L'arma più crudele è l'amore

Scritto da , il 2015-10-19, genere gay

Prese il piccolo sacchettino che teneva nel cassetto delle mutande e lo poggiò sul tavolo.
Sistemò li accanto un piattino, uno di quelli delle tazzine per il caffè.
Fece uscire un po' di polvere bianca dal sacchettino e la sistemò con la carta dell'università.
Due righe quasi perfette, due rette parallele, che non si sarebbero mai incontrate, se non per fottergli il cervello.
Si abbassò sul piatto. Si tappò la narice sinistra e tirò su la prima striscia.
Rivolse la testa all'indietro. Potei vedere la sua bellezza in quel momento.
I capelli neri che ricadevano all'indietro, i suoi zigomi squadrati, il pomo d'Adamo coperto da una leggera peluria della barba, il braccio che penzolava accanto a lui, muscoloso, anche se non so come con tutta quella roba. Poi scendendo per il petto e l'addome, coperti dalla canottiera larga, i suoi slip, blu elettro e li le sue gambe possenti e leggermente coperti di bellissimi peli scuri.
Poteva essere un dio greco sceso per far patire milioni di cuori, ma lui, faceva patire solo il mio.
Rimase in quella posa alcuni minuti, toccandosi ogni tanto. Gli veniva sempre duro dopo aver tirato.
A volte mentre si imbottiva, glielo pompavo sotto il tavolo, dei bei lavoretti di bocca li chiamava lui. Mi bloccava la testa con la mano e spingeva fino a che la sborra non mi inondava la gola e mi soffocasse, poi se ancora non passava, mi strappava i pantaloni e mi fotteva li sul tavolo, un paio di volte è successo anche davanti a i suoi amici, i quali si sono sentiti autorizzati a sborrarmi in faccia segandosi allegramente. Potevano schizzarmi, ma non toccarmi. Nessuno poteva toccarmi. Solo lui.
“Hey”. Disse senza muovere la testa.
“Vieni qui”. Continuò.
Io ero al tavolino col portatile a scrivere la mia tesi.
“Cosa vuoi ora”. Dissi.
“Succhiamelo un po'”.
“Non ne ho voglia e ho da finire la tesi”.
“Andiamo troietta, lo so che ti piace succhiarmelo”.
“Perché per una volta non me lo succhi tu eh?”. Dissi alzandomi e calando i pantaloni.
Tirò su la testa e mi disse sorridendo: “Te lo succhio a modo mio però”.
Mi ritirai su i pantaloni e mi ributtai sul divano.
“Cos'è? Non ti va nemmeno di fartelo succhiare?”.
Si alzò dalla sedia e venne verso di me barcollando.
“Andiamo, non te lo succhio da un po', non mi ricordo nemmeno il suo sapore, dammelo un po' tesoro”. Disse dandomi un bacio sulla guancia.
Lo guardai, era completamente andato.
“No, va in camera e dormi”.
Cominciò a ridere.
“Ho preparato un'altra striscia, col cazzo che vado a dormire, e poi ora, a causa tua l'ho anche duro”. Disse abbassandosi gli slip.
“Lo vedi? Eh? Lo vedi? Come cazzo faccio io ora? Sto con un modello e non vuole neanche scopare”. Disse imitando il verso dell'atto.
Vedendo il suo cazzo duro e venoso davanti a me, non posso dire che non mi sia presa voglia, ma ero fermo sul mio punto. Non avrei scopato con lui quella sera.
Si buttò sul divano, mettendo la testa sulla mia gamba.
“Andiamo, lo so che ti piace fartelo succhiare e mordicchiare, mi ricordo quella volta in autogril dove da un pompino mi fottesti come una vacca in calore, per poco non ci beccarono”.
Disse poggiando una mano sul mio cazzo semi duro.
“Sto scrivendo”. Dissi spostandogli la mano.
Si alzò dal divano e si tolse anche la canottiera.
“Lo vedi questo?” Disse indicando un piccolo tatuaggio sotto il cuore.
“Non scoperemo solo perché ti sei tatuato la mia iniziale sotto il cuore, ti dissi di non farlo”.
“Cristo!”. Urlò lanciandomi la maglia.
Mi chiuse il portatile e mi sbatté sul divano tirandomi via i pantaloni.
Sapeva che mi piaceva violento, sapeva che non avrei resistito ancora per molto.
Mi strappò letteralmente le mutande e cominciò a succhiarmi il cazzo come se dipendesse dalla sua vita.
Sentivo la lingua passare dalla cappella all'asta, sentivo i suoi denti schiacciarla con una leggera pressione, sentivo la sua mano sulle mie palle.
Gli presi i capelli in mano e gli strinsi forte pigiandogli la testa sul cazzo fino a che la cappella non gli entrò in gola.
Si staccò subito tossendo e con le lacrime agli occhi, si girò verso il tavolo e prese il piattino tirando la seconda striscia.
In quel momento gli mollai un ceffone in pieno viso, ma lui mi sorrise e riprese il suo lavoro di bocca.
Cercavo di staccarlo, di non farglielo più prendere in bocca, ma nulla, era eccitato, era una bestia.
Gli tirai un calcio sulle palle, ma a quanto pare non lo sentì o se lo sentì gli piacque. Gli tiravo la testa dai capelli per staccarmelo di dosso ma nulla.
Poi un attacco di ira lo staccò dal mio cazzo.
Mi saltò alla gola strozzandomi.
“Se ho voglia di scopare, scopiamo, hai capito?!”. Mi urlò in pieno viso, la sua saliva mischiata ai miei liquidi mi cadde sulla guancia. Non riuscivo a respirare, non riuscivo a parlare. Avevo le mani su i suoi polsi, ma lui non mollava la presa.
