diventa più morbidi che qualcosa o qualcuno riusciranno a penetrare dentro la 'zona di sicurezza’ e fare male, talvolta molto male….

Con Francesco, quando lo avevo in classe, tutto scorreva sui binari della normalità anche se nel suo sguardo notavo una insolenza di cui non comprendevo bene la provenienza e la mia freddezza nei suoi confronti, come pure l’attenzione nel colpirlo ogni qualvolta potessi (interrogazioni, compiti a casa, condotta…), erano terribili….

Poi successe. Successe un qualcosa che, in un certo senso, mi aspettavo da tempo: il mio stato di allerta mi aveva mandato messaggi precisi e quando ci fui dentro non riuscii a distinguere se fosse un sogno (o meglio un incubo) piuttosto che una realtà seppure sgradevole, oscura….
Era il 22 dicembre e Francesco mi telefonò ad ora tarda, quasi mezzanotte… risposi in malo modo perchè stavo per andare a dormire ma lui mi disse risoluto “Ascoltami (dandomi per la prima volta del tu): mi sa che hai finito di fare la carogna”. Rimasi interdetta qualche secondo ma la risposta venne quasi subito, tanto tagliente quanto ne ero capace se provocata: “Come ti permetti, piccolo stupido, a parlarmi in questo modo… stai cercando guai? Vuoi che ti ricordi la tua posizione o meglio ancora la mia? Vuoi proprio che il tuo anno scolastico salti per una questione, diciamo, di condotta, lo vuoi?” gridai ed aggiunsi “domani facciamo i conti in classe, preparati!”.
Ci fu un silenzio di qualche attimo e dall’altra parte della cornetta, con voce tranquilla e decisa, Francesco rispose: “Non hai capito vero? Non hai capito nulla…. la grande professoressa che incute timore a tutta la scuola non ha capito che …..Apri la tua posta elettronica e leggiti con attenzione la mia email!”. E riattaccò il telefono mentre mi parve di sentire una specie di ghigno.
Un senso di inquietudine (o forse era già paura?) mi prese alla gola, avevo dato troppa confidenza ed ora mi stava proprio bene: mi meritavo quello che mi stava capitando, pensai tra me e me. Non potei però fare a meno di accendere subito il mio MacBook e nel momento che inizia a leggere l’email del ragazzo improvvisamente tutto quello che era intorno a me sparì: non ero più dentro la mia camera, tra le tranquille pareti domestiche… ero stata scaraventata improvvisamente in un non-luogo freddo, inospitale con nessuno e niente intorno…le parole, che scorrevano a rallentatore, dicevano: “Questo è il primo punto: guarda il link ed il video che con tanta cura ti ho preparato”. Lo feci e con orrore vidi che, attraverso un sapiente montaggio e riprese che erano iniziate (a mia insaputa evidentemente), a partire dai primi giorni di scuola, io apparivo con la gonna alzata, con sorrisi amicanti, addirittura con gli slip abbassati (in bagno della scuola?? A casa mia? Dove?? Era un maledetto piccolo hacker, ecco cosa, finalmente realizzai: aveva piazzato delle webcam dappertutto), fino ad apparire sdraiata sopra un Francesco che pensavo essere soltanto inciampato per sbaglio, oltretutto con uno zoom in primo piano della sua mano che accarezzava il mio culo: anche l’ampia scollatura con la visione dei miei capezzoli (uno palesemente indurito e turgido) appariva palesemente, nel montaggio, come un’offerta non proprio consona al mio ruolo, per di più in un’aula scolastica, come si poteva accertare facilmente dai particolari. Rimasi pietrificata ma non feci in tempo a riprendere il fiato che arrivò un sms, con un ordine perentorio: “Guarda la seconda email, subito”, non feci in tempo a posare il mio cellulare che il lampeggiare di una nuova email, apparve sul desk del mio Mac. Dentro la seconda email di quella serata trovai altro orrore, il respiro mi si bloccò, andai in apnea, cadendo totale del panico: “Come potrai sentire, facendo solo un click, questo è l’audio delle nostre telefonate, un audio un po’, diciamo… corretto, modificato, ma non troppo dissimile, in fin dei conti, dalla realtà”.
Quello che ascoltai risultò, con mio totale orrore, una prova inconfutabile di un amore proibito tra un’insegnante ed un ragazzino; ma le parole che seguirono mi colpirono ancora più a fondo, dandomi una specie di colpo finale (si dice così?) “So cosa stai pensando, cioè che ti voglio ricattare… e invece no! Il montaggio è stato solo un gioco personale, un gioco da ragazzo che non farò mai circolare, costruito solo per farti capire che anche i più carogna possono perdere, null’altro. Hai perso ma…” e il sudore imperlò la mia pelle “ma” continuò “penso che ora inizia un nuovo periodo della tua vita: molto più favorevole agli studenti che sinora hai terrorizzato”. E aggiunse: “per loro senz’altro inizia un nuovo periodo” e dopo un piccola pausa “ma, forse, sottolineo forse, inizia un nuovo periodo anche per me. Comunque io non pretendo nulla e non obbligo nessuno, ricordatelo bene, mettitelo bene in testa, non voglio fraintendimenti”.

Mi sentivo completamente senza volontà, le gambe mi sembrano molli, vivevo uno stato di completo intorpidimento e confusione mentale: non mi riconoscevo più, non sapevo più chi ero e mi sentivo galleggiare sempre di più in uno stato di inconsistenza – come avevo cercato di spiegare all’inizio di questa mia confessione. Ero intrappolata dentro una gabbia che non mi avrebbe più permesso il libero arbitrio, nessuna libera scelta e molte altre cose ancora ma una gabbia che, di fronte a chiunque altro, sarebbe stata invisibile. Francesco l’aveva preparata con cura, con amore, con quella fervida inquietudine che solo gli hacker sanno coltivare piano piano, nel segreto della loro mente oscura, unitamente a quella cattiveria e determinazione allo stato puro che solo i ragazzini sanno esprimere (e dicendolo, con un brivido, mi venne in mente “Il signore delle mosche” che avevo appena riletto). Ero in una gabbia che nessuno vedeva perché esisteva solo per me. Avevo perso ma era un fatto personale tra me e Francesco: non avrei potuto più essere me stessa da qual momento.
Erano passati solo pochi minuti da quella seconda email (ma a me erano sembrati un’eternità, una nebbiosa, urlante, orribile eternità) e squillò il telefono: “Ti stavo chiedendo, gentilmente, di spiegarmi come ti masturbi”.


SEGUE. https://www.eroticiracconti.it/racconto/26849-la-confessione-di-uninsegnante-costretta-ad-essere-una-sex-slave-3

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