Amore saffo

di
genere
saffico

AMORE SAFFO
L'ultima settimana di ottobre era appena iniziata.
Era quasi ora di cena. La strada era libera, stranamente libera, affascinante nella sua inusuale stranezza, dai colori vividi sotto i Led dei lampioni, come in un film.
Giunti al Piazzale Delle Nazioni Unite vidi le luci blu dell'auto della polizia e rallentai senza far percepire che prima stavo correndo oltre il limite.
Entrai nel semicerchio est della piazza e chiesi a Lilly di scendere per chiedere ai poliziotti come potevamo accedere all'altro lato della Cristoforo Colombo per accompagnare la nostra ospite.
In quei giorni stavano allestendo per una gara e tutto il lato ovest della Cristoforo Colombo era stato transennato senza dare il tempo ai sistemi di navigazione di aggiornarsi grazie alle provvide segnalazioni degli utenti.
Lilly scese dal sedile posteriore e dallo specchietto la vidi camminare sull'asfalto nero bagnato, con le sue scarpe coi tacchi rosse e la gonna lunga che brillavano insieme ai riflessi delle luci dei semafori.
Accanto a me, sul posto del passeggero, Isabella la guardò allontanarsi dallo specchietto laterale destro. Il cielo scuro con poche striature ancora di luce serale, l'architettura neoclassica di quella piazza, l'auto sportiva e i poliziotti, tutto mi faceva pensare ad un film di spionaggio. Lo confermava il fatto che stavamo sbirciando dai retrovisori e che, in effetti, eravamo dopotutto persone con qualcosa da nascondere o meglio, qualcosa della quale non parlare. Un piccolo segreto costruito solo da poco più di due ore.
Io e Lilly avevamo raggiunto Isabella nel suo studio poche ore prima, alla fine della sua giornata lavorativa che, in effetti, era proseguita con noi.
Isabella avrebbe compiuto sessantacinque anni di li a poco e voleva vendere il suo studio, ritirarsi a vivere in campagna o altrove e cedere quello spazio dove per oltre vent'anni aveva gestito la sua attività professionale.
Ci aprì la porta, all'ultimo piano attico di una palazzina di via dell'Umanesimo, una bella signora con i capelli di un rosso vivido, una tintura bizzarra che evidentemente richiamava il colore originale a giudicare dai suoi occhi verdi e brillantitipici dei rossi di pelo.
"Buonasera Isabella, io sono..", tentai di dire sorridendo e porgendo la mano, ma fui subito interrotto.
"No no, io sono Beatrice, Isabella è la mia compagna, venite andiamo da lei, accomodatevi", e senza andare oltre nel chiedere i nostri nomi, ci fece strada lungo la vetrata che affacciava sullo slargo dove c'è l'ospedale di quella zona.
Ci fece accomodare in un salotto elegante tipico più di un prestigioso studio legale che di uno studio medico e si scusò per non poterci offrire un caffè.

"Abbiamo terminato le cialde! La segretaria.. Isabella l'ha licenziata il mese scorso e nessuno ci pensa più. Le avevo detto di non mandarla via, ma Isabella quando decide una cosa...", si giustificò sedendosi di fronte a noi in una posa elegante, con le gambe piegate tutte da un lato ed un gran sorriso.
Indossava una camicia giallo senape di seta con un foulard e un giro di perle al collo, una gonna a balse verde molto lunga e delle ballerine di velluto che richiamava il colore della camicia. Sorrideva sincera ed io la trovai affascinante.
Indugiava su Lilly con lo sguardo sorridente e la vidi scorrere con gli occhi l'intera figura della mia amica. Lilly, una mora di tutto altro stile quarantenne, con la sua frangetta ed il caschetto, sembrava al cospetto di quella che poteva sembrare una zia, più che sua madre.
"Anche lei è un medico?", le chiese Lilly.
"Si, io sono una psicoterapeuta, ma non voglio andare in pensione, non ancora. Mi diverte troppo lavorare e seguire i miei pazienti, ancora provo gioia nel fare il mio lavoro", disse in modo talmente sincero da ispirarmi, positiva e felice.
"Ma dovrò cercare un altro Studio, perché la mia stanza è quella, vede?", disse indicando una porta alle sue spalle.
"Ah, scusate, ma voi siete qui per acquistare l'appartamento, invece di starmene qui seduta posso iniziare a mostrarvelo, mentre Isabella termina la sua visita", e si alzò sistemando con due gesti la gonna, stirandola lungo le gambe che, lo si intuiva, dovevano essere belle ed eleganti, di una carnagione chiara, visibile attraverso le calze delicate color carne.
Lilly si alzò sui suoi tacchi rossi, la vita stretta dalla sua giacca nera che faceva da push-up al suo seno non grande ma che lo faceva sembrare tale e mi fece un gesto come per dirmi "hai finito di flirtare, ti vuoi alzare?".
Beatrice ci mostrò la stanza delle sue sedute ed io me ne innamorai: due vetrate affacciavano ad est e in lontananza si distingueva il vulcano laziale, ovvero banalmente "i castelli romani", che erano illuminati di arancio per il sole al tramonto. La stanza era rivestita da una boiserie in legno degli anni sessanta come tutto l'appartamento del resto, con librerie e armadi su misura e alla parete vi erano stampe e quadri che richiamavano scene di un fine erotismo, corpi di uomini e donne in atteggiamenti sessuali non espliciti, stampe in bianco e nero soprattutto.
"E' una psicoterapeuta sessuale", le dissi mentre guardavo i volumi ben sistemati su una libreria a parete e scorrevo le dita sui dorsi dei libri.
"E sono quasi certo, a giudicare dalle figure rappresentate, che quella stampa è una illustrazione de La Filosofia Del Boudoir di De Sade", aggiunsi per sembrare colto, osservatore, intelligente: si, stavo flirtando.
"Che attento osservatore... come ha detto di chiamarsi?", mi disse con lo sguardo ravvivato dalla citazione di De Sade.
"Roberto, e lei è Lilly", aggiunsi senza specificare se fosse compagna, moglie, fidanzata, perché eravamo insieme solo da pochi mesi.
Beatrice porse la mano a Lilly e si scusò di non aver fatto le presentazioni prima.

