Erotici Racconti

Gemelle non sorelle 1°

Scritto da , il 2016-12-30, genere etero


GEMELLE- NON-SORELLE
GEMELLE- NON-SORELLE

La sorte aveva indubbiamente deciso di giocarmi un brutto tiro alleandosi con la mia quarantennale esperienza che sembrava si fosse assopita proprio quel giorno, lasciandomi in balia di pericolosi eventi; in particolare, uno, di nome Teresa, intima amica di mia figlia: attraente e intrigante in modo più che ossessivo, oltre ad essere pro-prietaria di un fisico da infarto e una voce così suadente da far accapponare la pelle, girare la testa e risvegliare, in un solo istante, le voglie più morbose, anche se era ancora troppo giovane per venire apprezzata da me in tal senso, ma soprattutto, perché padre della sua compagna di scuola, ovvero, poco più di una bambina.
Quando si avvicinò per dirmi che la mia piccina era tornata a casa perché s’era sentita non tanto bene durante l’ora di matematica, avvertii il classico campanellino d’allarme, quello che ti avvisa di fare attenzione, se non vuoi trovarti in guai seri, da lì a breve... Ma, stupidamente, rimasi sordo a quel suono premonitore!
TERESA***
Ciò che avevamo programmato da un po’ di tempo, io e Sara, iniziava a prendere forma. Di fronte a me, si era concretizzato Massimiliano, il bellissimo papà della mia migliore amica e alleata in giochi sessuali hard, molto particolari. Un pezzo d’uomo molto più affascinante del bel - “ George Clooney “, ammirato da tutte noi della 4°B, - ( quelle sofferenti di prematuri bollori vaginali ), sempre in gara per avvicinarlo e scambiare due parole con lui, quando veniva a prendere la sua - bambina -, come usava dire, con chiaro disappunto di Sara, quando suo padre usava quel termine.
D’accordo con lei, mi ero trattenuta davanti alla scuola per avvisarlo del leggero malessere che l’aveva colpita. - “E’ uscita prima del tempo perché non si sentiva molto bene”, riferii, mentendo spudoratamente e sfiorandogli, con il seno, il braccio sollevato per guardare l’orologio da polso.
- “Ha delegato me perché attendo l’autobus proprio qui davanti …”, le sussurrai, con un tono di voce che poteva apparire sicuramente più lascivo che melenso. - “ Per un’amica, è il minimo che potessi fare … “.
MASSIMILIANO***
“Grazie, piccola. Sei stata molto gentile …!”, apprezzai, non sapendo cos’altro dire.
“Gli amici mi chiamano Tessi”, mi confidò lei, lasciando trasparire il suo rammarico per il tono paternalistico che avevo usato incautamente.
“Bene, Tessi! Grazie per avermi annoverato fra i tuoi amici, anche se, alla mia età, è molto più appropriata la qualifica di zio …”, puntualizzai, ironico.
TERESA***
Uno zio sicuramente piacevole, simpatico, tanto affascinante quanto estremamente bello.
Una stazza d’uomo con tratti da vero macho. Volitivo, ma anche molto dolce; protettivo e affabile: o almeno, così s’intuiva di lui quando sostava davanti alla scuola in attesa della sua unica erede, Sara.
MASSIMILIANO***
“Come posso sdebitarmi, Tessi?”, domandai, sfoggiando il mio più bel sorriso. Avevo avvertito subito curiosità e attrazione per quella adolescente con il corpo da maggiorata e di solare bellezza, intenta a osservarmi come se fossi stato un quadro esposto in una famosa pinacoteca.
TERESA***
Le mie compagne, avrebbero fatto carte false pur di trovarsi lì, a breve distanza dall’uomo che tutte noi della scuola corteggiavamo segretamente, nei nostri sogni irreali, senza trovare il coraggio poi di avvicinarlo, nella realtà. Alcune con immaginazione davvero fervida, si erano pure vantate d’aver avuto una storia con lui, descrivendolo come l’ottava meraviglia del mondo, nel rapporto sessuale. “Che Maçho …!”, sospiravano, alcune del nostro gruppo.
Non volevo sprecare l’occasione che s’era presentata, perciò, escogitai un improvviso malessere, da addebitare al mestruo, giunto anzi tempo, assumendo contemporaneamente l’espressione della sofferenza trattenuta, che noi donne, sappiamo ben palesare, in particolari situazioni.
MASSIMILIANO***
“Anch’io, oggi, mi sento poco bene …!”, disse, esprimendo un tono di voce sofferente, ma allo stesso tempo, ugualmente piacevole, tanto dolce da farmi sentire i brividi sulla pelle, bramosia che stuzzicò maggiormente la mia già certa disponibilità ad accompagnarla.
“Vieni, ti porto a casa …”, le proposi, senza pensarci un solo istante, tuffandomi così, in modo scriteriato, in un’avventura che la mia moralità, non intorpidita da vogliosità sessuali indecenti, mi avrebbe preservato da un simile e rocambolesco capitombolo: tonfo che nel passato, mi aveva più volte coinvolto indegnamente, in rischiosissimi guai giudiziari.
“La sua auto, è quella Mercedes nera, vero?”, domandò Tessi, mentre s’incamminava verso la vettura, senza attendere una risposta affermativa.
Sorpreso, ma anche stuzzicato da quel suo modo rampante e persino canzonatorio di esprimersi, non mi rimase che seguirla, inebriato.
“Apriamo il tettuccio?”, chiese, appena un attimo dopo essersi seduta al mio fianco, disattenta alla copertura delle gambe, scarsamente celate dalla corta gonna che, alla vita, lasciava scoperto anche l’ombelico.
TERESA***
Dovevo liberare tutto il mio fascino, circuirlo, eccitarlo, incuriosirlo; mostrargli la flessuosità del mio corpo e che cosa avevo da offrirgli, se avesse mostrato di gradire l’anticipo che avevo esposto. Poi dopo il primo assaggio, inculcargli la convinzione di potermi possedere interamente; umile e pronta ad appagare ogni suo desiderio poiché, di fronte a lui, aveva una donna vera, anche se la mia età anagrafica imponeva seri dubbi e limiti penali.
MASSIMILIANO***
Oltre a arruffarle i capelli, rendendola più attraente e sbarazzina, l’aria le comprimeva la camicetta risaltandone i grossi capezzoli e il superbo contorno del seno, davvero perfetto, senza sostegno e libero di danzare ad ogni sobbalzo dell’auto.
“In quale direzione devo andare …?”, domandai impacciato, soprattutto per gli sguardi severi ricevuti delle persone che attendevano i loro figli all’uscita di scuola, forse, consapevoli che lei non era mia figlia; oppure perché mi ritenevano troppo permissivo da permettere un abbigliamento così scabroso a una ragazzina tanto giovane. Francamente speravo che propendessero per la seconda ipotesi, visto il non esiguo numero di anni che ci distanziava.
Ne avevo compiuti da poco quarantuno ma, fisicamente, non li sentivo, anche se la presenza della bella Teresa, delineava in modo preoccupante la differenza di età, e comunque, quella giovinezza che da sempre tentavo di dimostrare quando mi capitava d’intrattenermi con delle donne molto più giovani di me.


TERESA***
Offrirgli la visione delle gambe raccolte sul sedile dell’auto in modo che la gonna, molto aderente, con movimenti disattenti, giungesse fino all’inguine, mostrando il rosa antico del triangolino che mi copriva il basso ventre, era stata la prima mossa per apprendere quante e quali possibilità avevo per carpire la sua fantasia sensuale.
Lui, d’altronde, aveva scrutato con attenzione ogni millimetro dell’epidermide esposta, mostrandosi attratto, in modo particolare, dal triangolo del mio tanga dove, inavvertitamente, da un bordo dello slip, erano spuntati alcuni riccioli corvini del mio pube, che lo attizzarono molto, indurendo, in modo evidente, tutti i muscoli del suo corpo, anche quelli più nascosti dalla stoffa dei pantaloni.
Perfino quando chiese d’indicargli la strada da seguire, il suo sguardo era rivolto alle mie gambe, e io, tanto per allentare un po’ l’atmosfera tesa, e spezzare la monotonia di quello sguardo fisso, su di me, inventai una rotta nautica soprattutto perché, la sua disattenzione alla strada, m’impauriva.
“Vada verso sud-ovest, per un breve tratto poi, al primo semaforo che incontra, sud-est, sud, e sud-ovest per altri due chilometri, dopodiché, sarò arrivata!”.
MASSIMILIANO***
“E’ un enigma?”,domandai divertito, senz’essere ascoltato da lei, impegnata a sintonizzare la radio sulla frequenza d’onda preferita, la quale, dopo poco tempo, cominciò a martellarmi i timpani in modo davvero doloroso, esasperante. “Trasmettono soltanto musica dance”, urlò esultante, avvicinandosi a me fino a sfiorarmi il lobo dell’orecchio destro con le labbra inumidite dalla lingua. “Che cosa hai detto?”, domandai, fingendo di non aver sentito. “Musica da discoteca”, mi tuonò nell’orecchio, usando le mani come un imbuto, questa volta, aderendo le labbra su quel mio senso già tanto eccitato dalle condizioni musicali - sensuali in cui mi ero venuto a trovare, finendo l’operazione da cardiopalma con uno schioccante bacio succhiato che rese me, sordo, per alcuni momenti, e lei, allegra ed estremamente divertita.
