Erotici Racconti

Sogno nero d'estate

Scritto da , il 2016-11-13, genere pulp

«Mi raccomando, tieni d'occhio tuo fratello. Che non ne combini una delle sue mentre siamo via.»
«Certo ma'!»
Il ragazzo abbracciò la madre e controvoglia le diede due baci. Ormai era grande per quelle sciocchezze da donne e tutte le volte era una sofferenza, ma lei era proprio irremovibile. Anzi, sembrava quasi che lo facesse apposta. A Philip non restava altro da fare che acconsentire.
Soddisfatta, la Signora Wilson passò a salutare il figlio minore Mark che, per quell'occasione, stava sull'attenti, tutto serio e impettito.
«E tu, mentre siamo via, riga dritto e dai retta a tuo fratello. Non voglio sentire mezza parola storta, quando torniamo. D'accordo?»
«Certo mamma!»
Il ragazzino non si scompose e rispose alla madre con piglio deciso. Si scambiarono un abbraccio e solo quando la madre gli scompigliò i capelli si fece scappare un sorriso.
Fu il turno del padre. Chiuso nel suo soprabito, che lo faceva assomigliare a un generale si avvicinò a Philip in silenzio e gli consegnò le chiavi di casa con aria grave e irreprensibile.
«Ormai sei grande. È giunto il momento che tu ti assuma le tue responsabilità e diventi l'uomo che sei. Questi giorni in cui saremo via Casa Wilson è tua. Devi averne cura come ne ho io, come ne avuta tuo nonno prima di me, e come ne hanno avuta tutti coloro che ci hanno preceduti. E come dovrai fare il giorno in cui non ci sarò più.»
Il primogenito non si fece impressionare dalle parole del padre. O, se successe, non lo diede a vedere. Rimase serio anch'egli, quanto e più del padre, e prese le chiavi dalla sua mano con un gesto solenne.
«Certo padre.»
Si scambiarono una forte stretta di mano ed il piccolo Philip sentì un moto d'orgoglio crescergli nel petto che faticò a tener sotto controllo. Dentro di sé era ben più che felice!
«Ricorda. Tua madre non è d'accordo, dice che è ancora non il tempo. Io non la penso come lei. Che non mi penta di questa scelta.»
«No pa', non te ne pentirai.»
Il Signor Wilson fece due passi, portandosi di fronte al figlioletto minore. Per lui era proprio impossibile nascondere la brama con cui guardava quel mazzo di chiavi e il prezioso ciondolo che vi era legato. Suo padre si accucciò davanti a lui e gli mise una mano sulla spalla con fare paterno e affettuoso.
«Tu sei ancora piccolo, ma, così come per me e tuo fratello, verrà anche per te il giorno in cui ti daremo le chiavi. E quel giorno, insieme a tuo fratello, dovrai portare avanti la casa, come ho fatto io con i vostri zii e come fecero i vostri nonni e bisnonni ancora prima.»
Sapeva che non sarebbe stato quello il giorno in cui le avrebbe ricevute, ma allo stesso modo ci aveva sperato. E ora, non poteva negarlo, provava una punta d'invidia per il fratello. Tenne lo sguardo fisso sul padre rimanendo in silenzio, annuendo solo con un cenno del capo a quelle parole.
«Dai retta a Philip come se fossi io. E guai, se quando torno, mi dirà che ti sei comportato male.»
Se possibile, il ragazzino s'impettì ancor di più. Facendosi tutto serio e corrugando la fronte, scambiò una stretta di mano con il padre e osservò in silenzio entrambi i genitori allontanarsi verso l'auto.
Quel giorno il sole splendeva alto e l'aria era rinfrescata da una leggere e piacevole brezza. E, secondo le previsioni, sarebbe durato per tutta la settimana successiva.
I due ragazzini osservarono il Signore e la Signora Wilson salire in auto e attraversare il vialetto lentamente, salutandoli con la mano finché il cancello non si chiuse. Era la prima volta che restavano in casa da soli. E quando finalmente l'auto fu lontana e lontana dalla vista, due fratelli si guardarono, seri e impassibili.
«Siamo soli», disse il piccolo.