"Amo questa stanza, se acquistassi lo studio, le prometto che non cambierò nulla e che potrà venire a rivederla ogni volta che vorrà, comprerò io le cialde del caffè", dissi scherzando e provocando una risata della donna, che però infastidì Lilly. Gelosia, chiaro.
La risata attirò l'attenzione di Isabella che intanto aveva accompagnato la sua ultima ospite alla porta. Indossava ancora il camice bianco sopra un pantalone di pelle attillato e un dolcevita stretto rosso. I capelli cortissimi e arruffati, di un biondo artificiale, lasciavano intendere uno spirito forte. In quella coppia doveva essere lei quella che, letteralmente, portava i pantaloni. Sessantacinque anni di fascino, Isabella era, anzi, è, una ginecologa.
Ci stringemmo la mano e faremmo le presentazioni.
"Praticamente lei le cura nel corpo e lei si occupa della mente, ma sempre intorno allo stesso articolo", scherzai riferendomi in modo ovvio alla vagina. Risi della mia battuta, Lilly storse la bocca e le altre due si guardarono divertite dal mio essere fuori dalle righe.
"Il mondo ruota tutto intorno alla fica, mio caro", disse in modo del tutto inaspettato Isabella, stavolta provocando le risate generali, generali tranne Lilly che rimase impietrita, dritta sui tacchi.
Che coppia divertente stavamo incontrando.
Mi trovai in quella situazione nella quale respiri il piacere di stare con persone con le quali immagini di poter discutere di ogni cosa senza misurare le parole, di esplorare le idee.
Ero, però, accompagnato in quel momento da una donna che non riusciva a trarre piacere dalle situazioni che non fossero quelle standard e che soffriva quando la realtà intorno a se usciva dal percorso standard e, soprattutto, quando non era al centro dell'attenzione.
Il suo atteggiamento infastidito e giudicante, pur non espresso verbalmente, mi appariva chiaro come se avesse scritto in faccia "lesbiche di merda".
Ed era per quel motivo che dopo qualche tentativo dall'inizio del nostro rapporto, non le avevo mai più proposto di fare sesso trasgressivo, non era assolutamente possibile nemmeno parlarne di farlo in tre o quattro.
In ogni caso quello studio era fantastico: c'erano tre stanze, due bagni e il salottino elegantemente arredati. Quindi, mi dichiarai interessato all'acquisto.
Isabella intervenne con una novità.
"Devo dirle che ci abbiamo ripensato, preferiremmo darlo in affitto, perché la nostra storia d'amore è nata qui e inoltre Bea vuole ancora lavorare. Pensavamo di affittare le altre due stanze", dichiarò onestamente.
"Isabella mi ha sedotta li, nel suo studio, durante la mia prima visita ginecologica con lei", intervenne Beatrice.
Ebbi una scossa all'inguine e mi girai a guardare la poltrona da ginecologa immaginando quella donna, probabilmente all'epoca quarantenne, a gambe aperte e Isabella che la visitava e poi la faceva sua.
"E andata proprio come sta pensando, Roberto", disse Isabella risvegliandomi dal mio temporaneo trans mentale.