TERESA***
Ero decisa a prevalere su di lui, dare risalto alla supremazia che noi donne vantiamo di avere sugli uomini, ma soprattutto dimostrare a me stessa di saper possedere quella morbosa sensualità che distingue le femmine dalle donne comuni. Prima di arrivare davanti casa, dovevo annientare la sua volontà, trovare il modo per insinuarmi in lui quel tanto da essergli presente nella memoria, quanto nei suoi più intimi desideri sessuali.
Ogni qualvolta avesse pensato a me, doveva avvertire una scossa tremenda scuoterlo dalla testa ai piedi, suscitando in lui desideri inconfessabili, e cocenti arsure che avrebbe dissetato solamente abbeverandosi alla mia fonte. Come d’accordo con Sara, loro, i nostri padri, dovevano cadere nella trappola che avevamo progettato noi, finire immancabilmente nella tela tesa da due spregiudicate ragazzine, intenzionate a vendicarsi di due genitori depravati e traditori delle loro mogli, le stesse donne che il destino aveva prestabilito che fossero anche le nostre madri.
MASSIMILIANO***
Senza badare alle coordinate nautiche suggerite dall’amica di mia figlia, desideroso di allontanarmi il più presto possibile dalla scuola, presi a percorrere il corso ad andatura elevata, più attratto dalle cosce tornite di lei che dalla strada. “Stai comoda ?”, le chiesi, sempre più incantato dalla sua bellezza epidermica, invece che dalla guida. “Se vuoi, con questo pomello azzurro, puoi variare l’inclinazione della poltrona”, indicai, chinandomi verso il lato destro del suo sedile, in modo da gustare meglio l’afrodisiaco aroma emanato dal suo ventre e lo spettacolo offerto dai suoi stupendi femori al vento, sfiorati dalla brezza di primavera inoltrata e dal mio sguardo elettrizzato.
“Desideri fermarti a prendere una bevanda, qualcosa di fresco?”, le domandai, senza ottenere una risposta immediata.
Era troppo presa dalla musica per intendere le parole che dicevo, fra una nota e l’altra. Questo suo eccentrico atteggiamento, mi riportava al periodo della mia adolescenza, quand’ero un giovane ed inesperto galletto, sempre alla ricerca di situazioni amorose, non soltanto affettive ovviamente, ma anche sessualmente appaganti.
“Mangerei volentieri un gelato”, disse, dopo un po’ di tempo, quando ormai avevo rinunciato a mettermi fra lei e gli assordanti suoni sparati, a tutto volume, dallo stereo di bordo: un interessato dono fattomi da mia figlia Sara, per allietare i nostri tanti viaggi estivi, “aveva affermato lei, con una sfacciataggine strabiliante“.


TERESA***
In quel preciso istante, l’unico mio vero desiderio, era quello di assaporare le sue labbra, mordere i suoi pettorali, visibilmente sodi, scolpiti dalla natura, come anche i muscoli che vibravano nelle sue braccia, appena lievemente abbronzate, fasciate dalle maniche del camiciotto in seta lavata, e tese quasi fino a strapparsi.
MASSIMILIANO***
“Un gelato!”, disse all’improvviso. “Soltanto un gelato …?”, domandai di riflesso, proprio come se la sua richiesta avesse qualcosa di strano. “Sì, un cornetto al cioccolato, con sopra le mandorle”, confermò lei, più dettagliatamente, esprimendo fermezza di propositi.
Quella forza della natura, compressa in un giovane corpo, che apprezzavo con sempre maggiore gusto, non si perdeva in inutili preamboli, tanto meno, in false rinunce. La sua spontaneità era pari alla naturalezza con la quale era apparsa fin dal primo istante in cui mi aveva rivolto la parola.
Confrontandola con mia figlia, riscontravo una differenza abissale, fra di loro, nonostante avessero la stessa età: “quindici anni”.
Anche Sara si era sviluppata precocemente. Dal lato estetico, la sua linea non aveva nulla da invi-diare alla Tessi ma, dal lato sessuale, la vedevo poco esuberante, acerba e non attraente in modo epidermico, come la sua cara amica: ammagliante, sexy da fare venire i brividi; la sintesi di tutti gli stimoli che stuzzicano i maschi in modo travolgente.
“Ecco un bar, sig. Maxi …!”, esclamò improvvisamente e con tale foga da indurmi a frenare di riflesso, temendo che stesse per accadere qualcosa di grave.
“In futuro, Tessi, sarà meglio se ti rivolgi a me senza usare il lei. Il tu, è molto più diretto, e non lascia spazio a spaventi da infarto …”.
“Come desideri, Maxi. Per me va benissimo”, rispose, ammiccando in segno di complicità.
“Conosci il mio nome?”, le chiesi, sentendomi subito dopo un imbecille, per avere formulato una domanda tanto stupida.
“Me l’ha detto Sara”, rispose con tono ironico, aumentando così il mio disappunto.
“Ti adora …, sai? Parla sempre di te in modo molto edificante. Mi racconta sempre tutto del suo Papi …!”.
“E potrei sapere cosa dice di me, o è un segreto che deve restare fra voi due?”, le domandai, incuriosito.
“Semplicemente che sei un padre stupendo, il migliore che una figlia possa desiderare.
“Oltre che bello, aggiungo io”. Corteggiatissimo dalle donne, (e non solo). E anche che sei molto, esageratamente maschio. Super dotato!”, asserì, arrossendo lievemente. “Quest’ultima è una affermazione ipotetica, poiché a lei non mi sono mai mostrato, nudo …”, puntualizzai, seccato.
“Vero, ma Sara ha raccolto le confidenze fatte da tua moglie ad un’amica, in modo involontario, certo. Ma poi basta non guardarti negli occhi, per esserne convinta, per capire che possiedi un muscolo centrale eccezionale!”.
“Vuoi farmi diventare rosso per la vergogna, Tessi?”.
TERESA***
“Non si noterebbe nemmeno, visto quanto sei abbronzato …, Max !”, lo stuzzicai, convinta di allietare il suo egocentrismo, mentre gli indicavo il locale che già frequentavo con Sara, l’innocente figliola con le mie medesime caldane sessuali; complice, nei vari giochetti erotici improvvisati, fatti per far surriscaldare sessualmente i tanti maschi che passavano in quel bar dove, sovente, noi due ci esibivamo vestite in modo succinto, e con delle magliette così aderenti da sembrare inesistenti, sempre indossate senza alcun reggiseno, mostrando così i capezzoli come se fossero incollati alla stoffa, senza nemmeno la minima copertura.
Altre volte, in disattente esposizioni di variopinti tanga lasciando loro libero arbitrio nel valutarne la tonalità che dava più risalto ai nostri glutei appena solcati da un invisibile filo interdentale, perso fra i due spicchi uniti voluttuosamente. Oppure quando, tenendoci per mano, come se fossimo tenere sorelline, improvvisamente ci baciavamo sulla bocca molto lascivamente.
MASSIMILIANO***
Fortunatamente il locale indicato da Tessi era dotato di una specie di gazebo, racchiuso tutt’intorno da edera avvolgente che lo rendeva un luogo sicuro, al riparo da occhi indiscreti, dove, mi appartai con la frizzante coetanea di mia figlia, stranamente emozionata per il dehort che definì “un nido per gli innamorati e un’alcova provvisoria per amanti irregolari”, disse, abbozzando un sorriso davvero incantevole, così tonificante e sensuale da farmi vibrare tutta l’epidermide. “Amanti irregolari?”, domandai incuriosito, guardandola dritto negli occhi.
“Quelli che tradiscono il proprio partner …”, rispose, con leggera ironia, esprimendo l’ovvietà della domanda fatta.
“Spiegati meglio,Tessi”, la stuzzicai, per intendere se la sua genuinità non fosse solo semplice apparenza.
“Strano che tu non lo abbia capito, Maxi …!”, proseguì, lasciandomi indiscutibilmente attonito, o meglio, addirittura la sensazione di essermi rimbecillito.
TERESA***
Oramai, lo tenevo in pugno, ne ero certa! Attrarre l’attenzione e la curiosità esplorativa che gli uomini osten-tano quando pensano di avere intrappolato una facile preda, era stato più semplice di quanto avessi immaginato.
“Gli amanti regolari, sono le persone libere da impegni affettivi e che si avvicinano per conoscersi meglio, senza per questo tradire nessun altro che la propria solitudine. Quelli irregolari, potremmo essere noi due, per fare un esempio. Se fossimo amanti, andremmo contro tutte le regole: io, minorenne … e tu sposato e padre della mia migliore amica. Io traditrice sua ma anche di tua moglie. Tu anche, ma con l’aggravante, per legge, della mia minore età”.