«Siamo soli», gli fece eco il grande.
«Dai, prova le chiavi!»
«Non ce n'è bisogno. Se me le ha date papà funzionano.»
Mark si avvicinò al fratello, saltellando entusiasta.
«Ma sono le chiavi della Casa! Dai! Proviamole tutte!»
Per un attimo parve quasi che Philip si incupisse, ma alla fine si limitò ad allontanare il fratello con un gesto della mano, infastidito.
«Adesso andiamo dentro, più tardi magari.»
Il piccolo sapeva che non doveva far arrabbiare Philip. Se fosse successo e il papà l'avesse saputo, sicuramente sarebbe stato punito. Ed era l'ultima cosa che voleva. Abbassò il capo, mesto, e diede retta.
Nonostante questo piccolo incidente, il resto della giornata passò senza pensieri. Studiarono e giocarono insieme e delle chiavi non si parlò più. Mark perfino quasi se ne dimenticò. Ci penso ancora, per un momento, ma poi si fece l'ora di andare a dormire e cadde tutto nel silenzio.
Il piccolo Mark non poteva sapere da quanto tempo avessero spento la luce quando aprì gli occhi. Sapeva solo che era buio, così buio che non riusciva a vedersi la punta del naso. Il silenzio era assoluto, si potevano sentire gli animali della notte fuori dalla finestra. Le chiavi!
«Phil?»
Lo chiamò a bassa voce, piano piano, quasi temendo di svegliarlo. Nessuna risposta. Dormiva, sicuramente dormiva. Svegliarlo poteva significare una tirata d'orecchi. Tuttavia...
«Phil?»
Lo chiamò ancora, alzando un poco la voce. Da una parte aveva timore che si potesse arrabbiare, dall'altra sperava proprio che gli rispondesse, che gli facesse sentire di non essere solo. Era così buio!
«Phil?»
Provò ancora, un po' più forte. Nulla. Nessuno fece eco alla sua voce. Ogni volta che chiamava il fratello alzava un poco di più la voce, ma il fratello non gli rispondeva. Lentamente l'idea che fosse successo qualcosa a Philip presa forma nella sua mente e, oltre al timore per il buio, crebbe anche l'ansia per qualcosa di grave. Forse era successo qualcosa, magari stava poco bene e aveva bisogno. Proprio la sera in cui babbo e mamma erano partiti.
Mark chiuse gli occhi e respirò a fondo. Il buio non gli era mai sembrato così denso, il silenzio così pesante. Riusciva persino a sentire i battiti del proprio cuore.
«Philip?»
Questa volta lo chiamò con voce forte e decisa. Non poteva proprio non svegliarsi. Invece nulla. Attese ancora qualche istante, sperando di ottenere risposta. Magari si era svegliato e aveva bisogno di un attimo di tempo.
Aspettò.
Nulla. Doveva far qualcosa, non poteva restar lì immobile. Si mise a sedere e attese, sperando che il fratello si decidesse infine a farsi sentire e mettesse a tacere tutte le voci che aveva in testa.
In tutta risposta, un tonfo sordo e cupo rimbombò in tutta la casa.
Il cuore di Mark perse un colpo. Il fiato gli morì in gola.
I ladri! Dovevano esserci i ladri in casa. Suo fratello doveva averli sentiti arrivare, era andato a fermarli ed era stato...
No, impossibile! Forse l'avevano solo legato. Ma ora? Cosa fare ora? Avrebbe dovuto chiamare la polizia? Non si rese nemmeno conto che gli tremavano le gambe tanto quanto la voce.
«Phil? Sei qui? Phil rispondi...»
Parlò piano questa volta, per paura di essere udito dai ladri. Nulla. Aspettò invano ancora qualche istante e scese dal letto. Nessuna risposta. Almeno avrebbe verificato che fosse nel letto e stesse bene. Due passi. Silenzio, nessun rumore.
Di colpo la porta si aprì e il piccolo Mark fu investito da un fascio di luce. Il sangue gli si gelò nelle vene. Credette di morire.
«Cosa stai facendo?»
La voce di suo fratello era grave e seria. La piccola torcia elettrica non gli illuminava il volto, rendendo la situazione ancor più surreale e spaventosa. E lui restava lì, fermo sulla soglia della camera, come un sinistro giustiziere.