“Se io voglio succhiare il cazzo al mio ragazzo lo succhio e lui se lo fa succhiare fino a che la sborra non mi riempie la bocca e comincia a colarmi sulla barba ok?”.
Feci di si con la testa e cercai di prendere aria ma niente.
Le lacrime mi salivano agli occhi, sicuramente ero diventato un piccolo palloncino rosso.
Poi lentamente cominciò a lasciare la presa, e tolse una mano.
Presi un bel respiro, la gola mi bruciava da morire.
Mi fissò negli occhi, quei suoi grandi occhi azzurri, completamente arrossati per droga e stanchezza.
Mi divaricò le gambe, e li sapevo già cosa voleva. Cercai di richiuderle, ma fu inutile, si sputò sulla mano e me la passò sul buco. Poi rifece lo stesso gesto e se la passò sul cazzo.
Non gli davo il culo da due settimane. Non gli succhiavo il cazzo da una settimana, oramai si faceva solo seghe guardandomi mentre ero a letto, schizzando sulle lenzuola per poi mettersi a dormire accanto a me, nudo con ancora la sborra sulla cappella sporca.
Sentì la sua possente cappella poggiarsi sul buco e cominciare ad entrare sotto la sua spinta.
Cercavo di liberarmi, gli davo calci, cercavo di dargli pugni, ma nulla, era più grosso di me.
Sentì la prima botta che bruciò. Ero largo si, ma con la forza fa sempre male.
Urlai, forte, e lui mi tappò la bocca.
Oramai la mia eccitazione era svanita.
Cominciò a fottermi come una qualsiasi troia di strada, colpi sempre più forti e decisi, e nel mentre mi guardava sempre negli occhi.
Continuò per pochi minuti, poi tolse il cazzo da dentro di me.
Si guardò il cazzo e rise.
“Hai anche il mestruo come una puttana ora?”. Disse portandomi il cazzo sul viso.
La cappella era coperta di piccole macchie rosse. Con la mano controllai subito e sentì bagnato, più del solito, mi guardai le dita e vidi il rosso.
Lui se la rideva accanto a me continuando a segarsi.
Uno schizzo caldo mi colpì la guancia segnata dalle lacrime. Poi un'alta, e così ancora. Non avevo la forza di muovermi, ero paralizzato. Era stato violento prima si, ma mai così. Era la prima volta che rideva vedendomi soffrire.
Appena finì la sborrata si buttò sul tappeto accanto a me ansimante.
Io ero ancora a fissarmi la mano insanguinata, con le lacrime che mi scendevano dagli occhi e si mischiavano alla sua sborra.
“Piaciuto amore?”.
Amore, la prima volta che mi aveva chiamato così eravamo appena entrati in quell'appartamento, un anno dopo il nostro primo incontro.
Prima non era così, era diverso. La polvere lo aveva reso la bestia che era, la sensazione di brio. Ed io mi facevo di lui, ne ero dipendente, non potevo farne a meno. Provavo ad oppormi ma ci ricadevo sempre.
“Ora facciamo sborrare questo bel cazzone”. Disse riprendendo a succhiarmelo.
La mia mente non voleva che si riprendesse, e così su per i primi due minuti, ma poi l'ormone prese il controllo.
Sborrai dopo molto tempo, e lui continuò a succhiarmelo, senza mai staccarsi.
Appena sentì la prima ondata di sborra si staccò e diresse il flusso sul mio corpo.
Si alzò e riprese a ridere fissandomi.
“Lavati che sembri una puttana di strada”.
Andò via e sentì la porta di camera chiudersi.
Mi alzai dopo venti minuti dal luogo dove la persona che amavo mi aveva appena stuprato.
Tolsi la fodera al cuscino dove era caduto il mio sangue e lo portai in bagno.
Cominciai ad insaponarlo e lavarlo fino a che non vidi che la macchia era sparita.
I miei occhi erano ancora gonfi di lacrime e la gola bruciava ancora.
Mi vergognavo del fatto che era riuscito a farmi eccitare e venire dopo quello che mi aveva fatto.
Guardai lo specchio del bagno e scoppiai a piangere davanti alla mia stessa figura.
Avevo i segni delle sue mani, un tempo amorevoli, intorno al mio collo. La sua sborra secca sulla mia guancia e sulla gamba una striscia di sangue dove lui mi aveva ucciso.
Mi infilai in vasca e aprì l'acqua calda, mettendomi in posizione fetale e piangendo.
Volevo affogarmi la dentro, lo ammetto. Era stata l'umiliazione della mia vita.
Ma decisi di non farlo, di non farlo passare per la vittima abbandonandolo no, mi sarei ripreso e me ne sarei andato la mattina seguente.
Non andai a dormire in camera con lui, rimasi sulla poltrona tutta la notte, guardando dalla finestra lo spuntare del sole. Alle 8 comincia a radunare le mie cose. Presi il portatile, i libri e tutto il resto, poi andai in camera, era li disteso nudo sul letto, non mi sentì neanche.
Presi i miei vestiti e li buttai in un sacco nero. Lo chiusi e lo portai sulla spalla.
Mi voltai a guardarlo un ultima volta. Lasciai il sacchetto e mi avvicinai.
Non respirava.
Non aveva battito.
Era andato.
La droga lo aveva portato con se.
Il cuore mi si spezzò, ma allo stesso tempo ero libero.

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