MASSIMILIANO***
Aveva usato termini così disarmanti da lasciarmi attonito, quasi senza parole. Fui grato al cameriere che in modo provvidenziale venne subito a chiederci cosa desiderassimo bere, così da togliermi dallo stallo momentaneo fornendomi il tempo necessario per riordinare le idee.
“Cosa vi porto?”, domandò, mostrando indifferenza al mio imbarazzo.
“Un martini dry con ghiaccio e, alla signorina, un cornetto al cioccolato con mandorle”, ordinai, temendo un suo intervento sconveniente di fronte il barista.
Il mio impaccio ricominciò appena questi se ne andò via, dopo averci servito e incassato una lauta mancia, data da Tessi, usando il mio resto, e che, subito dopo, con candore impareggiabile, lec-cando con sensualità il gelato, disse : “Se vuoi posso diventare la tua amante irregolare Max”.
Mai come in quel momento, ho temuto tanto per la mia vita.
Il martini, improvvisamente, mi aveva ostruito l’esofago privandomi del respiro per un interminabile momento, mentre una fastidiosissima tosse mi scuoteva i polmoni dolorosamente. Capito il dramma, dopo aver affondato il suo gelato nel mio bicchiere del martini, Tessi incominciò a battermi sulla schiena e a detergermi la fronte madida di sudore, usando il tovagliolo con il quale si era pulita le labbra, unendo, il mio quasi rantolo, alle gocce di cioccolato, ancora umide, rimaste impresse sul fazzolettino fornitole dal cameriere.
TERESA***
“Non morire prima di rispondere, altrimenti, mi resterà il dubbio!”, ironizzai, vedendolo in netta ripresa.
La domanda, lo aveva colto di sorpresa incidendo più profondamente di quanto io stessa avessi solo sperato. In futuro avrei dovuto fare attenzione, se non volevo rischiare di perderlo ancor prima di averlo conquistato.
MASSIMILIANO***
Ancora oggi non so perché accettai. Forse, per il timore di perdere la stupenda opportunità che la bomba nucleare, armata di sesso, offriva così spudoratamente, ma anche perché, il cervello di un uomo non è mai vigile quando il pene si gonfia!
Quello scriteriato assenso, aveva dato subito inizio a tutta una serie di gesti morbosi, ammiccanti estasiati, ad indecenti toccatine fatte sotto il tavolo, alla costante ricerca di anfratti caldi, a ostacoli duri, secondo chi di noi era in fase d’attacco.
Ripreso il cornetto dal bicchiere del martini, cominciò a passarmelo sulle labbra, come se volesse dipingerle con il rossetto, poi, con ingordigia, a detergerle con la lingua, fino a renderle di nuovo linde, pronte a subire un altro piacevole trattamento, esasperando in modo davvero incontenibile l’eccitazione che già sconvolgeva il mio inguine, e che mi stava devastando i testicoli triturandoli come se fossero delle noci ancora con il guscio .
Nemmeno il timore di essere sorpreso in quegli atteggiamenti, del tutto sconsiderati, in un locale pubblico, con una minorenne, mi diede la forza di sottrarmi a quella situazione più che piacevole, anzi, agevolavo i suoi assalti, sempre più frequenti, trattenendo la sua lingua fra le mie labbra per avvertire il sapore dell’essenza aromatica che essa mi trasmetteva dopo avere leccato il gelato con cui mi aveva precedentemente dipinto.
TERESA***
“Forse, è meglio allontanarci da questo posto: è troppo rischioso per te …!”, lo consigliai, non appena mi accorsi che stavano arrivavano altri clienti, due coppie di persone anziane che vennero a sedersi al tavolo vicino a quello che occupavamo noi.
In quel momento era così in estasi che, se non l’avessi riportato alla realtà, si sarebbe fatto trovare in atteggiamenti legalmente pericolosi di fronte al gruppo di persone giunto all’improvviso. Chi avrebbe mai creduto che a condurre lo sconvolgente gioco erotico, ero proprio io, la piccola e innocente fanciulla?
L’avrebbero sicuramente messo alla gogna, incolpevole, poverino!
MASSIMILIANO***
“Perché sei così taciturno?”, mi chiese tessi, quando eravamo già in auto, lontano dal locale.
“Pensavo a tutto ciò che è accaduto in così breve tempo e, alla mia incoscienza!”, mormorai, soprattutto a me stesso che a lei.
“Non è colpa tua. Sono stata io a offrirmi, poiché, desidero affidarmi a un amante competente la prima volta, piuttosto che a uno sprovveduto ragazzino, deciso a prendersi la mia verginità per poi vantarsene con gli amici!”, confessò, come se fosse la cosa più normale del mondo.
“Sei ancora vergine?!”, le domandai, stupito e scioccato nel contempo.
Chissà per quale ragione mi ero convinto che lei non lo fosse affatto.
TERESA***
“E’ un problema, per te?”, gli domandai, curiosa.
L’avevo sconvolto, con la mia schiettezza, tanto da farlo tentennare nella risposta.
MASSIMILIANO***
No, beh, si … Non so. Credo …!”, mi ritrovai a balbettare senza sapere cosa dicevo; netta la conferma della confusione mentale in cui mi aveva gettato la giovane Venere che, imperterrita, con le sue domande e le sue tette, m’incalzava sempre più vicina, col chiaro intento di farmi avvertire il profumo del suo corpo, il tocco delle sue mani in esplorazione curiosa all’interno della mia camicia, fino a toccare la folta peluria del mio torace, estremamente villoso.
“Sembri un orso!”, esclamò divertita, armeggiando fra i peli del mio petto.
“Si, purtroppo”, dissi rammaricato. “E’un problema che mi affligge fin da quand’ero poco più di un ragazzino”.
“Mi attizzano molto i peli del maschio”, mi rassicurò, strappandone un folto ciuffo, facendomi così rischiare di andare fuori strada per l’ improvviso dolore che mi aveva causato.
“Lo terrò come ricordo, Max, se tu dovessi decidere di non mutare questo mio fantastico sogno iniziale in futuri piaceri reali …”.
“Quella casa in mattoni rossi, è la mia dimora”, disse Tessi, indicando una villa con il giardino, prospiciente alla strada, situata poco più avanti, alla nostra destra.
Istintivamente, effettuando una manovra da ritiro della patente, con una inversione ad U, mi andai a fermare a ridosso del marciapiede opposto, timoroso che qualche familiare la vedesse scendere dalla mia auto.
“Perché ti fermi qui?”, mi domandò, stupita e divertita allo stesso tempo, poi, intuendo la mia risposta, aggiunse: “Mia madre non torna dal lavoro fino a tardi e, mio padre, è andato a pesca sul lago accanto la casa dove, a volte, trascorriamo i fine settimana. Probabilmente, avrà anche raccattato per strada qualche sgualdrina, perciò, rientrerà tardissimo”, ribadì, quieta, come se la cosa non avesse importanza, o se parlasse di estranei, invece che dei propri genitori.
TERESA***
Avevo conquistato due trofei: il feticcio che stringevo orgogliosa fra le dita, e che avrei conservato gelosamente, nel mio diario privato, e poi, l’arrendevolezza di Max.
“Domani, ti aspetto alla medesima ora”, borbottai, mentre scendevo dall’auto e mi riassettavo la gonna, giunta quasi fino all’ombelico. “A proposito: non devi temere per Sara... Da come l’ho vista oggi, credo che rimarrà assente da scuola almeno qualche giorno!”.
MASSIMILIANO***
Ebbi solo la forza di dire: “A domani, allora”, prima di partire a razzo, annebbiato dai pensieri maliziosi che si alternavano nella mia mente.
Avessi ascoltato la mia volontà, avrei trovato una scusa per non tornare a casa, convinto di avere impresso in fronte la scritta - pedofilo-. Purtroppo dovevo andare alla festa di compleanno della più cara amica di mia moglie, e lei, mai avrebbe perdonato un mio anche minimo ritardo!
Dopo essermi attentamente guardato nello specchio retrovisore ed aver cancellato una macchia di rossetto sull’orecchio destro, decisi di fare ritorno a casa giusto il tempo per una doccia, frettolosa, evitando però di entrare nella camera di Sara, com’ero solito fare, per paura che potesse scorgere nei miei occhi la verità su quanto era accaduto con Tessi. Mi limitai pertanto a lanciarle un augurio di pronta guarigione dal corridoio di casa, solo un attimo prima di uscire con mia moglie per andare al rinfresco a casa dall’amica.
“Grazie papà. E divertitevi …!”, rispose, con un tono di voce molto squillante, poco consono a una persona non in piena salute.
TERESA***
L’intrusione perpetrata nell’eros del bel Max, aveva avuto buon esito. L’avevo inondato come fa un fiume in piena, allagando la sua fantasia erotica in modo incontenibile, disarcionandolo dalla flebile resistenza posta a difesa della sua minima volontà.