«Dov'eri?»
«Perché non sei a letto?»
Mark sapeva, dal tono di voce, che il fratello era molto vicino all'arrabbiarsi.
«Non rispondevi. Ho sentito un rumore. C'erano i ladri?»
«Quali ladri?»
«Non rispondevi, pensavo ci fossero i ladri e ti avessero picchiato.»
Il fratello maggiore chiuse la porta alle spalle. La torcia elettrica rimase l'unica fonte di luce mentre si avvicinava al proprio letto. Il tintinnio delle chiavi risuonò chiaro e distinto alle orecchie, seppur spaventate, del piccolo Mark.
«Non dire idiozie. Ora torna a letto.»
«Ma tu dov'eri?»
Il fratello sbuffò, infastidito, mentre s'infilava sotto il lenzuolo.
«In bagno.»
«La prossima volta dimmelo.»
Philip si addormentò senza rispondergli. Con l'animo inquieto Mark si rimise a letto e ben presto scivolò nuovamente nel mondo dei sogni.
Il giorno seguente non parlarono dell'incidente, per quanto l'atmosfera tra loro rimase tesa e incerta. Quando, in tarda mattinata, arrivò la nonna, l'aria cambiò. Davanti a un pranzo degno di re quanto accaduto nella notte sbiadì e scomparve. L'anziana signora restò con i bambini tutto il pomeriggio, facendoli studiare e giocare, preparò loro la cena e infine li mise a letto. Solo allora, dopo averli salutati entrambi con un bacio in fronte, chiuse la porta della camera e si ritirò in quella degli ospiti, dove era solita stare quando veniva a trovare i nipoti. Mark, quella sera, si addormentò felice e sereno.
Il buio era così fitto quando aprì gli occhi. Ci volle un lungo istante per capire se fosse realmente sveglio oppure si trattasse soltanto di un sogno.
«Phil?»
Chiamò piano, ma nemmeno questa volta ottenne una risposta. Possibile che si fosse alzato ancora? Trattenne il respiro. Il silenzio era così assoluto che quasi ne ebbe paura. Senza far rumore scese dal proprio letto e scivolò fino al fianco di quello del fratello.
«Phil?»
Aveva paura. Per un qualche, irrazionale motivo, aveva paura. E se il letto fosse stato vuoto? Dov'era andato? Senza sapere dove avesse trovato il coraggio per farlo, allungò una mano. Temeva il peggio. Forse aveva solo sognato male e ora avrebbe trovato Phil che dormiva. L'avrebbe svegliato, si sarebbe preso una sgridata, ma almeno avrebbe dormito sereno e tutto sarebbe tornato a posto.
E se invece ci fosse stato un mostro, una creatura orrenda e malvagia, come quelle delle storie e dei racconti?
Il cuore batteva velocissimo, così tanto da fargli male. La mano toccò il materasso. Si spense avanti, senza incontrare resistenza. Il letto era vuoto. Suo fratello non c'era. E ora? Probabilmente era semplicemente tornato in bagno. E si sarebbe arrabbiato molto se fosse tornato in quel momento e non l'avesse trovato nel suo letto.
In silenzio tornò sui propri passi. Ma quanto era lontano, in quel buio pesto, il proprio letto? Sembrava essere lontanissimo, non arrivare mai...
Finalmente scivolò sotto il lenzuolo, si raggomitolò su se stesso e in silenzio attese. Il sonno lo colse prima che il fratello fosse tornato. Nei sogni di quella notte, da qualche parte, lontano, tintinnarono delle chiavi.
La luce del sole invase la camera con prepotenza quando la nonna aprì la finestra, svegliandoli entrambi.
«Sveglia pigroni! La colazione vi aspetta!»
Mark osservò il fratello. Quando era tornato? Aveva la faccia così stanca...
Trascorsero la mattina a studiare sotto gli occhi vigili della nonna. Mark non aveva dimenticato, questa volta. Approfittò di un momento di distrazione dell'anziana parente per togliere gli occhi dai libri.
«Dove sei stato?»
Philip fece finta di non sentire.