Beatrice fece dei piccoli movimenti impercettibili con le gambe che non sfuggirono alla coda del mio sguardo, così come mi accorsi che gli occhi di Isabella si erano stretti: una era eccitata e si stava bagnando, l'altra sentiva l'odore del sangue e mostrava il suo sguardo da predatrice instancabile.
Le persone si capiscono nei primi minuti, oppure non si capiranno mai più nella vita. Io ed Isabella stabilimmo li, in piedi, una forte complicità.
Lilly era del tutto fuori dal gioco, se ne stava li sui suoi tacchi alti e rossi, con le sue forme perfette e l'aria di chi "sono troppo fica e faccio cose troppo fiche per perdere tempo con queste due vecchie lesbiche".
"Bene, allora non rimane che pensarci, l'affitto non lo avevo contemplato, ma lo studio è davvero bello e di impatto sulla clientela", dissi rivolgendomi alla signore.
"Tu Bea, resti ancora qui?", chiese isabella rivolta alla sua compagna e poggiando una mano sul mio avambraccio per prevenire la mia frase successiva di saluto e commiato, come a dire "aspetti un attimo".
"Si, devo scrivere, ti raggiungo a casa. Forse Roberto e Lilly possono accompagnarti alla stazione dei taxi", rispose Beatrice sorridente.
"Dove deve andare, Isabella?", chiesi in modo gentile.
"Viviamo a Monteverde vecchio, ma mi può lasciare all'obelisco qui vicino, mi sarà più facile prendere un taxi", concluse.
Salutammo Beatrice che porse la mano a Lilly accompagnandola con un "spero di rivederla presto cara" mentre al mio baciamano fece seguire due baci profumati sulle mie guance che mi diedero modo di respirare il suo Chanel N°5.
In ascensore con Isabella c'era imbarazzo e silenzio, Lilly mi sembrava turbata, sebbene non lo desse troppo a vedere.
Saliti in auto inserii la prima destinazione di Monteverde che mi veniva in mente sullo schermo dell'auto e il navigatore mi diede un orario improbabile: cinquanta minuti.
"Ma che succede?" esclamai.
"È questa cavolo di maratona, staranno transennando le strade che vanno da quella parte." disse Isabella indicando ovest.
"Ma le basta lasciarmi ai taxi Roberto, non dovete accompagnarmi, a meno che non siate di strada", disse Isabella.
Ma io volevo prolungare quella conversazione. Lilly le aveva offerto di sedersi davanti per educazione e Isabella, da donna dominante, aveva accettato subito, sorprendendola. Vedevo il suo volto dallo specchietto retrovisore, bello ma, alla fine, non più imbronciato.
All'imbocco della Cristoforo Colombo realizzammo che solo la corsia in direzione centro era ancora praticabile, ma non c'erano auto, perché probabilmente il traffico era stato deviato all'altezza del palasport.