Sentivo di avere suscitato in lui un’attrazione particolare, quella che distrugge sul nascere la voglia di innalzare barriere, crea condizioni per tramutare un castello di fantasie in un maniero reale, ti fa nascere dentro il desiderio di scandagliare nell’intimo della persona che ti prende tanto da farti poi impazzire per il desiderio del contatto corporeo entro il più breve tempo possibile.
Queste, appunto, erano le mie intenzioni: diventare sua anima e corpo; amarlo fisicamente molto più di quanto lui si aspettasse. Impossessarmi di tutto il piacere fisico ed emotivo che lui avrebbe potuto donarmi, lasciandone una piccola parte alla moglie tanto per non rovinare completamente il loro matrimonio ma, soprattutto, perché desideravo metterlo nella condizione più sconveniente, al fine di portare a compimento l’intrigo escogitato da me e da sua figlia, mia complice e compagna in tranelli sessuali pericolosi.
MASSIMILIANO***
“Mi sembri strano, Max! Qualcosa non va?” chiese mia moglie. “Ti vedo pensieroso …”, commentò dispiaciuta, mentre l’amica tagliava la torta del suo trentacinquesimo compleanno. “Pensavo a Sara, povera bambina, sola ed ammalata, mentre noi, qui a festeggiare!”, mentii, sentendomi un verme per aver coinvolto la mia bambina in un tradimento mentale che avrebbe poi potuto benissimo divenire reale, visto che già facevo sogni fantastici e progetti per il giorno dopo. Non potevo confessare che il mio pensiero era tutto rivolto a quella deliziosa sirenetta ammaliatrice che aveva cagionato in me lo stesso dolore inguinale, molto spesso subito da ragazzo, dopo avere pomiciato tutta la sera, nel buio di un cinema con la ragazza del momento.
TERESA***
Rientrare a casa, accaldata dalla temperatura afosa della giornata, quasi estiva, mi aveva causato un senso di sfinimento tale che nemmeno la doccia fredda riuscì a lenire. E nemmeno fantasticare sul futuro erotico che mi si prospettava, riuscì ad evitare che mi appisolassi sul divano in preda ad incubi sessuali complessi, inconfessabili, zeppi di personaggi che si saziavano del mio corpo, nel modo che avevo sempre desiderato nelle mie fantasie adolescenziali, troppo precoci.
Massimiliano***
“Non devi preoccuparti, caro. Poco prima di uscire, le ho provato la temperatura e, credimi, era pressoché normale”, mi rassicurò mia moglie, lontana dal capire la verità che scombussolava i miei pensieri.
Quella notte, mia moglie apprezzò particolarmente la mia “ superlativa “ prestazione sessuale che, a suo dire, pareva non finire mai, e che le ricordava una frequenza di piaceri provati soltanto nei primissimi anni di matrimonio. Avesse mai immaginato che sotto di me, quella notte, non c’era lei ma lo stupendo corpo della piccola Teresa, mi avrebbe di certo spellato vivo!
Per fortuna, non aveva capacità da veggente, altrimenti, al Tessi farfugliato alcune volte nell’enfasi dell’amplesso, e che io avevo modificato in: “Te, sì … che sai fare l’amore!”, avrebbe dato un nome inequivocabile alle mie esclamazioni, quello di Teresa, amica intima di mia figlia.!
Le poche ore di sonno e la battaglia sostenuta gran parte della notte, mi avevano completamente debilitato, reso svogliato e non propenso a iniziare una nuova giornata di lavoro, così, telefonai al mio socio, in azienda, per lamentarmi del malessere che mi aveva colpito improvvisamente.
“Oggi devi pensare tu a condurre la baracca”, lo pregai, camuffando la voce da influenzato.
“Tranquillo, Max. Ci sono io. Devi pensare soltanto alla tua salute, e a guarire presto”, disse, prima di concludere la telefonata.
“A buon rendere …!”, balbettai, quando già aveva lasciato cadere la linea.
Avevo trascorso il tempo che mi divideva dall’appuntamento curandomi in modo particolare, deciso ad apparire al meglio della mia forma quando, passando davanti alla camera aperta di Sara, notai che era vuota e, cosa ancora più strana, il suo letto era stato rifatto!
“Non vorrei che sentendosi meglio, abbia deciso di andare a scuola proprio oggi ... !” , dissi, ad alta voce, senza però accorgermi che nel frattempo, sua madre, mi aveva raggiunto.
“Parlavi con me, caro?”, chiese, stiracchiandosi, ancora nuda, visibilmente disponibile ad un nuovo confronto ravvicinato del tipo avvenuto la notte precedente.
“Chiedevo: perché mai Sara non è a letto?”, rimediai, non disponendo a doc di un argomento migliore.
“Avevo dimenticato di dirtelo, scusa! E’ andata in Toscana, a trovare la Eleonora: ricordi la figlia dei nostri vicini di casa, dell’estate scorsa, in Versilia? Cambiare aria, qualche giorno, l’aiuterà ad affrontare meglio le ultime due settimane di scuola”, disse mia moglie, mostrando del rammarico per aver deciso senza il mio consenso. “La sua salute, ultimamente, è diventata cagionevole. Hai visto quanto era pallida, ieri?”, mi chiese.
“Mi pare, si, ora non ricordo, a dire il vero”, tentennai, per non dire di avere evitato d’ incontrarla faccia a faccia.
TERESA***
“Hai dormito sul divano?” chiese mio padre, appena rientrato dal lago, mentre mi baciava sulla fronte. “Credo proprio di sì, Papi”.
“La mamma dov’è?”, domandò, mostrando un interesse relativo nei suoi confronti, cosa ormai che succedeva da almeno un paio di anni.
“Penso sia andata a fare spese. Dormivo quand’è uscita”, riferii, stiracchiandomi.
“Perché sei rientrato così presto?”, chiesi, fingendomi curiosa, ben sapendo d’avere tramato in modo che ciò accadesse.
“Devo partire subito per Roma: ragioni di lavoro. Se tu mi aiuti a fare la valigia, ne approfitto per fare una doccia veloce, mi vesto, e poi subito alla stazione”, disse, mentre s’infilava nella stanza da bagno.
“Vai tranquillo Papà. Ci penso io”, lo rassicurai, mentre tiravo fuori la valigia, bell’e pronta, che avevo nascosto dietro il sofà.
“Posso usare la casa del lago?”, urlai, attraverso la porta chiusa del bagno.
“Domenica vorrei fare un barbecue con le mie amiche. Carlotta la bionda,, compie gli anni, e per l’occasione,vorremmo farle una festa a sorpresa”.
“Prendi le chiavi nella tasca della casacca da pescatore, tesoro. Però, mi raccomando di fare la massima attenzione alle scintille. L’anno scorso, tutt’intorno alla nostra tenuta, le fiamme hanno divorato un bel pezzo di pineta”.
“Non per colpa nostra, papà”.
“Certo, lo so. Comunque, fai molta attenzione alle tue amiche. Bada che non gettino delle cicche o altro materiale acceso”.
“Non temere. Attizzerò il fuoco personalmente. Non lo farò toccare ad altre, giuro!”, dissi a me stessa, mentre fantasticavo su Massimiliano, la pira di sensi che prevedevo avrei attizzato soltanto io.
MASSIMILIANO***
Fingendo malumore per non essere stato informato circa la vacanza di nostra figlia, evitai in modo ignobile le sempre più impudiche offerte della mia consorte, ancora vogliosa. Soprattutto perché io non volevo attenuare oltremodo la carica sessuale che si stava rigenerando gradatamente in me. Il solo pensiero che nel pomeriggio avrei nuovamente incontrato quel concentrato di sesso allo stato puro, una Lolita vera e non soltanto il frutto della fantasia di uno scrittore di racconti erotici, aveva iniettato nelle mie vene un fiume di adrenalina amplificando a dismisura i battiti del mio cuore.
TERESA***
Lui, non poteva certo prevedere cosa avevo ideato io per rendere il nostro incontro davvero unico, indimenticabile. Oltre l’acquisto d’un intimo scioccante, avevo duplicato la chiave della casa al lago in modo di non chiederla a mio padre ogni qual volta avrei desiderato appartarmi con Max.
Prima d’incontrarlo, avevo indossato, nel bagno della scuola, un completino davvero peccaminoso, dentro il quale, a contatto con i peli della mia vagina, avevo messo la piccola chiave in modo che, avanzando nei suoi palpeggiamenti, avrebbe trovato il pass per entrare nella privata e confortevole alcova, dove avrebbe potuto gustare, in perfetta tranquillità, il paradiso terrestre che le avrei offerto spontaneamente.
MASSIMILIANO***
Finalmente, il pomeriggio era arrivato. L’ora fatidica stava per scoccare. Entro pochi minuti avrei di nuovo assaporato la sua solare allegria, il fragrante profumo emanato dalla sua pelle, quel soave odore di femmina che non si può mai scordare; che inebria, ti penetra contemporaneamente nello stomaco e nelle narici, catapultandoti fra le nuvole, preda di fantasie che confondono la realtà!