«Dove sei stato questa notte?»
Il fratello alzò gli occhi dal quaderno. Sì, aveva davvero la faccia stanca, provata. Poche volte l'aveva visto così. Lo fissò con uno sguardo dure e severo.
«Non fare l'idiota, ero nel letto come te.»
«Non è vero.»
«Cosa ne sai tu?»
«Ho controllato, non c'eri.»
Il fratello di colpo si fece ancor più buio e lo fissò in un modo che Mark ne ebbe paura.
«Io ero, e sono sempre stato, nel letto. Una sola altra parola e dirò a papà che non sei stato bravo.»
L'argomento era chiuso. Una minaccia del genere era sufficiente per mettere a tacere qualsiasi discussione in condizioni normali. Per Mark, vedere il fratello rivolgersi a lui con quel tono e quello sguardo era un incentivo più che certo per non sollevare più l'argomento.
Poco dopo pranzo Philip salutò e uscì con gli amici. Sarebbe tornato per cena. Rimasto solo, Mark iniziò a pensare. Dove andava suo fratello durante la notte? E perché non voleva dirlo con lui? Addirittura lo negava?
Osservò la nonna, tutta presa dalle faccende domestiche. In silenzio si allontanò. Esplorò tutta la casa, persino lo studio del padre, dove a loro era proibito entrare, ma non riuscì a trovare una traccia da nessuna parte. Pensieroso, ma non sconfitto, tornò dalla nonna.
E allora? Dove andava suo fratello di notte?
L'unica alternativa era la cantina. Mark non era mai stato la sotto. Gli avevano detto più volte che fungeva da dispensa e da magazzino, ma a lui non era concesso di entrare perché vecchia, sporca e pericolosa per i bambini. In segreto aveva già tentato di entrare, ma la porta era sempre tenuta chiusa a chiave. Ma ora Phil le aveva tutte, sicuramente nel mazzo doveva esserci anche quella! Chissà quali tesori e meraviglie il padre custodiva oltre quella porta! Suo fratello l'aveva scoperto e non voleva dividerli con lui. Mark ora non aveva dubbi. Doveva essere così. La notte suo fratello si recava in cantina e si abbuffava di chissà quali leccornie e prelibatezze!
Nella sua piccola mente, Mark decise che l'avrebbe seguito. Se avesse colto il fratello con le mani nel sacco, Philip non avrebbe potuto fare altro che metterlo a parte del segreto, o lui avrebbe raccontato tutto a papà. Sorrise, contento e soddisfatto, e iniziò a pensare come fare per prenderlo in castagna.
Come prima cosa, decise, doveva arrivare a sera fresco e riposato, altrimenti si sarebbe addormentato e non sarebbe riuscito a seguire Phil. Così disse alla nonna che avrebbe fatto un riposino e fece per andare in camera sua. Prima di salire, però, gli venne in mente che, se avesse voluto seguire davvero il fratello, avrebbe avuto bisogno di una torcia. Ma quella per le emergenze la usava già Philip e non sapeva dove trovarne un'altra. A meno che...
Furtivo e silenzioso, passò dalla cucina. Secondo cassetto. Ecco la scatola di fiammiferi! Come se nulla fosse l'infilò in tasca e tornò sui propri passi. Cercando di rimanere impassibile, sia mai che la nonna sospettasse qualcosa, andò in camera e nascose la scatolina sotto il cuscino. Infine si mise a dormire.
Si ritrovarono tutti e tre a cena. E, come sempre, la nonna si dimostrò superlativa nel preparare la cena. Insieme, i due fratelli sparecchiarono e aiutarono a lavare tutte le stoviglie. Trascorsero la serata in sala, a guardare un film d'avventura mentre la nonna leggeva un libro giallo. Il tutto avvenne serenamente e Mark si guardò bene dal tenere qualche atteggiamento che l'avrebbe potuto tradire. Dentro di sé, tuttavia, già pregustava il momento in cui avrebbe sorpreso il fratello con le mani nel tesoro.
Finalmente a letto.
Mark finse di addormentarsi e attese. Chissà per quanto tempo avrebbe dovuto reggere il gioco, ma non aveva importanza. Sapeva che la pazienza sarebbe stata premiata.