L'atmosfera era surreale, a coronamento di un pomeriggio di quelli che ricordi. I colori, i personaggi fuori dal comune, straordinari. Ed ora questa arteria cittadina tutta per noi. La nostra auto scivolava silenziosa e tutto sembrava perfetto. Arrivammo in Piazza Marconi e dei taxi non c'era nemmeno l'ombra.
Del resto, chi avrebbero potuto servire ormai, con le strade bloccate? E fu da li che in pochi secondi ci fermammo per chiedere ai poliziotti dove fossero.
Isabella approfittò dell'assenza di Lilly per parlarmi.
"State bene insieme, siete felici, Roberto?", chiese guardando ancora dal retrovisore destro Lilly che si dirigeva verso l'auto della Polizia.
"La scusi Isabella, è che è una bacchettona, un po' rigida nei suoi principi", risposi.
"Non mi ha risposto però. E' sicuro che la sua donna sia una bacchettona?" mi incalzò guardandomi fisso con uno sguardo indagatore.
"Cosa le manca, ad esempio, cosa desidera ora?", mi provocò.
Isabella non sapeva dei mie trascorsi ed attitudini libertine, decisi di rivelarmi perché potesse avere il quadro completo, per onestà.
"Sono un libertino ed ho appena terminato una storia di due anni con una donna che ha deciso di sposarsi e fare figli, ma con la quale oggi con lei e Beatrice ci saremmo fatti delle grandi risate. Sono sicuro che Anna si sarebbe eccitata immaginando lei che seduce Beatrice sulla sedia del suo studio. Ecco, mi manca questa libertà di dire, di esprimere, senza giudizio.", le dissi in un soffio, sentendo che la connessione tra di noi si era attivata senza nessuno sforzo.
Isabella non rispose, rimase ad osservarmi con la testa inclinata, una mano sotto il mento, con un sorriso non malizioso, ma cercando le parole adatte ad una risposta.
Poi, mi sorprese:
"La sua Lilly non è una bacchettona. Anche Lilly era eccitata oggi".
Lo disse con voce calma e consapevole, un tono che non consentiva repliche. Lei lo aveva semplicemente detto dall'alto della sua esperienza.
Contrassi le labbra nel tipico broncio che esprime un dubbio, ma non parlai. Guardai nello specchietto i poliziotti che si dilungavano, gesticolando, con Lilly, godendosi la conversazione inattesa con una bella donna scesa da un'auto sportiva.
Volsi lo sguardo su Isabella che aspettava una replica, ma avrei dovuto contraddirla e non mi andava di rompere la nostra sottile "complicità".
"Da cosa lo avrebbe capito?", mi limitai a chiedere.
"Mentre lei guardava ed osservava la mia Beatrice, Lilly distoglieva lo sguardo dal mio ogni volta che la guardavo. Poi tornava a guardarmi, non mi ha mai tolto gli occhi di dosso da quando mi sono presentata. E mi guarda dallo specchietto retrovisore, penso che si stia immaginando a gambe aperte sul mio lettino con la mia testa infilata nel mezzo da quando Beatrice ha, con due parole, fatto immaginare a tutti la scena. Bea è fatta così".

Dalle gestualità dei poliziotti e di Lilly capii che ci restavano pochi secondi, si stavano congedando, sebbene a fatica. Lilly guardava spesso verso l'auto.
"Io", continuò Isabella, "le sorrido attraverso il retrovisore e lei distoglie lo sguardo imbarazzata. Forse sta sperimentando sensazioni nuove. Glielo chieda stasera, voglio sapere se mi sono sbagliata." concluse.
Lilly salì in auto: "Ci consigliano di tornare verso il GRA, avviseranno le pattuglie di farci passare attraverso le transenne e da li andare verso il viadotto della Magliano e poi a Monteverde", disse mentre ancora si stava accomodando sul sedile posteriore.
Nell'effettuare l'inversione sulla rotatoria della piazza vidi uno dei poliziotti che mi faceva segno di prendere la corsia chiusa ed aprii il finestrino per ringraziarlo. Era visibilmente soddisfatto della chiacchierata con Lilly sui suoi tacchi rossi e la cercò con lo sguardo sul sedile posteriore.
Isabella aveva lanciato un sasso nel nostro stagno ed io ero eccitato. Ora, improvvisamente, sentivo e percepivo l'eccitazione di Lilly.
La guardavo dallo specchietto e la sorpresi a flirtare con Isabella. Mi guardava, ci guardavamo e, senza parlare, ci spiegammo, chi chiarimmo.
Lilly conservava dentro di se la consapevolezza di stare con un libertino ed aveva opposto resistenza in quei mesi dinanzi ad un mondo che la spaventava. La irretivano i metodi: cercare online, vedersi con sconosciuti, ragionare di lunghezze di organi sessuali, andare per club. L'ambiente è pieno di persone volgari e di poveri dalla scarsa educazione.
Invece, con quella consapevolezza dentro di se, anche lei aveva sperimentato quella sera il desiderio improvviso e la certezza che si, con me, poteva parlarne.
La visita di uno studio da comprare ci aveva inavvertitamente risvegliati e avvicinati come coppia.
"Mi farebbe piacere visitarti, Lilly", le disse Isabella prima di scendere dall'auto, stavolta voltandosi indietro.
"Manca ancora molto a chiudere lo studio, vieni a trovarmi presto" le disse porgendole il suo biglietto da visita.
Poi scese dall'auto e Lilly, istintivamente, scese anche lei. Chiusero le portiere e parlarono solo pochi secondi. Poi Lilly salì dal lato del passeggero e partimmo, lei guardava lo specchietto retrovisore per non perdersi quella splendida sessantacinquenne che l'aveva conquistata.
Non ci fu bisogno di parlare, quando infilai la mano sotto la sua gonna Lilly senza obiettare allargò le gambe. Era bagnata.
"Senti come mi ha ridotta?", mi disse con un soffio di voce, senza bisogno di spiegare altro.
FINE
scritto il
2025-11-29
3 8
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Pazzo desiderio

racconto sucessivo

Pazo desiderio 2ª parte

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.