Intrappolato in questi pensieri, mi accorsi di lei soltanto quando entrò quasi tuffandosi in macchina, incitandomi a partire subito, prima che le sue compagne di scuola, precedute nell’uscita per pochi istanti, avessero potuto mettere a rischio il rapporto appena sbocciato.
Avevo sgommato come se fossi stato un rapinatore in fuga dalla banca appena svaligiata, quando, Tessi, mi riportò alla realtà.
“Ora, puoi anche rallentare, Max”, mi consigliò, quando ormai avevamo raggiunto il termine del viale che conduceva verso la tangenziale. “ Nessuno ci insegue”, confermò, dopo essersi voltata a controllare.
Lo strano comportamento, era il frutto dell’emotività che vigeva in me e della fragilità dei miei nervi, cedevoli sotto il peso di quell’avvenimento, accaduto troppo in fretta, per gestirlo senza lasciarmi travolgere.
“Alla prima uscita, prendi la strada del lago”, suggerì, sicura di dove voleva andare, anche se io non me ne rendevo ancora conto.
Il breve tratto fatto sulla tangenziale, aveva contribuito a calmare le mie pulsazioni cardiache, ma non certo quelle che martoriavano il sesso, stretto nello slip di una misura più piccola, con lo scopo di risaltarne la sua già discreta dimensione.
La pineta che costeggiava la strada privata, sulla sponda sinistra del lago, si estendeva fino ad un vecchio casolare, ben’ ristrutturato, semi nascosto da un alto muro di cinta, raggiunto il quale Tessi mi fece cenno di fermare l’auto.
“Qui nessuno ci disturberà”, disse, avvicinando le labbra alle mie, ondeggiando il viso in modo tanto particolare da lanciarmi direttamente in cielo, mentre, con le sue mani, esplorava il mio corpo soffermandosi molto delicatamente dove la mia natura sembrava volesse esplodere.
TERESA***
Il mio atteggiamento, voglioso ed aggressivo, risaltava la mia vera personalità di donnaccia. In quel preciso istante, a tutto volevo pensare meno che a salvaguardare l’onore, anzi, desideravo essere privata di quel odioso ostacolo, lasciarmi plasmare fino a divenire un’esperta dispensatrice di sano piacere sessuale: liberami dagli impedimenti fisici e morali tanto da saziarlo e essere saziata senza alcun timore, adoperando il corpo che la natura mi aveva donato, fornito di generose forme, utili ad appagare il mio delizioso partner.
MASSIMILIANO***
Non volevo restare cavia inerte della pantera che mi aveva assalito con voracità tale da intimorire persino uno stallone di pura razza, come io mi consideravo. Iniziai a tastarle il seno marmoreo, per poi finire sull’ombelico, caldo e vellutato, liscio e fremente, quando, lei, con una mossa inattesa, si insinuò fra me ed il volante, adattando il suo bollente sesso al palmo della mia mano, inondandola d’umori caldi che diedero maggior risalto alla mia eccitazione. E maggiormente quando, spostato il suo slip, avvertii un dentellato pezzo di ferro scivolarmi fra le dita.
“Una chiave?! E’ della cintura di castità …?”, domandai curioso e ironico allo stesso tempo, inconsapevole sull’utilità di quel piccolo e freddo oggetto, trattenuto in un luogo tanto singolare, a stretto contatto con l’intimità della spettacolare fanciulla che si dimenava lascivamente sulla mia patta dei pantaloni.
Sorridente e divertita, mentre le mostravo la chiave che avevo recuperato con vero impegno, aprì la portiera dell’auto e, dopo essersi liberata della gonna che le impediva di muoversi agevolmente, con l’indice posizionato a gancio, mi fece segno di seguirla, poi, iniziò a correre sbarazzina lungo l’ampia strada sterrata fino a raggiungere un’alta siepe, ai confini di un parco alberato, dove faceva bella mostra di se una grande e solitaria casa rurale, edificata a semicerchio con due altissime torri laterali che, sembrava, dovessero crollare da un momento all’altro.
Quella doveva essere la tanto decantata casa sul lago nella quale, suo padre, se la spassava con le sgualdrine raccattate per strada, come mi aveva confidato Teresa.
“Non doveva essere occupata da tuo padre ?”, chiesi, preoccupato.
“Fino a questa stamattina, lo era. Oggi, è dovuto partire urgentemente per Roma: alcuni impegni di lavoro lo terranno nella capitale fino a lunedì prossimo”, rispose, sorridendo lieta.
L’interno della casa, mostrava segni recenti di lotta sessuale. Sul pavimento, erano rimasti diversi indumenti sparsi qua e là, come se l’impellente desiderio di amarsi, avesse imposto loro il dovere di strapparseli subito di dosso, rendendoli inservibili. Certamente era inservibile il minuscolo slip di colore fucsia, letteralmente fatto a pezzi e lasciato accanto al reggipetto, anch’esso lacerato, molto simile a quello che avevo notato fra la biancheria intima stesa ad asciugare da mia madre, l’ultima volta che eravamo andati lì, un fine settimana.
La disattenzione di mio padre, prima o poi, gli sarebbe costata cara. Tutto quel disordine lasciava intendere chiaramente il tradimento avvenuto ma, fortunatamente per lui, mamma non si sarebbe mai sognata di mettere piede in quella casa da sola, inavvertitamente.
“Ti prego, lasciami il tempo per riordinare questo tugurio!”, implorai, mentre Max si guardava intorno con aria stranita. Per tutta risposta, iniziò ad abbracciarmi da dietro con forza, quasi come se volesse fondere i nostri corpi.
Le vibrazioni che percorrevano tutta la mia pelle, maggiormente sferzanti quando iniziò a mordermi sul collo, suscitarono in me brividi di piacere così intensi da cagionarmi delle vertigini.
“Oh, caro!”, ebbi appena il tempo di dire, prima di precipitare in un vortice di piacere davvero incontenibile.
Il tocco strisciato della sua lingua sulla mia pelle, aveva innescato una serie di sensazioni calorose che si alternavano a scosse elettriche di forte intensità, le quali, ne generavano altre ad ogni nuovo stimolo, sciogliendo i miei umori come se fossero ghiaccio al sole, oltre a confondermi le idee e ad aumentare a dismisura il prurito che mi serpeggiava insistente fra le cosce, sempre più desiderose di venire palpate, baciate, leccate con la massima destrezza.
MASSIMILIANO***
Se avessi atteso ancora qualche istante, avrei certamente sconvolto il precario equilibrio dei miei sensi, rischiato un cardiopalma per overdose di sensazioni accumulate troppo celermente, le quali, mi avrebbero demolito fisicamente se, al più presto, non avessi rilasciato almeno una parte della linfa che ribolliva dentro di me.
L’ampio divano ci accolse avvinghiati in un’unica tenace soluzione, scricchiolando pericolosamente per il focoso ardore col quale ci eravamo lasciati andare sulle sue molle, entrambi in estasi, tuffati completamente nel paradiso del piacere senza alcuna voglia di riemergere.
Anche se il primo impulso mi spronava a prenderla con violenza, appassire subito lo stupendo fiore insito in lei, ero riuscito a frenare il mio istinto consapevole del trauma che le avrei certo causato se avessi aggredito quel bocciolo d’orchidea sbocciante, anche se era fermamente decisa a lasciarsi deflorare da me.
Per lei, perdere la verginità significava nascere una seconda volta, aprire le porte sul mondo nuovo senza l’ostacolo che limita una donna vera. Affrontare nuove esperienze e piaceri sempre “ sognati in pubertà ” che mai si sarebbero avverati senza la rottura definitiva di quella barriera fisico- morale che la natura fornisce a tutte le donne.
TERESA***
Non avevo mai provato così tante sensazioni in una volta sola. La delicatezza con cui il favoloso Massimiliano trattava il mio corpo, esulava dai vari racconti cruenti che avevano soggiogato le mie fantasie erotiche di adolescente, alimentate da letture degeneri, dove la violenza sessuale, veniva reclamizzata come se fosse l’unico modo per raggiungere l’apice del piacere.
“Sei stupenda, Tessi! Neppure un afrodisiaco potrebbe stimolarmi i sensi come fa la tua morbida pelle”, affermò, sospirando rumorosamente.
Inevitabilmente, nel frattempo, i nostri vestiti erano finiti in terra, accanto a quelli lasciati durante la baldoria sessuale avvenuta il giorno prima fra mio padre e una puttanella, magari della mia stessa età: così piacevano al mio sporcaccione genitore …!
La paranoica dedizione di Max alle mie labbra intime, divaricate con insistenza dalla sua lingua, e sfiorate dal naso fino a farmi sperare di sentirlo entrare, poi pizzicate nei punti più delicati dai suoi incisivi, serrati con molta delicatezza, aumentava a dismisura il mio desiderio di diventare donna a tutti gli effetti. Purtroppo, il mio Adone, sembrava limitarsi a queste pratiche, esortandomi a ripetere ogni suo gesto su di lui mentre esaltava il profumo di vergine emanato dal mio corpo, molto diverso da quello che, la mia epidermide, avrebbe prodotto dopo la deflorazione.