Attese.
Nel silenzio della notte ogni rumore era amplificato. Mark era teso come una corda di violino. Suo fratello che si alzava lentamente e ancor più piano raggiungeva la porta sembrò un baccano assurdo. Si chiuse la porta alle spalle e sentì i passi allontanarsi. Il suo piano stava funzionando! I timori delle notti precedenti erano spariti di fronte all'agognata ricompensa di chissà quale bottino. Afferrò la scatola di fiammiferi e, con tutta la calma e la discrezione di cui fu capace, lo seguì in silenzio.
Regnava il silenzio in tutta la casa.
Riuscì vedere la luce della torcia di suo fratello giusto un attimo prima che girasse l'angolo e raggiungesse le scale. Mark fece per accendere un fiammifero per poterlo seguire più velocemente, ma si trattenne all'ultimo. Certo, era buio e non vedeva praticamente nulla. Ma se avesse acceso una luce proprio ora sarebbe stato scoperto subito e un disastro assicurato. No, doveva aver pazienza, muoversi con cautela.
Camminò a tentoni nell'oscurità. Conosceva la casa, sapeva dov'era la cantina, ci sarebbe arrivato anche senza luce.
Scese al pian terreno. Ormai aveva perso di vista suo fratello. Grazie alla luce della torcia, Philip riusciva a procedere più spedito di Mark, ma era solo questione di tempo prima che questi lo raggiungesse.
Ecco le scale che portavano alla cantina!
Mark si sentì pervaso da un misto di timore, paura ed eccitazione. Suo fratello era la sotto ad abbuffarsi di chissà quali bontà e presto ci sarebbe stato anche lui!
Iniziò a scendere le scale lentamente. I gradini erano vecchi, consumati e scivolosi. Meglio evitare un capitombolo proprio ora e avanzare adagio.
Ogni passo sembrò richiedere un'eternità.
Ogni gradino parve infinito.
Con il cuore che martellava nel petto, finalmente le scale finirono. La porta era dritta davanti a lui. Fece per mettere la mano sulla maniglia, ma qualcosa lo trattenne.
Voci.
Sì, ne era certo, c'erano delle voci. C'era qualcuno, oltre suo fratello, oltre quella porta. Una era chiaramente quella di Philip, ma le altre faceva fatica a sentirle, erano confuse e indistinte. Suo fratello aveva portato gli amici in cantina! Papà sarebbe andato su tutte le furie se l'avesse scoperto! E questo dava a Mark un vantaggio non da poco. Ma come aveva fatto a farli entrare in casa senza che la nonna se ne accorgesse? Ci sarebbe stato tempo per saperlo una volta superata la porta e raggiunti i ragazzi.
Sorrise soddisfatto e tronfio, pronto ad aprire, ma all'improvviso calò il silenzio.
Possibile che l'avessero sentito?
Gli venne il panico. Se l'avessero trovato lì sarebbe stato un disastro. Recuperò i fiammiferi dalla tasca e, usandone uno dopo l'altro, tornò frettolosamente nel suo letto.
Il giorno seguente trascorse normale. Se non fosse altro che Mark passò tutto il tempo a darsi del fifone e del codardo.
«Ma questa sera», si ripromise, «andrà diversamente.»
E così fu.
Esattamente come la sera precedente, Mark aspettò in silenzio che il fratello si allontanasse e lo seguì. Questa volta giungere davanti alla porta della cantina fu molto meno spaventoso, quasi una passeggiata. Quando ci fu davanti, il piccolo sorriso soddisfatto. Ora la maniglia era lì, che lo chiamava e lo tentava.
«Dio, ti prego, fa che la porta non cigoli.»
Quando si mosse sui cardini nessun rumore incrinò il silenzio. Ringraziando Dio per aver ascoltato la sua preghiera, si chiuse la porta alle spalle, senza rendersi conto che era tutto troppo silenzioso. Solo le voci, in lontananza, in fondo alla cantina.
Il buio era fitto, persino più fitto di quello della sua camera da letto.
Si sentì il cuore in gola. Pareva quasi che le tenebre gli si infilassero nel naso e gli rendessero faticoso persino il respirare.