“Per alcuni istanti, desidero saziarmi del tuo inebriante profumo di bambina, poi, gusterò quello che emanerà dalla donna, divenuta femmina! >>, sentenziò, pregustando intimamente quello che il suo cervello stava configurando nella propria memoria.
Questo suo commento, detto quasi sussurrando, non gli impedì di continuare ad occuparsi del mio corpo con tutti i mezzi che aveva a disposizione, e che io avvertivo frugarmi dentro come tentacoli, insinuati in ogni mio anfratto, coscientemente offerto a tutte le intrusioni.
Spontaneamente, con una naturalezza che stentavo a riconoscermi, presi a deliziarlo allo stesso modo, applicando le labbra al suo sesso, teso fino all’inverosimile; livido, tremante, sollecitato a tal punto da non trattenere un’eruzione bollente, così abbondante da farmi rischiare il soffocamento.
Anche se l’improvvisa espulsione di tanto piacere aveva riversato nella mia bocca una quantità di lava incandescente, non mi ero lasciata sfuggire nemmeno una sola goccia di quel siero asprigno, delizioso, che scendeva in me come se fosse droga afrodisiaca, rigenerante degli umori che avevo rilasciato sulla lingua di Max che, dalla stratosfera del piacere, aveva iniziato ad ululare in un certo modo, quasi disumano, mentre i suoi reni s’inarcavano verso di me completando il soffocamento.
MASSIMILIANO***
Nonostante avessi tentato di resistere con tutta la mia volontà alle carnose e inesperti labbra della inabile adolescente, capace però di contenermi tutto nella sua bocca, avevo ceduto miseramente alle sue sollecitazioni, suffragate dai denti stretti intorno al mio glande in modo appena lievemente doloroso, nel vano tentativo di rallentarmi il godimento.
Più d’ogni altra cosa, mi aveva colpito l’avidità mostrata dalla più che inesperta ragazzina a saziare la sua sete, e la bramosia con la quale si era dedicata al mio sesso, divenuto granitico, quasi come se volesse, a tutti i costi, esibire doti affinate che invece era lampante che ancora non possedeva, anche se era lodabile l’impegno messo per appagarmi nel miglior modo possibile.
Dopo tutto il piacere appena gustato, la mia eccitazione non si era minimamente attenuata, anzi, il male inguinale provato soltanto quand’ero ragazzino inesperto, mi esortava a riprendere i giochi da poco interrotti, speranzoso in un nuovo svuotamento dei responsabili di tanto dolore, un malessere che si ripercuoteva in tutto il mio corpo.
Intuendo il mio disagio, Tessi ricominciò a trastullarsi col mio sesso vestendolo con la folta peluria che lo contornava, mimando una bambina che gioca col suo primo bambolotto, appena ricevuto in dono. Improvvisamente, dopo averlo agguantato con entrambe le mani, si chinò su di lui, lo baciò tutt’intorno con ingordigia, sussurrando compiaciuta: “Profuma ancora!”.
- >, mi aveva consigliata, Sara, “mio padre è molto permaloso …”. Ed era vero. L’avevo constatato proprio in quel frangente, ma non desideravo assolutamente che il lieve disappunto influisse sul prosieguo della nostra tenzone sessuale così, prima che il metaforico gelo calasse fra di noi, dopo essermi seduta sulle sue ginocchia, occhi negli occhi, lasciai cadere il cu-betto col quale l’avevo refrigerato poco prima, che finì a stretto contatto col suo sesso, già in fase avanzata di recupero, e vicino al fiore che lui avrebbe ambito trafiggere, appassire come aveva già fatto con il resto del mazzo.
La sedia scricchiolava paurosamente sopportando il peso dei nostri corpi nel tortuoso movimento del contendersi l’ormai piccolo rimasuglio di ghiaccio, sciolto per i frequenti contatti strisciati lungo tutta la sua arma, come per i veloci inserimenti nella mia guaina, sempre più ardente, nonostante il contrasto anomalo.
In quel momento d’infantile gioco erotico, Maxi ebbe la rivincita. Lo dimostrò appieno quando, dopo avermi sollevata e stretta a lui, come se fossi un fuscello di paglia, prese il contenitore del ghiaccio, da me lasciato sul ripiano della cucina, e si diresse velocemente verso la stanza che aveva intuito essere la camera da letto, e solo dopo avermi adagiata sul letto matrimoniale, ancora in disordine, mi lasciò per un breve istante, sufficiente a riempirsi la mano di cubetti per poi iniziare a infilarmeli, con cura, lentamente, alla profondità che io misuravo con dei gemiti intensi, quando raggiungeva la meta.
Il contrasto di gelo e fuoco che m’impegnava fra le cosce, allargate come se fossi una partoriente, incominciava a stimolarmi in modo più che generoso, spingendomi sempre più in alto, verso quelle piacevolezze a me ancora sconosciute, di una intensità tale da non poterla esprimere in lettere, raggiunta la quale, avvertii l’inizio del membro di Max che, con la massima cautela, ondeggiava in me lento ma deciso ad affondare, di lì a poco, la stoccata finale.
Quando prese a commentare tutto ciò che mi avrebbe fatto, prima di lacerarmi, sentii nascere un senso di leggero timore che si ingigantiva con il suo approssimarsi al velo, sempre più teso dalla pressione esercitata sul ghiaccio, unica barriera che divideva il mostruoso pitone dalla mia ormai dilatata verginità.
“Quando il gelo non ti farà più sentire la pressione che esercito in te, baciami”, disse, quasi sussurrando.
“Fino ad allora però non devi assolutamente abbassare le palpebre. Devo scrutare bene nei tuoi occhi”, continuò, tradendo un leggero tremolio nella voce.
“Va bene”, risposi, un attimo prima di posare le mie labbra su quelle di Maxi e stringerlo a me con forza.
L’inferno, è ben poca cosa se assomiglia al lieve patimento subito quando Massimo affondò in me, con un colpo secco, sorpassando il velo naturale che, negli ultimi tre anni, “ mi aveva terrorizzata,” specialmente quando le amiche commentavano la dolorosissima deflorazione da loro subita.
MASSIMILIANO***
Il suo viso era divenuto raggiante. Soltanto una lieve smorfia di dolore le aveva modificato appena i lineamenti, subito tornati ad essere estremamente dolci, impegnati a esprimere nuove emozioni, intimi piaceri che, l’intensità sensuale, dipingeva sul suo volto di donna, diventata or ora femmina: mentre i gemiti, misti a gorgheggianti” sii, ancora …, ancora …! ”, ripetevano l’eco nei mie timpani, eccitati veicoli che diffondevano nella mia mente, e in tutto il mio corpo, piacevoli sensazioni.
La deflorazione, aveva causato più dolore a me che a lei, a giudicare dal suo persistente interesse per la mia natura, in difficoltà, arrossata abbondantemente dal sangue versato da quella stupenda femmina che si era concessa a me con tanto ardore.
“Credo sia meglio continuare sotto la doccia …”, consigliò Tessi, prendendomi per una mano. “Altrimenti, rischiamo di macchiare, oltre le lenzuola, anche i materassi!”, ribadì, trascinandomi verso la stanza da bagno.
L’emorragia di sangue che continuava a sgorgare copiosa dal suo sesso, pareva non fermarsi mai, nonostante avesse fatto, oltre la doccia con acqua tiepida, tamponamenti esterni con un telo colmo di ghiaccio.
Non mi ero mai sentito tanto ansioso, prima di allora e, per dirla proprio tutta, anche preoccupato per un dovere da cui no, non avrei certo potuto sottrarmi: quello di portarla urgentemente al pronto soccorso, con tutte le conseguenze del caso …
“Non pensi sia meglio affidarci ad un medico, tesoro?”, domandai, tentando di non dimostrare i timori che mi affollavano la mente.
“No, caro. Vedrai che adesso passa!” rispose, con amabile dolcezza, tentando di rasserenare la mia evidente paura, anzi, incontenibile terrore.
Dopo un po’ di tempo, che a me parve infinito, il sangue iniziò a defluirle con minore intensità, per smettere poi del tutto restituendomi, oltre la pace dei sensi, avvenuta già qualche minuto prima, la serenità nervosa, quella pregna di timori, composti tutti dalle sbarre di un’angusta cella.
“Ora, il mio odore, è cambiato?”, chiese all’improvviso Tessi, facendomi sobbalzare, assorto come ero nei miei pensieri.
“Certamente, piccola! Oh, scusa. ”Signora!”, rettificai subito, per non indispettirla.
Il suo inebriante sorriso, tornò a risaltarle il volto, quel bel viso delizioso, ora disteso, diversamente da prima, quando tentava di celare i suoi timori.
Più la guardavo, distesa nuda sul letto, e più sorgeva in me una specie di emozione, diversa dalla bramosia sessuale; molto più intima e vicina al petto, che al ventre. Qualcosa di molto simile a una all’infatuazione, se non di peggio!
Temevo che quella magnifica Afrodite, oltre il mio corpo, avesse attratto a se qualcosa di molto più impegnativo e profondo; pescato dentro me quella indefinibile turbolenza che circola indomita dalle parti del cuore, plagiandolo, fino al punto da spingermi a dire frasi molto pericolose che, tradotte in lettere, sarebbero state tragiche ma …, indiscutibilmente vere. E sì, non volevo ammetterlo a me stesso, ma incominciavo a sentire una attrazione speciale per Tessi, quel qualcosa che ti contorce le budella anche quando il tuo pensiero viaggia a miglia di distanza, nel vano tentativo di evadere da quella verità che induce il tuo cuore a pulsare in modo strano, a sconfinare nei sentimenti veri e più puri.
TERESA***
“T’amo, Teresa …”, disse, cogliendomi di sorpresa, mentre i miei pensieri erano tutti rivolti ai prossimi ed esaltanti amplessi che avrei gustato con il suo ausilio.
“Anch’io t’amo!”, risposi, con maggiore spontaneità di quanta ne volessi infondere alla frase.
Anche se non volevo ammetterlo, essere stata sua, ancora vergine, aveva sollevato dentro di me quel paravento che mi spingeva ad offrirmi a lui in modo ipocrita, ponendo come scusa, l’insulsa promessa che ci eravamo fatte io e la sua innocente figliola, Sara.
Ora, sarebbe stato tutto molto più difficile da affrontare, con la medesima freddezza iniziale.
“T’amo, davvero! E non perché sei stata mia, da vergine ...”, dichiarò, con infinita tenerezza, avvicinandosi fino a sfiorarmi con la mano, leggermente tremula, forse, per la consapevolezza, a dir poco sconvolgente, di ciò che era nato nel suo animo, >, seguitò, prima di posare le labbra sulle mie in un bacio che non aveva nulla di sexy, e che io ricambiai nell’unico modo possibile in quel momento, con la massima tenerezza, simile a quella che lui mi trasmetteva con la sua lingua, ma anche con i battiti del cuore, i pensieri, le emozioni identiche alle mie, vibranti come possono esserlo soltanto quelle evase dal cuore.
In quel momento il mio pensiero fuggì verso Sara. “Chissà se anche a lei era successa la stessa cosa, se ha avvertito pulsazioni diverse da quelle sessuali?” domandai a me stessa. “ E se la sua risposta fosse stata sì, come potevamo proseguire nel nostro piano senza cambiarlo almeno dal lato emotivo? ”
Avvinta da quel vortice che mi trascina in un mondo reale, confondendo alla base ogni mia futura intenzione, stentavo a dare libertà udibile alla frase che mi rimbalzava prepotente dentro il petto, come se una morsa irreale la trattenesse nel mio io tentando di variarne la sua logica.
“Ora, mi sento veramente femmina e donna felice, caro, grazie a te …”, riuscii a dire in un breve attimo di respiro, prima che si riappropriasse della mia bocca, trasmettendomi un calore diverso, strano, prepotente, che m’invase dentro,fuori, in tutto il corpo, fino a cagionarmi un nuovo orgasmo violento, interminabile per durata e intensità.
Non credevo fosse possibile raggiungere tale vetta soltanto con un bacio. Quella era la lampante dimostrazione di quanto Max era penetrato in me, e … non solo fisicamente!
“Anch’io ti amo, Max! E non perché sei stato il mio primo uomo”, mi sentii dire, come se a pronunziare quella frase, fosse stata un’altra donna.
L’ardore che ci accompagnò nelle ore successive ricalcò appieno l’andamento sessuale che avevo sperimentato poco prima, ma con piaceri diversi, molto più intensi e incentrati a soddisfare meglio il legame affettivo che si era creato, più che quello fisico.
Ero così estasiata da toccare il cielo senza nemmeno alzare il classico dito. Non potevo trattenere la gioia solo per me. Rischiavo di fare il botto se non avessi al più presto esternato la mia felicità, dichiarato a qualcuno qual era il mio stato d’animo in quel preciso istante. - “ E con chi altri, se non con Sara, potevo confidarmi? ”.
Mentre scrivevo l’ SMS, durante una breve sosta, ottenuta per un dovere fisiologico, mi vennero in mente le condizioni dell’accordo verbale con la mia amica: - “Soltanto sesso a perdifiato, nulla di più, sino alla risoluzione finale del nostro patto”. Così, mi limitai a confidarle soltanto l’avvenuta perdita della verginità, confermando, anche se non ero più troppo convinta, la mia completa disponibilità a portare a compimento il nostro progetto.
MASSIMILIANO***
Nel breve attimo di solitudine, in attesa che Teresa tornasse dal bagno, mi sorpresi a fare progetti mirabolanti, pazzeschi, soprattutto perché nati dalla mente di una persona che, almeno per motivi di età, avrebbe dovuto vivere nel reale invece che dentro una fiaba, dove l’epilogo avrebbe potuto avere dei risvolti non solo enormemente pericolosi, ma perfino tragici. Pur consapevole di tutte le conseguenze, non riuscivo a diversificare i miei pensieri anzi, spaziavo in lidi lontani con lei al mio fianco, innamorata di me, come io stesso sentivo di esserlo nei suoi confronti. In luoghi dove nes-suno fa caso alla differenza di età, o almeno, non vi sia una legge che punisce questo tipo di reato.
“A che cosa stavi pensando? Mi sembravi pensieroso”, chiese, non appena rientrò in camera.
“A un’altra donna?”, seguitò mentre saliva sul letto, carponi, acquattandosi come fa la pantera prima di lanciarsi sulla preda.
“Assolutamente! Fantasticavo su come sarebbe bello trascorrere un periodo di vacanza insieme a te, dove ci si potrebbe amare alla luce del sole, senza le spiacevoli conseguenze che sappiamo bene esistere”, risposi, convinto di ciò che mi passava per la mente in quel preciso momento.
“Si, è vero … Sarebbe bellissimo!”, confermò lei, artigliandomi il ventre famelica, nonostante il riposo del guerriero.
“Pensandoci bene …: chi, può impedircelo …?”, chiese, con un dolce sorriso impresso sulle labbra.
“Forse, non per un tempo non lunghissimo, ma credo che, per almeno una settimana, io potrei assentarmi da casa. Posso chiedere a tua figlia di telefonare a mia madre e fornirmi una scusa per convincerla che resto a dormire da lei per qualche giorno”, propose, lì per lì, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
“Preferirei non coinvolgere Sara”, dissi serio, timoroso per ciò che sarebbe potuto accadere se mia figlia avesse intuito che fra me e la sua coetanea c’era un’intesa di carattere erotico.
“Allora devo interpellare una mia amica di Ostia. Prima di partire per la nostra vacanza dovremo fermarci da lei, almeno il tempo per comunicare a mia madre che sono arrivata a destinazione”, continuò con semplicità disarmante, mentre si trastullava con la mia appendice stanca, poco meno che agonizzante.
“Ti va l’idea, Max?”, domandò scivolandomi addosso fino a combaciare le sue labbra alle mie, soffocando in parte l’uscita già tanto travagliata del mio assenso: “Si …”, riuscii a dire, senza pensare minimamente alle conseguenze a cui avrei potuto andare incontro con una decisione così scellerata.
Il nuovo struscio, unito al fantastico sogno che si andava realizzando nella mia mente annebbiata, come credo altrettanto nella sua, influirono molto sulla mia capacità psichica.
“Allora, visto che anche tu sei d’accordo, domani partiamo?”, mi chiese, a brucia pelo, mentre io ero già sul treno del piacere, pur avendo ancora le valigie semi vuote.
“Sììì …”, mugolai, nell’incoscienza dovuta alla rinata eccitazione sessuale, inconsapevole per quale delle due motivazioni, il corpo di lei o il sogno fantastico che si stava concretizzando.
In pochi attimi di sfregamento, Tessi riuscì a portarmi in quella fase mirabolante di eccitazione che presenta il mondo come fosse una meravigliosa favola dove tutto ciò che ti contorna, diviene lecito, colorato come un enorme arcobaleno, e la vita quotidiana, con tutti i suoi lati negativi, si trasferisce agli antipodi, habitat in cui nulla potrà più nuocerti.
“Allora, devo escogitare una scusa plausibile da propinare almeno a mia moglie, visto che Sara si è recata qualche giorno in Toscana dalla sua amica. Poverina, cambiare aria le farà sicuramente bene! Se a casa ci fosse stata anche lei, mentire mi sarebbe stato molto più difficile. Quella birba della mia bambina, ha la capacità di leggermi nella mente”.
“Lo sapevo che Sara è in Toscana. In bagno, ho ricevuto un suo sms dove mi raccontava tutto. Sono contenta per lei. Aveva proprio bisogno di ritemprarsi un po’ prima degli esami, programmati per l’inizio del mese prossimo”.