Accese un fiammifero. Era solo un'impressione, o faceva meno luce della sera precedente?
Cominciò a camminare, lentamente, per non fare rumore.
La cantina era grande, più di quanto si fosse aspettato. Un lungo corridoio a cui lati si aprivano delle camere, seppur aperte e senza porte. Sembravano piene di mille cose, ma piccola e timida luce del fiammifero non arrivava a gettar chiarore e Mark ora non aveva né tempo né voglia di indagare: doveva raggiungere suo fratello.
Quando si spense la fiamma, le tenebre si avventarono su Mark senza attendere un attimo.
Fu quasi con uno strano verso d'avversione che l'oscurità si ritrasse di fronte al nuovo fiammifero, quasi come se gli volesse far capire che non era il benvenuto. Mark sentì un brivido attraversargli la schiena, ma si fece coraggio e riprese a camminare, guidato solo da quel vociare distante.
Pochi passi e il pavimento iniziò a scendere verso il basso. Le tenebre si aprivano davanti a lui con fatica e veloci si richiudevano al suo passaggio.
Si girò indietro pensando, per un attimo, di rinunciare a questa folle impresa. Ma si trovò la strada sbarrata da un muro di tenebra. Sembrava che nemmeno davanti alla luce del cerino l'oscurità arretrasse. Un muro denso e palpabile di semplice nero gli bloccava la strada. Non aveva altra scelta che continuare.
Aveva paura. Non sarebbe dovuto scendere qua sotto, sarebbe dovuto rimanere nel suo letto. Almeno le voci erano sempre più vicine e le avrebbe presto raggiunte.
Pochi passi e i piedi si bagnarono. Non se ne accorse per il rumore, che non ci fu affatto. Se ne accorse per il freddo e la sensazione di bagnato. In quel momento il fiammifero si spense.
Ne accese un altro e si guardò i piedi.
Acqua. Scura come la pece. Come poteva esserci tanta acqua sotto casa? Il papà lo sapeva? Avrebbe dovuto dirglielo.
Una voce si levò sopra le altre e richiamò l'attenzione di Mark. Doveva sbrigarsi. Riprese a camminare, più camminava più il livello dell'acqua si alzava. Era davvero così strano che ce ne fosse così tanta, sicuramente suo padre doveva saperlo. E suo fratello? Come aveva potuto invitare gli amici la sotto?
Un altro fiammifero.
Le voci arrivavano dall'ultimo ambiente sulla sinistra. Non gli restava altro da fare che girare l'angolo. L'acqua ormai gli aveva superato le caviglie ed era arrivata al polpaccio. Il freddo gli era entrato nelle ossa. E paura. C'era troppo silenzio, troppo buio. Perché era sceso qua sotto?
Gettò il fiammifero e ne accese un altro, per esser certo di aver più luce.
Fece un respiro profondo per prendere coraggio.
Girò l'angolo.
Un vicolo cieco.
Non c'era suo fratello. Non c'era nessuno.
Di colpo, sulla parete di fronte a lui uno, cento, mille volti arrabbiati e furenti presero forma, parlando in lingue incomprensibili.
Il fiammifero si spense con un sibilo sinistro.
E allora si rese conto che quella attorno alle sue caviglie era troppo densa per essere acqua. Cosa stava succedendo? Dove si era infilato suo fratello?
Con mani tremanti e il cuore in gola, accese un fiammifero.
Abbassò lo sguardo lentamente. Il fiato gli si mozzò in gola. Non era acqua quella in cui era immerso. Era sangue. Sangue vermiglio, scuro e denso.
Pensò subito a Philip. Ma ce n'era così tanto che non poteva essere il sangue di un solo corpo.
Le voci erano scomparse. I volti erano scomparsi. Al loro posto una donna, che lo guardava con maligno amore e lo chiamava a sé mentre il sangue aumentava.
Aumentava sempre più, avvinghiandosi alle sue gambe come un polpo, continuando a salire. O forse lo stava trascinando verso il basso?
La piccola fiamma gli scottò le dita e d'istinto lasciò cadere il fiammifero.
Le tenebre calarono su di lui.

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