“Certo che voi ragazze siete sempre più aggiornate di noi genitori”, mi lamentai, sbuffando, e non sicuramente per l’incomprensione fra i genitori e i figli, ma per le applicazioni salivanti che la “Mantide Religiosa” prodigava al mio sesso teso, bollente all’inverosimile.
“Si, è vero, ma soltanto perché noi siamo meno impegnate di voi; non abbiamo tutti quei vostri problemi che vi assillano. Ho notato però, che da quando ti stai dedicando a me, i tuoi pensieri, si sono adeguati hai piaceri della carne, mio bel stupratore …!”, rimarcò, piuttosto compiaciuta per avermi annoverato nell’ampia schiera dei pedofili.
TERESA***
Il suo viso, prima disteso, improvvisamente diventò rosso acceso e madido di sudore, mentre i suoi muscoli induriti in modo spasmodico, presero a vibrare all’unisono,tanto da indurlo a tendersi come un arco, deciso a penetrare la mia bocca posata sul suo membro quando ancora era inanimato.
“Oh, Tessi! Se non ti fermi subito, mi succhierai persino l’anima”, mugolò sbuffando come una vecchia locomotiva a vapore, senza riuscire a liberarsi dalla piacevole morsa avvolgente delle mie labbra.
Mai avrei pensato che sentirsi soffocare in un determinato contesto, potesse essere così gradevole ed eccitante allo stesso tempo. Infatti, il ruscello bollente che defluì copioso dal suo membro duro, si riversò sulla mia lingua con un impeto, a dire poco, incontenibile, costringendomi a deglutire per non rischiare di soffocare.
“Perdonami tesoro! >>, si scusò, mortificato per quell’atto che lui, forse, pensava mi fosse stato sgradito.
“E perché mai, Max …? E’ stato stupendo, meraviglioso gustare il tuo umore, lasciarlo scivolare dentro di me, miscelarlo al mio umore per poi restituirtelo quando unirai le tue labbra e la tua lingua al mio sesso”, lo rassicurai, senza tentennamenti, visto che era davvero rammaricato per ciò che era accaduto. Senza parlare, dopo avermi sollevata per i fianchi, mi posizionò in modo da potermi carezzare le natiche e l’interno delle cosce con l’indice e il medio, inumiditi abbondantemente, poi, senza avvisarmi, iniziò le leccarle con la lingua ruvida, molto piacevole, anche se contornava solo i lati esterni della mia natura, senza mai penetrarla, come io attendevo, o meglio mi auguravo con la più assoluta bramosia.
Quando finalmente ciò avvenne, tutto intorno a me divenne sfocato, mentre, una strana e cocente arsura, mi preannunciò l’arrivo di un orgasmo devastante, unico come intensità e durevolezza.
Tutto andava come avevamo previsto, pur se le suddette motivazioni mi facevano sentire un po’ a disagio. Sarebbe stato molto meglio non fossero subentrati sentimentalismi. Ma ormai, era proprio inutile drammatizzare. Magari, in un secondo momento, mi sarei ricreduta, e gli accadimenti attuali mi sarebbero apparsi meno inebrianti, molto più fisici che morali.
“Questa tua amica, è giovane come te?”, domandò curioso, Maxi.
“Sulla quarantina, mi pare. Non lo so, con precisione. Pensa che la conosco da quand’ero poco più di una bambina. Suo marito ha collaborato con mio padre nella realizzazione di molti programmi televisivi di grande successo”.
Allora, se conosce tuo padre, non è il caso che andiamo da lei >>, obiettò, allarmato, Massimiliano.
“Non temere, sono entrambi affidabili, specialmente quando si tratta di sesso”, lo rassicurai. - “Pensa che praticano persino lo scambio di coppia, e non soltanto”.
“Non soltanto …? E che altro”, chiese lui, curioso, “se è lecito saperlo?”.
“Talvolta, lui, le procura persino altri uomini, particolarmente ben dotati e di colore, al solo scopo di soddisfare le voglie di sua moglie. E talune volte, le porta anche delle donne, con degli uomini, o separatamente, in modo che soddisfi appieno quei momenti in cui, i suoi desideri lesbici, hanno la prevalenza su quelli eterosessuali”.
“Prestazioni pagate, suppongo …?”, chiese Maxi, atteggiando l’espressione all’evidente insito concetto.
“Il denaro fa la sua apparizione soltanto se Diana adocchia uno Gigolò che la stuzzica in modo molto particolare. Le donne recuperate dal marito, in genere, lo fanno per il puro piacere sessuale, oppure sono delle attricette che si prestano sperando di sfondare nell’ambiente cinematografico o televisivo, cosa che non si avvera mai …, o meglio, soltanto in rarissimi casi.
E’ pericoloso fidarsi di un’arrivista”, dice sempre la mia amica. “Spesso tradiscono senza pietà anche coloro che le hanno aiutate >>.
“Non immagini Maxi quanta perversione regna nel mondo dello spettacolo …! Non hanno alcuna difficoltà a riunirsi, ora a casa di uno ora dell’altro, in baccanali, dove i partecipanti amano fondersi fra di loro unicamente per interesse sessuale, per provare emozioni carnali nuove, oppure diverse dal tran-tran di tutti i giorni >>.
“Anche tu partecipavi a quei festini?”, chiese Maxi, mentre sul suo viso appariva una specie di smorfia di ovvietà, nell’attesa della mia risposta.
“Purtroppo, no! Anche perché l’ho scoperto soltanto l’anno scorso, l’ultima volta che sono stata a Ostia con mio padre, soltanto una settimana, poiché lui aveva degli impegni di lavoro a Roma.
Una notte, mi sono svegliata per il frastuono musicale che proveniva dal parco della villa dei nostri amici. Curiosa, mi sono affacciata alla finestra della camera da letto, e ho visto che la dependance più lontana dalla villa, era illuminata a giorno e piena zeppa di uomini e donne, tutti perfettamente nudi, e in atteggiamenti inequivocabili, al centro dei quali, su una specie di grande pedana, Diana, abbracciata ad una ragazza giovane, unite in un bacio saffico che ritenni conturbante, nonostante allora non avessi ancora avuto alcuna esperienza di questo genere. Il giorno dopo mi confidai con lei, e da allora, fra di noi è iniziata un’alleanza di cui non ho ancora usufruito pienamente, e perciò, come puoi intuire, da lei, come dal marito, avremo ogni sorta di complicità.
“Dopo quella notte, hai assistito ad altri baccanali di quel tipo?”.
“Si, ma non direttamente. Solo tramite il circuito televisivo istallato nella villa, il quale comprende anche due dependance situate nel parco. Pensa che dalla mia camera da letto situata nell’ala sud rispetto a quella assegnata a mio padre, riuscivo a dialogare con lui tramite un semplice televisore al plasma; bastava comporre il numero prestabilito sul telecomando e subito eravamo collegati fra di noi, così come con tutte le altre camere da letto, e persino con i servizi igienici, imitando in parte il più famoso “Grande fratello” tanto di moda oggi.
“Ti sarai fatta una cultura, frequentando quella gente, immagino?”, mi domandò serioso, Maxi, sempre più incuriosito.
“Soltanto visiva, però!”.
“Cos’era ad impedirti di partecipare attivamente ai loro giochi?”.
“Mio padre! Non mancava mai ai festini programmati, anzi, il più delle volte lui si esibiva con assoluto piacere in coppia con Diana >>.
“Spiavi anche lui?”, chiese Maxi, trasalendo, visibilmente preda dell’emozione dovuta alla libidine che lo stava travolgendo.
“In quella torre di babele, era impossibile scegliere immagini a senso unico, così, più volte, sono stata costretta a sopportare anche le sue performance!”, gli confessai, abbellendo con fantastici racconti scene erotiche a cui avevo assistito, spiando qua e là nelle varie camere, con l’ausilio dei monitor collegati al televisore centrale.
“Allora, se le cose stanno come dici tu, Tessi, andiamo pure a Roma …”, confermò, allettato molto probabilmente dalle mie particolareggiate descrizioni delle orge che si praticavano all’interno della tenuta degli amici della nostra famiglia; ma anche perché avevo accennato che lì avremmo trovato pure una mia intima amica, della mia stessa età, molto carina e soprattutto sempre disponibile, se si trattava di fare coppia con me, senza ovviamente confidargli che era sua Figlia.
Per ora, abbiamo fatto soltanto esibizioni saffiche, visto che anche lei, fino a pochi giorni fa, era ancora vergine. Ieri, tramite messaggino, mi ha confessato di essersi fatta sverginare in entrambi i sensi, perciò, penso che non vi saranno impedimenti a vivere una notte di sesso a tre, o magari in quattro, se anche lei porta un uomo, non credi?”, esordii, lasciandolo letteralmente esterrefatto, oltre che svolazzante sulle ali della fantasia erotica più sfrenata.
“Anche lei minorenne, allora?”, domandò, mostrandosi quasi meravigliato. “Non dirmi che magari ti dispiace …?”, lo incalzai io, volutamente. “ Nemmeno per sogno …!” rispose, beato.

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